MAURO LIKAR GLI EBREI A VIENNA

 

 

 

 

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L’Austria Ebraica

 

Nel 1899 apparve un libro strabiliante, rimasto tuttavia pressoché ignoto: L Austria Ebraica, di F. Trocase, editata da A. Pierret, a Parigi. in esso troviamo scritto:

 

Gli Ebrei non erano nulla in Austria, prima del 1848. Attualmente, essi giocano nell’Impero degli Asburgo un ruolo dominante. È possibile dire, senza tema d’esagerazione alcuna, che essi l’hanno conquistata. Gli Ebrei sono i soli ad essersi avantaggiati della rivoluzione che ha fatto scorrere tanto sangue nelle strade di Vienna, e sembra che solo per essi siano stati proclamati i diritti dell’uomo. Con quella pazienza e quella meravigliosa abilità che sembrano essere apannaggio esclusivo della loro razza, essi hanno organizzato la spoliazione dell’Austria, e sono riusciti a mettere completamente le mani sulla popolazione cristiana, la cui spensieratezza naturale ha singolarmente facilitato i loro scopi. Questa invasione assoluta d’un Impero, avvenuta in 50 anni, è senza dubbio uno dei fatti più caratteristici della Storia contemporanea. In questa società aristocratica e feudale, gli Ebrei si sono infiltrati con una sbalorditiva facilità.


L’Austria è al giorno d’oggi, ed incontestabilmente, il Pese in cui la loro dominazione si fa sentire con maggiore forza: in tutti i settori dell’attività economica, sociale, e politica. Trovando a Vienna e nelle provincie austriache, un Terreno ben preparato, essi lo hanno coltivato e sfruttato per il proprio esclusivo profitto. La rivoluzione del 1848 non ha giovato che a loro. Operai e studenti, ammassati insieme nella lotta, hanno semplicemente costruito il
ponte su cui far passare Israele, permettendogli la conquista dell’Impero. Per ringraziarli di aver loro dato la libertà, gli ebrei li hanno poi ridotti in schiavitù.

Il 4 marzo del 1849, il goverrno ha concesso ai popoli dell’Austria, con un proclama imperiale, una Costituzione che comportava, fra le altre cose, la libertà di coscienza, l’indipendenza assoluta di tutte le confessioni religiose, la libertà di stampa, ed il diritto di riunione. Poi, la patente del 31 dicembre 1851, tha tolto a quel proclama ogni valore legale, lasciando tuttavia in vigore alcune concessioni liberali. Gli Ebrei hanno preso parte attiva alle lotte politiche che sono sfociate, alla fine, nel ristabilimento del regime costituzionale, rimesso in vigore con il Diploma del 20 ottobre 1860. Ma anche questo parve loro insufficiente. In seguito ad una vergognosa campagna della Stampa quotidiana, di cui si erano già completamente impadroniti, esso fu modificato il 26 febbraio del 1861. Una patente imperiale consacravacosì, in modo definitivo, la vittoria di questo falso liberalismo che, per più di trent’anni, ha dominato tutta la Storia dell’Impero Austriaco.

 

Il trionfo degli ebrei era ormai assicurato; la loro azione ora poggiva su delle basi legali. Questo trionfo era dovuto, soprattutto, all’illusione della gente di buona fede, che credeva in tutta sincerità di vedere, nella Costituzione del 1861, il punto di partenza verso un era di progresso, uguaglianza, e fraternità. Il partito a cui si dava il nome usurpato di “Partito Liberale”, pareva intenzionato, a tutta prima, a prendere la via delle riforme e del progresso, ma, ben presto, ci si dovette accorgere che Il suo liberalismo di facciata, consisteva soprattutto nel permettere agli agiottatori ebrei di fare dei lucrosi Colpi in Borsa, e che, di fatto, le loro transazioni truffaldine avevano portato al crack finanziario dell’Austria- Ungheria.


Il disgusto che s’impadronì del Paese, in seguito a questa scoperta, fu tale, che la maggior parte di questi falsi liberali, più accentratori ed esclusivisti dei peggiori despoti orientali, scomparve d’improvviso dalla scena politica. Dopo la caduta del Partito liberale, la Camera Austriaca assunse una fisionomia del tutto nuova. In essa ormai vigeva lo scandaloso trafficare delle nomine, ed il mercanteggiare dei voti, in un’accanita lotta d’interessi contrastanti, del tutto incompatibili con il benessere generale dell’Impero. Si credette allora, di poter trovare un rimedio accettabile, con la modifica dellla Legge Elettorale; ma solo dopo violente dimostrazioni popolari di piazza, ed in seguito al ritiro dalla scena politica del Conte Taaffe, rimasto fin troppo a lungo al potere, ci si decise a concedere al popolo un parziale diritto di suffragio, aumentando semplicemente il numero degli elettori.


Fu una concessione accordata di controvoglia, e solo con lo scopo salvare gli antichi privilegi dell’aristocrazia, che continuarono perciò a sussistere intatti, dato che il diritto d’elezione era basato, ancora una volta, sul censo, e che lo si esercitava per categorie, ovvero per classi di cittadini, con una bilancia dei voti in cui un Grande Proprietario equivaleva, da solo, a 45 Elettori della città, ed a 175 delle campagne. La riforma, che tanto era costata al popolo, aveva semplicemente ammesso al voto gli operai, e gli altri lavoratori delle corporazioni artigianali. Il Principio basilare dell’Autorità Imperiale Asburgica era andato distrutto, e la disgregazione sociale degli austriaci era stata volutamente accelerata, mentre il patriottismo frondista, dei Tedeschi e degli Italiani, spingeva entrambe all’autonomia nazionale, al tradimento, ed alla richiesta pressante d’un Suffragio Universale, che avrebbe però dato agli Slavi d’Austria una potenza sempre maggiore, in ragione del numero d’elettori appartenenti a questa razza non germanica.


L’Egemonia cilturale e burocratica tedesca, che per secoli era riuscita a guidare e controllare le altre nazionalità, non poteva reggere al dilagare dei vari nazionalismi, e l’Austria Imperiale rischiava ormai di diventare la caricatura multietnica di uno Stato Sovrano maneggiato dagli ebrei. L’impossibilità assoluta di governare l’Austria Cisleitana, divenne un fatto innegabile, e si navigò pericolosamente a vista, verso le secessioni d’un federalismo nazionalista, che preludeva al completo naufragio dell’Impero degli Asburgo. In questo stato di cose, in cui il pauperismo dilagante giocava un ruolo essenziale, il popolo si rese ben presto conto che tutte le forze vive del Paese, e le posizioni di potere più importanti in esso, erano state acaparrate dagli Ebrei. L’odiosa azione svolta da costoro, in seno al movimento rivoluzionario, del ’48, aveva prodotto delle profonde fratture nella società austriaca, e la paura di ciò che essi avevano fatto, ed ancora potevano fare, per nuocere all’Austria asburgica, penetrò fin nelle più alte sfere del Governo, portandole a sottomettersi, senza troppe resistenze, al giogo di Israele.


All’inizio, bisogna riconoscerlo, i vincitori semiti diedero prova di una notevole abilità. Rendendosi conto che le loro vere aspirazioni avrebbero provocato l’orrore e l’antipatia, ebbero una gran cura nel dissimularle, mettendole per il momento in un cassetto. Con estrema prudenza, fecero un uso ragionato, e freddamente calcolato, delle proprie facoltà, per non spaventare gli Austriaci che essi avevano intenzione di ridurre in schiavitù. Con delle considerazioni umanitarie proclamate ad alta voce, e con parole melliflue, essi stornarono e drogarono così bene l’attenzione e le coscienze dell’opinione pubblica, che, nell’ora dell’amaro risveglio, tutti restarono letteralmente stupefatti per il lungo cammino che essi avevano percorso.


Gli Slavi, gli Ungheresi, i Romani di Transilvania, come pure i Tedeschi dell’Austria, sono diventati la loro preda, e si sono piegati alla loro insolente dominazione. Mezzo secolo è stato sufficiente per annientare negli Austriaci l’idea stessa della Patria, ad esclusivo profitto della razza ebraica, che è riuscita a monopolizzare, per sé sola, tutte le risorse dell’attività sociale. È soprattutto agli astuti invasori ebrei, che si deve lo stato di decomposizione sociale che attualmente affligge l’Austria. E’ alla loro azione, tanto più perniciosa in quanto sotterranea, che bisogna riportare l’origine dell’anarchia in cui è piombata questa Monarchia
ereditaria vecchia di Sei secoli.


Per poterli depredare senza vergogna, gli ebrei hanno ipnotizzato i popoli austro-ungarici, ed hanno loro tolto i beni, la libertà, i diritti e l’onore. Al giorno d’oggi, essi non si ritengono ancora soddisfatti, perché quel poco che resta delle vere istituzioni umanitarie, disturba la loro azione demoralizzatrice e l’ opera di distruzione a cui si sono accinti. Essi si sforzano, perciò, di sradicarle completamente, per sostituirle con un cumulo di rovine. Ogni autorità dev’essere annientata, affinché essi possano trionfare con più facilità; e quindi si accaniscono nel distruggere tutti gli elementi di resistenza, e di vitalità, che permetterebbero agli Austriaci di difendersi.


Attualmente, il giudaismo, invariabile per quel che attiene alla razza e alla nazionalità, si è parzialmente trasformato dal punto di vista delle credenze. Le dottrine mosaiche hanno lasciato il posto al rabbinismo, e molti ebrei che abitano nelle grandi città, sono passati da quest’ultimo al nichilismo. Gli Ebrei che si pretendono riformati, professano l’ateismo più assoluto, il libero pensiero, o piuttosto la negazione più completa d’ogni confessione religiosa. L’ultimo verbo delle loro teorie, è il materialismo, che si manifesta a Vienna, Capitale dell’Austria, con un’audacia inaudita e con un’assdoluta assenza di pudore. Sotto la spinta pressante, di queste dottrine, è sparita dalle anime ogni nozione del bene e del male, e, nel popolo, non è restato nulla di ciò che potrebbe dettargli dei costumi più austeri, e delle azioni più conformi alla dignità umana. Ciò non riguarda la sola Religione, perché questo
nichilismo, di data assai recente, ha prodotto i suoi danni anche nel dominio della Scienza, delle Arti, della Politica, e delle relazioni sentimentali. Le avvilenti dottrine della negazione, o del materialismo, fanno sentire la loro influenza in ogni settore della vita sociale e culturale austriaca.


È stato proprio per aver oltrepassato ogni limite possibile, che gli Ebrei hanno essi stessi provocato, in Austria, una forte reazione antisemita. Sono loro che, con i propri innumerevoli eccessi, hanno creato la“Questione ebraica”. L’avversione dei popoli autriaci contro i semiti,
non proviene, checché se ne possa dire, da pesanti influenze clericali, ma è un odio di razza, generato da tutto quello che crea dissenso fra gli uomini: un’origine del tutto diversa, un sangue estraneo, una morale e dei costumi del tutto dissimili. Gli odî si sono accesi, nell’Europa Centrale, con un’ardore che l’Occidente non può nemmeno immaginare.


Come mai la cattolicissima Austria ha potuto subire a questo punto il giogo israelita? Perché questa popolazione, abituata a rispettare il trono, la religione, e le leggi, si è lasciata dominare dai fautori delle idee rivoluzionarie, dell’ateismo, e del livellamento ugualitario? La lista dei peccati d’Israele è così lunga che se ne potrebbero riempire dei volumi. Sembra inspiegabile l’incredibile facilità con cui gli Ebrei hanno compiuto la conquista dell’Impero. Il primo atto compiuto dagli Israeliti è stato quello di attaccare, per mezzo della loro Stampa, la fede cristiana, gettando su di essa il ridicolo, in un modo tale che le Chiese sono state disertate, ed i preti minacciati e sbeffeggiati. Poi è venuto lo sfruttamento pianificato della popolazione, attuato dai Grandi Industriali Ebrei, che hanno messo in scena l’usura in tutte le sue forme. Essi si sono impadroniti dell’intera attività sociale, ed hanno fatto delle loro inimmaginabili fortune, uno strumento d’oppressione sempre più potente ed esteso, per dominare l’opinione pubblica, per ottenere gli alti incarichi, e per controllare i gangli nevralgici del Potere.

Con l’impudenza orgogliosa, di chi ha ottenuto troppo facilmente il successo, essi si sono allora adoperati per demolire, in ogni possibile modo, ciò che ancora poteva ostacolarli. Tutto il commercio all’ingrosso è ora nelle loro mani, e a Vienna resta, di non ebreo, appena qualche piccolo negozio al dettaglio, che essi tuttavia si sforzano d’eliminare. Gli ebrei sono, nei paesi austriaci, i padroni di tutte le fabbriche dei beni di consumo di prima necessità, e, in seguito al loro successo, una marea d’altri ebrei, provenienti dalla Russia, dalla Romania, e dalla Polonia galiziana, si è riversata a Vienna, infiltrandosi ovunque e sommergendo, con la propria concorrenza disonesta, gli antichi commercianti, gli artigiani, ed piccoli industriali
non ebrei, che sono stati ridotti alla miseria, o che si sono visti costretti a lavorare per gli ebrei, con dei salari ridicoli.


Ciò che è accaduto a Vienna, si è compiuto anche negli altri centri commerciali della provincia, dove gli ebrei, piombativi come una nube di voraci cavallette, si sono acaparrati, ad ogni livello, il commercio, l’industria, le banche, le assicurazioni, e le casse di risparmio, annegando lo Stato autriaco in un debito di miliardi di fiorini. Forti di tutto questo sfacelo, essi si sono impadroniti anche della terra austriaca, il cui acquisto, prima del 1849, era loro interdetto. Il barone de Rothschild possiede ora, da solo, un quarto della Grande Proprietà in
Boemia: ben sette volte di più della stessa Famiglia Imperiale; per non parlare dei suoi possedimenti in Bassa Austria, in Moravia, in Slesia, ed in Ungheria.

 

L’interdizione fatta agli Ebrei polacchi di Galizia, di possedere la terra, è durata fino al 1867. Nel 1880, i grandi proprietari ebrei erano già 680, ed ora essi possiedono le terre più fertili del Paese; ovvero, hanno in mano l’agricoltura e controllano la vita degli agricoltori e dei contadini autoctoni. 12.000 fattorie austriache sono cadute nelle mani degli usurai ebrei, che hanno ridotto gli antichi proprietari alla miseria ed al ruolo di servi. Mentre s’impadronivano delle ricchezze fondiarie ed immobiliari, gli ebrei hanno dato la scalata anche alle alte Cariche Pubbliche, e sono entrati in Parlamento, prendendo parte alla confezione di leggi che li avvantaggiavano.

Nelle Arti, nella Musica, nel Teatro, hanno raggiunto una posizione del tutto dominante. Poi hanno monopolizzato la Stampa e la Critica, in modo che nessuno può, oggi,riuscire ad attrarre l’attenzione del pubblico senza avere ottenuto il loro prezioso consenso. Hanno messo le mani su ogni cosa: la Sicurezza pubblica è affidata, a Vienna, a dei poliziotti ebrei, si trovano all’apice delle Carriere pubbliche e la Politica esterna ed interna dipende ormai da loro. Incredibile è anche la sproporzione esistente fra il loro numero, e la loro assillante presenza: come docenti, nelle Università, o nelle libere Professioni, nel Giornalismo, nella Medicina, e nelle Belle Arti.

Dei 16 grandi quotidiani viennesi, 10 appartengono agli Ebrei, e sono da essi redatti ed amministrati. Gli altri sono semplici Organi di Partito. Ebree risultano essere alche le principali pubblicazioni settimanali. Nonostante tutti questi dati di fatto, ed a dispetto delle molte voci che si levano contro di loro, gli Ebrei continuano a presentarsi ed a volersi far passare per degli strenui difensori di tutte le libertà. Nei Giornali degli israeliti, non si parla che di Principi Umanitari, d’una marcia della Civilità, che darà, essi dicono, un rimedio a tutte le sofferenze, e dei consigli salutari utili in tutte le perplessità; latte per l’infanzia, e vino generoso per la vecchiaia. Ma questa verbosa logomachia, non riesce ad ingannare più nessuno.

Ognuno ha ormai compreso, in Austria, a cosa mirano queste sedicenti dottrine liberali ed umanistiche, che hanno condotto la popoazione ad un duro servaggio. Nessuno può ormai dissimulare la verità, e neppure tentare d’attenuarla. Non bisogna far altro che aprire gli occhi, per vedere che l’Austria è stata consegnata ad un Feudalesimo senza scrupoli, che, sacrificando impietosamente la fortuna del Paese, l’ha consegnata alla voracità da locuste di questi “Amici dell’umanità”, che, monopolizzando ed agiottando le risorse di un Paese essenzialmente agricolo, si sono arricchiti a dismisura, speculando sul mercato dei cereali, e costrngendo il popolo a pagare carissimo il proprio pane quotidiano.

Sul piano dell’attività finanziaria, il ruolo degli Ebrei in Austria è stato fra i più disastrosi. I loro “abili” Colpi in Borsa, che hanno tolto periodicamente ai risparmiatori austriaci, il poco che avevano messo da parte, essi hanno anche prodotto il terribile ed indimenticabile Krach del 1873, che ha portato l’Impero sull’orlo della Catastrofe sociale ed economica. Quando gli Ebrei pretendono che l’antisemitismo sia il prodotto d’un odio religioso, spinto all’estremo, essi mentono sapendo benissimo di mentire. Spargendo il loro veleno letterario in tutti i settori della società, essi hanno, per contro, operato alla decristianizzazione dell’Austria.

La guerra religiosa, di cui si lagnano d’essere le vittime innocenti, sono stati essi stessi a lanciarla, ed era davvero impossibile che i Viennesi non se ne rendessero finalmente conto.

 

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GLI EBREI A VIENNA

 

Sigmund Freud, Ludvig Wittgensein, Gustav Mahler, Hermann Broch, Robert Musil, Arnold Schömberg, Georg Trakl, Karl Kraus, Theodor Herzl, intellettuali ebrei laici – ebrei per parte di padre, di madre, ebrei a metà, odiatori della propria origine ebraica, ebrei convertitisi al cattolicesimo od al protestantesimo, e militanti sionisti – hanno mutato il volto di Vienna, nello Stato multi-etnico degli Asburgo, ed hanno lasciato un segno incisivo anche sulla fisionomia del cosiddetto “mondo moderno”. Essi hanno trasformato una città con notevoli attitudini intellettuali, artistiche e musicali, nello specifico “Laboratorio sperimentale” della loro traumatica creatività modernista.

Questa esplosione d’attività concettuale ebraica, verificatasi negli Imperi Centrali, ed in special modo a Vienna, ha colorato di sé la Mittel-Europa, collegando fra loro gli ebrei Austro-Tedeschi, Ungheresi, Céchi, Polacchi, e Slavi del Sud. Gli ebrei costituiscono, nel XVIII° e XIX° secolo, la pece intellettuale in cui viene invischiata l’Austria tedesca, e sono anche il corrosivo fermento cosmopolita che provocherà la reazione della cultura ariana pre-Nazional Socialista. Questa invadente preminenza, desterà una ovvia risposta anti ebraica, che gli ebrei stessi, seguendo l’insegnamento del loro Sigmund Freud, non esiteranno a definire come “paura ansiogena e morbosità antisemita”.


A Vienna esiste una Comunità Ebraica ufficiale, consapevole della propria identità, ed organizzata in forma “collettiva”, ed esiste un Theodor Herzl, personalità carismatica del sionismo emergente; vi sono un’Unione Israelitica Austriaca, una Fondazione Barone Hirsch, e giornali specificatamente ebraici: “Die Neuzeit” ed “ Österreichische Wochenschift” di Joseph Bloch.


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LA COMUNITÀ EBRAICA:
DAL GHETTO ALLA RIVOLUZIONE
DEL 1848


“ In avvenire nessun ebreo – tale è il nome con cui essi vengono chiamati- potrà abitare a Vienna senza un mio permesso scritto. Non conosco un peggiore flagello pubblico di questo popolo d’imbroglioni, che pratica l’usura, ed il traffico del danaro, che costringe la gente a mendicare, che svolge tutte quelle infami transazioni che un uomo onesto aborrisce. Essi, debbono essere tenuti lontani da qui, ed evitati il più possibile.”

1777. Maria Theresa Imperatrice


I reazionari denunciano gli Ebrei come il “perpetuum mobile” della Rivoluzione; i progressisti considerano gli ebrei ricchi come degli ostacoli sulla via della libertà.

Adolf Jellinek 1848

 

Nell’ Epoca Moderna, il dominio degli Ebrei dell’Europa Centro- Orientale è strettamente legato a quello dell’ Impero Sovra-nazionale Absburgico, durato dal 1273 fino al 1918. L’Austria è il nucleo storico dell’Impero Absburgico, in cui sono stati inclusi, dopo il 1526, l’Ungheria, la Boemia, e la Moravia: paesi abitati da una numerosa popolazione ebraica, a cui si sono aggiunti, nei secoli XVII° e XVIII° gli ebrei dei territori di lingua italiana. Dopo la spartizione della Polonia e l’annessione della Galizia, nel 1772, e della Bucovina nel 1775, i domini asburgici giungono a comprendere, entro i propri confini, la più numerosa popolazione ebraica esistente in Europa, ad ovest dell’Impero Russo. Dopo il 1867, si attua la Monarchia Austro-Ungarica, costituita da due Stati distinti: Austria ed Ungheria, retti da un unico sovrano, l’Imperatore Frazncesco Giuseppe I.


Il vero fondatore della Dinastia, Rorolfo d’Asburgo, crea il nucleo patrimoniale del futuro Impero alla fine del secolo XIII°, sconfiggendo il Re Céco Ottokar. Nei 650 anni successivi, i domini asburgici si espandono per mezzo di matrimoni, donazioni e scambi territoriali. Un Motto della Dinastia è: “Bella Gerant alii, Tu Felix Austria nube!”. Gli altri facciano la guerra, tu Felice Austria sposati!

Nel tardo Medioevo, gli Asburgo, oltre ad accrescere il loro patrimonio familiare, diventano anche Imperatori del Sacro Romano Impero, e, quindi, supremi signori degli ebrei che vi abitano, chiamati: Servi Camerae Regis, o Servitori del Tesoro Regio. Il Principio del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, con il suo progetto di dominio universale, informa di sé la Dinastia fino al XIX° secolo, quando viene assunto prima da Napoleone Bonaparte, e poi da Bismarck. Solo nel 1871, gli Asburgo devono rinunciare alle loro pretese di egemonia in Germania; nel frattempo, a partire dal XVI° secolo, lo Stato austriaco si espande ad Est, recando i benefici dell’influsso tedesco alle primitive ed arretrate strutture sociali dell’Europa Centro-Orientale.

Qui esso difenderà il cristianesimo e la Civiltà Occidentale dal pericolo Turco e dall’Islam. È durante il periodo della Controriforma che gli Asburgo emergono come protagonisti d’un Cattolicesimo militante, e, alleati con i Gesuiti, sconfiggono il Protestantesimo dell’Europa Centrale. Dopo la storica battaglia della Montagna Bianca, nel 1620, il Regno semi indipendente di Boemia viene distrutto, e la nazione céca viene annullata e sommersa per 300 anni. La Boemia diviene “terra ereditaria”, la sua nobiltà viene espropriata ed esiliata, e sulle sue rovine si sviluppa la pomposa e stucchevole civintà barocca autriaca, con Vienna come capitale. La riconquista dell’Ungheria, sfuggita al dominio turco, dopo il fallito assedio ottomano di Vienna, del 1683, annuncia il consolidamento dell’Austria, ed il suo emergere, agli inizi del 1700, come grande Potenza Europea.

La storia degli Ebrei a Vienna, e nei territori asburgici, è caratterizzata da periodi alternanti: di grande prosperità e di sanguinose “persecuzioni”; dall’ostilità sociale e da periodici interventi di protezione attuati dalle autorità imperiali; da “orribili calunnie” e da espulsioni forzate. Gli Ebrei vivono in Austria fin dal X° secolo: giuntivi assieme ai Romani. Un documento del 906 d.C. pone i mercanti ebrei e quelli romani su un piano di parità e nel 1194 un certo Shlomo o Solomon è il direttore della Zecca austriaca, a riprova dell’esistenza di una colonia ebraica permanente, dedita al “maneggio del denaro”.


Durante il Regno di Federico I di Babemberg (1195-1198), le “persecuzioni degli ebrei” avvenute in Germania, spingono molti di loro a trasferirsi in Austria, e nel 1204 a Vienna c’è una loro Sinagoga. Federico II concede, nel 1238, uno statuto agli ebrei, ponendoli sotto la propria protezione. Nel 1244 il Duca Federico II, l’ultimo dei Babemberg, concede agli ebrei austriaci lo “Statuto Fredericiano”, che, garantendo loro l’inviolabilità della vita e dei beni, il diritto alla residenza, ed il diritto d’esercitare il commercio, diventerà il modello degli analoghi “Prtivilegi” conferiti nel XIII° secolo agli ebrei Boemi,
Ungheresi e Polacchi.

L’uccisione d’un Ebreo comporta la pena di morte, e delle pesanti sanzioni pecuniarie vengono inflitte a chi ne aggredisca fisicamente uno, o a chi si renda colpevole di attacchi ai cimiteri, alle sinagoghe o alle scuole ebraiche. Rigorosamente proibito è anche il ratto di bambini ebrei, attuato allo scopo di battezzarli a forza. Nello stesso tempo, Federico II limita le attività economiche degli Ebrei alle sole operazioni monetarie e creditizie, facendone così, per secoli, i tipici fruitori dell’usura, ed i rappresentanti più emblematici della Classe Media.
Lo Statuto viene confermato nel 1278 da Rodolfo d’Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero, e poi ratificato dai suoi successori; nel 1330 e 1348. In questo periodo storico, l’Austria ed i dominî asburgici diventano il “Santuario Ebraico”: centri di cultura e di egemonia ebraica nei territori tedeschi e della Slavonia occidentale.

Gli Ebrei di Vienna, ai quali Federico II di Hohenstaufen ha già concesso un’ampia autonomia, con la Carta dei Privilegi del 1238 (Judeos Vienne Servos Camere Nostrae), sono riconosciuti anche nel XIV° secolo come la principale Comunità Ebraica presente in Europa. L’Influenza dei “Saggi di Vienna”, si diffonde ben oltre i confini di questa città, che non viene toccata dalle “Persecuzioni” della Morte Nera del 1348-49, durante le quali gli ebrei, accusatri di aver propagato la peste, vengono “massacrati” in quasi tutte le altre città di lingua tedesca. Vienna diventa un asilo sicuro per gli ebrei rifugiati provenienti da altri paesi.

Nel XIV secolo la situazione degli ebrei peggiora gradatamente, ed essi sono fatti segno ad una crescente ostilità popolare, aggravata dalle accuse relative a degli “Omicidi Rituali di bambini” imputati loro dalla Chiesa Cattolica. Le confische dei beni, la cancellazione dei debiti contratti con loro, ed una serie di restrizioni economiche, causano un graduale declino degli israeliti. Nel 1421, il Duca Alberto V, dopo le accuse rivolte loro da Enns, ordina l’arresto degli Ebrei, e 214 di loro, accusati di profanazione rituale dell’Ostia consacrata, finiscono al rogo, con il Decreto del Wiener Gezerah: il Male di Vienna. La Comunità ebraica viene dispersa, i beni ebraici vengono confiscati, ed i bambini ebrei non espulsi dalla città, vengono sottoposti al battesimo forzato.

Dopo questo immane disastro, l’Austria verrà chiamata dagli ebrei Erez ha Dammim, la terra macchiata di sangue, e Vienna sarà la città del sangue: Irha Dammim.

Solo nel XVI° secolo, una piccola comunità ebraica fa ritorno a Vienna, nonostante l’ostilità dei ceti urbani e della Chiesa Cattolica, e la minaccia di periodiche espulsioni. Sotto il tollerante e cosmopolita Imperatore Rodolfo II (1576-1612), inizia la spettacolare ascesa della comunità ebraica di Praga, ed un certo numero di famiglie ebree, che godono di speciali privilegi, gli Hofbefreite Juden, viene autorizzata a stabilirsi a Vienna, e a costruirsi colà una pubblica Sinagoga; per la prima volta dopo il 1421.m Nel 1624, Ferdinando II, incurante delle proteste popolari e locali, sistema gli ebrei in un ghetto posto all’esterno delle mura cittadine, nell’Unteren Werd, nel luogo ove oggi sorge il quartiere di Leopoldstadt. Nel 1632 ci sono 106 case nel ghetto, e gli abitanti sono in gran parte mercanti e piccoli commercianti.

Possono circolare liberamente, durante le ore lavorative, nella Innere Stadt, o città interna, e possedere negozi nei quartieri esterni della città. La Juden-Stadt è alle dipendenze della Cancelleria Imperiale, libera da ogni controllo del Consiglio Municipale di Vienna. La Comunità ebraica viennese, che nel 1625 conta una cinquantina di famiglie, nel 1650 ha già 2000 membri. Durante la Guerra dei Trent’Anni, saranno gli Ebrei a salvare dalla crisi la monarchia asburgica, anticipando il danaro contante, il vitto, e le munizioni necessari ai soldati imperiali. Il gesto di collaborazione verrà ricompensato nel 1620, quando la Judenstadt praghese, viene risparmiata dalle truppe asburgiche che hanno saccheggiato e devastato il resto della città.


L’enorme Potenza economica degli Ebrei, come finanzieri, fornitori militari, e direttori esclusivi delle zecche, si rivela in piena luce proprio durante la guerra dei Trent’anni, provocando un’ovvia reazione nella comunità finanziarie e commericiale non ebraica di Vienna, rovinata da quel lungo conflitto, che invece ha arricchito enormemente il milieu ebraico, resosi creditore dell’Impero asburgico e dei suoi sudditi. Una volta stroncato il protestantesimo in Austria e Boemia, dopo il 1648, l’Imperatore non dipende più dall’aiuto finanziario degli ebrei, e le dimostrazioni popolari contro la Juden-Stadt, corroborata dall’azione dei Gesuiti e della Chiesa Cattolica, portano Leopoldo I ad espellere, nel 1669, gli ebrei dalla città.

Né l’offerta di 100.000 fiorini, né l’intervento della Regina Cristina di Svezia, riescono ad impedire l’esecuzione del decreto, e, nei primi mesi del 1670 vengono cacciati da Vienna 4000 ebrei: la più grande espulsione ebraica nell’Europa di quel secolo. L’anti giudaismo cattolico s’inasprisce ancor di più nel 1683-84, all’epoca dell’assedio turco di Vienna, e poi all’inizio della penetrazione austriaca in Ungheria, quando il doppio giochismo ebraico viene alla luce.

L’Agostiniano Abraham a Santa Chiara (1646-1709) infiamma il popolo con violenti sermoni ed opuscoli in cui denuncia gli ebrei come traditori collusi con gli ottomani, e come i peggiori nemici della cristianità. Tuttavia, le enormi perdite di danaro, ed il caos finanziario in cui lo Stato Austriaco è venuto a trovarsi, in conseguenza all’espulsione dei finanzieri ebrei, e proprio nel momento in cui deve combattere su due fronti, contro la Francia e l’Impero Ottomano, inducono gli Asburgo, nel 1693 a riammettere a Vienna solo gli ebrei più ricchi, contro il versamento, pro capite, di 300.000 fiorini, ed un’imposta annua di 10.000 fiorini. Le funzioni religiose ebraiche potranno essere celebrate solo nelle abitazioni private.


Fra la fine del XVII° e l’inizio del XVIII° secolo i capi della Comunità Ebraica sono alcuni eminenti “Ebrei di Corte”: Hofjuden come Samuel Oppenheimer, suo npote Samson Wertheimer, ed il barone Diego d’Aquilar (Moses Lopez Pereira) fondatore, nel 1736 della Comunità Turca Sefardita di Vienna, sche si sviluppa con il commercio nei Balcani. Grazie agli Hofjuden Vienna diviene un centro di attività diplomatiche svolte dagli ebrei viennesi, nell’interesse dei loro correligionari che abitano nei dominî asburgici, ed un centro di attività
filantropiche svolte a favore dei poveri di Erez Israel.


Gli Ebrei di Corte prestano i loro buoni uffici per aprire una breccia sempre più ampia nelle restrizioni imposte ai loro correligionari in tutta Europa. Essi vigilano anche a che non si propaghino notizie e scritti sfavorevoli agli Ebrei. Così, è per merito dello Judenkaiser di Vienna, Samson Wertheimer, che gli ebrei di Francoforte riescono a bloccare la pubblicazione di un libro di Johan Andreas Eisenmenger: Entelecktes Judentum, del 1699. Quest’opera straordinariamente erudita, di un professore di lingua ebraica di Heidelberg, verrà messa al bando nei dominî asburgici, dall’Imperatore Leopoldo e poi dal suo successore: Giuseppe I. Più tardi il libro proibito verrà stampato a Berlino, sotto il patrocinio di Federico I Re di Prussia.


Le origini dell’influenza degli Ebrei di Corte risalgono alla Guerra dei Trent’anni, quando essi forniscono, ai sovrani in conflitto, il necessario per rifornire le truppe, ed il denaro contante. Da allora in poi, i grandi banchieri ebrei, grazie all’ampia rete creditizia di cui dispongono nell’Europa Centro Orientale, forniscono agli eserciti tutto ciò che è loro necessario alla condotta delle Guerre. Gli Imperatori, pur essendo rigorosamente cattolici, preferiscono servirsi dei finanzieri ebrei, perché questi non fanno mai pressioni per una veloce restituzione del debito. Gli Ebrei di Corte resteranno indispensabili, fino a quando gli Imperatori Asburgici non possiederanno la struttura amministrativa necessaria a rifornire l’esercito ed a pagare il soldo delle truppe: una situazione che si protrarrà fino al XX° secolo.


Nei territori degli Asburgo, il principale fornitore militare è, all’epoca, Samuel Hoppenheimer di Heidelberg (1630-1703), che approvvigiona l’intero esercito austriaco sul Reno, nella guerra contro la Francia, fra il 1673 ed il 1679. Oppenheimer organizza anche i servizi logistici della difesa austriaca contgro i turchi, nell’assedio del 1683. È lui che sotiene finanziariamente l’Austria nella sua penetrazione in Ungheria, nella guerra dei nove anni; dal 1689 al 1698, e poi in Germania, contro la Francia. Egli fornisce alla corte viennese anche i beni di lusso, e le livree per i cocchieri e gli uomini del seguito imperiale.


Nel 1694 il Tesoro Imperiale deve già ad Oppenheimer l’enorme somma di 3 milioni di fiorini. Quando egli muore, nel 1703, gli Asburgo si rifiutano di onorare il debito in favore del suo erede: Emmanuel Oppenheimer, ed il fallimento della ditta provoca una crisi finanziaria nell’Impero ed in tutta Europa; ai danni di quei sovrani ai quali lo Stato austriaco doveva ancora del danaro. Il ruolo di Oppenheimer viene poi assunto a Vienna dal suo protetto, Samson Wertheimer (1658-1724), il quale diviene l’agente principale od Hofaktor dell’Impero Asburgico. Originario di Worms, Wertheimer ha studiato alla Yestivah di Francoforte, ed è stato presentato all’Imperatore Leopoldo dallo stesso Samuel Oppenheimer.

 

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Wertheimer, uno degli ebrei più ricchi ed intraprendenti della sua epoca, eccelle nell’arte di prestare denaro liquido, con l’ausilio di una fitta ed organizzatissima rete internazionale di cambia-valute, mercanti e mediatori ebrei. Oppenheimer e Wertheimer, che edificherà la grande sinagoga di Eisenstadt, ricevendo il titolo di Landcesrabbiner, garantiscono la posizione di grande potenza della Dinastia Asburgica nei primi anni del ‘700. A Wertheimer succede, nel 1725, il genero Issachar Berush Eskeles, attivo come fornitore di armi e di beni di lusso alla Corte viennese, il cui figlio, Bernhard, viene insignito, nel 1797 del titolo nobiliare, e che fondando nel 1816 la Banca Nazionale Austrica, diventa uno dei maggiori finazieri dell’Impero. Costui promuove, assieme a Solomon Rothschild la costruzione di un’ampia rete ferroviaria, mentre sua moglie Cecilia, figlia del ricchissimo banchiere “berlinese” Daniel Hzig, fa del proprio salotto uno dei centri di ritrovo mondano più brillanti per l’Alta Società, proprio durante il Congresso di Vienna.


Come sua sorella Fanny, che divenendo con il matrimonio una von Arnstein, si è legata qd un’altra grande Dinastia di Banchieri ebrei viennesi, Cecilia appartiene ad una generazione d’ebrei meno tradizionalisti, e più attenti ai valori estetici e culturali della Bildung tedesca, di quanto non lo fossero gli Ebrei di Corte. La Dinastia dei banchieri Anrnstein, fondata da Isaac Aaron sotto Carlo VI è già potentissima nel 1736, tanto che Adam Isaac, nel 1744-45 riuscirà a far revocare il bando degli ebrei da Praga, ordinato dall’imperatrice Maria Teresa. Agli inizi dell’ ‘800, la Banca Arnstein- Eskeles finanzia la rivolta dei contadini del Tirolo, contro le truppe napoleoniche. Così facendo, gli Ebrei di Corte pongono le basi per il successivo assurgere dei banchieri ebrei ad un ruolo di primissimo piano nelle vicende economiche e politiche dell’Austria Ungheria, dell’Europa Centrale, e poi, nel XIX° secolo di quelle mondiali.


Lo Stato Assoluto degli Asburgo, concede, agli Ebrei di corte dei diritti e delle libertà, che vengono negate non solo alla massa degli altri israeliti, ma anche alla stessa classe media austriaca, cattolica e non ebraica. La Finanza Kasher gioca un ruolo decisivo, nell’assicurare
all’Austria il suo ruolo apparente di “Grande Potenza”, ottenendo decreti come quello di Maria Teresa del 1749, che permette agli ebrei di creare delle manifatture, penetrando nel tessuto commerciale dello Stato in maniera capillare, e creandovi dei monopolî che danneggiano irrimediabilmente i commercianti ed i piccoli imprenditori non ebrei.

Nel regime di ottusa cecità asburgica, ecco che un ebreo battezzato come Joseph Sonnenfels, può essere uno dei principali consiglieri della cattolicissima Imperatrice d’Austria, e creare, a Vienna, un “Teatro Nazionale Tedesco” che di tedesco avrà solo il nome, e sarà sotto una
adeguata verniciatura illuminista, una fortezza ed un attivo centro d’azione e di propaganda della montante “cultura” ebraica. Il “Processo d’integrazione ebraica”, che è di fatto una scalata israelita ai centri nevralgici della Società e della cultura Asburgica, viene accelerato dalla legislazione anti segregazionista promossa dal figlio di Maria Teresa, Giuseppe II, il cui “Toleranzdikt” del 1781 e la “Toleranz Patent del 1782, che aprono agli ebrei l’ingresso nei mestieri artigianali, nelle scuole, nelle università, nell’esercito, e nell’imprenditoria d’ogni tipo, segnano la vittoria completa degli ebrei di corte.


Certo vi sono anche degli inconvenienti, perché la riforma giuseppina sancisce anche l’abolizione dell’autonomia giudiziaria ebraica, e proibisce l’uso dell’Yddish nelle attività pubbliche e commerciali, o l’adozione di cognomi tedeschi. Naftali Herz Homberg che viene nominato nel 1787 sovraintendente delle scuole ebraiche di lingua tedesca, critica apertamente i rabbini ed il Talmud, ed insiste perché la letteratura ebraica venga purgata dai suoi molti contenuti ostili ai non ebrei, o Gojim; ma sarà costretto a dimettersi, perché gli ebrei “tradizionalisti” che paventano la distruzione del loro autogoverno o Kahal, stigmatizzano l’ editto di tolleranza giuseppino come una Gezerah, o decreto d’oppressione, che impone loro anche l’obbligo del servizio militare.


La politica giuseppina naufraga in Galizia e Boemia, ma gli Ebrei di Vienna l’accolgono con entusiasmo, perché essa apre loro, nell’imminente futuro, la via d’accesso alla Pubblica Amministrazione, la possibilità di esercitare le libere professioni, e l’esercizio del commercio all’ingrosso. La Toleranz Patent consente l’affermarsi dilagante d’una nutrita schiera di intellettuali ebrei, educati in scuole di lingua tedesca e liberi di frequentare le Università. Ora gli Ebrei possono risiedere permanentemente nel luogo in cui scelgono di vivere, infiltrandosi, pesantemente, nella Bildung e nella Kultur tedesca.


Nel 1820, ad un’elite di nove famiglie ebree privilegiate, di banchieri, industriali, fornitori dello Stato, e grandi commercianti: i Rothschild, gli Arnstein, gli Eskeles, gli Herz, i Neuwall, i Werthenstein, gli Honigsberg, i Lämel, ed i Leibenberg, vengono conferiti dei titoli nobiliari; in un’epoca in cui ancora nessun ebreo comune gode di diritti civili o politici. Questa classe di potenti e ricchissimi finanzieri e commercianti ebrei, dominerà, dall’inizio del XIX° secolo, non solo il ristretto milieu ebraico, ma l’intera Società viennese. Le guerre contro la Francia Rivoluzionaria, e contro Napoleone, offrono alle famiglie dei banchieri ebrei, spesso legate le une alle altre da vincoli matrimoniali, nuove possibilità d’espandere le loro “attività
economiche” ed il loro potere sociale e politico. Durante il Congresso di Vienna del 1815, tutti i nomi che contano, da Madame de Staël a Franz Grillparzer, a Metternich, Talleyrand, Hardenberg, ed agli altri grandi diplomatici europei, frequentano il lussuoso salotto di Fanny von Arnstein. A Berlino un’altra ebrea, Rahel Vernhagen riceve nel suo salotto Kant, Lessing, William von Humboldt e il movimento battesimale fa grandi progressi fra i ricchi ebrei che, per ragioni di opportunismo si convertono facilmente ad un cristianesimo di pura facciata.


Essere “cristiani di nome” offre agli ebrei la possibilità d’elevare a vette inaudite il proprio rango sociale e le proprie posizioni di potere. Si tratta, come dirà il poeta ebreo Heinrich Heine, di un biglietto d’ingresso alla cultura europea. Allontanatisi dal ghetto e dall’ebraismo ortodosso, molti ebrei ricchi scelgono una “assimilazione” che consente ai neoconvertiti l’accesso ai titoli nobiliari ed ai matrimoni con l’aristocrazia viennese. Simultaneamente, per non perdere la propria reale identità, si possono fondare a Vienna, fra il 1812 e il 1826, una Scuola ebraica, ed una grande Sinagoga in stile Neoclassico.


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Salomon Mayer Rothschild, insignito del titolo nobiliare nel 1822, costruisce la prima ferrovia austriaca, e fonda anche la Banca Nazionale Austriaca. I suoi intimi rapporti d’amicizia con il Cancelliere Clemens von Mattenich, gli danno un potere politico che va di pari passo con il suo enorme potere economico. In questo periodo gli ebrei invadono le università, ed inizia da qui il loro predominio nell’ambito della letteratura, delle Arti, e del giornalismo tedeschi. In Germania sono attivi Heine, Börne, Marx, ed in Austria Adolf Fischer, August Frankl, Leopold Kompert, Moritz Sapnir, Herman Jellinek, Moritz Hartmann, e Sgnad Kuranda. Tutti loro partecipano attivamente alla Rivoluzione del 1848, che vuole rovesciare la Monarchia Asburgica, e Jallinek viene condannato a morte, con Karl- Heinrich Spitzer, da un tribunale istituito dal generale Windischgrätz.


Nel Nuovo Reichstag del luglio 1848 vi sono 4 deputati ebrei ed il ruolo svolto dai figli di Abramo nei Comitati Rivoluzionari è davvero enorme. Nel 1848, per la prima volta nella Storia Europea, nei territori di lingua e cultura tedesca, diviene evidente ciò che nella Rivoluzione Inglese del 1650, ed in quella Francese del 1790, poteva ancora passare inosservato ai distratti: l’identità palese degli obbiettivi ebraici con quelli della cosiddetta borghesia liberale e patriottica. Ponensosi dietro le quinte di una Rivoluzione Popolare, gli ebrei fanno ormai passare le proprie specifiche, e spesso ingiuste rivendicazioni, per delle aspirazioni politiche generali, ed ecco che l’emancipazione degli ebrei si trasforma, come per magia, nell’emancipazione dei popoli da una qualche terribile “Tirannia Monarchica”.

Per agire a proprio esclusivo profitto, gli ebrei ostentano d’agire a favore dell’umanità e dei diritti civili del popolo Tedesco od Austriaco. Essi fingono di non capire che i Tedeschi non si sentono tali solo perché condividono uno spazio territoriale o linguistico, ma perché il loro sangue e la loro razza sono “Germanici”. Razzisti per antonomasia, e per obbligo talmudico, gli ebrei pensano di poter aggirare l’ostacolo della razza altrui, dicendosi portatori d’istruzione, cultura, commercio, industria, e danaro “tedeschi”: ai popoli non tedeschi dell’Impero Asburgico.

Essi fingono di non capire che l’educazione ricevuta nelle scuole tedesche, non farà mai di loro dei veri “Germanici”, come un Haitiano o un  Cinese che parlano francese ed hanno studiato alla Sorbona, non saranno mai “Francesi”, ma resterà solo un negro ed un cinese che abitano e vivomo in Francia, magari con pari diritti dei cittadini autoctoni, che invece sono tali per spirito ancestrale, per sangue, e per razza. Nasce di qui, a favore esclusivo della propria razza, la negazione esistenziale ebraica delle razze altrui. Lo spostamento si attua, allora, dal sangue e dalla appartenenza genetica reale , alla cultura ed all’apprendimento educativo. Gli ebrei diventeranno perciò, per un certo periodo di tempo, i sedicenti portatori della “Cultura Tedesca” ed i principali difensori della politica germanica. In realtà, essi infiltrano nella culturatedesca il proprio fondamentale ebraismo, e fanno della politica austriaca e tedesca gli strumenti della loro potenza e del loro controllo sui tedeschi e sugli austriaci effettivi.

Ovviamente vi sarà una sana reazione a questo “paradigma ebraico del culturalismo universalista germanico, ed affioreranno ben presto le concezioni Volkisch della razza e della nazionalità schiettamente tedesca, austriaca, e germanica, che tengono, in assai scarsa considerazione, questi “patrioti” un po’ troppo cosmopoliti. A convalidare il fatto che gli ebrei fanno, attraverso la manipolazione delle altrui istanze libertarie, il gioco che più ad essi conviene, anche nell’Italia del Nord, e nel Lombardo Veneto appartenente all’Austria, gli ebrei, che dovrebbero essere dei cittadini austriaci fedeli alla Kultur tedesca, propendono invece ampiamente per le rivoluzionarie “ragioni degli italiani” contro il “Dominio Austriaco”.

Dato che gli ebrei non possono sposare le cause degli ungheresi, dei polacchi, dei Céchi, ed apparire ed essere contemporaneamente anche dei fedeli sudditi Austro-ungheresi tedeschi, ecco che il loro perverso polimorfismo politico, avalla la serie completa dei cosiddetti “pregiudizi antiebraici”, che conferiscono loro, in tutte le Nazioni, il titolo di “Estranei” opportunisti, voltagabbana e traditori. Liberati dalle antiche restrizioni del Ghetto, gli ebrei, con il loro gioco delle parti e la loro pretesa di inserirsi, ovunque, come se fossero altro che degli ebrei, stimolano, in ogni luogo, una reazione di rigetto popolare ed etnico, che essi stessi scelgono poi di definire come: “ideologia antisemita”.

La partecipazione laica, acculturata e polticizzata degli ebrei, presenti in massa alla Rivoluzione del 1848, provoca una reazione popolare violenta contro di loro: a Praga ed in Boemia vengono abolite tutte le misure di emancipazione legiferate a loro favore. Il 10 novembre del 1848, il giornale viennese Shild und Schwert, denuncia gli ebrei come la disgrazia della patria, e la chiara visione della “Dominazione ebraica” o Juden Herrschaft, esercitata con il dominio del danaro, ed il controllo pressoché totale della stampa, diventano un elemento portante della mobilitazione “antisemita” che dilaga negli ambienti fedeli alla Monarchia; siano essi aristocratici, piccolo borghesi, o popolari.

 

 

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Il Padre Fondatore di questo “antiebraismo austriaco” è Sebastian Brunner, un sacerdote cattolico che dirige un giornale lanciatosi violentemente contro la Rivoluzione del 1848: la Wiener Kirchen Zeitung. La Rivoluzione del ’48 ed il suo sottoprodotto: l’emancipazione ebraica, sono per Brunner il compendio di un processo di devastazione anticristiana della Società, e dello Stato Austriaci; prodotto e voluto dagli ebrei, e che è necessario invertire con urgenza. La Chiesa Cattolica deve fronteggiare il progetto ebraico di sovversione, che si cela dietro la mashera del Libero Pensiero. Il loro orrido e minaccioso spirito talmudico, ed il loro odio contro i veri valori cristiani, sono sostenuti dagli strumenti della potenza finanziaria e della Stampa ebraica, che sono, per Brunner, solo l’ultima arma degli ebrei nelle loro antichissima guerra contro tutte le altre Nazioni.

Nella denuncia antiebraica, non mancano nemmeno gli argomenti puramente razziali, e, negli scritti di Johann Quirin Endlich, l’Ebreo incarna tutti i mali che affliggono l’Impero. Aspra anche la reazione al ruolo spettacolare da essi svolto, nello sfacelo finanziario dell’Austria: fra il 1815 ed il 1848. La collusione fra Matternich e i Rothschild, ed il fatto che la Dinastia autriaca dipendesse dai prestiti di Stato, da loro sottoscritti, come ai tempi degli Ebrei di Corte, hanno avuto degli effetti disastrosi e delle conseguenze a tutti evidenti: gli Asburgo hanno dovuto concedere a Solomon von Rothschild, che determinava di fatto il destino di tutto l’Impero, la piena cittadinanza austriaca.

Nel 1843, Solomon può acquistare e trasmettere, per successione ereditaria, delle proprietà terriere, e ben presto i suoi possedimenti saranno più vasti di quelli della famiglia imperiale. L’aristocrazia ebraica del danaro diviene così, durante la Rivoluzione del 1848, l’obbiettivo principale della collera popolare.

“Alle radici della tirannia vi è il danaro, ed il danaro è in mano agli Ebrei”, scrive Eduard von Mûller-Tellering, che denuncia la satanica astuzia di Israele, che ha prostituito il movimento di lotta del ’48, per la libertà dell’Austria. Monarchi, soldati, e burocrati sono solo dei burattini manovrati dagli ebrei, che hanno seppellito l’Austria nei debiti, e le stanno succhiando il sangue come dei vampiri. Solo la distruzione del giudaismo: la Vernichtung des Judetums, renderà possibile la creazione, in Austria, di un autentico regime democratico. Finché la democrazia viennese è pilotata da un branco di spregevoli rigattieri ebrei, o Schacher juden, e di parolai, essa può solo consegnare l’Austria nelle mani di un milione di sanguisughe capitaliste. La rivoluzione mitteleuropea non deve eliminare solo il feudalesimo, ma spazzare via, prima d’ogni altra cosa, gli sfruttatori ebrei.

Nonostante la vittoria contro rivoluzionaria della Dinastia Asburgica, i fatti del 1848 non riportarono gli ebrei viennesi nei ghetti del Kormärz, ma accrebbero, invece, la loro fiducia nel proprio potere d’azione. La “Rivoluzione Borghese”, fallita in Austria, poteva ben prosperare altrove, in attesa di tempi più propizi. Alla vigilia della Rivoluzione del 1848, ci sono a Vienna 179 famigli ebree altolocate, ed un flusso costante di immigrati ebrei illegali,
provenienti dalla Boemia, dalla Moravia, dalla Galizia, e dal ghetto di Pressburg. Il loro numero raggiunge, nella capitale dell’Impero, le 12.000 unità, ed essi costituiscono il 2,5% della popolazione. In Austria, nel 1846, vi sono 729.000 ebrei. Al vertice della piramide sociale, nell’ambito della Comunità ebraica, stanno le raffinate famiglie di banchieri, industriali e commercianti, e poi la borghesia ebraica acculturata e germanofila, dei commercianti manifatturieri e dei liberi professionisti.


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Nella produzione e vendita al dettaglio di abbigliamento, mobili, pellami, generi alimentari, e nel settore dei “Grandi magazzini” la borghesia ebraica esercita un ruolo preponderante e devastante per l’economia globale della città. Non meno importante, è la sua presenza nella Stampa, nel giornalismo, e nel campo teatrale: Prosa, Teatro d’Opera, e Concerti. I più potenti organi di Stampa della borghesia liberale, la Neue Freie Presse, sono posseduti, gestiti, bubblicati, e scritti da ebrei viennesi. Ebrea è anche una cospicua parte dei medici, e, nel 1889, su 681 avvocati, 394 sono ebrei. Dopo il 1870, gli Ostjuden: i semiproletari e piccolo borghesi ebrei, immigrati dalla Galizia polacca, e che si guadagnano da vivere come
venditori ambulanti, cenciaioli, e piccoli trafficanti, appaiono, con il loro dialetto Yiddish, i loro abiti di foggia est europea, le ciocche di capelli ai lati del viso, ed il loro Ebraismo tradizionalista e talmudico, in netto contrasto con la borghesia ebraica germanizzata della capitale.

Portando via con ogni mezzo sleale la clientela, ai piccoli commercianti ed agli artigiani locali, sono proprio essi a produrre quella reazione popolare che verrà stigmatizzata dagli ebrei come “Antisemitismo”. Studenti universitari, piccoli commercianti, artigiani, sono i più
danneggiati dall’invasione semita Galiziana ed Ungherese di sarti, calzolai, battiloro, tornitori, tappezzieri, fabbri, rilegatori di libri, e falegnami, che tolgono il pane di bocca ai locali che esercitano gli stessi mestieri. Gli ebrei viennesi sono sovrarappresentati in settori come le banche, le imprese, i Grandi magazzini, le professioni liberali e la Vita culturale; gli ebrei Galiziani hanno invece un ruolo fondamentale nel traffico di prostitute e primeggiano anche come tenutari di bordelli, truffatori, e contrabbandieri.


Nel 1873, concepita come un ramo della Alliance Israelite Universelle di Parigi, viene istituita a Vienna la Israelitische Allianz, di cui Joseph Wertheimer è il primo presidente. Wertheimer considera questa istituzione in termini messianici; come una moderna espressione laica del monoteismo ebraico. Si tratta, invece, di uno strumento di palese autoconservazione ebraica, truccata da liberalismo progressista ed universalistico. Essa promuove in ogni campo l’emancipazione ebraica, ovvero il “Dominio ebraico”, ottenuto devastando la cultura e le diverse tradizioni razziali ed etniche delle diverse “Patrie d’adozione”, cadute le quali, resterà solo un “civismo cortese e democratico”, liberale e moderno, perché ebraico.

A partire dal 1881, gli Ebrei Russi tentano di entrare in Austria, ma l’Allianz ne scoraggia l’afflusso, contribuendo invece finanziariamente alla loro immigrazione negli Stati Uniti d’America, prossimo teatro d’azione della loro scalata al potere planetario. Nel 1882 a Parigi, Edmond de Rothschild riceve da Wertheimer delle lettere che gli spiegano che l’Austria non può accogliere i “rifugiati russi”, pmerché gli Ebrei della duplice monarchia asburgica sono già impegnati ad arginare l’ondata di antisemitismo viscerale che sta crescendo nel paese. Maurice de Hirsch (1831- 1896), grande industriale e magnate delle ferrovie, discendente da una famiglia di Ebrei di Corte bavaresi, è il primo filantropo ebreo a concepire il reinserimento su larga scala degli ebrei, in Canada, Stati Uniti, Argentina e Brasile.

A tal fine, egli istituisce a New York la “Fondazione barone Hirsch”, creando, nel 1891 l’Associazione per la Colonizzazione Ebraica. Hirsch, che promuove il ritorno alla terra, è tuttavia contrario al reinsediamento nella Palestina araba, e predilige le Americhe e l’Argentina in particolare. I ricchi finanzieri ebrei, come Rothschild e Hirsch, sembrano non comprendere che l’anrisemitismo fin de siecle è in gran parte dovuto a loro, al modo in cui hanno ottenuto le loro immense ricchezze, e all’influenza oppressiva che essi esercitano dietro le quinte della Politica mondiale. I ricchi ebrei da salotto, pur attuando spregiudicatamente delle manovre finanziarie che rovinano interi popoli, predicano coralmente il Vangelo della pura umanità, e mostrano di interessarsi più al Teatro, alla Letteratura, alle Arti visive, ed alla Danza, più che alla promozione della loro Religione Ebraica.

 

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Essi vogliono far passare la capacità di leggere e scrivere correttamente il tedesco, l’inglese, il francese, o l’italiano, per delle virtù intellettuali e morali che, a loro dire, caratterizzerebbero l’uomo di cultura ebreo. La plateale filantropia umanistica, degli ebrei viennesi, è però solo una maschera, che occulta abilmente il vero volto, e l’intenzione ipocrita della loro “ lotta di classe”, che non è altro che un mezzo utile alla loro conquista del potere mondiale. Theodore Herzl, fondatore del sionismo, contrappone le sofferenze della massa degli ebrei poveri, alle lussuose doppiezze degli ebrei straricchi, che sono, secondo lui, i soli e veri responsabili del dilagante antisemitismo. Per Herzl, il Ghetto ha nuociuto fortemente al carattere ebraico, inducendo, gli ebrei, ad esercitare dei mestieri immorali e delle azioni assai spesso disoneste, o palesemente criminali. Dice Herzl:

“Se la filantropia ha per oggetto l’intero Popolo ebraico, allora si chiama Politica ebraica, e la politica che il popolo ebraico cerca di praticare, per la propria esclusiva prosperità, diviene, allora, la filantropia e la politica degli Ebrei.”

“ Gli ebrei si autopropongono come un Popolo senza “Ombre”, immacolato e totalmente luminoso, il che è per lo meno assurdo. Gli ebrei ricchi sono gente di cui si sente continuamente parlare, soprattutto per le manovre di Borsa, con cui fanno precipitare nel proletariato i piccoli commercianti, e nella miseriaz tutti gli altri proletari. Se ne sente dire anche per la corruzione che diffondono attorno a sé, come un miasma ed un tanfo ammorbante e pestilenziale. Stiano attenti, questi signori presenti ovunque, tranne laddove gli ebrei poveri sono impegnati in una dura lotta, che contro di loro, ed alle loro spalle, non sorga un secondo movimento popolare, numericamente meno consistente del primo, ma proprio per questo, molto più disperato e deciso. Oh, si, vi sono fra di loro i cosiddetti “filantropi”, ma essi non fanno altro che generare degli Schonorrer: dei mendicanti ebrei di mestiere, ed offendere il popolo ebraico con le loro caritatevoli donazioni, tratte da patrimoni accumulati spesso in modo assai dubbio.”

 

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Durante la vita di Herzl, la sua minaccia di scatenare un moto popolare ebraico, basato sulle miserevoli condizioni degli Ostjuden, contro l’establishmente ebraico viennese, ostile al suo sionismo, non si tradurrà mai in termini operativi, e la sua morte prematura porrà fine a simili
fastidiosi avvertimenti. Il problema principale che la Comunità Ebraica deve affrontare al suo interno, negli anni 1850- 1860, resta comunque quello dell’antagonismo fra Giudaismo Ortodosso e Giudaismo Riformato. A chiarire le reali intenzioni distruttive degli ebrei, restano comunque parole deliranti come quelle di Adolf Jellinek, studioso della Qabbalah e del misticismo dello Zohar, nipote del famoso rabbino talmudista Hirsch Broda, e, tuttavia, ben deciso a “modernizzare” l’ebraismo.

“ In opposizione al Culto pagano della Bellezza, la Missione di Israele è stata e continua ad essere quella di spazzare via dalla faccia della terra l’idolatria, la violanza, l’arbitrio, il caos e la follia, producendo, al loro posto, l’unità del Creato e del genere umano; sulle basi della moralità, della giustizia, e della verità. La guerra d’Israele contro gli Dei pagani è tenace ed inflessibile: contro la crudeltà e la barbarie. Il Popolo di Israele è stato “Eletto” per compiere questa missione: illuminare con la sua luce tutte le Nazioni della Terra. La sua forza è quella di questa Missione Messianica.”

In nome della concezione cosmopolita, basata sul ruolo messianico del monoteismo ebraico, Jellinek non tralascia la “ Coscienza della Stirpe” degli Ebrei, ovvero il loro implicito “razzismo viscerale” nei confronti dei non ebrei. “ Il Particolarismo tribale ebraico, ne garantisce la continuità tradizionale, ed il forte senso dell’ identità etnica. Il Volkgeist ebraico è una realtà che trova espressione nella lingua, nella letteratura, nella Storia, nella Religione, nella morale, e soprattutto nel “Carattere” e nell’Ethos del popolo ebraico. Bisogna distinguere fra particolarità Nazionale e Particolarità di Stirpe. Gli Ebrei non possiedono alcuna caratteristica nazionale, ma grazie al loro “universalismo” assorbono, adattandole a sé stessi, certe particolarità della Nazioni in cui sono nati e sono stati educati.

Nel ghetto domina il particolarismo ebraico basato sulla “Legge orale” o Hakekah, e sull’osservanza dei Riti. Sia l’epoca Talmudica rabbinica, che la Qabbalah,k sono espressioni create dalla sfida del Cristianesimo, e da un sostanziale isolamento storico.”


Nel 1859, le sconfitte austriache nell’Italia del Nord, e le prime vicende del Risorgimento Italiano, accendono negli ebrei l’urgenza di un progetto per sbarazzarsi delle loro “secolari catene”. La “Resurrezione d’Israele” diventa pmossibile con la Costituzione del 1867. Nel 1860 gli ebrei viennesi sono 40.000, e nel 1891 salgono a più di 100.000. Paul de Lagardie, orientalista tedesco apertamente “antisemita”, denuncia, a quei tempi, il carattere cosmopolita, mercantile e cospiratorio degli ebrei. I grandi gruppi finanziari dei Rothschild, dei Todesco, degli Auspitz, dei Lieben, dei Wodianer, di Gustav Springer, ed i Königswarten, continuano a svolgere il loro ruolo di primo piano nello sviluppo dell’industria e del commercio “Austriaci”; nel finanziamento delle principali linee ferroviarie, e nel sovvenzionamento del traballante bilancio dello Stato Asburgico. Gli ebrei possiedono il
monopôlio dell’Alta Finanza, dell’Industria tessile, dell’Industria della Birra, dello zucchero, del carbone, e della lignite. Petschek e Weinmann possiedono il 75% dei giacimenti della Moravia e della Slesia.

 

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L’industriale miliardario patrono delle Arti, Karl Wittgenstein, padre del filosofo Ludwig, coetaneo e compagno di scuola di Adolf Hitler, domina il Cartello dell’Acciaio dell’Impero Asburgico. Egli ha rotto i ponti con il giudaismo ortodosso e con gli ebrei, ma i Rothschild, i Königswarten, i Gutman sono ben attivi nella Israelitische Kultursgemende, ed alcuni finanzieri, come Freiherr sono seguaci della più stretta ortodossia ebraica. Tutti costoro esercitano, più o meno discretamente, una pesantissima influenza sulla politica imperiale asutriaca, e sui vari governi dell’Europa Centrale.

Rudolf Sieghart sarà l’eminenza grigia di parecchi governi austriaci, nel primo decennio del 1900, tanto da convincere Francesco Ferdinando, erede al trono, d’essere al centro di una congiura ebraica contro l’Impero. Il monopolio ebraico viennese dell’Alta Banca, non verrà mai minacciato, prima del 1914, quando ci si accorge che la loro percentuale di presenze,nelle posizioni chiave dello Stato Asburgico è salita all’ incredibile quota del 98%.
Appare chiaro, ai più avveduti, che la fedeltà dell’elite finanziaria ebraica all’Impero, il suo fervido patriottismo, e la sua adesione allo Stato multinazionale asburgico è una facciata opportunistica da porre in discussione. Gli ebrei dominano completamente il campo giornalistico, come proprietari, direttori, e collaboratori dei quotidiani viennesi, e sono chiaramente al soldo della finanza ebraica, favorendone in ogni modo le speculazioni ed i giochi di Borsa. Nel giornalismo viennese lasciano il segno Theodor Herzl, Victor Adler, e Karl Kraus.

A Vienna tutti possono verificare de visu che la vita pubblica, la letteratura, il Teatro, le Arti, le professioni liberali, l’Istruzione universitaria, e le organizzazioni sociali sono interamente dominate dagli Ebrei. Nell’esercito, nel 1902 gli ebrei sono 60.000 e costituiscono il 20% degli ufficiali. L’Imperatore Francesco Giuseppe, apertamente favorevole agli ebrei, viene soprannominato lo Judenkaiser, e per gli ebrei egli costituisce un vero e proprio baluardo contro l’antisemitismo di uomini come Karl Lueger, August Rohling, Ernst Schneider, e Franz Holubek.


Nel frattempo, i pangermanisti austriaci rifiutano totalmente la struttura plurinazionale dell’Impero asburgico e si dichiarano fedeli al Volk tedesco, e non allo Stato liberale austriaco, che in realtà è in mani ebree. Per essi, gli ebrei visti come un Popolo sovranazionale presente in uno Stato sovranazionale, sono i simboli centripeti della Monarchia: i Subnazionali che costituiscono la pece semita che invischia e opprime la sostanza popolare ariana dell’Impero. A partire dal 1879, un antisemitismo, fondato sulla lotta al dominio capitalistico ebraico, nella finanza, nella stampa, e nella cultura, entra a far parte del programma Social-Nazionale di von Schoenerer, capo della radicale opposizione al
regime clerical- conservatore di Taaffe. Schoenerer attacca gli ebrei “come vampiri che invadono le misere case dei contadini e degli artigiani tedeschi”, accusando la Monarchia Asburgica d’essere collusa con i Rothschild nel vergognoso sfruttamento della popolazione.


Nel 1887, Schoenerer, che ha 7 seggi al Reichstat, presenta al Parlamento austriaco un disegno di legge antiebraica, che mira ad impedire l’immigrazione deglmi ebrei russi nei territori dell’Impero, con lo scopo di tutelare gli interessi ed i diritti delle classi lavoratrici autoctone. Il progetto ottiene 30.068 firme e descrive apertamente questo popolo straniero, gli ebrei, come : “ Nemici della civiltà cristiana, e delle Nazioni di origine ariana; non solo dei tedeschi, ma anche delle altre nazionalità austriache. Avviene difatti che, in seguito al loro continuo incremento, gli ebrei ottengono un numero sempre maggiore di posizioni monoplistiche, in importanti settori, ed in particolare in quello della Stampa, di loro proprietà, in cui vigono una deformazione dei fatti ed una corruzione, che mettono in pericolo l’intero ordine pubblico.

Gli studenti austriaci sono, fin dall’inizio, la componente più decisamente antiebraica in seno
al Pangermanesimo, e le associazioni studentesche tedesche, che venerano Bismarck ed il Reich germanico, in risposta all’invasione ebraica delle Università, dove il 40% degli studenti ed il 48% degli insegnantie, risulta essere ebreo, scludono questi elementi “estranei”dalle loro file. L’antisemitismo Volkisch viene patrocinato, nella Germania bismarckiana, da Richard Wagner, Wilhelm Matr, Eugen Dühring, e Paul de Lagarde, per i quali gli ebrei “germanizzati”, non sono solo del tutto estranei allo spirito tedesco, ma sono anche i veri responsabili della degenerazione mercantilistica della società e della cultura europee.

Lo sradicamento spirituale e culturale, indotto dal mammonismo ebraico, è una piaga ormai evidentissima, sia in Germania che in Austria. Schoenerer e i suoi seguaci, pur essendo ideologicamente più prossimi al paganesimo teutonico, distanziandosi dalla tradizione popolare cattolica degli austriaci cristiano sociali, essi pure antiebrei, organizzano anche il movimento “Los von Rom”, Rompere con Roma, che punta ad una conversione luterana di tutti gli austro tedeschi. Karl Lueger, cristiano sociale che sarà borgomastro di Vienna, dice degli ebrei:

“ Lupi, pantere e tigri, sono esseri umani, in confronto a questi animali da preda in veste umana. “.

La principale responsabile dell’antisemitismo è stata la Stampa liberale ebraica. La sua corruzione, il suo mostruoso demonismo, dovevano necessariamente fare emergere dalla Nazione un contromovimento. Noi non vogliamo che i cristiani siano oppressi, né, che in Austria, il vecchio Impero Cristiano venga sostituito da un Impero Ebraico. Questo non è un moto d’odio per il singolo ebreo, per l’ebreo povero; No signori! Noi avversiamo soltanto l’oppressione del Grande Capitale, che è nelle mani degli ebrei. Il Volk cristiano di Vienna non è più padrone in casa sua, il popolo minuto viene sfruttato dagli ebrei anticristiani, che monopolizzano l’industria, il commercio, e le Banche. Gli Ebrei, in base alla loro morale, alla loro lingua, ed alle loro usanze tribali, costituiscono una particolare Nazione Orientale, distinta dalla nostra; essi ci considerano come estranei, e riconoscono apertamente di non appartenere al nostro Popolo.”


Un notevole peso ha anche il libro “Der Talmudjude”, del 1871, scritto da August Robling, professore di lingue semitiche dell’Università di Praga. In esso si afferma che il Talmud esige che gli Ebrei opprimano senza pietà alcuna i Cristiani, pianificandone accuratamente la rovina morale ed economica. Per i sostenitori Völkisch dello spirito della Razza germanica, la stessa fede cattolica è, essa stessa, una fonte spuria che alimenta la perniciosa giudaizzazione dei popoli ariani: essa è un simbolo evidente di quel “nemico interno” che deve essere eliminato.
Lo spirito semita ha infettato la Germania quando Lutero ha tradotto in tedesco la Bibbia ebraica.

La Vienna Jugendstil è anche il luogo di nascita del Sionismo politico di Theodor Herzl, oltre che essere, fin dal 1880, il centro di gravità del nazionalismo ebraico nel mondo di lingua tedesca. Un piccolo gruppo di studenti ebrei fonda, nel 1882, l’Akademischer Verein Kadimah, che permetterà poi a Herzl di dare vita al primo movimento sionista per la colonizzazione di Erez Israel: la Palestina araba.


Max Nordau,
al primo Congresso Sionista di Vienna, del 1897, definisce l’ebreo emancipatosi all’occidentale come: “Uno storpio al di dentro ed un simulatore al di fuori; un essere inautentico ed odioso, che spreca le sue migliori ernergie per nascondere il suo vero carattere”. Sarà poi un ebreo russo, Leon Pinsker a sintetizzare, nel suo opuscolo: L’Autoemancipazione, l’ideologia più coerente della Kadimah. Egli cita Hillel, un mistico ebreo del primo secolo vissuto in Palestina. “Se io non mi aiuto, chi mi aiuterà? E se non ora, quando? Pinsker considera la giudeofobia una “aberrazione psichica” ed una “demonopatia”, che affligge i popoli della terra che sono entrati in  contatto con gli Ebrei; il Popolo Eletto dell’odio universale. La soluzione è la creazione di una Nazione Ebraica che viva sulla propria terra.

 

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La Kadimah sviluppa il culto patriottico dei Maccabei: modelli ancestrali della Rinascita Nazionale Ebraica, e fa delle feste religiose di Chanokah, un moderno culto nazionale del proprio retaggio spirituale. Herzl, nato a Budapest nel 1860 da una famiglia borghese di commercianti, si trasferisce a Vienna con i genitorti nel 1878, dove diviene studente di Legge e dove matura Il suo progetto sionista di una Erez Israel. Herzl si racconta, lui pure, la filastrocca tanto cara ed utile agli ebrei, che recita: “Le forze dominanti ci hanno costretto al traffico del danaro”. Il fatto reale è che gli ebrei, esattori delle tasse imperiali, hanno sottratto al popolo enormi quantità di danaro, che poi è stato, alla resa dei conti, loro confiscato. Queste perdite di beni, ottenuti in modo illecito, con l’usura, costituiscono le “grandi sofferenze e le terribili oppressioni subite dagli ebrei”: traumi che ne avrebbero modificato il carattere che, in altri tempi, non meglio specificati, sarebbe stato nobile ed orgoglioso.

Herzl mente a sé stesso, sul carattere del suo “Popolo del Ghetto” e lo fa pensando che il sionismo possa guarire la sua razza dalla propria ossessiva adorazione del danaro. Egli sa che gli ebrei sono subdoli, pusillanimi, vili con i forti e creudeli con di deboli, e che vivono
parassitando il lavoro altrui, ma pensa che una cura dei “bei gesti teatrali” possa loro insegnare le vere virtù virili. Liturgia, mito, e simbolo diventano gli aspetti viennesi dell’azione politica di Herzl. Con notevole acutezza, egli dirà di sé:

“ Io sono ancora il commediografo, che prende dalla strada degli individui poveri e cenciosi, li riveste di abiti bellissimi, e li fa recitare dinanzi al mondo un magnifico lavoro teatrale da me concepito.”

Così Herzl crea, nella sua politica, l’illusione scenica del potere sionista ebraico, che gli conquista l’applauso dei suoi correligionari, ed un successo spettacolare. Il titolo di questo suo Dramma potrebbe essere: “La tribolata salvezza del Popolo Ebraico, dalla persecuzione razziale in Europa”. La menzogna fondamentale di Herzl, è il suo affermare che: gli Ebrei hanno tentato onestamente di assimilarsi ai popoli che li ospitavano. Egli sa benissimo che proprioil conservare la fede dei propri padri, impedisce agli ebrei ogni possibile assimilazione, e che essi valutano i non ebrei come esseri inferiori a sé: Popolo eletto dal proprio Dio tribale, Jahvé, al dominio sulla Terra e su tutte le Nazioni.


Gli ebrei abitano da secoli in Patrie che essi non considerano le proprie, se non quando le possiedono tangibilmente e materialmente, dopo averle scippate agli autoctoni, con abili manovre finanziarie d’esproprio terriero. Essi, rispetto alle razze ospitanti, sono e restano degli “stranieri” in casa altrui, almeno fintantoché non abbiano raggiunto una notevole consistenza numerica; allora sarà la maggiranza numerica a decidere a chi appartenga un Paese, e non la genetica o il sangue degli antenati.

Nel 1891, in seguito all’affare Deyfus, Herzl che ha scritto in uno stato di rapimento mistico il suo “Stato Ebraico”, afferma pubblicamente che la sorte di Dreyfus coincide con quella degli ebrei nella società moderna. Lo Stato Ebraico analizza in modo stravagante la “Questione ebraica” e propone un minuzioso progetto operativo, basato sull’assioma che l’antisemitismo sia il prodotto del successo e dell’emancipazione degli Ebrei. L’invidia dei cristiani per questi abili concorrenti mercantili, sarebbe, a suo dire, la molla principale dell’odio antiebraico, che avrebbe le sue radici nella struttura stessa della Diaspora.

L’idea che sia stata la radicata attitudine antisemita dei Gentili, o Gojim, e non il carattere stesso dell’ebreo talmudico, a spingere quest’ultimo alla pratica dell’usura, che Herzl chiama eufemisticamente “Negoziazione del danaro”, è un’altra dimostrazione della capacità ebraica di cambiare le carte in tavola, truccandole, e mistificando i fatti. La presunta “legittima difesa” dei Gentili contro l’azione truffaldina degli ebrei è, per quel che riguarda costoro, una causa di “mostruose ed ingiuste sofferenze”. Il Popolo ebraico non ha mai voluto integrarsi in nessun “crogiolo razzziale”, non ha mai pensato di scomparire nel “melting pot” planetario, ma ha invece sempre agito, ed angora agisce, per costringere alla scomparsa, in esso, tutti gli altri popoli e le altre razze.

Herzl ripropone l’Esodo degli Ebrei verso la Terra Promessa, del tutto incurante che questa Eretz Israel sia, in realtà, la Patria degli Arabi Palestinesi. L’Agenzia Ebraica londinese dovrà provvedere al reinserimento degli Ebrei in Palestina, o, nel peggiore dei casi, in Argentina. Herzl riesce a dire, con un’arroganza da squilibrato, delle enormità come la seguente:

“ La Palestina è la nostra Patria Storica, indimenticabile. Se sua maestà il Sultano ci desse la Palestina, potremmo in cambio sistemare completamente le finanze della Turchia. Per l’Europa saremmo un baluardo contro l’Asia: avamposti della civiltà contro la barbarie. L’Europa dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per i Luoghi Santi della Cristianità, di cui noi saremmo la guardia d’onore, si potrebbe trovare una qualche forma d’extraterritorialità, facendone un simbolo per la soluzione del problema ebraico, dopo 18 secoli colmi, per noi, d’ogni tribolazione.”

Agli stessi ebrei, il sionismo di Herzl sembra il vaneggiamento d’un pazzo: dovrebbero laciare le loro ville sulla Ringstrasse, i loro affari miliardari, ed i loro lucrosi incarichi per emigrare, armi e bagagli in Palestina,fondandovi una Nazione. Herzl cerca di guadagnare i Rotschild al suo progetto, con un appello ad Albert, capo del ramo viennese della famiglia. Non riceverà nessuna risposta e nessun sostegno. L’Esodo dei propri simili dall’Europa, non interessa nemmeno i ricchi ebrei d’Inghilterra e di Francia, per cui Herzl minaccia la mobilitazione delle masse ebraiche contro la plutocrazia degli Ebrei della Borsa e delle Banche, che sono la vera causa dell’antisemitismo, e per cui il denaro è tutto ciò che davvero importa. Fra questa gente piena di soldi, cinica e materrialista, corrotta e corrutrice, abile nei matrimoni combinati quanto negli affari truffaldini, nelle speculazioni di Borsa, come nella promozione lobbystica di un vergognoso carrierismo politico, Herzl, che Karl Kraus chiama “Re di Sion” non trova alcun seguito. La sua morte improvvisa, il 3 luglio del
1904, a soli 44 anni, lascerà nella costernazione solo il corteo degli ebrei poveri, a cui questo scrittore e poeta mediocre, a detta di Stefan Zweig, lui pure ebreo, ha regalato una speranza ed un sogno di libertà.


Il sionismo nega la struttura religiosa della vita ebraica, sfida l’autorità della Torah, e dei suoi potenti rabbini, e, per gli ultra ortodossi, esso è una profanazione ed una bestemmia. Per i riformatori, esso è un meschino ritrarsi dalla “missione universalistica ebraica” del Cosmopolitismo dei Cittadini del mondo, che si credono “Padroni del mondo”; in direzione di un anacronistico Nazionalismo tribale. Nessun ebreo ricco e “riuscito”, nessun banchiere, commerciante od industriale, può seriamente pensare d’emigare da Paesi dove ha raggiunto ricchezza, posizione sociale e potere, in una Palstina araba depressa ed arretrata, che non è che una lontana provincia musulmana dell’Impero Turco. Una simile sciocchezza idealistica, può attrarre solo i giovani ebrei idealisti e disperatamente poveri, provenienti dall’Europa Orientale. Ai ricchi filantropi ebrei, sborsare denaro in favore degli insediamenti in Palestina, sembra il colmo della follia.


Non deve esistere una Nazione ebraica, perché gli Ebrei costituiscono una “Stirpe particolare”, ed una specifica comunità religiosa. La coesione etnica perorata dai sionisti è un artificio che contrasta con la fede ebraica nel loro Patto d’elezione esclusivo con il proprio Dio Jahvé: una monolatria che, da secoli, gli ebrei spacciano felicemente per Monoteismo mondialista. Uno dei più combattivi critici antisionisti, è lo scrittore satirico, ebreo boemo, Karl Kraus, che nel 1898 pubblica un velenoso libello contro Herzl ed il suo sionismo: Eine Krone für Zion. Per lui i dandies ebrei della Ringstrasse: Hermann Bahn Schnitzler, Ben Hoffmann, Herzl, e Salten, sono i fanatici da salotto del giudaismo, per cui l’idea della segregazione in un Nuovo Ghetto palestinese è un’ottima idea. Costoro tentano di tramutare i “nasi ad uncino” degli ebrei, in un titolo di merito.


Creare illusioni non significa promuovere riforme sociali, ma ingannare deliberatamente una massa di ignoranti. Gli strali di Kraus sono diretti contro Herzl, “Der Konig von Zion”, e contro un altro ebreo sionista: Max Nordau. Nomi come quelli di Freud, Adler, Schnitzler, Weininger, Broch, Zweig, Mahler, Schömberg, Altenberg, Kraus, Hoffmanstal, Wittgenstein, mostrano con chiarezza il ruolo centrale che gli ebrei hanno svolto nella cerchia dei “principali innovatori” della cosiddetta “Cultura Viennese”. Kraus e Weininger sono due ebrei nemici dell’ebraismo e dei suoi “valori”, di cui misurano e rivelano falsità ed immoralità.

 

 

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Distruttore di celebrità gonfiate, Ktaus diviene, per ebrei come Sigmund Freud, abile nel produrre incredibili guazzabugli psicologici, il prototipo dell’ebreo antisemita: uno che ha rifiutato le “componenti ebraiche” della propria personalità. L’”Odio di sé” diventa una comoda etichetta, con cui classificare ed esorcizzare tutti quegli ebrei che, per una loro individuale evoluzione, non si conformano più ai valori ed agli intenti del “gruppo ebraico” e
non ne scusano né santificano i mezzi ed i fini. L”autoconsapevolezza individuale di ciò che nell’ebraismo e negli ebrei è marcio, ed immorale, diviene allora “antisemitismo”, se l’individuo è ariano o non ebreo, ed “Odio di sé”, ovvero antisemitismo ebraico, se, malauguratamente, l’individuo in questione è un ebreo. Resta implicito il dogma che l’ebreo debba essere un filosemita ed un accanito sostenitore degli Ebrei; sempre ed in ogni caso, anche se questi valgono meno di nulla od agiscono come veri e propri criminali.


Tuttavia, non è certo Karl Kraus ad inventare la Judenfrage, dato che a Vienna, nel 1900, la vita pubblica è dominata a tal punto dagli ebrei, che l’ebreo Friedrich Austerliz, direttore della Arbeitzeitung, può affermare senza alcuna inibizione:

“ Gli Ebrei posseggono, nello Stato moderno, tutti gli strumenti del Potere: le Banche, le Cattedre Universitarie, e, nelle Scienze, nelle Arti, e nella Politica, la consorteria ebraica occupa le posizioni dominanti. Ma ciò che più ha contribuito all’avanzata dell’antisemitismo in Austria, è stato il fatto che, per lungo tempo, la stampa viennese è stata in mano agli ebrei. Si trattava di una congiura in favore degli ebrei: la leggenda della solidarietà degli ebrei è una realtà. Molti sono stati spinti all’antisemitismo dall’intolleranza ebraica, che sempre reagisce ad ogni parola detta contro gli ebrei, per giusta che sia, con l’odio tipico del loro Dio esclusivo: Jahvé, protratta fino alla settima generazione. L’infezione antisemita è quindi un male causato dal virus ebraico. Gli attacchi alla Finanza ed al dominio ebraico sulla Stampa, od alla Classe Dirigente ebraica, pur non toccando gli ebrei, né come singoli individui, né come gruppo, vengono tuttavia fatti passare, dagli Ebrei liberal-capitalisti, per antisemitismo generalizzato.”

 

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L’ostilità di Kraus nei confronti dell’ebreo Benedikt, il potente direttore della “Neue Freie Presse”, ed il suo disgusto per lo snobismo culturale e la presunzione del liberalismo austriacoi, rappresentato per lo più da ebrei borghesi, dipendono dai suoi bizzarri compagni di viaggio. Uno di essi è Jörgen Lanz von Lebenfels, il mistico profeta dell’arianesimo austriaco, che influenzerà il giovane Adolf Hitler, e che ammira le pubblicazioni del biondo ebreo Kraus.

Kraus pubblica sulla sua rivista: Die Fackel, La Fiaccola, anche parecchi articoli di Houston Stewart Chamberlain, che allora vive a Vienna, e pur non essendo un ideologo della supremazia razziale germanica, condivide con gli assertori dell’arianesimo teutonico, l’antipatia feroce per il corrotto liberalismo ebraico della Borsa e della Stampa, che sono, per lui, la causa principale dell’antisemitismo. Kraus sbeffeggia anche il sionismo di Theodor Herzl, l’azzimato dandy ebreo della Rinstrasse, che posa a Re di Sion – patetica caricatura di Messia- e che tenta di resuscitare dal sepolcro un cadavere ormai putrefatto: il “Carattere d’un popolo ebraico” estintosi da più di 2000 anni.

“L’abito a lutto che indossa per il suo popolo, Herzl l’ha noleggiato dal sarto più alla moda”.

Per Kraus, la soluzione del “problema ebraico” consiste nell’ autodissoluzione degli ebrei come gruppo, e l’abbandono delle loro caratteristiche di razza. Questa “morte etnica” Kraus la realizza nel 1898, a 23 anni, abbandonando la Comunità ebraica e dichiarandosi Konfession Los: Fuori Confessione. Egli identifica lo “Spirito Ebraico” con il piatto materialismo ed il filisteismo culturale, che corrompe la purezza della lingua, della cultura, e dei valori sociali e morali tedeschi. Il suo è il Kultur antisemitismus: l’antisemitismo mitteleuropeo dell’ebreo colto, avverso agli gli ebrei liberal capitalisti e “modernisti”, che egli condivide con Otto Weininger, suicida a 23 anni.


“Io ho dichiarato che il filosofo Weininger, convertitosi per intima convinziona al cristianesimo, e rappresentante dell’idealismo tedesco, era molto più tedesco di molti tedeschi invasati dallo spirito ebraico. Ma ciò che evidentemente supera la comprensione delle menti ristrette e faziose, è il fatto che si può criticare radicalmente il giudaismo di un Disraeli e soci, ed ammirare, invece la cultura autenticamente tedesca di ebrei come Heine, o Ferdinand Lasalle, e che non si deve confondere il rifiuto assoluto del giudaismo, cioé l’antisemitismo scientifico ed intellettuale, con l’antisemitismo degli attaccabriche, mossi in genere, da invidia materiale, o con il clericalismo reazionario. Il Partito Ebraico vede le cose con lucida chiarezza: non è l’antisemitismo plebeo che esso teme, ma il superiore antisemitismo intellettuale di un Houston Chamberlain.”

 

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Weininger scrive “Sesso e Carattere” nel 1903, ispirato dai Fondamenti del XIX secolo di Chamberlain, e il suo antisemitismo, come quello di Kraus, diventa, per gli ebrei una “spietata autocritica”. Il più radicale antiebraismo può così venire metabolizzato, e digerito, come il sintomo di una patologia individuale da individuare. Ecco allora che Otto Weininger, nato il 3 aprile del 1880, in una famiglia di colti ebrei viennesi “assimilati”, può essere compreso non per ciò che esprime direttamente e chiaramente, ma, grazie ai tipici contorsionismi dell’ebreo Sigmund Freud, attraverso i suoi “problemi personali di identità ed angoscia sessuale”. In pratica, chi è contrario all’ebraismo ed a ciò che gli ebrei fanno di poco pulito, o d’illecito, deve venire automaticamente considerato come un “malato mentale”, o se è ebreo, come un “odiatore di sé stesso”.

Weininger dice:

“ Si deve ritenere il giudaismo come una tendenza dello spirito, una costituzione psico-animica possibile ad ognuno, e che però, nell’ebraismo religioso, razziale e storico, ha avuto la sua realizzazione più eclatante. Gli Ariani più genuini sono generalmente filosemiti, per quanto per loro siano moleste alcune caratteristiche ebraiche piuttosto evidenti. Gli antisemiti violenti mostrano sempre delle “qualità ebraiche”, ed il loro odio deriva dal fatto che riconoscono in sé stessi alcune qualità indesiderate di cui vorrebbero liberarsi. Le nature più basse fra gli ariani sono attivamente antisemite, perché non hanno mai saputo giudicare sé stesse. Questa psicologia proiettiva spiega anche il fatto che gli antisemiti più violenti si trovano fra gli ebrei. L’uomo odia solo colui che gli ricorda sgradevolmente se stesso.”

“L’importanza storica, ed il merito immenso del giudaismo, consistono nel condurre continuamente l’ariano all’autocoscienza, e nell’ammonirlo a restare quello che è. Questa è la gratitudine che l’ariano deve all’ebreo; sapere da che cosa debba guardarsi.”

“Cristo fu un ebreo, ma lo fu solo per vincere in sé completamente l’ebraismo, perché chi vince il dubbio più potente e sa sollevarsi al di sopra della negazione più squallida, può affermarsi nella maniera più positiva.L’Ebraismo era il peccato originale particolare di Cristo; la sua vittoria sull’ebraismo è ciò che lo pone al di sopra di Buddha, di Confucio e di tutti gli altri. Cristo è l’uomo più grande, perché si è misurato con il maggiore nemico. Egli resterà forse l’unico ebreo cui sia riuscita una tale vittoria sull’ebraismo; il primo ebreo divenuto in tutto e per tutto cristiano, sarebbe quindi anche l’ultimo.”


Weininger, la cui accusa antiebraica è ancora più ampia e globale di quella di Kraus, vede se stesso come l’uomo che, all’albeggiare del XX° secolo, libererà l’umanità dalle potenze demoniache della femminilità e del giudaismo: un Redentore fin de siecle dei demoni della corruzione terrena, e l’annunciatore d’un nuovo Dio, immanente all’animo umano. Per Weininger, all’ebreo come alla donna, manca la grandezza morale, e per lui la Famiglia è superiore allo Stato ed alla Società; la conservazione della propria razza gli preme molto di più della conservazione dell’individuo. L’inferiorità spirituale degli ebrei è strettamente legata alla loro religione.

“La loro arroganza ed il loro fanatismo derivano da un’innata “disposizione al servilismo” già presente nel Decalogo Mosaico: il Codice più immorale della Terra, che promette il benessere materiale e la conquista del mondo, a patto che si obbedisca ciecamente ad una potente volontà altrui. Gli ebrei sono privi di anima, d’ogni senso del divino nell’uomo, e della fede nell’immortalità. Incapaci di vero misticismo, essi mancano di una reale fede in Dio. L’ebreo è il prototipo del materialista incredulo, e del libero pensatore che ignora ed esclude tutto ciò che è trascendente. Egli vuol vedere il mondo nel modo più piatto e comune possibile, perciò propugna il Darwinismo e le concezioni meccanicistiche e materialistiche del mondo. Non è quindi un caso, che gli ebrei pratichino la medicina e la chimica, e che riducano la scienza terapeutica ad una banale questione di sintomi e di farmaci.

La scienza ebraica senz’anima, è l’antitesi della nobile concezione ariana, ed anche nell’ambito della Filosofia, il contributo ebraico è superficiale e deterministico. Perfino Baruch Spinoza, il più eminente ebreo degli ultimi 19 secoli, manca di profondità, e dimostra che gli ebrei, come le donne, sono incapaci di possedere e veicolare il Genio Ariano, o di cercare e trovare delle verità trascendentali. Fra tutte le razze germaniche, gli Inglesi sono quelli che più somigliano agli ebrei; solo scozzesi ed irlandesi sono esenti da queste critiche. Adattabile, mobile, privo di genio ed individualità, l’ebreo ha un enorme talento imitativo, ed una ricettività aggressiva. Sa adattarsi alle diverse circostanze e necessità, ad ogni ambiente e ad ogni razza. Somiglia al parassita, che si trasforma a seconda di chi lo ospita, pur rimanendo lo stesso. Si Assimila a tutto, e tutto assimila; non viene sottomesso, ma si sottomette e, possedendo grandi facoltà concettuali, è naturalmente predisposto alla giurisprudenza, in cui sono d’obbligo una assoluta mancanza dell’onore e della buona fede.

 

L’ebreo non crede a nulla, è irreligioso, frivolo, incline a scherzare su tutto. Molteplice e privo di facoltà personali, e di identità interiore, egli eccelle nell’arte di fare denaro: un “mestiere” in cui egli trova il suo reale appagamento. L’Ebreo, tuttavia, può fuoriuscire dall’ebraismo, e staccarsi dalla sua razza, per una propria individuale aspirazione morale, ed allora non solo diventerà Cristiano, ma sarà spiritualmente Ariano.

La soluzione del problema ebraico si trova, per Weininger ne “Battesimo dello Spirito”, nella metamorfosi dell’ebreo in un ariano, attraverso un consapevole autosuperamento. Sparandosi al cuore a 23 anni, Otto Weininger diviene una figura leggendaria: un martire estremo. Gli aforismi scritti nell’ultima notte della sua vita, sono carichi d’un furore netto, e d’un odio lucido e mortale nei confronti degli ebrei e dell’Ebraismo.

“È tipico degli ebrei gettare la colpa sugli altri e sulla Cristianità. Essere ebreo significa gettare tutte le colpe su qualcun altro. Il Demonio è colui che incolpa il Giusto, e, sotto questo aspetto, il giudaismo costituisce il “Male Radicale” È stupido chi ride con leggerezza d’una simile questione, chi non riconosce l’esistenza del problema: la leggenda di Parsifal. L’ebreo non si riconosce mai colpevole, non ammette mai d’essere colpevole, e nega anche che vi sia un qualche problema.”

 

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Il tentativo ebraico sarà quello di liquidare l’antisemitismo di tutti questi ebrei di talento, come espressione irrazionale d’una psicopatologia personale. Per farlo essi ricorreranno ai buoni uffici di Sigmund Freud, il ciarlatano ebreo contemporaneo di Weininger, che produrrà una delle sue solite affabulazioni psico-logiche, false fino alla radice, in quanto capovolgono ed “elaborano” i fatti, distorcendoli “Ad usum Ebreorum”. Dice il Freud:

“Il Complesso di castrazione è la più profonda radice inconscia dell’antisemitismo, in quanto fin da piccolo il bambino sente dire che l’ebreo subisce un taglio al pene: un’amputazione che gli dà il diritto di disprezzarlo. Anche il senso di superiorità nei confronti della donna, ha la stessa profonda radice inconscia. Il Weininger, questo giovane filosofo tanto dotato, quanto sessualmente disturbato, dopo aver scritto nel 1903 il suo notevole libro, Sesso e Carattere, ha posto fine ai suoi giorni con il suicidio. In un noto capitolo, egli accomuna nella stessa avversione, e nelle stesse ingiurie, donne ed ebrei. Il nevrotico Weininger è completamente in balia dei suoi complessi infantili, rispetto ai quali donne ed ebrei sono in relazione comune con il complesso di castrazione”

L’aver fatto d’un simile presuntuoso parolaio, disonesto e fazioso, il Patriarca della Moderna Psicoanalisi, costituisce un ulteriore esempio, se mai ve ne fosse bisogno, di come operi il tanto vantato intelletto ebraico. A vienna, Sigmund Freud, vero massone ebreo B’Nai Brith dal 1897, è il fondatore della “Menzogna della Psicoanalisi”, che puntella in ogni modo una concezione della vita spiccatamente ebraica. Freuds afferma energicamente la propria “Natura ebraica”, e le sue finalità sono quindi quelle stesse dell’ebraismo. Ciò mette la parola fine a tutte le sue confuse teorie sulla Psiche: esse sono semplici categorie opportunistiche, inventate ad esclusivo proditto degli Ebrei, ed in ausilio alle loro strategie di dominio psichico mondiale.

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Lo scopo di Shlomo Freud, alias Sigmund, e dei suoi “Compagni” di Loggia, è di semplificare, ridurre, spiegare, confondere e saturare la psiche dei non ebrei, per mezzo di “Teorie psicoanalitiche” fasulle, che li escludano da ogni pmossibilità di Libertà individuale. L’odio viscerale di Freud per Roma, e per l’Ellenismo pagano, il suo disgusto per il Medioevo Cristiano, o la sua avversione per Elio Adriano Imperatore, distruttore di Gerusalemme, sono chiari sintomi del suo patologico anti arianesimo. Il Trionfo di Roma pagana significa per lui l’eclissi del Popolo ebraico, e le sue simpatie non possono che andare al semita Annibale, ad Oliver Comwell, o al generale ebreo di Napoleone; Messena.

Freud soffre di un ebraismo primordiale, per affinità, e le sue pulsioni istintuali lo guidano verso un Mono-Ateismo ebraico. Per Freud, Mosé ha creato gli Ebrei, con una benefica rivoluzione repressiva dall’alto, che ha posto le basi di tutta la Civiltà. Secondo l’arbitraria costruzione freudiana, Mosé ha fatto degli Ebrei il proprio “Popolo Eletto”, modellandone il Carattere e la Volontà in schemi di ostinazione, odio, tenacia, ed immoralità.


Essere gli “Eletti”, come ricompensa al proprio essere Monoteisti, ovvero Monolatri, è l’idea ossessiva degli Ebrei. Da questa coscienza esaltata, si sono sviluppate le peculiari caratteristiche ebraiche, tanto ammirate da Freud, in quanto esse sono presenti nella sua stessa personalità: razionalismo intellettuale, legalismo, accanimento, aridità morale, esclusivismo. Se non si fosse trattato dei suoi Ebrei, ma degli Ariani, queste “splendide qualità” sarebbero diventate, immediatamente: ristrettezza mentale, rigida ottusità, crudele implacabilità, bigottismo, e schizofrenia paranoide. Difetti, questi anch’essi ben presenti nel carattere dell’ebreo Shlomo Freud, emulo, con la sua Nuova Religione Psicoanalitica, di Mosé e della sua monolatria Jahveica.

Nella sua Nuova Torah. e nei suoi precetti talmudici d’alienista psicopatologico,  il Rabbi Freud esclude categoricamente la presenza del trascendente, della Magia, e del Misticismo individuale, facendo della Psiche umana la matrice d’un  guazzabuglio di pulsioni incontrollabili, ovvero, una tragica e disperante cloaca irrazionale. Tutto in Freud ha a che fare con la sua identità ebraica, con la sua ambiguità di ebreo del ghetto moravo trapiantatosi a Vienna. La sua “personalità” si è difatti formata in una famiglia di Öst- Juden dell’Europa Orientale, e si è consolidata nel quartiere ebraico proletario di Leopoldstadt, in cui i suoi genitori si sono trasferiti nel 1859, dalla città morava di Pripor o Freiberg, dove lui stesso è nato.

Freud nasce nel 1856, quando suo padre, figlio di un rabbino chassidico, ha abbandonato la tradizione, e, a suo dire, viene educato in modo totalmente non ebraico; il che è alquanto dubbio, dato che il padre resterà sempre un ebreo, sia nel proprio aspetto esteriore, che nella
capacità di studioso talmudico, che ben conosce la letteratura ebraica, di recitare a memoria il Passover Seder. Forse Shlomo-Sigmund Freud mente riguardo alla propria educazione “non ebraica”, ed alla sua antipatia per il Giudaismo come religione. Il Padre, Lakob Freud, è un “commerciante di tessuti”, ovvero un cenciaiolo, di cui il dottor Freud si vergognerà per tutta la vita.

Per Sigmund, il suo sradicamento spirituale e sociale è la fonte del suo conflitto interiore, della sua ipocrisia, e di quella sua particolare nevrosi erotico-jahveica, a partire dalla quale egli costruirà il castello di sabbia della sua tipologia psicoanalitica particolare, spacciata per una Teoria Generale, e generalmente valida. In questo senso, il suo “Complesso d’Edupo” dimostra l’odio di Freud per quel suo padre galiziano, per quell’ ebreo del ghetto divenuto un Apostata e un traditore del Dio degli Ebrei: Jahvé.

Freud odia il padre almeno quanto odia gli “ariani”, per lui rappresentati dai Kittim Romani e da Roma stessa; per questo ammira Annibale, Asdrubale, ed i “semiti cartaginesi” nemici di Roma, come Amilcare Barca. La madre, nata Amalia Nathanson, è originaria di Brady: una località della Galizia nord orientale, e, giunta a Vienna ancora bambina, è stata testimone della Rivoluzione del 1848. Tipica ebrea polacca, essa appartiene alla “razza peculiare”, diversa da quella dei Gojim, o Gentili, e distante anche da quella degli Ebrei viennesi.


Freud manifesta un atteggiamento ambivalente nei confronti degli Öst- Juden galiziani da cui pure discende; ne raccoglie aneddoti e motti, che poi userà per il suo saggio del 1905: “Il motto di spirito ed il suo rapporto con l’inconscio”, ma li disprezza per la loro pitoccheria, per la loro supertizione, e per il loro amore per i miracoli. La verità che Freud “scopre”, è cher nessun ebreo prova mai del vero rispetto per un altro ebreo; può Invidiarlo, odiarlo, innamorarsene e forse ammirarlo, ma non lo rispetterà mai. L’ingegnosa costruzione psicoanalitica freudiana, che egli propone come una geniale “soluzione”, non è che un compromesso fra la sua cultura ebraica dell’Est europeo, da cui proviene, ed il comportamento formale a cui si è assoggettato, entrando a far parte della borghesia ebraica
viennese. Freud, critico attento e severo degli stratagemmi e degli autoinganni altrui, evita di vedere e di notare i propri raggiri truffaldini.

Tutto il suo percorso intellettuale e pseudoscientifico è un viaggio tipicamente ebraico, da Giuseppe, interprete dei sogni del Faraone, a Mosé, fondatore di una Nuova religione. Amico inseparabile di Freud, da studente ed in seguito, è Heinrich Braun. Dal 1873 al 1878, Freud è un membro attivo del Deutschen Studenten Wiens: un’associazione studentesca radicale, votata alla causa del Nazionalismo tedesco. Darwinista e materialista entusiasta, Freud è attratto, come ogni buon ebreo, dal liberalismo anticlericale. L’incontro con il demenziale sessuologo ebreo “tedesco” Richard Krafft- Ebing, autore della famigerata “Psicopatia Sexualis”, ispirerà i suoi ulteriori “progressi” nell’ambito della sessualità.

 

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Nel frattempo, il fortissimo influsso degli ebrei nell’ambito universitario e professionale, provoca un’ondata di “antisemitismo”, che fa comprendere a Freud di appartenere ad una razza che, in Europa, potrà essere soltanto Padrona, oppure Straniera. Con notevole opportunismo, Freud si proclama ateo, e prende in giro le usanze e le cerimonie rituali degli ebrei dell’Est, a cui egli pure appartiene, definendoli : “Una pasta con cui il destino fabbrica i ciarlatani e gli imbroglioni”. Freud è astuto, bugiardo, tenuto in fama di grande talento dai suoi simili, ma resterà sempre un uomo senza principî e senza carattere. Se non sopporta questa “gentaglia del ghetto” è perché non sopporta la loro somiglianza a sé stesso.

L’evidente desiderio di Freud, di dissociarsi dalle caratteristiche ebraiche di questi provinciali, coincide perfettamente con la sua crescente aspirazione ad identificarsi con la Kultur liberale tedesca, ovvero con l’Ebraismo d’Elite. La concezione che Freud ha dell’ebraismo, è del tutto paradossale: da un lato egli vede nelle Religioni altrui delle illusioni infantili, equiparabili a delle Nevrosi ossessive, e dall’altro respinge ogni fede in una divinità individuale, o nell’astratto Ente divino dei filosofi, vedendovi una forma di dipendenza incompatibile con la dignità della Ragione.

Egli scredita la retorica della fede, considerandola, nel migliore dei casi, come una regressione all’infanzia, e, nel peggiore, come uno strumento di manipolazione e controllo delle masse popolari. Nello stesso tempo, in netta antitesi con la sua animosità contro le altre religioni, egli ipotizza, per il solo ebraismo jahveico, un nucleo razionale e didattico necessario all’intera umanità. Si tratta, a ben vedere di una chiara forma di disonestà intellettuale, che gli fa vedere nella sua Religione ebraica ed in Mosé,  assassino,educatore, legislatore, e distruttore di “idoli altrui”, una figura ideale in cui egli, evidentemente, si riconosce e si identifica.

Di qui il suo rifiuto e la sua ostilità per il Classicismo pagano, per la Mistica Gnostica Cristiana, per la Magia Ermetica o Egizio alessandrina, ed il suo non voler rilevare, nell’Ebraismo, a cui appartiene, quello stesso irrazionalismo mistico e superstizioso di cui ac usa,con estrema disinvoltura, tutto ciò che non è ebraico. Il “Rispetto” di Freud, per i valori etici e pedagogici del giudaismo, è una truffa intellettuale tipica degli Ebrei, che venerano i propri ossessi, che chiamano “Profeti”, dando però dei pazzi ai filosofi, o ai veggenti ariani, o a quelli dei non ebrei.

Freud cerca di coniugare l’esclusivismo jahveico degli ebrei, con le verità universali del genere umano, scambiando quello per queste. L’ebreo fanatico, selvaggio e spiatato, che vorrebbe farsi vetriolo, per poter corrodere ogni volto che non gli somigli, lo attrae con prepotenza, come lo attrae il Dio della vendetta, e non certo quello dell’amore o dell’armonia. Tipico dell’ebreo Freud, è il suo conflitto con il Padre castratore, ed il suo eterno disagio di “tedesco per cultura” e di “ebreo per razza, carattere e sentimenti”.

L’antisemitismo, come non avvedersene, è solo una copertura, una scusante al proprio odio viscerale per i non ebrei; un catalizzatore di comodo, per poter affermare la propria volontà di potenza, implicità nell’identità ebraica, e nel patto d’elezione degli ebrei con il loro Unico Dio tribale. Durante il suo soggiorno a Parigi, nell’inverno del 1885-1886, Freud rafforza il proprio senso d’identificazione con il giudaismo, e con il vittimismo acrimonioso e recriminante degli Ebrei, eterni oggetti d’una qualche temibile persecuzione.

Freud diviene un Massone ebreo B’Nai Brith, il 29 settembre del 1897, trovando nella Loggia ebraica un’amichevole tribuna da cui esporre le sue “Ipotesi psicoanalitiche”, ovvero il suo vasto ed articolato “Progetto di dominio psichico sul mondo dei non ebrei, per mezzo d’una Nuova Religione psicoanalitica schiettamente ebraica”. L’attivissima partecipazione di Shlomo-Sigmund Freud all’attività del B’Nai Brith, negli anni 1901-1902, precede la fondazione non certo casuale, da parte sua, del primo Circolo Psicoanalitico Viennese, composto esclusivamente da altri ebrei. Uniche eccezioni, saranno Carl Gustav Jung e Ludwig Binswanger, che servono a Freud solo per evitare l’accusa, altrimenti ineludibile, che la sua Psicoanalisi sia una Scienza do matrice esclusivamente ebraica. I “Colleghi ariani” sono assolutamente indispensabili, altrimenti la nascente psicoanalisi verrebbe immediatamente individuata per quello che effettivamente è: un progetto ebraico di sovversione patologica della psiche altrui.

Perciò Freud, al Congresso di Norimberga del 1910, nomina Carl Gustav Jung quale Presidente dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale, evitando così, al movimento, l’accusa diretta di essere una setta squisitamente ebraica. Jung, rendendosi conto d’essere stato usato a questo scopo, dal nutrito gruppo di Ebrei: Otto Rank, Fritz Wittels, Karl Abraham, Victor Tausk, e Sandor Ferenczi, che pensano che gli ebrei siano stati chiamati da Dio ad educare, redimere, e curare l’intera umanità dalle nevrosi sessuali, e dalle conseguenze perverse d’una morale repressiva, che tocca solo loro, abbandonerà Freud ed i suoi accoliti nel 1912-1913.

L’Ebreo circonciso e di fatto mutilato nel sesso, ma sessualmente non represso, che si propone come improbabile Messia e salvatore dell’umanità, in quanto appartenente alla razza degli Eletti del Dio ebraico, sembra evidentemente a Jung il parto freudiano più delirante; insieme a quello di una Psicoanalisi intesa come missione universale di redenzione, e dello psicoanalista come missonario illuminato capace di redimere. La Psicoanalisi freudiana, è, di fatto, un movimento politico e semi religioso: una setta ebraica che ha i suoi riti, la sua gerarchia, ed i suoi

innegabili dogmi. Lo spirito persecutorio, la caccia alle eresie, e le vendette talmudiche su Apostati come Reich, non vi faranno certo difetto. Shlomo Freud, Patriarca e capo indiscusso, vuole, come un novello Mosé, degli apostoli e dei collaboratori che lo aiutino a procurarsi l’immortalità, nella storia lineare degli ebrei e del mondo, e che lo affianchino, obbedienti, nel diffondere i suoi perniciosi e distorcenti insegnamenti anti psichici, in tutte le società e le culture non ebraiche. I suoi adepti sono tutti degli intellettuali borghesi: ebrei viennesi, che hanno in comune con il “Maestro” un’appartenenza più o meno viscerale all’ebraismo militante.


Mauro Likar

MAURO LIKAR GLI EBREI A VIENNAultima modifica: 2010-11-03T12:13:00+00:00da likar
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