MAURO LIKAR OLOCAUSTI DEL PASSATO


MAURO LIKAR


 

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OLOCAUSTI DEL PASSATO

 

 

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Le immagini qui sopra pongono a confronto le due targhe poste nel campo di concentramento di Auschwitz a commemorazione del “genocidio” ebraico. La prima, quella in alto, poteva essere osservata dai visitatori fino al 1990. Parla di “quattro milioni di persone che soffrirono e morirono” in quel luogo. Nella seconda, quella visibile oggi, la cifra dei sofferenti e deceduti è stata ridotta a “un milione e mezzo di persone”.

 

Nell’arco di una mattinata, giusto il tempo di dare una passata di cementite al muro e incastonarci dentro il cupo memoriale, due milioni e mezzo di ebrei svanirono nel nulla. Poco meno della metà dei presunti sei milioni di ebrei uccisi nell’olocausto, non furono vittime dei nazisti e del loro micidiale Zyklon B antipulci, bensì di ignoti scalpellini e dei loro bulini di sterminio di massa.

Che la cifra di sei milioni di morti non abbia nulla di scientifico e sia poco più che una boutade fondata su miti e leggende popolari, dovrebbegià essere evidente da questa spensierata altalena di cifre. Si cancellano milioni di morti in un mattino, come se le pagine della storia fossero i fogli della contabilità di un’azienda poco cristallina, che riceve, a sorpresa, una visita della Guardia di Finanza.

Del resto sui morti di Auschwitz sono state date le cifre più fantasiose. Erano nove milioni nella propaganda postbellica francese, di film come “Notte e Nebbia” di Alain Resnais; furono ribassati a 4 milioni dal tribunale di Norimberga; ulteriormente ridotti a 1,5 milioni dagli scalpellini del 1990; infine, vennero saldati al ribasso, in 800.000 defunti, dalle accurate ricerche di storici (NON negazionisti) come Jean-Claude Pressac.

Più seriamente, gli storici revisionisti come Faurisson ipotizzano un numero di vittime compreso tra le 100.000 e le 150.000 unità, dovuto in gran parte all’epidemia di tifo petecchiale. E’ ben comprensibile, ma poco scusabile, l’attaccamento della Comunità Ebraica per queste cifre così mal comprovate. Esse sono utili allo Stato d’Israele per proseguire indisturbato nei propri attuali genocidi, certo del fatto che nessuno oserà mai paragonare le cifre delle loro atrocità con quelle naziste, rese, grazie ad un po’ di fantasia e all’aiuto dei media, del tutto impossibili da eguagliare.

Né si oserà mai contestare il diritto degli ebrei a “difendersi” con i missili dai “nuovi possibili olocausti” che le micidiali pietre lanciate dai bambini palestinesi potrebbero scatenare contro il popolo eletto. Incidentalmente, queste cifre così robuste sono anche assai redditizie. La Germania, infatti, paga risarcimenti vitalizi a tutti i “sopravvissuti dell’Olocausto” ed alla loro prole.

Più alte sono le cifre dei defunti e degli scampati, più cospicui saranno gli introiti della Comunità Ebraica. Sono pochi, oggi, gli ebrei israeliani che non si dicano “sopravvissuti”, o figli di sopravvissuti dell’Olocausto, anche se, in un campo di concentramento, né loro né i loro genitori hanno mai messo piede.

È notizia recente che anche i nipoti dei “sopravvissuti” hanno iniziato a chiedere la loro parte del bottino. Stimati psicologi, per lo più ebrei, hanno infatti attestato le turbe psichiche e le difficoltà relazionali della terza generazione di scampati alla Shoah. Costoro sono quei giovanotti di venti-trent’anni che riescono male negli studi, non hanno successo con le ragazze (od i ragazzi), e non si sentono realizzati dal lavoro.

 

 

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La colpa di simili carenze, è, ovviamente, tutta dei malvagi nazisti che hanno imprigionato i loro nonni e bisnonni, scatenando le turbe psichiche dei discendenti. Con questo espediente pacchiano, la Germania dovrà continuare a finanziare la Comunità Ebraica anche dopo che l’ultimo degli scampati alla cosiddetta “soluzione finale”, che di finale non aveva proprio nulla, sarà morto di vecchiaia.

È dunque vitale, per i vitalizi, che i defunti e gli scampati all’eccidio continuino ad essere il maggior numero possibile. È verosimile che ad introdurre nell’immaginario collettivo del dopoguerra, la fantastica cifra di sei milioni di morti ebrei, siano stati gli agghiaccianti volantini antitedeschi dell’ebreo sovietico Ilya Ehrenburg.

Quello che però molti non sanno è che la tendenza all’esagerazione dei fatti, ed alla diffusione di cifre fantasiose, è una costante della Storia e della cultura ebraiche. Si prenda ad esempio questo articolo di Martin H. Glynn, ex governatore ebreo dello stato di New York, intitolato The Crucifixion of Jews Must stop!, scritto nel 1919, e pubblicato il 31 ottobre di quell’anno sulla rivista The American Hebrew (p. 582).


Adolf Hitler, all’epoca in cui l’articolo fu scritto, era un illustre sconosciuto, eppure la cifra cabalistica dei “Sei milioni” di ebrei, presentati come vittime delle conseguenze della guerra (la Prima Guerra Mondiale, in questo caso), fa già capolino più volte nel testo di Glynn. Leggiamo, ad esempio:

“Da oltre l’oceano, sei milioni di uomini e donne ci chiedono aiuto e ottocentomila bambini invocano pane”.

“In essi risiedono le illimitate possibilità di progresso della razza umana, come è naturale risiedano in sei milioni di esseri umani”

“…quando sei milioni di esseri umani vengono spinti verso la fossa da un fato crudele e inarrestabile, etc”

“Sei milioni di uomini e donne stanno morendo per mancanza del necessario alla sopravvivenza…”.

“A causa di questa guerra per la Democrazia [già allora le guerre americane erano per la democrazia, anzi, per la Democrazia, NdT] sei milioni di uomini e donne ebree muoiono di fame al di là dell’oceano”.


Ancora prima, nel 1902, nella 10ª edizione dell’Enciclopedia Britannica, p. 482, alla voce “antisemitismo” si poteva leggere,: “Mentre vi sono in Russia e Romania sei milioni di ebrei che vengono sistematicamente umiliati…”.

La passione ebraica per l’esagerazione degli eventi e delle cifre, è riscontrabile negli stessi Testi Sacri. Nel 115-117 d.c. la rivolta degli ebrei contro Roma, che stando a Dione Cassio avrebbe prodotto molte centinaia di migliaia di morti, tra le popolazioni della Cirenaica, dell’Egitto, e di Cipro, fu sedata dai greci di Alessandria, che usarono senz’altro la mano assai pesante contro la minoranza ebraica.

 

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Nonostante ciò, le cifre riportate dal Talmud appaiono così gonfiate da essere risibili. Si legge, in esso, che vennero uccise “sessanta miriadi su sessanta miriadi di ebrei, due volte quelli che erano usciti dall’Egitto”. Anche ammesso che si tratti d’ un’addizione, e non di una moltiplicazione, la cifra degli ebrei uccisi dagli alessandrini sarebbe di 1.200.000 persone; mentre si stima che l’intera popolazione alessandrina dell’epoca, andasse da un minimo di 500.000 ad un massimo di 1.000.000 di persone.


Altra rivolta ebraica dell’antichità, fu quella di Palestina del 132-135 d.c., all’epoca dell’imperatore Adriano. La capeggiava il feroce Shimon Bar-Kokhba, che negli anni della rivolta istituì un vero e proprio stato ebraico, del quale si proclamò prima Re, e poi Messia. Nell’estate del 135, Bar-Kokhba, incalzato dai romani, si rifugiò con un esercito di circa 50.000 uomini nella città di Bathar (l’attuale Bittir), alla quale i romani posero l’assedio.

La città cadde nell’agosto di quell’anno, e Bar- Kokhba venne ucciso nel corso della battaglia. Il Talmud racconta che l’esercito di Bar-Kokhba era di 200.000 uomini (il quadruplo delle stime degli storici). Bar- Kokhba, da vero eroe epico, viene descritto nell’atto di affrontare i romani con una potenza soprannaturale, fermando coi propri ginocchi i balisti che i romani lanciavano con le catapulte, e respingendoli al mittente. Il numero di ebrei, uccisi nell’assedio secondo il Talmud, sarebbe stato di 4 miliardi di persone, pari all’intera popolazione mondiale di una trentina d’anni fa.


Più prudentemente, il Midrash Rabbah, uno dei testi dell’esegesi talmudica, contiene la cifra entro il più accettabile limite di 800 milioni di morti, pari alla popolazione di appena un paio di continenti dell’epoca. Pare che anche gli sparaballe dell’antichità avessero i loro scalpellini. Racconta il Talmud, che il sangue degli ebrei uccisi formò un fiume che attraversò quattro miglia di territorio, trascinando con sé valanghe di detriti, prima di gettarsi nel mare.

Un po’ come i geyser di sangue ebreo, che, assai poco “spontaneamente”, alcuni nazisti confessarono di aver visto scaturire dal sottosuolo di Auschwitz. Naturalmente anche i pargoli ebrei vennero uccisi a nugoli: avvolti nelle loro pergamene scolastiche, e bruciati vivi (in mancanza di forni crematori, ci si doveva arrangiare).

Tuttavia, la letteratura talmudica non concorda sulle cifre dell’infanticidio. Si va da un massimo di 64 milioni, ad un più ragionevole minimo di 150.000 infanti, pari all’attuale intera popolazione scolastica della città di Washington. Dopo quasi duemila anni, gli ebrei non hanno ancora imparato che dopo averla sparata grossa è opportuno non contraddirsi a vicenda. Auschwitz insegna qualcosa.


Qualche interessante amenità: racconta il Talmud, che i cadaveri degli ebrei uccisi vennero utilizzati per costruire una palizzata, a protezione della vigna dell’imperatore Adriano; vigna che avrebbe avuto l’ampiezza di 18 miglia quadrate. Il sangue versato dagli ebrei e raccolto dal fiume di cui sopra, venne utilizzato per fertilizzare le vigne dei romani, per ben sette anni. All’epoca dell’imperatore Adriano la colla ed il sapone, a differenza del fertilizzante, non godevano ancora di un largo impiego industriale.

Un vero peccato, perché, altrimenti, l’ameno parallelismo sarebbe stato ancora più evidente.

 

 

 

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LA SUA MEMORIA

 

L’uomo ritratto nella foto qui sopra, si chiamava Ilya Grigoryevich Ehrenburg (1891-1967). Ebreo sovietico, nato a Kiev, giornalista e scrittore, fu uno dei più attivi portavoce dell’URSS durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu autore di un gran numero di poesie, racconti, libri di viaggio, articoli, saggi, ed opere letterarie.


Due suoi romanzi, Padeniye Parizha (La caduta di Parigi, 1941) e Burya (La Tempesta, 1948) vinsero il Premio Stalin. Il che chiarisce bene, che Ilya Ehremburg non avversava affatto il sanguinario regime staliniano, di cui egli era, anzi, un prezioso collaboratore. Questo infame scribacchino di regime, girò l’Europa occidentale in lungo e in largo, come spia, risiedendo a Parigi per molti anni, e, di
tutti gli autori sovietici, fu certamente il più cosmopolita ed il più vile.


Infatti, solo dopo la morte di Stalin, nel 1954, Ehrenburg si decise a pubblicare, il suo romanzo Il Disgelo, in cui faceva cenno ai crimini ed alle repressioni del regime che lo aveva colmato di onori, di premi, dandogli la celebrità. Un autentico cuor di leone. Ehrenburg era stato, invece, negli anni della guerra, come membro del Comitato Antifascista Ebraico finanziato dai sovietici a puro scopo propagandistico.

Instancabile attivista, egli non mancava di partecipare a qualsiasi iniziativa per la raccolta di fondi, in particolare negli Stati Uniti, dove amava stupire i partecipanti con l’esibizione di saponette che, a suo dire, sarebbero state fabbricate dai tedeschi utilizzando i cadaveri degli ebrei uccisi nei campi di concentramento.

Si trattava di una menzogna efferata, ma le leggende metropolitane di questo tipo attecchiscono bene nell’immaginario collettivo.La vicenda horror, degli ebrei saponificati, ha ancora oggi molti partigiani, e c’è un sacco di gente che continua a prenderla sul serio.

Ehrenburg odiava i tedeschi con un odio viscerale feroce. Non è dato sapere quanto di questo odio fosse dettato dalla sua condizione di ebreo, e quanto dal suo lavoro di propagandista filosovietico. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, i suoi articoli costituirono un’incessante incitazione fatta alle truppe sovietiche, perché esse uccidessero quanti più tedeschi fosse possibile, non importa se militari, civili, uomini, donne, o bambini.


Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, le ragioni ebraiche e russe per odiare i tedeschi erano molte, e non del tutto ingiustificate, ma Ehrenburg esagerava alla grande. In un volantino propagandistico scritto di suo pugno, ed intitolato, con impeccabile chiarezza programmatica, “Kill!”, “Uccidi”, si esortavano i soldati sovietici a trattare i tedeschi dei paesi conquistati come degli esseri subumani.

Il volantino si concludeva con queste parole:

“I tedeschi non sono esseri umani. Da oggi in poi, la parola “tedesco” sarà la più orribile delle maledizioni. Da oggi in poi la parola “tedesco” sarà per noi una ferita nella carne viva. Noi non abbiamo niente da discutere. Noi non proveremo emozione. Noi uccideremo. Se non avrete ucciso almeno un tedesco durante il giorno, quel giorno sarà stato sprecato. […] Se non riuscite a uccidere un tedesco con un proiettile, allora uccidetelo con la vostra baionetta. Se il vostro fronte è tranquillo e non ci sono combattimenti, allora uccidete un tedesco per passare il tempo. Se avete già ucciso un tedesco, uccidetene un altro. Non c’è niente di più divertente per noi di un cumulo di cadaveri tedeschi.

Non contate i giorni, non contate i chilometri. Contate una cosa soltanto: il numero di tedeschi che avete ucciso. Uccidete i tedeschi! […] Uccidete i tedeschi! Uccideteli!”


Ehrenburg faceva appello agli istinti più feroci dell’esercito sovietico, che dilagava in Europa dopo aver respinto l’avanzata Nazionalsocialista. In tutti gli altri suoi volantini, la litania, impregnata di un razzismo che non aveva proprio nulla da invidiare a nessuno, è sempre la stessa:

“Dobbiamo uccidere i tedeschi. […] Vi sentite ammalati? Vi sembra di avere un incubo nel petto? […] Uccidete un tedesco. Se siete uomini giusti e di coscienza, uccidete un tedesco […]. Uccidete!”


Ed ancora, con una esplicita incitazione allo stupro:


“Uccidete! Uccidete! Nella razza tedesca c’è solo malvagità. Non uno tra i vivi, non uno tra i nascituri è altro che male. Seguite i precetti del compagno Stalin. Schiacciate la bestia fascista nella sua tana una volta per tutte! Usate la violenza per spezzare l’orgoglio razziale delle donne tedesche. Prendetele come vostro legittimo bottino.

Uccidete! Mentre dilagate come la tempesta, uccidete, valorosi soldati dell’Armata Rossa!”


Potremmo qualificare Ilya Ehrenburg, come uno dei tanti mostri folli ed assetati di sangue che le guerre non mancano mai di produrre, ma il fatto è che il 22 dicembre del 1944 fu proprio questo ebreo razzista e psicopatico, a menzionare, per la prima volta, la cifra dei “sei milioni” di ebrei uccisi dal Nazionalsocialismo, e ad introdurre questo numero cabalistico nell’armamentario della propaganda sovietica.


Da là, questo numero si diffuse in tutta Europa e nel mondo. Dopo la guerra, fu lo stesso Ehrenburg a scrivere, insieme al collega Vasily Grossman, anch’egli ebreo, ed attivista della propaganda sovietica, il famoso “Libro Nero” su cui si fondò la leggenda dell’Olocausto come oggi noi la conosciamo.

Prima di morire, Ehrenburg diede disposizione affinché i suoi archivi privati venissero donati allo Yad Vashem: il museo dell’Olocausto di Gerusalemme.

“La storia è un mucchio di bugie”, diceva l’americano Henry Ford. Probabilmente è vero, ma a volte, come ogni bugiardo disattento, può fornire degli indizi che la smascherano per quello che é. Ehrenburg era nato il 27 gennaio 1891. Ancora oggi, in quella data, il mondo celebra la memoria dell’immensa menzogna infettiva che egli fu capace di immaginare e di radicare nella nostra cultura.

Ma, le immagini valgono, spesso, assai più delle parole, per menzognere e ripetute che esse possano essere state. Le immagini che seguono, non hanno bisogno di alcun ulteriore commento; si commentano da sé.

 

 

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A FUTURA MEMORIA

 

 


Mauro Likar


MAURO LIKAR OLOCAUSTI DEL PASSATOultima modifica: 2011-02-20T15:38:03+00:00da likar
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