MAURO LIKAR LA PRIMA GUERRA MONDIALE


MAURO LIKAR

Dal “Colossal” di G. VALLI

I COMPLICI DI DIO

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LA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

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La Prima GuerraMONDIALE
Intuizioni & Propositi

 

L’Arcivescovo di New York, Farley, parlando al Congresso Eucaristico di Lourdes, nella primavera del 1914, si esprime con estrema chiarezza: La guerra che si sta preparando, sarà una lotta fra la finanza internazionale e le dinastie europee. Il Capitale non vuole avere nessuno al di sopra di sé; non conosce Dio né Signori, e vorrebbe far dirigere gli Stati come grandi operazioni bancarie. Il suo utile deve diventare l’unico obiettivo dei governi.

il periodico inglese The Freemason, 23 giugno 1917 scrive:

La massoneria conta [negli USA] oltre due milioni di fratelli. Cosa ciò significhi per la sicurezza e per la vita della Repubblica, ben lo sa ogni massone americano. Nella guerra mondiale si spiegherà fino all’estremo la lotta tra l’autocrazia e la democrazia, e il futuro del mondo sarà democratico, lo sappia o meno l’imperatore tedesco.

Lo scrittore Ebreo tedesco Thomas Mann, nelle sue Considerazioni di un impolitico, del 1918 profetizza:

L’esegesi storica ci dirà un giorno la parte e la funzione che l’illuminatismo internazionale, la loggia massonica mondiale – esclusi, naturalmente, gli ignari tedeschi – ha avuto nella preparazione spirituale e nel reale scatenamento della guerra mondiale, la guerra cioè della “civilizzazione” contro la Germania. Il nemico della Germania, in senso spirituale, istintivo, velenoso e mortale, è il bourgeois-retore “pacifista”, “virtuoso”, “repubblicano” e figlio della Révolution; l’uomo nato coi famosi tre princîpi: Libertè Egalitè, Fraternitè.

Mai noi avremmo immaginato che, sotto la parvenza del pacifico rapporto internazionale, in questo vasto mondo di Dio, l’odio inestinguibile, mortale, della democrazia politica, del bourgeois-retore, repubblicano e massone del 1789, svolgesse la sua opera nefanda contro di noi; contro le nostre strutture statali, il nostro militarismo spirituale, il nostro spirito dell’ordine, dell’autorità e del dovere.


André Lebey, Venerabile vicepresidente del Grand Orient de France, al congresso massonico del 28-30 giugno del 1917 non ha incertezze di sorta, e ammpaestra i confratelli:

Se mai c’è stata una Guerra Santa, essa è questa; dobbiamo sempre ripetere questo concetto, senza stancarci.

Guglielmo II di Hohenzollern, il 15 giugno 1918 con innegabile realismo, dichiara:

Allo scoppio della guerra il popolo tedesco non ne ha avuto chiaro il significato. Lo sapevo; perciò non mi ha illuso la prima vampata di entusiasmo. Sapevo di che cosa si trattava, perché la discesa in campo dell’Inghilterra significava una Guerra mondiale. Si trattava della lotta tra due concezioni del mondo. O sopravvive quella prussiano-tedesco-germanica – diritto, libertà, onore, e decoro – o quella anglosassone; che significa divenire schiavi del dio-denaro. I popoli della Terra, sono schiavi della razza-padrona anglosassone; che li opprime. Le due concezioni del mondo non possono convivere. Una di loro dovrà andare incontro alla sconfitta totale.


Il francese Henri Vibert, in Fronte all’Inghilterra, del 1936, scrive:

«L’inglese è un popolo a parte. Quando un inglese desidera qualche cosa, non confessa mai a sé stesso tale desiderio, ma aspetta pazientemente che a poco a poco si formi nella sua mente la convinzione che il suo dovere morale e religioso è di possedere quella tal cosa: allora divenuta irrefrenabile. Non c’è niente al mondo, di buono o di cattivo, che un inglese non possa fare. Ma non lo troverete mai dal lato del torto, perché tutto quello che fa lo fa per un principio. Per un principio patriottico combatte, per un principio commerciale vi spoglia, per un principio imperiale vi riduce in schiavitù.

La sua parola d’ordine è sempre il dovere, ma sa sempre far coincidere il dovere col suo interesse». Io non so se sia stato proprio Napoleone a dir questo, o se invece    è stato Bernard Shaw, che, come irlandese, non deve amare eccessivamente gli inglesi; ma quello che è certo è che il ritratto è rassomigliantissimo. Che cosa vuole John Bull? La guerra. Questo è certo, non la vuole per sé, ma solo per gli altri. La sua missione è quella di farci battere, di farci uccidere gli uni con gli altri; la sua gloria e i suoi profitti saranno tanto più grandi, quanto più sarà alta la piramide umana di morti e feriti.


Da oltre oceano, in un’America ancora apparentemente neutrale, Woodrow Wilson può, al Primo Congresso Mondiale dei Venditori, a Detroit, il 10 luglio del 1916, dare questi saggi consigli:

Fate in modo che le vostre idee e la vostra fantasia si diffondano per il mondo intero, e, forti della convinzione che gli americani siano chiamati a portare libertà, giustizia e umanità ovunque vadano, andate all’estero a vendere beni che giovino alla comodità e alla felicità degli altri popoli; convertendoli ai princîpi sui quali si fonda l’ America.

Ancora Woodrow Wilson, nel suo discorso al Congresso, il 2 aprile del 1917 afferma con evidente ipocrisia:

Ciò che ci guida non è la vendetta o la tronfia rappresentazione della potenza fisica del popolo, ma soltanto la volontà di instaurare il diritto, il diritto dell’uomo, per il quale noi siamo uno dei combattenti. Nostro compito è instaurare nella vita del mondo i princîpi di pace e giustizia; contro un potere egoista ed autocratico, e rafforzare tra i popoli, veramente liberi e indipendenti, tale comunanza di obiettivi e di azioni, come anche, d’ora in avanti, assicurare il rispetto di tali princîpi.

La Chiesa Inglese non si astiene dal partecipare al lavaggio generale dei cervelli, e il vescovo di Londra A.F. Winnington- Ingram, che considera la guerra «Una grande crociata per ammazzare i tedeschi», dichiara a The Guardian, in Niall Ferguson

Mi chiedete di riassumere in una frase che cosa, a mio parere, dovrebbe fare la Chiesa. E io vi rispondo: mobilitare la nazione per la guerra santa. Onward Christian soldiers, marching as to war… Avanti, soldati di Cristo, marciando alla guerra… sarà anche un Inno americano del 1917, ripreso poi nel 1941.


Altri colgono anch’essi l’occasione per esprimere le loro segrete speranze, e Leon Simon, nel suo Studies in Jewish Nationalism, del 1920, rivela a che cosa sia servita, per gli ebrei, la Guerra appena conclusa:

E l’Era Messianica significherà per gli ebrei non solo l’instaurazione della pace sulla terra e della buona volontà tra gli uomini, ma anche il riconoscimento universale dell’ Ebreo e del suo Dio.

Woodrow Wilson, in un discorso postbellico in difesa del Diktat di Versailles, prenderà il tono di un predicatore presbiteriano visionario:

Il palcoscenico è pronto; il destino svelato. È avvenuto non a seguito di un piano concepito da noi, ma per mano di Dio, che ci conduce per questa strada. Non possiamo tornare indietro. Possiamo solo andare avanti, con occhi aperti e spirito ravvivato, per seguire la visione. Era questo ciò che abbiamo sognato quando siamo nati. L’America mostrerà la via nella verità. La luce scorre sul sentiero davanti a noi; e da nessun’altra parte.


Così su una della facce della Victory Medal, verrà inciso il sigillo della menzogna; THE GREAT WAR FOR CIVILISATION 1914-1919: inscrfitto a chiare lettere

Dal punto di vista della propaganda bellica, è istruttivo percorrere il cammino compiuto, in senso antitedesco, dalla cinematografia americana e mondiale della Grande Guerra, ed offrire qualche dato solitamente assente dai libri di storia. Ciò, sia perché tali aspetti della lotta antitedesca, sono pressoché ignoti al grande pubblico, sia perché la Grande Guerra è stata l’epoca in cui sono stati forgiati ed impressi, nell’inconscio delle masse fanatizzate dagli Alleati, quegli stereotipi che, riattualizzati e piegati a più ambiziose esigenze, hanno caratterizzato lo stereotipo dei tedeschi, «nazisti» tout court; ampiamente diffuso durante il secondo Conflitto Mondiale.


Il cinema, ancor più della stampa quotidiana, indica infatti le tappe di sviluppo del sentimento antitedesco statunitense, che porterà, dall’iniziale ideologia pacifista, al furore sanguinario del 1917, nei confronti di questi Unni del XX secolo. Questo percorso, viene magistralmente analizzato da Harold D. Lasswell, il politologo inventore della formula delle 5 C: Chi dice, Cosa, con Che mezzo, a Chi, con Che risultato?; nel classico: Propaganda Technique in the World War. Lo studio così definisce, nell’ordine, gli obiettivi della propaganda di guerra:

1. sollevare l’odio per il nemico,

2. mantenere saldo il fronte alleato,

3. mantenere salda l’amicizia o conquistare la cooperazione dei neutrali,

4. demoralizzare il nemico


«i pochi individui intelligenti devono rendersi conto “dell’ignoranza e della stupidità delle masse” ed evitare di soccombere al “dogmatismo democratico” che vede negli uomini i migliori giudici dei propri interessi”. I migliori giudici degli uomini non sono loro; siamo noi. Le masse devono essere tenute sotto controllo per il loro bene, e nelle società più democratiche, in cui il ricorso alla forza non è ammesso, i responsabili della società devono “adottare” una tecnica di contollo nuova e completa, che si identifica, in larga misura, con la propaganda”.

L’analogia tra progressismo democratico e marxismo-leninismo è sorprendente, anche se Bakunin l’aveva prevista in anticipo.

La prima grande campagna di stampa, per spingere un governo americano ad intervenire militarmente in terra straniera, nella fattispecie a Cuba, uno degli ultimi possedimenti del moribondo impero spagnolo, ma con l’obiettivo principale delle Filippine, porta dell’intera Asia sud-orientale, risale alla fiune dell’Ottocento. Per la prima volta nella storia l’opinione pubblica, sobillata da una stampa sensazionalistica che, «non risparmiò alcuna menzogna per provocare l’esito fatale», diviene l’alibi per un’aggressione.


All’origine del conflitto c’è infatti l’esplosione, che la sera del 15 febbraio del 1898, cola a picco all’Avana la corazzata Maine, uccidendo 262 dei 374 militari a bordo. Esplosione forse causata da un incendio accidentale, nei carbonili, ma piu probabilmente provocata dagli stessi Stati Uniti, per poterla attribuire, ipso facto, ad un sabotaggio spagnolo.

La nave, stranamente preclusa all’ispezione d’indagine periziale degli spagnoli, viene rimorchiata in alto mare, e affonda come vittima «di un atto di sporco tradimento da parte degli spagnoli». Così afferma con virulenza, a mezzo strampa, il ministro della Marina Theodore Roosevelt, poi Presidente degli Stagti Unirti. Detto per inciso, il capitano del Maine è l’ebreo Adolph Marix, che verrà poi messo a capo della commissione d’inchiesta, e che, nel 1908 verrà nominato contrammiraglio; da Taft.


I Media, già all’epoca, sono capaci non solo di celare o di manipolare le notizie, ma anche di creare o disfare gli eventi. Nota è infatti la manovra che il 23 aprile, porta gli States a dichiarare la guerra. Un’editore invia sull’isola un giornalista, insieme al celebre disegnatore Frederic Remington, che dopo avere telegrafato dall’Avana: «Niente da segnalare. Qui tutto è calmo. Non ci sarà guerra. Vorrei rientrare», riceve la secca risposta: «La prego di restare. Provveda alle illustrazioni, alla guerra ci penso io»

Oltre agli espliciti propositi espressi nel 1897 dal senatore repubblicano dell’Indiana Albert J. Beveridge : «Le fabbriche americane producono più di quanto serve al popolo americano; il suolo degli Stati Uniti produce più di quanto esso può consumare. Il corso della nostra politica è quindi fissato; il commercio mondiale dev’essere, e sarà nostro», adeguati al caso, sono anche i famosi detti:

«Il modo migliore di prevedere il futuro, è di formarlo» e «Prima prepara la soluzione e poi crea il problema». Rimarchevole pure il discorso, che il presidente William McKinley tiene ad un gruppo di religiosi, per illustrare i propri intendimenti:

«Di notte in notte andavo su e giù alla Casa Bianca fino a tarda ora, e non mi vergogno di dire, signori, che in più di una notte caddi in ginocchio, e pregai l’Onnipotente di illuminarmi e di soddisfarmi. E in una notte, a tarda ora, mi giunse una voce; non so cosa fosse, ma questo mi giunse: non dovevamo restituire le Filippine agli spagnoli, poichè il farlo sarebbe stato vile e disonorevole. Non avremmo dovuto lasciarle alla Francia e alla Germania, nostre concorrenti commerciali in Oriente, poiché sarebbe stato un affare pessimo ed umiliante; non avremmo potuto lasciarle a sé stesse, inette com’erano ad autogovernarsi; poiché in breve sarebbero cadute in un’anarchia e in un disordine economico, peggiore che sotto la Spagna. Non ci restava che prenderle tutte sotto la nostra protezione, ed educare i filippini, ed elevarli, e civilizzarli, e cristianizzarli, e fare con loro, aiutati dalla grazia di Dio, tutto ciò che avremmo potuto; essendo nostri fratelli, anche per i quali è morto Cristo. Poi andai a letto. Andai a dormire, e dormii assai bene!»


L’occupazione dell’arcipelago, preventivata da Washington fin dal 1876, e ordinata a Nagasaki al massone: ammiraglio George Dewey, fin dal 25 febbraio 1898, ben due mesi prima della dichiarazione di guerra alla Spagna, verrà contrastata con le armi dai patrioti di Emilio Aguinaldo, col risultato di un massacro, nell’arco di quattro anni, fino al 1902, di quasi 600.000 filippini, su una popolazione che non tocca gli otto milioni di individui.

Per dare un’idea del conflitto, basta pensare che se nella guerra per Cuba sono morti 385 americani, nella repressione dei patrioti filippini, i caduti americani sono stati 4234. Aizzato da Theodore Roosevelt, ministro della Marina che da Presidente riceverà, nel 1906, il Nobel per la Pace, quale protagonista dell’accordo dopo la guerra russo-giapponese, spinto dall’Alta Finanza, e consigliato dall’intimo amico e fondatore della AFL Samuel Gompers, l’ispirato presidente McKinley invia navi e truppe; per chiudere quel percorso a cui, Monroe ha dato inizio con la sua Dottrina, il 2 dicembre 1823:

«I continenti americani, grazie alla condizione libera ed indipendente che hanno acquisita, e che intendono conservare, non sono da considerare oggetto di future colonizzazioni, da parte di qualsiasi potenza europea; per cui un tale intervento non sarebbe visto in alcuna altra luce: se non come manifestazione di disposizioni ostili verso gli Stati Uniti».

La Dottrina di Monroe fa degli USA una Potenza oceanica, sia nei Caraibi che nel Pacifico e la sua «logica» conseguenza è il «corollario» presidenziale, enunciato il 2 dicembre 1904 da Theodore Roosevelt, per cui i cronici errori delle Potenze europee nell’emisfero occidentale, potranno spingere gli States a condurre attivamente, e non solo difensivamente, una politica internazionale di potenza; come unico mezzo per «prevenire» un intervento europeo negli interessi americani.


Quella di Cuba «È stata una splendida piccola guerra, iniziata per motivi nobilissimi», si autoconvince il buon Theodore. Con le truppe, sbarcano gli operatori della Vitagraph, che filmano per la prima volta un intervento militare, intitolando il reportage “Combattendo coi nostri ragazzi a Cuba”, mentre Stuart Blackton gira, “Strappiamo la bandiera spagnola”, prototipo dei film nazionalisti, dove compaiono un’asta e due bandiere: viene strappata la bandiera spagnola ed issata quella americana.

All’inizio del 1914, mentre le nubi si addensano sui cieli Europei, l’America    dichiara    unà    stretta    neutralità. L’Amministrazione Wilson vieta, alle istituzioni pubbliche, di concedere prestiti ai prossimi belligeranti, ma, fedele al liberalismo cosmopolita, autorizza i crediti delle banche private. In tal modo ogni istituto sceglie il proprio campo d’azione e la maggioranza opta per Francia ed Inghilterra.


Nel corso del conflitto, sui due miliardi e mezzo di dollari in titoli, complessivamente sottoscritti dagli americani per l’Intesa, il re ebreo dell’acciaio Charles Schwab, il 19 novembre 1914, ne versa cento milioni; mentre la banca Morgan, nata come agente per conto dei Rothschild di Londra, ne piazza da sola due miliardi. Al contempo, Morgan e Rockefeller finanziano la National Security League, sorta nella seconda metà del 1914 per promuovere il riarmo americano, e le cui 280 sedi, in rappresentanza di centomila soci, si esprimono apertamente pro-Intesa, mentre la Kuhn, Loeb & Co., acerrima nemica dell’alleato zarista, forniscono alla Germania, nell’intero 1914, solo trentacinque milioni.

Identica ipocrisia 25 anni dopo: malgrado il decreto presidenziale del 5 settembre 1939, basato sulla Legge di Neutralità del 1937, che vieta di esportare armi, e materiale bellico ai paesi belligeranti, mentre dal 1° gennaio alla fine di dicembre, Parigi riceve armamenti per 38 milioni di dollari, e Londra per 26 milioni, Berlino ne ha per «ben» 23.000 dollari!.

Nell’autunno 1914, in un’indagine sull’atteggiamento di 367 direttori di giornali americani, 242 si dichiarano neutrali, 105 sono favorevoli all’Intesa, e solo 20 lo sono alla Germania. Ben chiaro, illustrato da Herbert Lottman, l’intervento dei Rothschild sui confratelli d’oltreoceano:

«Prima che il 1° agosto, giorno della mobilitazione generale e dell’implicita dichiarazione di guerra a Berlino fosse finito, il governo francese chiese alla De Rothschild Frères, con la massima riservatezza, di ottenere dagli Stati Uniti un prestito di oltre 100 milioni di dollari, in parte per acquistare materiale bellico americano, e in parte per costituire una riserva aurea.
Rothschild si rivolse a John Pierpont Morgan a New York, inviandogli un telegramma cifrato alla sede parigina della Morgan che avrebbe dovuto ritrasmetterlo: “Mettiamo i nostri servizi a disposizione dei banchieri americani per ottenere dal governo francese che compia un’operazione finanziaria in America, sebbene il suo tesoro si trovi in ottimo stato”.

La cosa non è poi così facile, per il fatto che gli Stati Uniti non sono disposti a veder svanire le loro riserve auree. Gli archivi dei Rothschild rivelano gli sforzi straordinari fatti della loro banca, durante i quattro anni del conflitto, per quanto riguardava i prestiti e le obbligazioni del governo, e alla fine, arriva l’aiuto della Morgan.
I francesi hanno un bisogno disperato dell’aiuto americano, ma non possono contrarre un prestito secondo le modalità americane, ossia depositando titoli come garanzia ulteriore: da un lato non dispongono di titoli accettabili, e dall’altro non vogliono avallare implicitamente l’idea che la firma di un governo francese non sia una garanzia sufficiente in mancanza di una copertura materiale. Nel giugno del 1915, il ministro delle Finanze Alexandre Ribot trova la soluzione: non sarà la Francia a prendere a prestito i dollari americani, bensì i Rothschild francesi.

La banca Morgan di New York apre loro un credito, come contropartita della vendita di azioni ferroviarie americane sulla Borsa di Parigi; il prestito viene destinato nominalmente alla De Rothschild Frères, ma di fatto il credito viene aperto a nome del Tesoro francese, senza alcuna commissione per i Rothschild. I fondi messi a disposizione ammontano a oltre 40 milioni di dollari.

J.P. Morgan spiega ai suoi colleghi, che concedendo prestiti alla Francia e alla Gran Bretagna non si schierano dalla parte dell’Intesa, così come non sono filo tedeschi se prestano alla Germania: compiono semplicemente un’azione a favore dell’America; e del suo commercio.

In conseguenza degli eventi bellici, e di una tale politica americana dei prestiti, negli anni 1914-18 il franco, il cui valore non ha oscillato per decenni, venendo anzi considerato solido come l’oro, perde i tre quarti del suo potere d’acquisto, conservando importanza sui mercati mondiali solo grazie al sostegno degli States e dell’Inghilterra.

Il 15 agosto, Washington allarga il bando alle banche private, vietando di concedere prestiti, sotto qualunque forma, ai paesi in guerra. Il 23 ottobre, però, sollecitato dalla National City Bank, Robert Lansing, consigliere presidenziale e futuro Segretario di Stato alle dimissioni del massone pacifista William Jennings Bryan, interessa Wilson della questione.

Dopo una serie di virtuosi cavilli presbiteriani, il Predicatore pilotato dal colonnello House, concede che:

«C’è una decisa differenza tra emissioni di titoli di Stato, che sono venduti al mercato agli investitori, e un accordo per un semplice scambio occorso nel commercio; tra un governo e dei semplici mercanti americani».

Inglesi, Francesi, e Tedeschi organizzano delle missioni alla ricerca del denaro. Verso la fine dell’anno, l’ebreo Lord Reading nato Rufus Isaac , e futuro viceré dell’India, scende a New York per chiedere ulteriori prestiti a nome dell’Inghilterra. A testimonianza di un identico impegno politico, nel dopoguerra la sua vedova Stella Reading sarà presidentessa del Women’s    Voluntary    Service    for    Civil    Defence, vicepresidentessa    dell’Imperial    Relations    Trust    e vicepresidentessa della BBC.


Sollecitato, il viscerale antizarista Jacob Schiff, pone come condizione che il denaro non giunga assolutamente alla Russia; alleata di Londra. Poiché Reading non può offrire al confratello tale garanzia, la Kuhn, Loeb & Co. non si associa al prestito, che viene invece sottoscritto, a titolo personale, da Mortimer, figlio di Jacob ; oltre che dalla Morgan, che colloca un prestito per la Russia di dodici milioni di dollari.


Il 15 gennaio 1915, la Morgan diviene l’agente degli acquisti di guerra inglesi in America, cosa che, sommandosi all’incarico di agente finanziario del Tesoro, trasforma la banca newyorkese in un Ministero de facto del governo di Sua Maestà Britannica.

Il 14 luglio del 1916, è sempre la Morgan a creare un sindacato di banche; per prestare cento milioni di dollari, alla Francia. L’1 settembre essa colloca dei titoli, emessi per l’Inghilterra, contro un prestito di 250 milioni; e, due mesi dopo, si sparge la voce che Londra le ha dato l’incarico di collocarne altri; per un miliardo. Dopo laboriosi negoziati, nello stesso 1916 il super banchiere Otto Hermann Kahn della Kuhn, Loeb & Co., braccio destro di Edward Harriman, nonché pluridecennale cultore di attività teatrali franco-inglesi, fondatore e presidente del Comitato Franco-Americano che, sotto l’egida del ministero francese delle Belle Arti, si propone di fare conoscere gli artisti francesi, del palcoscenico e della musica, colloca alla Borsa di Parigi obbligazioni ferroviarie per 50 milioni di dollari.


Sottoscritte dai francesi, esse varranno non solo a rialzare, ma a stabilizzare il cambio del franco; per il resto del conflitto. Inoltre, mentre il commercio con le Potenze Centrali precipita, dai 169 milioni di dollari del 1914, al milione del 1916, inverso è il traffico con l’Intesa: dagli 825 milioni del 1914, ai 3214 del 1916. Nel sostegno alla politica degli «Alleati» gioca quindi, a pari merito con l’interesse dell’industria nelle commesse belliche, anche l’ansia di non perdere, per un’eventuale sconfitta dell’Intesa, i miliardi prestati ai buoni clienti atlantici. Come nota Mansur Khan, fino all’aprile 1917, cioé all’entrata in guerra degli USA, Francia ed Inghilterra hanno ricevuto 2,3 miliardi di prodotti: armamenti, petrolio, alimentari, manufatti varii, etc..


Similmente riferisce Niall Ferguson: 2125 milioni di dollari all’Intesa, e 35 milioni agli Imperi Centrali. Più alte le cifre di Joachim Nolywaika: merci per 3,1 miliardi di dollari ai franco- inglesi; attraverso 4000 contratti stipulati con la mediazione delle filiali parigine e londinesi delle Grandi Banche:

«Complessivamente, dal 1914 al 1917 gli USA fornirono merci per un valore di sette miliardi di dollari ad Inghilterra, Francia, Russia, ed Italia. Terminata la guerra, tutti questi paesi erano fortementee indebitati nei confronti degli USA».

Del resto, che le decisioni fossero state prese da tempo, a tutto svantaggio della Germania, primo concorrente industriale dell’Amerrica e dell’Inghilterra, lo dimostra anche il fatto che già nel 1913, un anno prima di Sarajevo, verso le due democrazie atlantiche era indirizzato il 70% delle esportazioni americane. È quindi corretta la conclusione di Rutilio Sermonti:

« Quando si dice plutocrazia, si dice USA. Quello fondato sul denaro è, negli States, l’unico potere esistente. Questa è la loro forza, ma anche la loro debolezza. Infatti, tutte le crisi profonde del capitalismo li colpiscono per primi. Così è per la sovra produzione, inseparabile dal capitalismo industriale, e consistente nel fatto che la produzione, in aumento, non trova un mercato di sfogo per i suoi prodotti ».

È facile comprendere che la Guerra Europea, con i suoi mostruosi ritmi di consumo, e le sue quotridiane distruzioni di beni, è una vera boccata d’aria, per i fabbricanti d’armi, e una pacchia per i venditori di tutto ciò che serve a continuare la guerra. I belligeranti, però; non possono pagare in contanti, e i creditori della mafia ebraica, d’oltre Atlantico, devono garantirsi della loro futura solvibilità. Il modo migliore per farlo, è di assicurarsi che questi debitori vincano la guerra, e depredino i paesi vinti d’ogni loro ricchezza e risorsa.

Sin dal 1914, il commercio americano con la Germania viene ridotto. Il blocco navale, soprattutto quello inglese, è assoluto, e non si astiene dal fermare anche le navi dei paesi neutrali, confiscandone arbitrariamente il carico, se si sospetta che esso sia destinato alla Germania; o all’Austria. Il grosso affare delle forniture, l’industria americana lo fa quindi con l’Intesa, e il fatto che esso diventi sempre più grosso, è più che sufficiente per far dimenticare le iniziali simpatie per il Kaiser, e per spalancare le porte alla massiccia propaganda filo-francese e filo-inglese, tesa a fabbricare per gli ingenui yankees il Mostro della “barbarie teutonica”.

Nella stessa direzione preme anche l’apparato ebraico massonico, strettamente legato a Londra, e praticamente egemone negli USA. Poi, dopo il caos della Rivoluzione Bolscevica di febbraio, con il cedimento del fronte russo, e lo spostamento ad Occidente di ingenti forze militari Germaniche, per una offensiva probabilmente vittoriosa contro gli anglo- francesi, si profila la minaccia, per i creditori Americani, che le loro forti anticipazioni finanziarie a favore dell’Intesa, si trasforminoin un pessimo investimento. Perciò, il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti, con il pretesto dell’Affondamento del Lusitania, entrano in guerra.


Quanto agli interessi dell’industria nello spingere in guerra gli USA, a parte gli interessi del banchiere Cleveland H. Dodge, legato alla Kuhn, Loeb & Co, intimo di Woodrow Wilson e presidente delle fabbriche Winchester Arms Company e Remington Arms Company, produttrici di gran parte del carico esplosivo del Lusitania, è emblematico il caso del gruppo Du Pont De Nemours.


La dinastia familiare Du Pont, di ascendenza ebraica, e poi mista goyim, negli anni Sessanta conta 1600 individui, 250 dei quali sono detentori della maggioranza delle diverse holdings, che all’epoca rendono il gruppo il primo dei quattro maggiori centri di potere economico. Seguono i Mellon, con Mellon National Bank, Aluminum Corporation of America, Gulf Oil, Bethlehem Steel, Koppers United, i Rockefeller e i Ford.


Dopo avere iniziato nel 1803 con un capitale di 36.000 dollari, la E.I. Du Pont De Nemours, produttrice di polvere da sparo, fondata qualche decennio prima, riceve un primo impulso determinante dalla guerra che, dal 1812 al 1814, oppone gli USA agli anglo-francesi. L’esplosivo viene fornito, da questi disinvolti affaristi ebrei, ad entrambi i contendenti in campo.

Il secondo balzo in avanti, è costituito dalla Guerra di Secessione. Dopo avere monopolizzato il mercato, costituendo la Gunpowder Trade Association, nel 1872, l’azienda assorbe le concorrenti, producendo, nel 1907, i tre quarti del fabbisogno americano di esplosivi; e la totalità della polvere senza fumo.

Nel 1912, sostenendo che lo spezzettamento del settore in diverse aziende minerebbe la collaborazione tra la società e il governo, mettendo a repentaglio la sicurezza della nazione, senza peraltro avvantaggiare i consumatori, ottiene di conservare, malgrado lo Sherman Act, il monopolio delle polveri per uso bellico. Il 40% dei proiettili dei franco-anglo-americani nella Grande Guerra viene così sparato con polveri Du Pont.

Il capitale aziendale sale da 83 a 308 milioni di dollari, con fatturato di un miliardo di dollari. Dell’utile netto di 237 milioni, 141 vengono distribuiti agli azionisti, come dividendi; 49 servono ad acquisire la maggioranza azionaria della General Motors, da poco nata dalla fusione di ventuno case automobilistiche, e che a tutt’oggi è la maggiore azienda americana per fatturato.

Eliminate dal mercato chimico le ditte tedesche, confiscate dal governo, la Du Pont, il cui fatturato è stato fino ad allora costituito per l’85% da esplosivi, dilaga nella chimica e si accaparra grosse quote azionarie nel trio North American Aviation, Bendix Aviation e US Steel.

Nel secondo conflitto mondiale, unica a possedere le tecniche, i mezzi e il personale specializzato, la Du Pont costruisce gli impianti per la fabbricazione delle bombe atomiche. Nel dopoguerra, il colosso, che ha costruito anche le prime centrali nucleari, è il perno della Commissione per l’Energia Atomica. Produce il nylon, con brevetti chimici tolti alla Farben e ai tedeschi, perfeziona il cellophane, si radica in centinaia di altri settori produttivi: farmaceutici, materiali per radiografie, tessuti sintetici, vernici, prodotti petroliferi, costruzione di gasdotti e oleodotti, etc..

Con Irving Shapiro a presidente e la CEO nel 1973, inizia la scalata ebraica all’antica ditta anch’essaebraica. Negli anni 1980-85 il conglomerato cade sotto i Bronfman, mentre i Du Pont vengono esclusi da ogni carica.

Nel 1994, Du Pont è al 14° posto nella classifica delle 500 maggiori aziende americane e perno di quel mostruo-so complesso militar-industriale che è il Warfare State. Nel 1990 i programmi militari assorbono gli sforzi di un terzo degli scienziati ed ingegneri americani, impegnando la metà delle ricerche universitarie di informatica e di ingegneria elettronica.

Come scrive nell’inverno del 1916 Benjamin Strong, il co- artefice del Federal Reserve System e presidente della sezione FED newyorkese:

«Non posso sfuggire alla conclusione che gli Stati Uniti hanno in loro potere di abbreviare o prolungare la guerra, a seconda dell’attitudine che assumono in quanto banchieri. Gli acquisti degli alleati e i prestiti che li finanziano, e in cambio dei quali centinaia di tonnellate d’oro lasciano l’Europa, generano ormai un inflazione; per cui si rende necessario scendere in campo direttamente ».

Del resto, già nell’agosto 1915, dopo l’acquisto a prezzo maggiorato del raccolto di cotone americano, da parte degli inglesi, William McAdoo, il supermassonico genero di Wilson nonché Segretario al Tesoro, definisce «legittima e gradita» la trasformazione degli USA in retrovia dell’Impero Britannico.

Pochi mesi più tardi Lansing confida, in una memoria, che:

«Alla Germania non dev’essere permesso vincere la guerra, dobbiamo costantemente tenere a mente questa necessità basilare. La pubblica opinione americana deve venire preparata per il momento, che potrebbe venire, in cui dovremo disfarci della nostra neutralità».

Il 28 gennaio del 1917, prima dell’annuncio della guerra sottomarina «indiscriminata», lo stesso Lansing scrive con ancor più evidente cinismo:

«Prima o poi il dado sarà tratto e gli Stati Uniti si troveranno in guerra con la Germania. Tutto ciò è ormai inevitabile, ma dobbiamo attendere pazientemente che la Germania faccia un passo falso, che susciti l’indignazione generale ed illumini gli americani sui rischi di un successo tedesco in questa guerra».

Similmente, il 5 marzo, cinque settimane prima dell’ingresso in guerra degli USA, l’ambasciatore a Londra W. H. Page telegrafa a Wilson:

«Con tutta probabilità l’unico modo per conservare il nostro attuale predominio commerciale, e per evitare il panico è di dichiarare guerra alla Germania».

La consapevolezza della enorme rilevanza dell’apporto finanziario, ebraico americano, è comunque presente in tutti i capi degli USA. Subito dopo l’intervento, Wilson scrive al colonnello House, a proposito degli alleati franco-inglesi:

«Quando la guerra sarà finita, li potremo sottoporre al nostro modo di pensare perché, tra le altre cose, saranno finanziariamente nelle nostre mani» .

Nel dopoguerra, Morgan commenta meno cinicamente, a proposito di alcuni prestiti fatti a Londra e Parigi, che essi dovrebbero essere cancellati:

«Da un punto di vista pratico non potranno essere mai pagati, ma devono essere annullati anche per un’altra ragione. Questo denaro è stato prestato ai nostri alleati dopo che siamo entrati in guerra. Mentre noi spedivamo dollari, i nostri alleati spedivano soldati. Io considero questi prestiti, come lo stesso genere di contributo alla vittoria che è stato il mandare due milioni di soldati».

Il deficit statunitense, concernente gli investimenti a lungo termine all’estero, e gli investimenti, per lo più inglesi, negli Stati Uniti (3,2 miliardi di dollari nel 1914) si tramuta, nel 1919, in un attivo di 3,6 miliardi. A tale attivo, vanno aggiunti 9,5 miliardi di crediti, accumulati dal Tesoro di Washington.

Nel 1921 la Guerra ha dilatato di quasi cinque volte l’avanzo mercantile degli States: per accumulare un tale avanzo e i patrimoni conquistati con la guerra, gli “Imprenditori” avrebbero, senza di essa , dovuto attendere trentatrè anni: il che significa che la guerra ha regalato a Washington ed ai suoi capitalisti privati, nel 1919, quanto essi avrebbero potuto possedere solo nel 1947.

Il 1° luglio 1919 vengono censiti 125.000 soldati deceduti nel conflitto, di cui solo 40.000 in azione; inoltre, 35.000 mutilati e 300.000 civili, vittime dell’influenza «spagnola». Sottraendo quelli che su cinque milioni di richiamati sarebbero morti anche senza la guerra, i «veri» caduti possono dirsi 110.000. Statistici e matematici, conteggiando il valore netto di una vita umana: reddito prodotto meno i suoi consumi, a 8000 dollari, e calcolano in 880 milioni le perdite finanziarie. Di fronte ai 16.300 milioni di ricavato in titoli di credito esteri, l’intervento nel conflitto si è dunque rivelato, per gli USA, un vero affare. Dal 1914 al 1919 vanno inoltre alle stelle i profitti delle industrie; in particolare, di quelle connesse alla produzione bellica.


La guerra crea qualcosa come 42.000 milionari e, similmente, tra il 1939 e il 1943 i maggiori complessi industriali americani registreranno un utile di 29 miliardi; mentre al termine del conflitto gli utili saranno 28 volte superiori a quelli del 1939. Concentrando l’attenzione sul War Industries Board, dittatorialmente guidato dall’ebreo Bernard Baruch, e citando il «famigerato antisemita» Henry Ford, Johannes Rothkranz nota:

«”Trenta miliardi di dollari è costata la guerra agli Stati Uniti, dei quali dieci andati all’Intesa. Il loro intero utilizzo era stato lasciato alla discrezione di Baruch. Egli decideva: 1. sull’utilizzo dei capitali nella vita economica, 2. sull’uso di tutti i materiali, 3. sull’intera industria, sulle sue limitazioni, sul suo blocco, sui suoi ingrandimenti, sulle sue nuove creazioni, 4. sull’utilizzo degli uomini nel servizio bellico diretto o indiretto, 5. sulle modalità d’impiego dei lavoratori, sui prezzi e i salari.
L’organizzazione dell’utilizzo dei capitali spettava alla “Commissione per l’utilizzo dei capitali”, diretta dall’ebreo, e grande banchiere, poi proprietario del Washington Post, Eugene Meyer jr . Chiunque durante la guerra abbisognasse di liquidi per la propria impresa doveva presentare tutta la documentazione a Meyer e Baruch. Nell’utilizzo dei materiali Baruch aveva personalmente tutta una serie di conoscenze tecniche.

Come le usasse, in quali settori industriali fosse interessato in prima persona durante la guerra, non lo si seppe mai. Dove non aveva le cognizioni necessarie, aveva i consulenti. Così Julius Rosenwald per le prime necessità, come il vestiario; il vice di questi era l’ebreo Eisenmann, incaricato delle uniformi: stabiliva la qualità delle soffe ed i prezzi per i fabbricanti, in massima parte ebrei. L’utilizzo del rame era controllato da un funzionario del monopolista del rame Guggenheim, e tale impresa ebbe assegnate le maggiori forniture del minerale. Baruch dichiarò che controllava personalmente 350 settori industriali e che tale controllo comprendeva pressoché tutte le materie prime mondiali”. Altri collaboratori ebrei di Baruch “erano Rosenstamm, Vogelstein, Drucker e Julius Loeb”; oltre all’American Smelting and Refining Company dei Guggenheim, anche la United Metals Selling Company dei “nuovi baroni industriali” Lewisohn e Tobias Wolffsohn era impiegata tanto massicciamente quanto proficuamente nelle forniture di guerra felicemente centralizzate nella persona di Baruch».

Identica situazione in Germania, ove il contraltare di Baruch è il supercapitalista    Walter    Rathenau, direttore    della Rohstoffabteilung    im    preußischen    Kriegsministerium “Divisione materie prime presso il ministero prussiano della Guerra” e fondatore della Kriegs-Aktien-Gesellschaft “Società di guerra per azioni”, così come identica, rileva Friedrich Hasselbacher, elencando decine di nomi, è l’etnia dei maggiori fornitori/profittatori di guerra: su 61, solo 4 non sono ebre.


Con la Grande Guerra, che il tedesco E. Schulin definisce:

«Urkatastrophe o Catastrofe primordiale del XX secolo»: cerniera del Secolo, ancor più̀ del secondo conflitto mondiale: ultimo, disperato tentativo compiuto dalle Potenze del Tripartito, per non venire soffocate dal cancro mondialista, mutano i rapporti di forza.

Nel 1914, rileva Mansur Khan, malgrado da un ventennio gli USA abbiano soppiantato l’Inghilterra come maggiore potenza industriale e le loro fabbriche sfornino un terzo della produzione industriale mondiale, essi risultano debitori verso il resto del mondo, in primis verso l’Europa, di 3,8 miliardi di dollari e non possono vivere, in pratica, senza l’apporto finanziario europeo.

Cinque anni più tardi, gli europei risultano debitori, nei confronti degli USA, di 12,5 miliardi; e il baricentro finanziario, situato sino ad allora a Londra, è ormai trasferito oltreoceano: Negli Stati Uniti d’America. I debiti contratti da Londra con gli States ammontano a 900 milioni di sterline, una cifra sei volte superiore alle riserve auree dell’anteguerra; contemporaneamente, la Federal Reserve, che nel 1917 controlla, tra banconote circolanti e riserve non auree, 1626 milioni di dollari, nel 1922 ne conta 5274.


Nei primi mesi del 1917 «La finanza americana prosciuga quella britannica, facendosi pagare profumatamente il sostegno concesso al suo sforzo bellico, ed è pronta a mettere al sicuro il gigantesco affare concluso. Di fatto New York ha sostituito Londra come capitale economica del mondo, purché l’Inghilterra vinca la guerra e sia in grado di pagare i debiti che ha contratto. Solo allora ci si ricorda che due anni prima, il 7 maggio 1915, un sommergibile tedesco ha affondato il transatlantico Lusitania, peraltro carico di materiale bellico destinato all’esercito inglese, causando la morte di alcuni cittadini americani. La Gran Bretagna è disposta a veder esulare il suo impero finanziario oltre oceano, piuttosto di consentire a spartirlo con la Germania; e a New York, i banchieri ebrei “americani” vedono affluire le ricchezze del mondo.


Esaminando il 1924, altri dati ci informano che le riserve auree degli USA ammontano al 38% del totale mondiale (quattordici anni dopo, nel 1938, saranno il 58%), mentre quelle congiunte di Gran Bretagna, Francia e Germania toccano il 17.

Se volessimo considerare il conflitto 1939-45 tenendo presenti questi dati, potremmo ben condividere la tesi dei regimi fascisti, quanto al suo significato epocale: una guerra del Sangue contro l’Oro.    Una conferma della tendenza alla concentrazione oltreoceano della ricchezza mondiale, la offrono i dati concernenti le riserve auree, in milioni di dollari, di alcuni paesi al 1946, anno in cui il 75% del capitale planetario, come anche i due terzi della capacità industriale mondiale, si trovano concentrati negli Stati Uniti.

Nell’agosto 1914, allo scoppio delle ostilità, l’industria cinematografica americana è ancora scarsamente attrezzata per occuparsi delle tematiche belliche. Bastano tuttavia due mesi perché vengano proiettate centinaia di pellicole di argomento politico e militare, vecchi documentari di manovre e riviste, panorami di Berlino, Parigi e Pietroburgo, fotografie e spezzoni documentaristici sui vari capi delle nazioni in lotta.

Alla metà del 1915 viene costituita a New York da M.B. Clausson l’American Correspondent Film Company al fine di produrre pellicole sulla guerra in corso. Gli studi di elaborazione dei filmati, girati dai cameramen presenti sui vari fronti è situata a Stanford, Connecticut; la prima pellicola, The Battle And Fall of Przemysl, viene distribuita nell’agosto.

Nella primavera 1917, dopo l’ingresso in guerra degli States, diversi dirigenti della compagnia, simpatizzanti per le Potenze Centrali, accusati di avere manipolato i materiali a fini di propaganda filo-tedesca, vengono condannati al carcere «per violazione delle leggi di guerra».

Oltre che dai paesi «alleati» – la propaganda dell’Intesa batte subito sul tasto dell’«alleanza» tra le nazioni civili contro la «barbarie» teutonica, focalizzando il tiro sulla Germania- i film di guerra vengono importati anche da Berlino, comparendo nelle sale fino al 1916, anche se, col passare del tempo, i titoli dei documentari rivelano una crescente tendenza a parteggiare per le democrazie.

Neutralità e pacifismo contraddistinguono anche i primi film di argomento bellico, realizzati dagli stessi produttori americani. L’interventismo – dalla parte «giusta» – prende tuttavia sempre più̀ piede; molti gruppi incitano l’America a «prepararsi». La violazione della neutralità belga, resa necessaria dalla strategia elaborata da Schlieffen, e dal sangue freddo che guida lo Stato Maggiore Tedesco, di fronte all’accerchiamento condotto dall’Intesa, gioca un ruolo di primo piano nell’orientare le simpatie americane.

La lotta di Francia e Inghilterra viene considerata «la nostra» lotta. Un numero sempre maggiore di americani viene convinto che una disfatta anglo-francese costituirebbe una disfatta per la democrazia di ogni paese. L’interventista filmico più appassionato è James Stuart Blackton, che sforna numerose pellicole di propaganda, fra cui The Battle Cry Of Peace (Il grido di battaglia della pace), uscito nelle sale nel 1916.


Il film, basato sul libro: America senza difese, di Hudson Maxim, afferma la necessità di armarsi; quale sola possibilità per mantenere la pace. I soli tedeschi, tra i combattenti, sono rappresentati come dei bruti sanguinari e lussuriosi, i cui istinti sono unicamente il saccheggio e lo stupro. I prototipi di tale approccio al nemico, risalgono alle bestiali raffigurazioni degli spagnoli, date nel 1898 dalla pubblicistica del primo Roosevelt; e dalla predicazione di McKinley.


Il film è talmente violento che Henry Ford, indignato, si sente in dovere di rivelare alla stampa che Maxim è direttamente interessato alla partecipazione americana al conflitto: in quanto proprietario di fabbriche di armi e munizioni. Le persone che leggono tale dichiarazione, sono però assai meno numerose di quelle che vedono il film, o che vengono a conoscenza che il 26 giugno, l’aviazione franco-inglese ha bombardato, a Karlsruhe, la processione per il Corpus Christi; uccidendo 21 donne e 59 bambini. In settembre, una seconda incursione provoca altre 103 vittime.

Tuttavia, in ottobre un lettore, può scrivere alla rivista specializzata Film Pictorial che:

«Tutti gli americani, compreso Henry Ford, dovrebbero vedere The Battle Cry Of Peace. Faremmo meglio ad agire, prima che sia troppo tardi».
Il nazionalismo viene rinvigorito dalle fotografie, tratte dalla pellicola e diffuse dal New Yorker Committee for National Defense, il cui presidente, il produttore ebreo Jesse Lasky, dichiara virtuosamente che:

«Chi è americano deve essere orgoglioso di dirlo».

La propaganda interventista viene inserita in ogni genere di film. The Wall Between (La parete), Shell 42 (Proiettile 42), The Flying Torpedo (Il siluro volante), On Dangerous Ground (Terreno pericoloso) e The Fall Of The Nation (La rovina della nazione) glorificano ed esaltano la «lotta per la propria terra», lo spionaggio ed altre attività belliche.


Una lunga protesta, comparsa nel febbraio 1916 sul Motion Picture Magazine, denuncia tuttavia la strategia dei propagandisti:

«È strano che questi film non ci abbiano mostrato, le enormi sciagure causate dalla guerra. Non ci hanno mostrato i milioni di vedove e i milioni di orfani che costituiscono il risultato di questo conflitto. Non ci hanno mostrato la rovina, la disperazione, la fame e la sofferenza che sono state conseguenze inevitabili della guerra. E perciò questi film non hanno portato solidi argomenti in favore della pace. Al contrario, sono stati militaristi e bellicisti all’estremo».

La pubblica opinione si avvia comunque alla guerra. Gli anglofili si moltiplicano, e parteggiare per gli «alleati» diviene una moda. Ogni senso critico si spegne, ogni posizione equilibrata, che valuti torti e ragioni delle parti in lotta, viene sbeffeggiata. L’uomo della strada guarda ormai con disprezzo i capi del movimento pacifista, fino ad allora considerati dei benefattori dell’umanità.

Annunciando che «gli ideali dei fondatori possono essere meglio serviti, se l’associazione rivolgerà tutti i propri sforzi a far concludere vittoriosamente il conflitto armato», perfino la Endowment for International Peace, la Fondazione per la Pace Internazionale di Andrew Carnegie, mostra la via da seguire.    Il caso Lusitania, criminale provocazione anglo- americana, gestita dai due lati dell’oceano contro ogni diritto bellico, diviene, al contrario, il massimo dei capi d’accusa nei confronti degli «Unni tedeschi».

 

Ciò ben prima del blocco tedesco delle coste franco- britanniche, e del Mediterraneo occidentale, imposto il 1° febbraio 1917, ed al quale Wilson due giorni più̀ tardi replica rompendo le relazioni diplomatiche; o del caso Zimmermann, scoppiato 1° marzo, cui segue, il 9 marzo, l’autorizzazione ai mercantili ad armarsi, illegalmente, con cannoni; o del siluramento del piroscafo Vigilantia, del 12 marzo, a cui segue la convocazione del Congresso.

L’assedio agli Imperi Centrali, da parte delle Democrazie, con l’alleanza dello zarismo, servo inconsapevole e sciocco degli Occidentali, si scatena nelle prime ore del 5 agosto 1914, quando si sta completando in ogni paese la mobilitazione e già sono avvenute le prime scaramucce tra le opposte avanguardie.

All’ora zero è̀ scaduto l’ultimatum inglese, per cui diviene automaticamente operante la dichiarazione di guerra a Berlino, mentre la dichiarazione di guerra a Vienna viene comunicata il 12 agosto, un giorno dopo quella francese. La prima mossa consiste nel taglio di cinque dei sei cavi telegrafici transoceanici, che si dipartono dal suolo tedesco; il sesto viene interrotto in settembre.
Per comunicare con gli altri continenti, la Germania è costretta ad usare le trasmissioni via radio, in azione solo dal 1901, intercettabili ed ancora inaffidabili, o a passare attraverso i cavi dei paesi neutrali, che, prima d’immergersi nell’Atlantico, hanno però, come nodo centrale, le stazioni di ritrasmissione britanniche.

Si chiude così alla Germania questa via d’influenza sui paesi neutrali, in ispecie sugli USA, e viene preclusa, a Berlino, ogni possibilità di ribadire alla forsennata campagna di propaganda scatenata dall’Intesa; come rileva, il 30 agosto 1918, Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff sulla Deutsche Kriegsnachrichten, con il titolo: “Gli intellettuali tedeschi e il loro presunto magistero di violenza”:

«L’uomo ha conquistato lo spazio aereo; non solo lo attraversa volando come uccello da preda, ma ha anche costretto l’aria a trasportare distintamente le sue parole per terra e per mare. Ma l’aria trasporta docilmente tanto le menzogne che la verità; e i nostri mortali nemici, l’Inghilterra e l’America, fondano il dominio mondiale cui aspirano, soprattutto sulla loro capacità di non fare uscire la verità fuori dai loro paesi né tanto meno di farla entrare dall’esterno; nonché sulla capacità di gridare le loro menzogne ogni giorno, ed ogni ora, nelle orecchie del mondo. Non c’è da meravigliarsi se, a poco a poco, molte orecchie finiscono con l’accettarle e crederci; se alla fine essi stessi, che le producono, perdono la consapevolezza delle proprie menzogne. Contro questo nemico, siamo impotenti; se non ci sforziamo di aver sempre presente che tutto ciò che essi dicono lo dicono solo per rovinarci, specie quando ci lusingano. Nella caricatura che essi hanno delineato, della Germania e della natura tedesca, dell’umanità e della giustizia, rientra il discredito dei “cosiddetti intellettali tedeschi”: pensatori, intellettuali, pubblicisti. Essi sarebbero strumenti fedeli dell’autocrazia e, al tempo stesso, avrebbero generato le idee che hanno traviato il popolo verso la brama del potere mondiale, ed il disprezzo di ogni imperativo morale. Noi non stiamo sotto la frusta dell'”opinione pubblica”, lo spauracchio che l’americano adora come un Dio, senza sospettare che, al fondo, egli è lo schiavo di coloro che hanno il danaro, l’abilità, e la consapevolezza per formare questa opinione pubblica».

Grave appare anche lo sfacelo dell’intreccio economico- finanziario, costituito dal commercio marittimo. Allo scoppio del conflitto il tonnellaggio mercantile mondiale supera i 40 milioni di tonnellate di stazza lorda, e le nazioni dell’Intesa ne possiedono il 60%, con l’Inghilterra che, da sola, ne detiene il il 30%. Gli Imperi Centrali raggiungono a malapena il 15 %, e cioè: 5.200.000 tonnellate La Germania, e un milione l’Austria-Ungheria.

Il commercio marittimo tedesco, svolto sotto bandiera nazionale per i tre quinti, ha una parte essenziale nel sostenere l’economia del Reich, fornendo i prodotti indispensabili ad un’industria moderna ed in espansione; quali cotone, manganese, stagno, metalli rari, gomma, nitrati, grassi vegetali, soia, copra, etc.

Come avverrà anche per il secondo conflitto mondiale, la guerra interrompe bruscamente l’afflusso delle materie prime; e ben 734 navi si rifugiano in porti neutrali, o vengono internate con diversi pretesti, rimanendo escluse dal contributo alla causa bellica della loro Patria.

Delle restanti 600, per un totale di quasi 2.900.000 tonnellate, molte vengono catturate, o affondate, in poche settimane, per cui, nel primo inverno di guerra, il tonnellaggio disponibile precipita a quasi due milioni, bloccato, per la massima parte nelle acque territoriali tedesche, o circolante sotto costa nei soli paesi del Nord Europa.

Per rifornirsi, la Germania è costretta a ricorrere al commercio dei paesi neutrali, acquistando le merci sul mercato stesso di quei paesi, o imbarcando su navi dirette in porti neutrali le merci acquistate presso i produttori. Diversi transatlantici della compagnia di navigazione HAPAG Hamburg-Amerika Line, presieduta dall’ebreo e patriota Albert Ballin, vengono internati nella rada di New York, perché giudicati, dai neutralissimi americani, dei mezzi navali ausiliari della Kriegsmarine.

Ufficialmente nessuno si preoccuperà mai di spiegare perché le autorità americane non riservino il medesimo trattamento ai transatlantici britannici, tra cui il Lusitania; né ai numerosi mercantili armati, quali il Merion, l’Adriatic, il Caronia, l’Orduna e il San Francisco, che fanno la spola fra gli States e l’Inghilterra; o addirittura pattugliano la foce dell’Hudson, per ostacolare il traffico nemico, dopo essere stati riforniti sui moli newyorkesi.

Fonti tedesche sostengono, soprattutto per quanto concerne l’Hamburg-Amerika, che il motivo va ricercato nel fatto che la Banca Morgan, grande azionista dei transatlantici, non ha alcuna intenzione di esporre i propri investimenti alle attenzioni della Royal Navy, in vigile attesa fuori delle acque territoriali, oltre il limite delle tre miglia.

Abituata da secoli alla prassi del blocco navale, contro i paesi nemici, l’Inghilterra costituisce un rigido ed estesissimo blocco mercantile, inserendovi non solo armi e munizioni, ma anche tutte quelle merci, di cui, pure, le convenzioni internazionali permettono ai belligeranti l’importazione; senza che sia prevista alcuna opposizione da parte del nemico.

Pianificata nei particolari fin dal 1907, la strategia del blocco navale subisce nel 1911 una radicale revisione, nel senso di un forte inasprimento, voluto dal venerabile massone e Primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill, iniziato nella loggia londinese United Studholme n.1591 nel 1901, ed elevato a Maestro nella loggia Rosemary n.2851, a Londra; nel 1902.

Un War Order segreto del 1912, ha poi introdotto il concetto di «blocco a distanza», da effettuare lungo la linea Orcadi- Shetland-Bergen, con pattugliamento di incrociatori e cacciatorpediniere, mentre la Grand Fleet resta dislocata in attesa; nelle basi di Scapa Flow, Cromarty, Dundee e Rosyth.

Prospettando una completa interdizione degli oceani, alla navigazione tedesca, il blocco navale inglese non ha solo lo scopo esplicito di privare il Reich delle materie prime, necessarie alla produzione di armi e munizioni, ma anche quello di ridurlo alla fame, distruggendo i meccanismi della sua economia, e provocando il malcontento ela reazione pacifista delle popolazioni; in modo da indurre il governo germenico a scendere a patti. Tutto ciò, in violazione di precise norme internazionali liberamente sottoscritte.


Tali norme rappresentano un compromesso, tra gli interessi strategici dei belligeranti, e quelli commerciali dei neutrali; oltre che un mezzo per ridurre il coinvolgimento diretto delle popolazioni, inermi, nelle operazioni belliche. La prima di tali convenzioni, la Dichiarazione di Parigi, sottoscritta il 16 aprile 1856 in occasione delle trattative di pace per la guerra di Crimea, da Gran Bretagna, Francia, Russia, Austria, Prussia, Turchia e Piemonte, ha fissato quattro princìpi di diritto internazionale:

1. Illegalità della guerra da corsa da parte di privateers, cioè di corsari muniti di patenti statali.

2. La bandiera neutrale salva le merci nemiche, a meno che esse non costituiscano contrabbando di guerra.

3. Le merci neutrali che non siano contrabbando di guerra, sono immuni da cattura, anche se trasportate sotto bandiera nemica.


Per essere vincolante, il blocco navale deve essere attuato da uno schieramento continuo e permanente di forze, sufficienti ad impedire al nemico l’accesso alla costa.    Poichè questa prima formulazione lascia in sospeso, o non chiarisce molte questioni, il problema della regolamentazione delle offese, portate in tempo di guerra al traffico commerciale, viene ripreso nel 1907; dalla Seconda Conferenza dell’Aja.


In tale circostanza il primo risultato è l’istituzione di un tribunale internazionale per le prede marittime, cui spetta di giudicare della legittimità degli atti di guerra, compiuti contro il commercio dai belligeranti. Mancando l’ulteriore accordo, sulle norme da applicare, si rende necessario convocare una seconda conferenza tra le potenze interessate.

Riuniti nel 1908, i Paesi si sono accordati l’anno seguente, sottoscrivendo la Dichiarazione di Londra, confermando le norme della Dichiarazione di Parigi, e chiarendo con più precise disposizioni le questioni controverse. Viene affermata la legittimità del blocco delle coste nemiche, mentre è escluso il blocco dei paesi neutrali. Il diritto di sequestro in alto mare, viene regolamentato a seconda delle merci trasportate.

Le Merci «di contrabbando in senso assoluto» indirizzate al belligeranti, comprendono una decina di articoli, quali armi, munizioni, e attrezzature militari, e possono essere sequestrate quando se ne accerti la natura. Le merci di questo tipo possono essere sequestrate anche se dirette a paesi neutrali, qualora ci siano «fondati motivi» per sospettare un loro dirottamento ai belligeranti.

Vengono considerati «di contrabbando in senso relativo», con la facoltà di essere sequestrati qualora sussistano sufficienti motivi per sospettare un impiego bellico, tutti quei prodotti di uso comune che in taluni casi possono servire a scopi militari; in particolare viveri, foraggio, combustibili, lubrificanti, e capi di vestiario. Sono in ogni caso escluse le merci di questo tipo, se dirette ai paesi neutrali, per le quali non vale neppure il principio del «proseguimento del viaggio». Una terza lista, «libera», comprende infine tutti quei prodotti che non rientrano nelle altre, quali alcune materie prime per l’industria e l’agricoltura: minerali, cotone, fertilizzanti, etc., che possono essere sequestrati solo con un blocco in prossimià̀ delle coste e dei porti nemici.


La Dichiarazione di Londra, pur sottoscritta dai paesi interessati: Gran Bretagna, Francia, Russia, USA, Germania, Austria-Ungheria, Italia, Giappone, Spagna e Olanda, possiede allo scoppio della guerra una fragile base giuridica, in quanto, a differenza delle altre nazioni, non è mai stata ratificata dalla Gran Bretagna, che pure ha avuto un ruolo principale nella sua elaborazione.

Quanto Londra sia stata lungimirante, nel non lasciarsi vincolare da norme giuridiche, lo si vede fin dalle prime settimane, quando gli accordi internazionali vengono progressivamente disattesi, e sostituiti da delibere autonome sia di Londra che di Parigi: l ‘Order in Council britannico del 20 agosto e l’analogo decreto francese del 25 agosto.


Fin dai primi giorni, viene presa da Francia ed Inghilterra, senza l’urgenza di reali necessità belliche, la decisione di non osservare comunque gli accordi sottoscritti: accordi che, per quanto    fragili,    costituiscono    comunque    un    freno all’imbarbarimento bellico.

Si assiste così ad una progressiva escalation, nel senso di una guerra totale, a cui è sottesa la volontà alleata, in seguito apertamente riconfermata, di risolvere alla radice il problema del dinamismo tedesco; attraverso l’annientamento del Reich, perseguendone, fin dall’inizio, lo smembramento territoriale.

Incuranti delle proteste dei neutrali con in testa gli Stati Uniti, le Democrazie atlantiche ampliano la lista delle merci di contrabbando, includendo prodotti che esse stesse hanno dichiarato non soggetti a sequestro. Nel maggio del 1916, spinto dall’opinione pubblica, Washington protesta contro il sequestro di materiale sanitario, inviato agli Imperi Centrali dalla Croce Rossa.

Sempre più sistematico diventa il dirottamento delle navi neutrali, venendo a costituire una presunzione generale di frode, e quindi un’ulteriore violazione delle tradizionali norme di diritto internazionale. Nel primo semestre del 1915, ad esempio, di 2466 navi giunte nei porti neutrali, del Mare del Nord, 2132 vengono fermate, controllate e talora parzialmente sequestrate dal War Trade Department.

Il commercio neutrale non viene poi controllato solo in mare, ma anche negli stessi paesi neutrali, da apposite commissioni alle dipendenze delle ambasciate dell’Intesa, che esercitano pe- santi pressioni affinché l’embargo nei confronti degli Imperi Centrali sia progressivamente intensificato, soprattutto dopo che anche i generi alimentari e il foraggio, sono stati equiparati a merci «di contrabbando in senso assoluto» e sottoposti alle limitazioni previste dal principio «proseguimento del viaggio».


Le trattative vengono svolte dal governo inglese, con le varie compagnie di commercio e di navigazione private, le quali, come nel caso della NOT olandese, in breve si dilatano e si ufficializzano; al punto di diventare agenzie para-statali in grado di controllare l’intero commercio estero del paese. Nel caso della Svezia, la nazione più restia ad acconsentire ai desiderata britannici, dato che Stoccolma mantiene una netta posizione filotedesca, ventilando nell’estate 1915 addirittura di scendere in campo contro la Russia, per opporsi alla minaccia slava nel Baltico, pesanti minacce vengono portate direttamente sul governo; fino a raggiungere un compromesso sulla base del «commercio di compensazione».


Vengono permesse limitate esportazioni di carbone, di ferro, e di generi alimentari alla Germania, in cambio di licenze di transito sulle forniture occidentali dirette in Russia; paese rimasto praticamente isolato, dopo l’entrata in guerra della Turchia. Fino al marzo 1915 giungono ancora in Germania, attraverso il commercio e la riesportazione, attuati dai paesi neutrali, materiali d’importanza strategica, quali stagno, cotone egiziano ed indiano, lana australiana, gomma dal Brasile e dall’Indie Olandesi, carne e cereali argentini, olio, semi di lino, tè e cacao.


Se fra il dicembre 1914 e il gennaio 1915 le esportazioni dagli USA in Germania crollano da 68 a 10 milioni di dollari, è pur vero che le consegne ai neutrali confinanti col Reich, che ad esso trasferiscono la maggior parte delle merci ricevute, salgono da 25 a 65 milioni. È quindi evidente per gli Alleati, che occorre stringere ancor di più le maglie della rete. Un ferreo sistema di contingentamento permette, già nei primi mesi del 1915, con l’introduzione del blocco totale, di far giungere ai neutrali solo la quantità di prodotti che, sulla base della media d’ anteguerra, viene ritenuta essere loro effettivamente necessaria. In tal modo, malgrado i richiami tedeschi, ad applicare le convenzioni internazionali, malgrado l’invio da parte dei neutrali dì nutriti elenchi di violazioni commesse dagli anglo-francesi, la situazione s’inasprisce.


All’illegalità del blocco, la Germania risponde in due modi. In primo luogo con la «guerra da corsa», condotta nel più scrupoloso rispetto delle norme internazionali, col fine di ostacolare    l’approvvigionamento    dell’Inghilterra,    e    di sconvolgerne i traffici.

Già nel luglio 1914 si provvede a dislocare all’estero alcuni fra i più moderni incrociatori, a cui seguono i mercantili armati. Oltre ad arrecare gravi danni economici, e a posare campi minati sulle principali rotte, compito di tali navi è di impegnare il più alto numero di unità militari nemiche, sottraendole così ad altri compiti. Effettivamente, vengono ottenuti dei risultati di tutto rilievo.

Numerosi episodi testimoniano dell’estrema correttezza, che in alcuni casi rasenta l’autolesionismo, dei comandanti delle navi corsare tedesche. I casi più sorprendenti sono quelli riguardanti i mercantili inglesi Drumcliffe, Lynton Grange e Hostilius, fermati il 6 agosto 1914 al largo del Brasile, dall’incrociatore leggero Dresden. Poiché l’art. 3 della Convenzione dell’Aja vieta la cattura di navi mercantili nemiche, incontrate in alto mare, che comprovino di ignorare lo stato di guerra, il capitano di fregata Heinrich Kohler li lascia proseguire senza offesa, in quanto i due ultimi sono prive di radiostazione, mentre per il Drumcliffe, pur dotato di radiotelegrafo, il comandante sostiene sul suo onore di essere ancora all’oscuro della dichiarazione di guerra inglese.

Alla caccia del Goeben e del Breslau, ad esempio, vengono impegnate nell’agosto 1914 una settantina di navi anglo- francesi. I risultati dell’attacco del solo Emden alle zone costiere dell’India occidentale, oltre all’affondamento di qualche mercantile, comportano in poche settimane effetti paralizzanti di più ampia portata.

Il risultato saliente dell’attacco è l’effetto sul morale della popolazione anglo-indiana che, presa dal panico, abbandona le città costiere per rifugiarsi nell’interno. Il traffico mercantile di tutto il golfo del Bengala viene sospeso, e le merci deperiscono nei depositi e nelle stive delle navi, obbligate a rimanere all’ancora. Il servizio postale via mare non funziona più; le grosse concerie di Cawnpore e di Agra non consegnare le ingenti partite di pelli e di cuoio, necessarie per le scarpe e per le bordature dell’esercito inglese; le forniture di stagno, tanto attese in Europa, sono bloccate, e così pure le migliaia di tonnellate di zucchero, di tè e di juta.

Infine i trasporti di truppe dall’India, dalla Birmania, dall’Australia, e dalla Nuova Zelanda, necessarie all’Inghilterra per sul fronte europeo, si arrestano di colpo. La prolungata incolumità delle navi corsare, la cui sfrontatezza si manifesta nell’attacco a Madras, diminuisce di molto il prestigio britannico in tutto il Commonwealth; e nel mondo intero.

Ancora nella primavera del 1917 il Wolf, scompagina il traffico «alleato» dall’Oceano Indiano alle coste cinesi, e fino alla Nuova Zelanda, costringendo alla sua caccia oltre 50 unità, fra tra incrociatori, cacciatorpediniere e cannoniere; inglesi, francesi, e nipponiche.


I risultati ottenuti dalle navi corsare, sono la cattura e l’affondamento di oltre 200 navi; ben maggiori, quelli ottenuti con l’azione dei sommergibili. L’inasprimento della politica di blocco, col divieto totale di commercio con gli Imperi Centrali, emesso, del tutto illegalmente, nel marzo 1915, è stato finora sempre presentato come una rappresaglia per l’avvio della guerra indiscriminata dei sommergibili; lanciata da Berlino.

In realtà, persino storici filo-occidentali come Gerd Hardach, pur gonfiando ad arte le presunte o reali scorrettezze tedesche; che in effetti si verificarono solo in un secondo tempo, come disperata ritorsione al blocco totale, e comunque non nella misura propagandata dai vincitori, sono costretti ad ammettere che:

«questo non era altro che un comodo pretesto, dal momento che già prima, da parte alleata, vi erano stati tentativi di intensificare la guerra economica».

L’annuncio ufficiale, che dichiara il Mare del Nord area interdetta, è, per i tedeschi, il segnale che li induce a prendere rapidamente delle contromisure, per por fine ad una situazione che minaccia la struttura economica complessiva del Reich, e che può indurre un collasso cui conseguirebbe l’ovvia disfatta militare.

In ogni caso, la prima sfida sottomarina, lanciata agli inizi del 1915 dalla Germania, ai mercantili incontrati nelle acque britanniche, termina col siluramento del Lusitania, il 7 maggio, quando, di fronte alle reazioni statunitensi per le 150 vittime americane, mandate coscientemente a morire dal buon Woodrow Wilson bisogna giocoforza rallentare l’attività degli U-Boote. «Ringrazio Dio che non ci sia nessuno, in America, che ha il potere di scatenare una guerra, senza il consenso del popolo», predica a Chicago il burattino presidenziale americano; il 31 gennaio del 1916.

La 202 a traversata dell’Atlantico del Lusitania, ovvero il suo 101° viaggio di ritorno,; inizia a New York il 30 aprile; la turbonave viene silurata alle ore 14.10 di venerdì 7 maggio, dall’U-20 al largo di Kinsale/Irlanda, colando a picco in diciotto minuti; con 1201 vittime, di cui oltre cento americani.

Con la piena complicità delle autorità statunitensi, gli inglesi hanno inbarcato i 1388 passeggeri, 3 detenuti, e 574 uomini d’equipaggio, sopra una massa di merci illegali, e di materiale bellico: 1639 lingotti di rame, 1248 cassette di granate shrapnel, preconfezionate della Bethlehem Steel, 74 barili di nafta, 76 casse di verghe d’ottone.

Inoltre, 4927 casse di cartucce, ciascuna con mille colpi da 0.303 pollici; con capsule al fulminato di mercurio, 184 casse d’equipaggiamento militare vario, altre 2000 casse di munizioni, da 0.303, 113 tonnellate di tetracloruro di carbonio, aggressivo chimico prodotto a Pittsburgh, e spedito alla Francia per la produzione di gas asfissianti.

Infine, 600 tonnellate di pirossilina: un potente esplosivo al nitrocotone, altamente igroscopico, commissionate dalla Morgan alla Du Pont di Christfield / New Jersey e mascherate come «323 balle di pelli grezze, 3863 casse di formaggio, 696 barilotti di burro». Come si vede, una condotta per nulla conforme al diritto internazionale.

La propaganda angloamericana non si lascia certo sfuggire l’opportunità di mentire e di capovolgere le carte in tavola intossicando con l’odio le menti di milioni di civili, e di soldati: i colpevoli della strage sono i tedeschi.


Così scrive all’amico Ezra Pound, nel maggio 1915, l’inglese Henry Gardier-Brzeska:

«Avevamo una decina di prigionieri, quando abbiamo saputo dell’affondamento del Lusitania; dopo una decina di minuti di discussione con i sottufficiali, li abbiamo ammazzati col calcio dei fucili. Alcuni soldati tedeschi che si erano arresi, strisciavano sulle ginocchia. Tenevano in mano, sopra le teste, fotografie di una donna o di un bambino. Ma li abbiamo uccisi tutti».


L’offensiva sottomarina, che dovrebbe essere condotta da una flottiglia di ventun sommergibili, viene in realtà effettuata, a causa dell’avvicendarsi di manutenzioni e riparazioni, da sette unità. Nelle acque irlandesi, e in quelle dei porti occidentali inglesi, raramente vi sono contemporaneamente più di due U- Boote, ed è in tali acque che gli effetti dell’offensiva tedesca si fanno sentire al meglio, con l’80% delle perdite inglesi!.

Dal febbraio, quando entra in vigore la nuova zona di guerra tedesca, fino al 28 marzo vengono affondati 25 mercantili, di cui 16 senza preavviso. Sui 712 uomini d’ equipaggio di questi sedici, ne restano uccisi 52; altri 38 si perdono quando il Tangistan, carico di nitrati,salta in aria. Sulle 25 navi affondate vi sono 3072 passeggeri, ma nessuno perde la vita.

«Ma il 28 marzo» – scrive l’inglese Colin Simpson – «questo non del tutto indegno primato, in quella che la Storia ha designato come “guerra totale”, viene macchiato. Trentotto miglia ad occidente del faro di Smalls, poco dopo le 14, l’U- Boot 28 ordina l’alt al Falaba, nave da carico e passeggeri da 5000 tonnellate, sparando un colpo davanti alla sua prua.

Il Falaba rifiuta di fermarsi; ma l’U-28 alla fine lo obbliga a farlo e concede al comandante dieci minuti per abbandonare la nave. Il Falaba continua a lanciare radiosegnali di soccorso, e poiché il disimbarco si protrae l’U-28 prolunga di altri dieci minuti il periodo concesso. Una terza estensione di tre minuti è stata appena accordata, quando sulla scena compare un peschereccio inglese armato; l’U-28 prontamente lancia un siluro contro la poppa del Falaba e il suo carico, che include tredici tonnellate di esplosivo, salta per aria. Fra le vittime c’è un cittadino americano, Leon C. Thresher.

Alla fine dell’anno, gli Alleti dispongono di un sistema di accordi, e di controlli sui paesi neutrali, che permettono loro di razionarne le importazioni al limite del soffocamento. Il blocco, è reso ancora più ferreo dal controllo sul traffico postale, e da quello sulle scorte di carbone fornite alle navi neutrali; come pure dalla compilazione delle «liste nere», e dal navicerting.

Apparse per la prima volta nel febbraio del 1916, le «liste nere» riportano i nomi delle società neutrali, che si ritiene agiscano a favore degli Imperi Centrali: oltre al bando di tali ditte, vengono puniti anche tutti coloro che con esse mantengono rapporti economici e commerciali.

In base al sistema del navicerting, la società neutrale esportatrice è obbligata, prima di caricare la fornitura sulle navi, a farla controllare dai consolati inglesi dei paesi di carico. Questi rilasciano il proprio benestare, o, in caso contrario, segnalano la nave per il successivo e pressoché inevitabile sequestro del carico; da parte delle marine anglo-francesi. Malgrado il blocco, la Germania riesce ad ottenere ancora per qualche tempo dalla Svezia discrete quantità di minerali ferrosi, cellulosa, e generi alimentari.

Dalla Norvegia giungono pesce, rame, ferro e nichel; Danimarca ed Olanda inviano soprattutto prodotti agricoli, carne, lardo, prosciutto, formaggi e uova. Ma, verso la metà del 1916, i provvedimenti inglesi cominciano a dare dei risultati concreti, mentre trova piena conferma la tesi espressa in anni prebellici dal viceammiraglio von Maltzahn:

«Le navi si debbono fermare dove termina il mare, ma il pugno corazzato del dominio del mare passa oltre la costa, bussa al banco del mercante del retroterra, al cancello delle fabbriche nei centri urbani e alla porta degli operai».

Per mancanza di fertilizzanti, la raccolta di cereali diminuisce del 40%, il consumo di carne del 70, le importazioni di rame di oltre l’80. Il calo inarrestabile dei rifornimenti di lana e cotone, cui tenta di far fronte l’invenzione di surrogati, quali i tessuti di cellulosa, provoca un crollo nella fabbricazione dei tessili; per cui, alla fine dell’anno, la crisi dell’abbigliamento viene considerata addirittura più grave di quella alimentare.

A parziale compenso, la sconfitta della Romania nel dicembre 1916, dopo l’azzardata dichiarazione di guerra del 27 agosto, permette agli Imperi Centrali di accedere al petrolio e al grano rumeni. I paesi dell’Est, dalla Finlandia, al Baltico, all’Ucraina, appaiono sempre più indispensabili per lo sforzo bellico. I fautori del Drang nach Osten, vedono consolidate dal blocco atlantico le loro tesi. Al comandante in capo delle forze armate, generale von Falkenhayn, che ha finora indirizzato ad Occidente il peso della guerra, subentrano il Maresciallo Hindenburg e il generale Ludendorff.

Si rende necessaria l’espansione ad Oriente, per offrire un sostegno concreto alle popolazioni non russe, oppresse dallo zarismo, che stanno in quegli anni recuperando un’identità nazionale e danno vita, con l’aiuto tedesco, ad autonome strutture statali. La guerra sottomarina ad oltranza, viene dichiarata dagli Imperi Centrali solo il 31 gennaio 1917, dopo che i capi militari hanno invano insistito, per due anni, per ottenere una maggiore libertà d’azione.

Sino ad allora, i sommergibili, sono tenuti a lanciare un avvertimento ai mercantili, prima di procedere all’attacco, cosa che ha consentito di risparmiare vite umane, dando all’equipaggio, e agli eventuali passeggeri, la possibilità di porsi in salvo. Ma segnalando la propria posizione, il sommergibile si rende vulnerabile poiché, mentre da un lato è facile dif- fondere radiomessaggi di soccorso, diretti alle numerose navi da guerra che pattugliano i mari, dall’altro il mezzo subacqueo viene esposto ai colpi delle armi da fuoco, con cui i mercantili sono stati dotati, per trasformarli in «incrociatori ausiliari».

Vista l’insostenibilità di una tale situazione, lo stesso Grande Ammiraglio von Tirpitz si dimette per protesta; nell’estate 1916. Ancora il 24 marzo del 1917, mentre i manifesti d’arruolamento britannici invitano a vendicare il Lusitania, l’ammiraglio Fisher, già Primo Lord dell’Ammiragliato, scrive al vecchio avversario:

«Non La biasimo per le imprese dei sottomarini, io avrei fatto esattamente la stessa cosa».

Fino all’affondamento del Lusitania, gli inglesi armano e corazzano 118 piroscafi, Lusitania compreso, privandoli perciò, con la trasformazione in naviglio bellico ausiliario, della protezione accordata ai «navigli civili».

Queste Navi da guerra ausiliarie, che si vogliono far passare per pacifici piroscafi, sono corazzate ed armate con cannoni da 152, in grado di perforare corazze d’acciaio di 15 cm a 3000 metri o da 10 a 5000 metri, e quindi ancor meglio, e più facilmente, lo scafo dei sommergibili, il cui spessore è di soli 2-3 centimetri, e che hanno siluri la cui portata non supera i 5000 metri.

Ben più illegali, sono altre prescrizioni inglesi, introdotte dalla fine del 1914 e cadute in mani tedesche con la cattura del Ben Cruachan il 30 gennaio 1915 da parte dell’U-21. Tra di esse si trovano esse gli ordini di Winston Churchill di:

1. Non obbedire all’avviso di arresto, lanciato dall’UBoot.

2.  Ingaggiare immediatamente il combattimento con l’armamento, se disponibile, o, in sua assenza, cercando di speronare il mezzo subacqueo.

3. Cancellare dalla fiancata il nome della nave e del porto di immatricolazione.

4. Inalberare, in acque inglesi, la bandiera di una potenza neutrale.

5. Considerare criminali di guerra gli equipaggi degli U-Boote e non riconoscere loro lo status di prigionieri di guerra. Churchill suggerisce:

«I sopravvissuti dovevano essere fatti prigionieri o fucilati, come sembrasse più conveniente»

6. Sparare subito sulle bandiere bianche tedesche.

7. L’introduzione di navi-civetta battezzate mistery o Q-Ships, modesti piroscafi o velieri apparentemente disarmati, con equipaggi in abiti civili e bandiera anche neutrale, caricati con materiale atto al galleggiamento, come centinaia di bidoni vuoti, legno leggero, etc., che lasciano avvicinare il sommergibile – emerso a breve distanza per una ispezione, o dopo il lancio di un primo siluro cui segue una pantomima con panico simulato, calo delle scialuppe e lancio in acqua di parte dell’equipaggio mentre i marinai restanti si apprestano ad aprire il fuoco al momento opportuno – scoprendo poi all’improvviso i cannoni.


Churchill nella sua Crisi mondiale e Grande Guerra 1911- 1922 scrive:

«La prima contromanovra, fatta sotto la mia responsabilità fu quella di scoraggiare i tedeschi da un attacco in superficie. L’U-Boot, obbligato a rimanere immerso, avrebbe sempre più dovuto fare affidamento solo su attacchi sott’acqua e correre così il rischio di scambiare le navi neutrali con quelle inglesi e affondare equipaggi neutrali, compromettendo la Germania con altre grandi potenze»

Dulcis in fundo, i comandanti inglesi, arresisi a norma del diritto internazionale, devono venire incriminati ed allontanati dal servizio!
Ecco infine, tra i tanti, sei episodi di flagrante violazione alleata del diritto internazionale:

1. Partito da New York il 19 febbraio 1915 con un carico di cotone, diretto a Brema, il bastimento americano Brynhilde viene fermato nel Mare del Nord da un incrociatore inglese, che invia a bordo un distaccamento di fanteria di marina e una quantità di munizioni, dichiarando che se la nave fosse stata fermata i militari avrebbero sparato sul capitano dell’U-Boot e perforato la torretta e lo scafo, rendendo impossibile l’immersione. Solo le violente proteste del capitano del mercantile fanno desistere gli inglesi dall’«ingegnoso» progetto, ma la nave viene obbligata a seguire l’incrociatore ad Aberdeen, ove, per ritorsione, viene trattenuta per dodici giorni

2. Nei primi giorni di marzo viene affondato da un peschereccio armato l’U-14, dopo che il comandante del sommergibile ha concesso all’equipaggio il tempo per lasciare la nave.

3. il 18 marzo il famoso Otto Weddingen, il comandante dell’U-9 che il 22 settembre 1914 ha affondato tre incrociatori inglesi in un’unica azione, perde la vita nel naufragio dell’U-29, affondato da una nave cisterna inglese che batte illegalmente bandiera svedese e che, sempre illegalmente, ha approfittato del controllo dei documenti. A scopo depistante, viene poi diffuso che lo speronamento del sommergibile è stato compiuto da una corazzata,

4. il 19 agosto l’U-27, che ha fermato il piroscafo da carico Nicosian con bandiera inglese, dà all’equipaggio, di cui fanno parte anche marinai americani, il tempo per mettersi in salvo prima di accingersi a cannoneggiarlo: nel frattempo accosta una nave con bandiera americana ed un’asse dipinta a stelle e strisce su ciascuna fiancata, la quale apre subito il fuoco con cannoni fino ad allora mascherati, affondando il sommergibile: mentre i superstiti si arrampicano sul Nicosian, giungendo al ponte o aggrappandosi al sartiame, o si dibattono in acqua con le braccia alzate in segno di resa, l’equipaggio del Barralong spara a vista su di loro, assassinandoli con fuoco di artiglieria e fucilieria; compresi i cinque accolti a bordo del Nicosian. L’«audace» impresa viene conosciuta per le proteste dei marinai americani. Al termine della guerra, l’Ammiragliato insignisce il comandante del Barralong della Distinguished Service Cross.

5. Un’ uguale prodezza, si ripete il 24 settembre contro l’U-41, dopo il fermo del piroscafo Urbino. La denuncia viene fatta dall’indignato secondo ufficiale dell’Urbino, tenente di vascello Grompton.

6. Il 2 febbraio 1916 il piroscafo-peschereccio inglese King Stephen si imbatte nella carcassa del dirigibile L-19, che sta affondando, mentre gli uomini dell’equipaggio invocano di venire raccolti. Il capitano inglese, dopo avere negato ogni aiuto, lascia i naufraghi al loro destino di morte e rientra a Grimsby. Verrà gratificato da un lettore del Daily Mail, con 15 dollari «per avere tanto rettamente fatto tacere la sua naturale pietà verso l’equipaggio dell’L-19»; una Lady invia 5 dollari al marinaio che «ha liberato il mondo da ventidue assassini».


Spinto dalla disperazione, mentre si avvicina il collasso economico, politico e sociale dell’Europa Centrale, pur conscio che gli USA non attendono altro per aggredire, ma confidando che la rapidità e l’entità dei successi costituisca per essi un deterrente e sia uno stimolo a trattative di pace, per Francia ed Inghilterra, il Kaiser dà il via, dopo avere rigettato per due anni le esortazioni degli ammiragli, all’impiego a tutto campo dei sommergibili, e alla seconda e decisiva fase della guerra sui mari.


Grazie al sacrificio di migliaia di sommergibilisti, le cifre di naviglio affondato superano presto ogni più ardita previsione: in aprile colano a picco 866.000 tonnellate di stazza lorda, delle quali 520.000 inglesi; una su quattro, delle navi che nel mese lasciano l’Inghilterra, non fa più ritorno.

Se nel febbraio-marzo 1916 approdano 1149 navi, negli stessi mesi del 1917 ne arrivano solo 300. Secondo l’Ammiragliato, se il numero di navi affondate resterà costante, entro l’anno la flotta mercantile si ridurrà da 8,4 a 4,8 milioni di tonnellate, con una capacità di trasporto di 1,6-2 milioni di tonnellate mensili, di cui 1,4 necessarie al solo rifornimento alimentare.

Il panico serpeggia nell’ambiente governativo, mentre ammiragli e politici caldeggiano la pace o prendono in considerazione, per recuperare il tonnellaggio perduto, le ipotesi di recedere dal fronte di Salonicco, e di interrompere la marcia su Bagdad. Vengono adottate delle frenetiche contromisure, tra cui l’introduzione del sistema dei convogli, il controllo unificato delle flotte mercantili, il razionamento delle importazioni, e l’esercizio di pesanti pressioni o b landizie sui paesi neutrali; affinché entrino in guerra.

Nel marzo 1916 scende in campo il Portogallo, nel 1917 dichiarano guerra Cuba, Panama, Siam, Liberia, Cina e Brasile, nel 1918 Guatemala, Nicaragua, Costarica, Haiti e Honduras, mentre nel 1917 rompono le relazioni, con Berlino, la Bolivia, il Perù, l’Uruguay e l’Ecuador. A ciò segue il sequestro delle navi tedesche, già rifugiate nei porti dei suddetti paesi e il loro impiego per le necessità «alleate».


Ma il fattore decisivo è rappresentato dall’Intervento dell’America, che il 6 aprile 1917 dichiara guerra al Reich: al governo del Reich, e non al popolo tedesco, del quale gli ipocriti americani «restano gli amici sinceri». Wilson, guerrafondaio manipolato dagli ebrei e da House, fin dal 1915, e prossimo Apostolo della Pace, trova, nella menzogna del Lusitania, e nelle disperate reazioni dei sommergibili tedeschi, i pretesti utili a trascinare in guerra un paese ipnotizzato dai paroloni e ossessionato dalla convinzione messianica, tutta ebraica, di incarnare il Popolo Eletto, portatore di Bene e Giustizia per l’intera Umanità.


Ovviamente, non manca nemmeno la consapevolezza dell’enorme affare in vista, e l’esigenza di non lasciarsi sfuggire l’amplissimo, insperato mercato delle commesse belliche; di non perdere i crediti profusi a piene mani alle democrazie atlantiche; per tre anni. Con l’entrata in guerra degli USA, il blocco attorno all’Europa di Mezzo diviene inevadibile. Decisivo risulta, oltre al potenziamento delle misure prese dall’Intesa il drastico contingentamento delle importazioni per i paesi non allineati.

Il primo embargo, approvato dal Congresso nel giugno, entra in vigore nel luglio: le esportazioni verso Olanda, Danimarca, Norvegia e Svezia crollano drammaticamente. Malgrado i tentativi di integrare le rispettive economie, e di interscambiare i prodotti, anche gli ultimi veri neutrali, i paesi scandinavi, devono quindi chinare la testa ed allinearsi alle pretese occidentali: se la Danimarca tenta di sfuggire al blocco, scambiando con i vicini prodotti agricoli e foraggio, la Norvegia con pesce, fertilizzanti e minerali, la Svezia con ferro, acciaio, legno e prodotti industriali; tutti in effetti dipendono dal mercato mondiale, per molti altri prodotti primari, in primo luogo per cereali, carbone e petrolio.


Gli «accordi» commerciali conclusi con gli States, sotto la pressione dell’embargo, condizionano in modo irreparabile quelle nazioni, e bloccano nel 1918, in modo quasi totale, le loro esportazioni verso gli Imperi Centrali. Nell’Europa assediata, l’inverno 1917-18 si presenta tremendo.

In Germania, ormai di genuino non c’è più nulla; tutto è ersatz: surrogato di caffé, surrogato di salsiccia, surrogato di sapone. Niente carbone, né gas, né elettricità, e neppure stearina per le candele: alle tre del pomeriggio, con l’oscurarsi del cielo, altro non c’è da fare che andare affamati a letto; tutti insieme, senza distinzioni di sesso, per tenersi un po’ caldi.

Il 28 gennaio 1918 un milione di lavoratori, dei quali seicentomila a Berlino, entrarono in sciopero, e si hanno saccheggi, ruberie e assassinii, finché il movimento viene domato dall’esercito, col fermo di ben quarantamila persone, ma con pochissimi arresti.

Mentre la produzione bellica regge fino all’armistizio, crolla quella agricola, lasciando alla fame settanta milioni di uomini, donne, vecchi e bambini. Fallita l’ultima spinta offensiva sul fronte delle Fiandre, dal 21 marzo al 18 luglio, la Germania avverte ora tutto il peso della spietata guerra economica; imposta e vinta dal nemico. Mentre le truppe combattono a occidente, ancora in territorio nemico, mentre ad oriente si aprono ai suoi eserciti le pianure dell’Ucraina e del Kuban, il Reich si svuota all’interno, ed improvvisamente crolla, nell’autunno; tra le convulsioni rivoluzionarie da cui di lì a poco uscirà il nuovo assetto statale di Weimar.


Le Spese di guerra, ammontano per gli Alleati, compresa l’America, a 147 miliardi di dollari dell’epoca, e costano alla germania e agli Imperi Centrali 61 miliardi e mezzo. Ineccepibile il commento dell’ebreo “tedesco” Thomas Mann:

«La guerra attuale è la più radicale che mai sia stata combattuta; e mentre al suo inizio la Germania non ne aveva affatto capito questa particolare natura – e c’era entrata con l’ingenuità di uno studente delle corporazioni universitarie, illudendosi di poterla condurre solo con i suoi soldati, secondo un codice d’onore ormai antiquato – l’Inghilterra la afferrò subito, né ciò può stupire, perché era stata lei a imprimerle il marchio. Fin dal primo giorno impostò la guerra sul più radicale dei metodi servendosi del dominio che aveva sui mari non solo per la propria sicurezza, ma per tagliar fuori la Germania da ogni importazione: tentò cioè di farla morir di fame nel senso più serio e concreto della parola. Ricorrendo al mezzo semplice quanto brutale di tagliare tutti i cavi di comunicazione internazionale, ha ottenuto quel soffocante isolamento morale del paese che resterà per sempre un incubo nella nostra memoria. Con faccia impassibile è passata sopra al concetto di proprietà privata, imitata in questo con gioia e prontezza da tutti i suoi alleati. Essa non conduce una guerra spietata ai governi e alle armate dei nemici, bensì contro le popolazioni, contro il popolo tedesco, e appunto in questo suo intuito della serietà inesorabile, fino in fondo, senza limiti e senza scrupoli, del conflitto, essa ci è stata decisamente superiore. Ma che femminea incoerenza, che tributo ipocrita all'”umanità” diventa allora quel prendersi pena, ripugnante, per l’importazione di “indumenti per donne e bambini” in Germania, con la clausola aggiuntiva che tali articoli non dovevano contenere lana né cotone; e intanto alzare ululati umanitari, per l’affondamento di una nave di lusso che aveva caricato munizioni!».


A prescindere da eventuali errori compiuti dalla dirigenza tedesca, nell’approvigionamento alimentare, il blocco del commercio tedesco, imposto dagli inglesi contro ogni diritto bellico, e allo scopo di attuare un ricatto-estorsione per la firma al Diktat, fino al luglio 1919, riduce infatti il Reich ad un campo di concentramento di 68 milioni di uomini, portando fin dal 1915 ad uno spaventoso aumento del tasso di mortalità per denutrizione e malattie conseguenti.

Un cittadino dispone, in quell’anno, di 130 grammi di proteine e di 1344 calorie giornaliere, meno della metà del necessario ad un uomo applicato a un lavoro di media fatica. Nel gennaio 1917 il consumo scende a 30 grammi di proteine e a 1100 calorie. Trent’anni dopo, nel terribile inverno 1946-47, la razione dei tedeschi vinti verrà mantenuta per mesi, e in molte zone, sulle 800 calorie, precipitando, nella Zona di Occupazione Francese, a sole 450.

La mortalità tra la popolazione generale, cresciuta del 16% nel 1916, aumenta del 33 nel 1917, mentre tra i sei e i quindici anni d’età i decessi aumentano del 55. In totale, nel corso della guerra muoiono per le conseguenze del blocco, per malnutrizione, malattie e freddo, 762.796 civili. I militari caduti oltrepassano i due milioni; 225.000 sono quelli dovuti all’epidemia di «spagnola».

Precisamente, secondo lo studio Schadigung der deutschen Volkskraft durch die feindliche Blockade, edito nel marzo 1919 dal Reichsgesundheitsamt, l’Ufficio Statale di Sanità: i decessi sono 88.235 nel 1915, 121.174 nel 1916, 259.627 nel 1917 e 293.760 nel 1918.

Lo storico americano William Boyne conteggia in 750.000 i decessi in conseguenza del blocco; l’austriaco Heinz Thomann in 763.000, dei quali il 37% dopo il 1918. Inoltre, su cento casi di morte occorsi nel 1918, la statistica ne addebita 37 alle conseguenze del blocco , e la quota sale al 66% nel caso della prima e seconda infanzia.

Mentre per non «angustiare» la propria popolazione, fin dal 13 novembre del1918 il Segretariato di Stato vieta, ai giornalisti americani, l’ingresso nella Germania sconfitta, richiedendo un formale impegno a non giungervi neppure da paesi neutrali, ben chiare, afferma l’8 dicembre il giornale londinese Weekly Dispatch, sono le responsabilità degli Alleati nello sterminio:

«Il blocco britannico è riuscito a portare alla denutrizione i bambini tedeschi, già nel ventre nelle madri. Nel 1940 ci sarà una razza, tedesca, che soffrirà di tare pesantissime, e la causa di ciò, sarà stato il blocco da noi esercitato nella guerra mondiale».

L’imbarbarimento dovuto alle nuove strategie anglosassoni: dell’affamamento    della    popolazione    nemica,    e    della «propaganda degli orrori» scatenata contro le sue forze armate, viene riconosciuto nel 1932, dal generale e storico John Frederick Charles Fuller in “La guerra e la civiltà occidentale, 1832-1942 -Uno studio sulla guerra quale strumento politico ed espressione della democrazia di massa”:

«L’enorme domanda d’ogni tipo di munizioni rivelò chiaramente agli Stati Maggiori alleati il fondamento economico del conflitto. E questo era così evidente, che essi non tardarono a capire che, se fosse stata impedita la fornitura di cibo al nemico, le fondamenta della nazione ostile sarebbero state minate, e con esse la volontà di resistere, cosicché le sue forze militari sarebbero state paralizzate.
In tal modo, essendo fallito lo scontro di materiali, si diede luogo ad operazioni di devastazione delle coltivazioni. Per rendere possibile questa forma di guerra, la più barbara, gli Alleati perseguirono l’accerchiamento degli Imperi Centrali per ottenerne la resa attraverso la fame. L’aggressione non si sferrava più contro i soldati del nemico, ma contro i suoi malati e i suoi poveri; non più contro gli uomini, ma contro le donne e i bambini. L’aggressione economica è senza dubbio la più brutale di tutte, perché non solo uccide, ma invalida, e invalida più di una generazione. Tramutare gli uomini, le donne e i bambini in animali famelici, significa colpire direttamente ciò che chiamiamo civiltà̀».

E più oltre, a proposito delle «armi d’attacco morale» egli dice:

«In tutta la storia il tradimento si è rivelato in sé un’arma potente. Nella guerra mondiale si provò a conseguire il tradimento attraverso la propaganda: i giornali dei contendenti estrassero luridume dalle viscere delle loro rispettive Fleet Street, la via londinese ove hanno sede i principali giornali britannici, per schizzarlo sui paesi nemici. Ogni senso di giustizia fu messo da parte. Più oltraggiosa la menzogna, più la si vide potente. Nessun governo sembrò comprendere che l’aggressione attraverso la menzogna minava il suo stesso futuro»


Ancora più critico Fuller lo sarà nel 1961, verso l’esacerbazione della «propaganda degli orrori» e della «rieducazione» compiuta a danno dei vinti, nell’ultimo libro: The Conduct of War, 1789-1961, sottotitolato: “Le conseguenze sulla guerra delle rivoluzioni francese, industriale e sovietica”: L’eversione interna dei costumi e dei valori del nemico compiuta da tale tipo di guerra, avrebbe distrutto le basi della civiltà umana e di ogni cultura spiritualmente degna, provocando danni peggiori, più irrimediabili dei disastri fisici prodotti dai bombardamenti.


Le conseguenze del blocco, e del rientro di milioni di militari da reinserire in una sorta di vita «civile», quando, per non lasciare ai bolscevichi materiale umano sfruttabile, per un anno gli Alleati vietano il rilascio di un milione e mezzo di prigionieri di guerra russi, e del saccheggio compiuto dai vincitori, aggiungono nel 1919, esclusi i decessi dovuti all’infuriare della «spagnola», altre 300.000 vittime.

Con le vittime prodotte dal blocco in Austria-Ungheria, Fiandre, Vallonia e Francia settentrionale, il totale dei decessi civili dovuti all’affamamento, operato dagli Alleati in Europa si eleva ad una cifra fra 1,5 e 2 milioni.

Si pensi infine che il Diktat prevede, al paragrafo 6 dell’Allegato III, la cessione, entro tre mesi dalla firma, alla Francia di 500 stalloni, 30.000 puledri e cavalle, 2000 tori, 90.000 vacche da latte, 1000 montoni, 100.000 pecore e 10.000 capre; ed al Belgio di 200 stalloni, 5000 puledri, 5000 cavalle, 2000 tori, 50.000 vacche, 40.000 giovenche, 200 montoni, 20.000 pecore e 15.000 scrofe.

Quanto al peso reale delle riparazioni, sulla sola agricoltura, W. von Muffling riporta i seguenti capi di bestiame razziati da tutti i vincitori: 100.000 cavalli (il 15,5% del patrimonio disponibile), 175.000 bovini (l’11,2%), 220.000 ovini, 25.000 maiali, 21.000 capre, 245.000 capi di pollame; inoltre, 400 aratri a vapore, 14.500 aratri, 2500 rulli d’acciaio, 2500 macchine voltafieno, 6500 seminatrici in righe, 6500 spargi- concime, 6500 erpici a dischi, 12.500 altri erpici, 2500 falciatrici e 3000 mietilegatrici.


Ma tornando all’America, ecco che Wilson che nel 1919 verrà premiato col Nobel per la Pace, usando espressioni elevate quali: «La guerra per porre termine a tutte le guerre» «La necessità di prevenire le guerre future sostituendo alla forza le conferenze», «Rendere sicuro il mondo per la democrazia» e «Pace senza vittoria», chiede ai parlamentari, due terzi dei quali sono suoi fratelli massoni, di schierarsi contro la Germania:

«Il mio sogno è che col passare degli anni e quando il mondo conoscerà sempre meglio l’America, esso ricorrerà a lei per quelle ispirazioni morali che sono alla base di tutte le libertà. L’America apparirà in piena luce quando tutti sapranno che essa colloca i diritti umani avanti a tutto, e che la sua bandiera è la bandiera non solo dell’America, ma dell’umanità. Il mondo deve essere reso sicuro per la democrazia. La sua pace deve poggiare sulle provate fondamenta della libertà politica. Noi non abbiamo alcun interesse egoistico da perseguire. Non miriamo a nessuna conquista, a nessun dominio. Non cerchiamo indennità per noi stessi, non perseguiamo alcun compenso materiale per i sacrifici che sceglieremo liberamente di compiere. Noi non siamo altro se non i campioni dei diritti dell’umanità. E saremo soddisfatti quando questi diritti saranno resi sicuri come solo la fede e la libertà delle nazioni possono renderli. Posta sotto le ali della Provvidenza di Dio, l’America mostrerà ancora una volta di avere l’opportunità di rendere palese al mondo che essa sorse per servire l’umanità».


Gli stessi concetti, Wilson li ha espressi nell’agosto del 1914 alla Independence Hall di Filadelfia, farcito dei più triti luoghi comuni: «Io non so se vi sarà mai una Dichiarazione d’ Indipendenza, o di protesta, per l’intera umanità, ma credo che se mai un tale documento sarà scritto, lo sarà nello spirito della Dichiarazione d’Indipendenza americana e credo che l’America abbia sollevato alto il lume che splenderà su tutte le generazioni, e guiderà i passi dell’umanità verso l’obiettivo della giustizia, della libertà, della pace».


Wilson dota l’imperialismo americano di un fondamento idealistico, che poi si trasformerà nella “missione globale” per “democratizzare” il mondo. È lui che, più di chiunque altro, crea le basi teoriche per una politica estera interventista, espressa, però, nei termini di una retorica umanitaria e democratica. Wilson è il padrino di quegli ideologi che giustificano il potere imperiale americano con il fine di esportare la democrazia.

Al Senato, con un voto di 82 senatori contro 6, 48 dei quali sono affiliati alla Massoneria, e di 373 contro 50 alla Camera, dove i massoni sono 213, il 2 aprile il Congresso avalla la richiesta presidenziale di:

«accettare» la guerra che, «non voluta», è stata «gettata» sugli Stati Uniti.

Come già detto, anche McKinley, aveva avanzato le proprie pretese sotto la “Cupola” del Bene:

«La Spagna si è mostrata inadatta a governare le proprie colonie, e quelle che sono entrate in nostro possesso, come risultato della guerra, devono essere conservate, se vogliamo realizzare il nostro destino nazionale, dando loro i benefici di una civiltà cristiana che ha raggiunto il suo più alto grado di sviluppo sotto le nostre istituzioni repubblicane».

Così, nel 1898 gli USA occupano Cuba, le Filippine, Portorico e Guam e annettono le Hawaii, sottratte alla locale regina cinque anni prima. Il tutto con l’auspicio di Albert J. Beveridge, che in un discorso al Congresso, il 9 gennaio 1900 può dire; da vero giudeo cristianizzato:

«Le Filippine sono nostre per sempre, “territori appartenenti agli Stati Uniti”, come li chiama la Costituzione. E appena al di là delle Filippine ci sono gli illimitati mercati della Cina. E fra tutte le razze, Dio ha scelto il popolo americano come sua Nazione d’elezione, per condurre alla finale rigenerazione del mondo. Questa è la divina missione dell’America, che tiene in serbo per noi tutto il profitto, tutta la gloria, tutta la felicità possibile per l’uomo. Noi siamo i garanti del progresso nel mondo, i guardiani della sua giusta pace. Negli istinti della nostra razza, si manifesta il grande disegno di Dio, che, nella fase attuale, crea il nostro personale profitto, ma il cui fine ultimo è la redenzione del mondo e la cristianizzazione dell’umanità».

In vista di questo nobile fine, vengono represse sanguinosamente, dopo anni di guerriglia, le rivolte nelle Filippine ed a Cuba; e, nel 1903 viene favorito il distacco dalla Colombia della provincia di Panama con la Zona del Canale, resa protettorato ed occupata militarmente.

Quanto ai metodi usati dai Crociati della Nuova Israele Americana, per «pacificare» i rivoltosi, citiamo la corrispondenza pubblicata dalla Cronaca Prealpina di Varese, del 25 marzo 1900:

«Telegrafano da Nuova York in data del 22: Il generale filippino Pawa ha messo in fuga le forze americane presso Gubat, provincia di Sorsogon, e si è impadronito della città di questo nome. Per vendicare la morte del prefetto di Tarlac, ucciso dai filippini, le autorità americane hanno fatto fucilare trenta pacifici abitanti di quella provincia. La famiglia di Aguinaldo, e quella del colonnello Leiba che si trovano a Manilla, sono costantemente sorvegliate e non hanno alcuna comunicazione coll’esterno, per ordine del generale Otis».

Nel 1912 tocca al Nicaragua, nel 1915 ad Haiti. Le intenzioni didascaliche, gli sdegni, e le nobili astrazioni del presidente profeta si esercitarono poi nel 1916, e non solo in Europa. Il 15 maggio 1916 si rinnova lo sbarco di un corpo di spedizione a Santo Domingo, al quale segue un’altra intrusione pedagogica, questa volta in Nicaragua. Sempre durante la primavera del 1916, un corpo di spedizione di quindicimila uomini viene spedito in Messico, con l’ordine di catturare Pancho Villa. Mentre Wilson, arrossendo, disserta sulla Bosnia e le inumanità dell’Europa, la sua cavalleria fa strage degli indiani.


A prescindere dalla responsabilità per lo scoppio dei conflitti, argomento sempre controverso, e considerando il mero coinvolgimento degli europei, è la Germania a soffrire la massima devastazione e a contare la più alta quota di vittime. I secoli dal XIII al XVI contano oltre diciassette invasioni e sottrazioni di territorio tedesco, da parte dei francesi; ed è solo nel 1552 che la Francia si impossessa di Metz, Toul e Verdun; grazie all’aiuto di principi tedeschi protestanti. Solo la Guerra dei Trent’Anni permette ai francesi di mettere piede in un’Alsazia devastata, che, tuttavia, offre una tenace resistenza ancora per decenni.

È nel 1681 che Luigi XIV, approfittando della presenza dei Turchi sotto le mura di Vienna, mette l’assedio ad una Strasburgo largamente sguarnita di difensori, e la conquista con una facilità altrimenti impensabile. Con queste premesse, il ritorno alla Germania dell’Alsazia, e della Lorena, nel 1871, non è che la riparazione di un torto e di un’ ingiustizia perpetrata dalla Francia, due secoli prima, e, niente affatto una «conquista brutale» da parte della «Prussia»


Tanto più, che è stata Parigi, e non Berlino, a dichiarare la guerra, nel 1870, con l’obbiettivo di annettersi l’intera riva destra del Reno; fino alla frontiera olandese. Nella Guerra dei Trent’Anni, vengono devastate ed incendiate decine delle maggiori città tedesche, distrutti 15.000 villaggi e, in essa, perdono la vita, dal 33 al 60% dei tedeschi, giungendo all’80% in talune aree della Pomerania e del Meclemburgo.

La popolazione globale precipita dai 16-17 milioni del 1618, agli 8-10 milioni del 1648,e, su 27 milioni, ne muoiono 11 per armi, fame e pestilenze; un vero Olocausto. Crolla, la struttura costituzionale del Reich: e agli Stati sorti da uno sfacelo, tenacemente voluto dalla Francia, viene concessa piena sovranità, compresa la prerogativa di concludere alleanze con potenze straniere; purché non dirette contro l’imperatore. Viene tolta la preminenza dei Grandi Elettori, sugli altri membri della Dieta, e l’imperatore stesso cede alla dieta lo jus pacis et belli: il diritto di dichiarare guerra e di concludere la pace, l’acquartieramento delle truppe, la tassazione, e la costruzione di fortezze, divenendo quindi un semplice amministratore dell’Impero.


Frammentaria fin dalla nascita, la compagine del Reich viene ora «federalizzata», ovvero frantumata, in 343 entità: 51 città libere, 63 città soggette, ducati, principati laici, principati ecclesiastici, e piccoli regni; oltre a 1475 porzioni di territorio «indipendente», appartenenti ai Cavalieri liberi dell’Impero.

Il Congresso di Vienna riorganizza il tutto in 4 città libere e 35 tra principati e regni. Per oltre due secoli, la nazione tedesca non esisterà più come corpo politico organico, fino a quando, cioè non troverà una propria Unità politica sotto il Regno di Prussia. Quanto alla Seconda Guerra Mondiale, secondo Wilson «l’ultima guerra per porre fine a tutte le guerre», che ricalca il concetto di Engels di: «ultima guerra santa per il Regno millenario della libertà» essa non sarà affatto l’ultima. Nei 50 anni che seguono vi saranno, nel mondo, 250 conflitti con oltre 200 milioni di morti. Inoltre, Frank Pfetsch elenca, per il periodo 19451990, che è sostanzialmente, quello della Guerra Fredda, 496 conflitti tra violenti e non violenti: le «small wars» delle quali, in quanto quasi nessuna viene combattuta in Europa, l’europeo non conservia ricordo o memoria, e tantomeno dettagli.

Questi conflitti, di cui 232 internazionali e 264 interni, nascono da tensioni interne che poi s’internazionalizzano. Le stime dei morti, fatti dall’ottantina di vere e proprie guerre, spaziano dai 15 ai 25 milioni, con 30 milioni di profughi. A testimoniare l’avvenuto «progresso democratico», è sempre più elevata la quota dei civili coinvolti.

Se nella Grande Guerra i morti tra i non combattenti sono il 5% delle perdite globali, e nella Seconda Guerra Mondiale si valutano attorno al 50%, i civili morti, essi nella guerra di Corea sono già l’84%, nella guerra del Vietnam si situano tra il 70 e il 90%, in quella del Libano intorno al 90%. Nel dicembre del 1994 alcuni docenti dell’Università di Amburgo riportano che dal maggio 1945, apertura dell’Era di Pace, le guerre combattute sono state 187; con 16 milioni di morti. Nel solo 1994 esse sono ben 41, con 6,5 milioni di morti e 49 milioni di profughi.

Il Procuratore Generale del Tribunale Internazionale dell’ONU Richard Goldstone valuta, sempre per l’Era di Pace apertasi l’8 maggio 1945, a 160 milioni i morti diretti ed indiretti, civili e militari.

Ad ulteriore dimostrazione dell’amor pacis delle Democrazie, la quota dell’export di armi nel 1977-82 titola per la Francia il 10,8%, il 3,8 per l’Inghilterra, il 43,3 per gli USA, e il 27,4 per l’URSS: in totale, l’85,3 del mondo. Quanto ai soli States, in due secoli essi hanno organizzato 181 interventi armati: in media uno all’anno, e sempre contro nazioni che non li minacciano direttamente.

Il paese Latino-americano più beneficiato dalle attenzioni democratiche, della Nuova Israele Presbiteriana, statunitense, è il Messico: 14 volte dal 1806 al 1919. Seguono il Nicaragua con 12 volte, dal 1853 al 1933; Panama 10, Honduras 7, Colombia 6, Haiti 5, Repubblica Dominicana 5, Argentina 3, Brasile, Cile, Guatemala, Paraguay e Perù 1 volta ciascuno.

Abbiamo inoltre 22 interventi contro la Cina, 9 per la Spagna, Giappone 5, Turchia 5, Corea e Hawaii 4, Libia e Figi 3, Germania 2. Uno ciascuno per Algeria, Angola portoghese, Egitto, Etiopia, Filippine, Grecia, Grenada, Inghilterra, Italia, Libano, Malvine/Falkland, Isole Marchesi, Marocco, Russia, Samoa, Sumatra e Vietnam.


Al momento della dichiarazione di guerra, il 5 aprile 1917 che, per singolare coincidenza, è anche il giorno che vede l’annuncio della missione Balfour negli USA, e l’abolizione di ogni restrizione legislativa anti-ebraica, da parte del governo Kerenskij, il passaggio dal semplice antipacifismo, al bellicismo vero e proprio, è già avvenuto da un pezzo.

Dichiarata la guerra, pacifisti, socialisti, tedeschi, e neutralisti, diventano sospetti. In Inghilterra la censura postale permette di schedare 34.500 cittadini britannici, per presunti legami col nemico; di altri 38.000 «sospettati di qualche atto o associazione ostili», e di 5246 collegati al pacifismo e all’antimilitarismo. Vengono imprigionati i capi e i membri della International League for Peace, della “Confraternita per il no alla coscrizione” e della “Commissione per fermare la guerra”.

Viene perseguitato ed imprigionato il filosofo pacifista Bertrand Russell e 34 obiettori di coscienza vengono imprigionati, spediti in Francia, sottoposti alla corte marziale, condannati, dapprima a morte, e poi graziati ai lavori forzati; in seguito alle proteste dello stesso Russell e di altri pacifisti di rilievo. Contro di loro viene approvato, il 15 giugno un primo Espionage Act , seguito, il 16 ottobre da un Trading with the Enemy Act, e da un Sedition Act , del 16 maggio 1918, che fa cadere sotto i rigori della legge ogni forma di disrespect, «scortesia, sgarbo, mancanza di rispetto», per gli Interessi Alleati.

Un termine questo, talmente vago ed ampio, da poter essere usato contro chiunque per i motivi più diversi. Viene infatti colpito, qualunque scritto o discorso «sleale, ironico, ostile, sprezzante o ingiurioso». Tutte le attività sociali, compresa quella cinematografica, vengono mobilitate. Il governo bandisce dalla circolazione i film pacifisti, mentre le case cinematografiche si affrettano a produrre film in linea col tono assunto dal Paese in guerra e, al pari dei giornali, continuano, senza alcuna esitazione, ad omettere, deformare, alterare, falsificare i fatti.


McKinley vent’anni prima urlava alle folle:

«Chi vorrà creare problemi al governo, seminando l’insoddisfazione fra i coraggiosi pronti a fare il proprio dovere e morire, se necessario, per il loro paese? Chi oscurerà i disegni della repubblica, in quest’ora che esige la saggezza solidale di tutti?».

Centinaia di migliaia di «patrioti» s’associano, in gruppi di vigilantes dai nomi altisonanti: American Defense Society, National    Security    League,    American    Anti-Anarchy Association, Boy Spies of America. Tutti costoro sono votati allo sradicamento l’eresia pacifista ovunque essa si annidi. Come le di parate, le marce militari, lo sventolìo delle bandiere, e gli inni, anche le aggressioni contro gli «antinazionali», condotte con pece e piume, all’uso della Rivoluzione Americana, tengono desto il patriottismo yankee.

Intanto, rileva Reuben Clarence Lang, Washington procede al sequestro e all’esproprio non solo dei beni pubblici del Reich, ma anche di tutti quelli privati, sui quali riesce ad allungare le mani:

«Oltre 5700 brevetti tedeschi, e proprietà del valore di due miliardi di dollari, passarono in mani americane; tra cui proprietà per 800 milioni di dollari vanno a finire nelle tasche di americani “al cento per cento”».

Un esempio, sintomatico del comportamento delle autorità americane riguarda il trentenne commerciante d’arte, a New York, Ernst Hanfstaengl, poi intimo di Hitler e responsabile nazionalsocialista per la stampa estera, il cui padre è anch’egli cittadino tedesco e la cui madre è statunitense, e che si vede sequestrare, nel suo Atelier, opere d’arte stimate mezzo milione di dollari. Il fiduciario pubblico per il sequestro dei beni nemici, mette all’asta queste opere, ricavandone appena 8200 dollari.


Il 13 aprile viene creato, con decreto presidenziale, il Committee on Public Information: un organismo federale presieduto da George Creel, giornalista progressista devoto a Wilson autore dell’acre War Criminals and Punishment. Egli viene affiancato dal Segretario di Stato e dai ministri della Guerra e della Marina, il cui compito è di attivare la propaganda: « per vendere la guerra agli americani» e «per lottare per l’anima dell’umanità», contro Prussianismo, Pan Germanismo, Teutonismo e Kaiserismo.


Nella Commissione lavora anche il nipote di Sigmund Freud Edward Bernays, poi capopropaganda della delegazione americana a Versailles, e futuro «padre delle pubbliche relazioni», nonché genitore di Murray C. Bernays, futuro superconsulente di Robert Houghwout Jackson, a Norimberga.

Il nuovo incarico di Creel come organizzatore di tutta la propaganda di Stato, provoca lo sdegno del mondo giornalistico americano non Kasher, che conia il neologismo: “creelizzare”, per riferirsi all’azione di modificare un articolo, un film, o altro, per adeguarlo all’ideologia di regime.

Ramificato in tutto il territorio nazionale, in Alaska e nelle Hawaii, il CPI interviene in tutti i settori dei massmedia: «Censura e propaganda sono i suoi due compiti istituzionali. L’organismo cresce fino ad impiegare circa 400 addetti fissi, che dirigono da Washington il lavoro di decine di migliaia di volontari, sparsi dentro e fuori gli Stati Uniti; con una Domestic e una Foreign Section.


Guidato da una Sezione Esecutiva, il CPI raggruppa una ventina di Divisioni, istituite nei mesi seguenti: Business Management, Stenografia, Produzione e Distribuzione, Notizie, Official Bulletin: una pubblicazione quotidiana da otto a trentadue pagine, con tiratura variabile da 60.000 a 115.000 copie, e uscito anche dopo la guerra; fino al dicembre 1919.


Vi sono poi: Stampa Estera, Cooperazione Civile ed Educativa, Fotografia, Cinematografia, in cui il concetto base è di presentare la guerra in modo positivo, con la proibizione di pubblicare qualsivoglia immagine che mostri militari americani morti. Vi sono poi le Esposizioni di Guerra, con mostre in venti città di armi e trofei di ogni tipo, catturati ai tedeschi. Il CPI organizza Esposizioni in Fiere Statali, Relazioni Industriali, Documentazione, Pictorial Publicity; con 700 manifesti, 122 cartelloni per auto, 310 illustrazioni pubblicitarie e 287 cartoons.

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Fumetti e vignette provengono dal Bureau of Cartoons, «per mobilitare ed indirizzare il potere dei fumetti/vignette, attualmente disperso, ai fini di una costruttiva attività bellica», editore di un Bulletin for Cartoonists inviato settimanalmente a 750 dei più noti vignettisti, attirandone l’attenzione su una decina di fatti e frasi- chiave, che il governo vuole vedere popolarizzati in quel momento.
E ancora: Pubblicità, Trasmissioni Radiofoniche, Speaking Division, che elabora materiale per discorsi e comizi; Syndicate Features, per diffondere servizi speciali, novelle, saggi e romanzi, contemporaneamente su riviste e giornali.

Quanto ai quotidiani, nel 1914 circolano 2250 testate, e, fino al giugno 1918, i saggi e racconti distribuiti raggiungono 25 milioni di persone al mese; fino al    termine del conflitto saranno pubblicati 75 milioni tra volumi ed opuscoli. National School Service, quindicinale di sedici pagine inviato gratuitamente ai 600.000 insegnanti delle scuole pubbliche, riporta storie esemplari di guerra, esalta l’opera della Croce Rossa, il lavoro di americanizzazione compiuto dagli studenti fra gli immigrati, le campagne per i prestiti nazionali, il risparmio alimentare, e così via. Le ultime cinque o sei pagine, hanno sezioni specifiche per le scuole rurali, le classi elementari, medie e liceali.


Agli insegnanti si suggeriscono programmi per stimolare la crescita dei sentimenti patriottici, con lo scopo di far diventare ogni scolaro un mesaggero dello zio Sam. Infine c’è Women’s War Work e Work with the Foreign Born, per attivare la componente femminile della socieà̀ e porre attenzione agli immigrati.

Capisaldi della Foreign Section, o “Divisione Estera”, che in 17 paesi ha propri commissari ed uffici, mentre in un altra ventina si avvale dei rappresentanti diplomatici, e consolari; o di semplici cittadini americani, ivi residenti, sono le sezioni: Servizi di Radiotelegrafia Senza Fili e Telegrafica, diretta da Walter Rogers e che invia quotidianamente, via etere o cavo, dispacci da distribuire ai giornali stranieri. Il Foreign Press Bureau o Ufficio Stampa Estera, chiamato anche Poole Service dal suo direttore, lo scrfittore Ernest Poole, elabora e spedisce, con la posta diplomatica, articoli di colore sulla vita quotidiana negli States e al fronte, e viene presto affiancato da un Pictorial Service, che distribuisce settimanalmente a 35 paesi materiale fotografico in genere, poster, cartoline, foto, distintivi e bandierine americane.


La Foreign Film Division, Sezione Film Esteri, per quanto concerne l’Italia, inonda il paese con 420 pellicole per un metraggio complessivo di 120.000 metri, toccando l’acme nell’estate del 1918, con pellicole alla cui première partecipano le autorità pubbliche, divenendo un evento ufficiale.

Il fine di tutto questo interventismo «informativo» interno ed estero è la pura “propaganda”, ovvero un’ operazione di falsificazione e corruzione dei fatti mascherata con intenti di tipo educativo ed informativo, e fatta passare per una presentazione corretta degli eventi. Tra le divisioni che operano sfruttando le recenti tecnologie, c’è quella radiofonica, che cura il programma Four-Minute Men, riuscendo a coinvolgere 75.000 volontari nella produzione di propaganda, o in conferenze che da centinaia di stazioni e da 7629 punti-base, in ogni parte del paese, «portano il dardo fiammeggiante in ogni angolo dell”’America» e dei possedimenti americani; dal Canale di Panama alle Filippine, dalle Hawaii a Guam; da Samoa e Portorico, per un totale di un milione di interventi, rivolti ad un uditorio di 400 milioni di persone.

Nella sola città di New York, 1600 oratori raggiungono settimanalmente mezzo milione di persone: in inglese, yiddish ed italiano. Seguendo le istruzioni inviate da Washington, i Four-Minute Men tengono brevi discorsi di quattro minuti, su aspetti cruciali della guerra; nei più diversi luoghi di riunione, prevalentemente nelle sale cinematografiche, ma anche nelle scuole, nelle chiese, nelle sinagoghe, nelle università, nei club privati e sui luoghi di lavoro.


Il loro numero dilaga rapidamente,”come un fuoco nella prateria”. Dai 2500 speaker del luglio 1917, l’organizzazione si porta alle 15.000 unità del novembre successivo, alle 40.000 del settembre 1918, e alle 75.000 voci della fine del conflitto Difficilmente un cittadino americano di età adulta può scansare o evitare di imbattersi in uno di questi appelli propagandistici.

Ogni numero inizia spiegando il tema del momento, con un testo agile e non retorico, d’effetto, inframmezzato da citazioni di personaggi illustri, fra cui spiccano quelle del presidente Wilson. Seguono istruzioni e consigli pratici, sul modo migliore di presentare l’oggetto della campagna al pubblico.

Si suggeriscono alcuni prospetti dei punti principali da sviluppare, le possibili frasi d’apertura, ed altri slogan d’effetto; e si riportavano due esempi di discorsi da quattro minuti, che gli speaker possono utilizzare. Vengono incoraggiate comunque le variazioni individuali, atte a rendere personale l’appello agli ascoltatori.

Continua è invece la raccomandazione di non superare il tempo limite di quattro minuti, pena l’espulsione dall’organizzazione. Tale limite è chiaramente calibrato sia sulla durata dell’intervallo delle proiezioni cinematografiche, che sul tempo d’attenzione medio; e risponde alle esigenze di efficacia del messaggio propagandistico.
Ogni discorso, deve essere preceduto dalla proiezione di una stessa dispositiva standard, del CPI, in modo che sia evidente che lo speaker agisce come portavoce del governo.

Seconda per incidenza sul pubblico, è la divisione cinematografica, istituita il 25 settembre sotto la direzione di Charles S. Hart. Il CPI non inizia ad agire nel campo della cinematografia che nel luglio 1917, e la divisione cinematografica non viene istituita che nel settembre, ma chiunque può indovinare, anche negli anni della neutralità̀, che prima o poi il governo inizierà a produrre e distribuire pellicole.


Nella prima settimana d’aprile sono in uscita una dozzina di film. Uno di loro, How Uncle Sam Prepares ,Come si prepara lo Zio Sam, è prodotto dalla Hanover Film Company «by authority of and under the direction of military experts», sotto la direzione e con la consulenza di esperti militari. Escono anche dei serial come Liberty, in venti episodi, e Uncle Sam at Work, Lo Zio Sam all’opera; in undici.

Il 23 maggio William A. Brady, produttore e presidente della National Association of the Motion Picture Industry, costituita il 25 luglio 1916, come seguito del Motion Picture Board of Trade of America, crea un Comitato che raggruppa i massimi produttori cinematografici; per gettare le basi di una politica produttiva comune.

Il Comitato, del quale fanno parte gli ebrei Fox, Laemmle, Lasky, Loew, Joseph Schenk, Selznick, Zukor e i goyim Griffith, Ince, Thomas Furniss e Jules Brulatour, viene finanziato generosamente anche dall’Associazione Americana dei Banchieri, che fornisce il necessario per la produzione di trentamila diapositive, da proiettare sugli schermi dei cinema, e contributi per sorteggiare settimanalmente, tra gli spettatori, 700 dollari in Buoni della Libertà.

I cameramen del CPI e quelli del Signal Corps girano in proprio una ventina di cortometraggi, che si pensa non possano entrare in concorrenza con la produzione usuale. Vengono prodotte anche quattro lungometraggi: Pershing’s Crusaders , I crociati di Pershing, il comandante in capo in Europa, generale John Pershing, massone del 33° grado; e America’s Answer, La risposta dell’America, centrati sull’argomento «Europa, arriviamo»; Under Four Flags, Sotto quattro bandiere, sulla solidarietà tra le potenze dell’Intesa e gli States.

Un appello particolare alla popolazione negra, viene fatto con Our Coloured Fighters, I nostri combattenti di colore.

Le sale cinematografiche divengono centri di adunate patriottiche, ela popolazione viene esortata a partecipare agli spettacoli; la sovrattassa di guerra sul biglietto d’ingresso, viene giustificata come possibilità offerta ad ogni patriota di contribuire allo sforzo bellico.

Il cinema, strumento validissimo di comunicazione tra cittadini e governo, diviene il commesso viaggiatore della guerra, e della relativa disciplina bellica. Vi si danno le ultime notizie, si esortano gli spettatori alla cooperazione, si smascherano i disfattisti, e si incoraggia l’arruolamento, esaltando la difesa della patria, l’eroismo e lo spirito di sacrificio.

Il finanziamento della guerra, trova un vigoroso sostegno nelle pellicole che esortano all’acquisto dei Buoni della Libertà Un cortometraggio proiettato in tutte le sale, mostra il Presidente americano Wilson, mentre detta il suo messaggio in favore del prestito di guerra. Adolph Zukor, mette a disposizione della propaganda governativa settantamila lastre fotografiche; e centocinquantamila metri di pellicola.

Registi come Griffith ed Herbert Brenon vengono invitati a girare film di guerra al fronte. Dato che Intolerance, il film seguito a The Birth Of A Nation, gli ha procurato critiche internazionali, il regista abbandona gli ideali pacifisti ed accetta l’invito. Deve anche farsi perdonare il passo falso compiuto con Robert Goldstein producendo The Spirit Of ’76, pervaso da note antibritanniche. Il film, da lui prodotto oltreoceano, presenta il militarismo tedesco come la più spaventosa minaccia alla civiltà umana, e chiede apertamente che esso venga spazzato via dalla faccia della terra.


Hearts Of The World, I cuori del mondo, descrive l’occupazione di un villaggio francese da parte dei tedeschi, i quali, secondo la moda dell’Intesa, vengono dipinti come «unni» saccheggiatori, debosciati muniti di monocolo, sadici violentatori di ragazze. Didascalie come:

«Mese per mese l’elenco dei crimini degli unni aumentava sul libro di Dio» sono, scrive all’epoca un critico, «un potente stimolo per il sentimento patriottico».

Per compensare i «pregiudizi razzisti» anti-negri, espressi nel suo capolavoro e farsi perdonare la strenua lotta anticensoria sostenuta nell’opuscolo The Rise and Fall of Free Speech in America, Griffith inserisce nel film addirittura una scena in cui un soldato bianco bacia un commilitone negro morente, che piange al pensiero della madre.

Il critico Lewis Jacobs lo stronca:

«Pur commovente il gesto è fuori luogo e certo non compensa l’atteggiamento oscurantista dell’antico film. Lacrimogeno e parziale, Hearts Of The World ha tutti i difetti dello stile sentimentaloide di Griffith nel senso peggiore».

Mentre Inghilterra, Francia, e Russia, vengono rappresentate come eroiche nazioni civili, la Germania viene demonizzata senza pietà. Un ruolo primario in tale falso storico, lo svolge il blocco di ogni comunicazione proveniente dagli Imperi Centrali, che impedisce loro di dare al mondo un’altra versione dei fatti. Inoltre, un’apposita legge impone a Berlino, di sottoporre al ministero delle Poste, tradotti in inglese, per assenso o divieto, gli articoli della stampa tedesca concernenti sia il governo americano che la situazione internazionale.

I collegamenti postali e via cavo con il Reich, non saranno riattivati che alla fine del luglio 1918. Film di atrocità, che gareggiano in fantasia con i giornali, fanno della Germania una massa di spietati «Kaiser.» Oltre alle piccole mani belghe tagliate, alle suore violentate e ai canadesi crocifissi, il Daily Telegraph londinese anticipa, il 22 marzo 1916, l’assassinio inesistente di 700.000 serbi, avvenuto con i gas asfissianti.

Curiosamente, il 25 giugno del 1942 lo stesso Daily Telegraph, riportando il comunicato di Shmuel Zygelbojm, delegato bundista nel «parlamento» polacco in esilio, sosterrà che sono già stati gassati 700.000 ebrei: sempre il Telegraph, e sempre 700.000!.

Secondo la moda lanciata da Blackton, i tedeschi esprimono brutalità, barbarie e assoluta mancanza di scrupoli. A queste «belve» non vi è nulla di troppo orrendo o incivile che non possa venire imputato impunemente. Per i precedenti della Suggestione Olocaustica, rinviamo ad Arthur Ponsonby e Peter Buitenhuis.

Per il caso delle mani di bambini belgi tagliate, ve detto che:

1. contro quelle «testimonianze» si leva anche l’ebreo «francese» Louis-Lucien Klotz, deputato radical-socialista, capo della censura e in seguito ministro delle Finanze.

2. Al termine del Primo Conflitto non fu trovato nessun fanciullo senza mani. Prezioso insegnamento: nel Secondo Conflitto, onde sottrarsi a delle sciocche contestazioni, le vittime «andate in gas» – suggestiva espressione di Primo Levi– si sarebbero poi disperse nel vento, senza lasciare la benché minima probabile traccia: «su per il camino». Quanto alle violenze e agli assassinii, compiuti dagli Umanitari eroi alleati, contro i prigionieri di guerra tedeschi, rimandiamo ad August Gallinger.

Il primo e più raccapricciante exploit giornalistico dell’Intesa, è la mutilazione delle mani dei bambini belgi, apparso su The Times del 27 agosto 1914. Il 2 settembre, dei profughi francesi, sedicenti testimoni oculari, «confermano» il «fatto»:

«Essi ,i tedeschi, tagliarono le mani di diversi ragazzi, allo scopo di privare la Francia di futuri soldati »

Con identico scopo i bambini nemici vengono anche rapiti, brutalmente strappati alle madri in pianto. Immagini di fanciulli senza mani, diffuse su giornali, in immaginette, e persino in statuette semi votive, divengono popolari in tutto l’Occidente. Bimbi e donne infilzati su baionette, da mostri con in capo il Pickelhaube vengono ripresi anche da giornali americani.

Il 14 maggio 1915, dieci giorni prima della discesa in campo dell’Italia contro l’Austria-Ungheria, il Corriere della Sera di Milano e Il Messaggero di Napoli pubblicano, con grande rilievo, un rapporto inglese sulle «atrocità» tedesche, tra le quali «sgozzamento di donne, di giovinette, di fanciulli, spesso accompagnato da circostanze ripugnanti in cui le baionette ebbero gran parte», «estirpazione di mammelle alle donne», «un bambino di tre anni crocifisso», etc.


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Un libello di un certo Achille De Marco, sedicente belga, descrive con fantasia perversa altre orrende mutilazioni, stupri conditi da crudeltà inaudite, «bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui moncherini; per il passatempo spirituale» della soldataglia di Guglielmone.

In settembre, il Daily Mirror racconta in vignette: How The German Soldier Earns The Iron Cross, Come il soldato tedesco si guadagna la Croce di Ferro. Come? Presto detto: pistolettando alle spalle le donne, inseguendo a sciabola alzata i bimbi, fulminando a terra i vecchi, sparando in viso ai mutilati, e, infine, godendo il meritato riposo vicino a svariate bottiglie di alcolici, prima di venire decorato da un tronfio Kaiser, rappresentato come un macellaio armato di coltellacci grondanti sangue.

Cartoline postali francesi, diffuse a centinaia di migliaia rappresentano il tedesco che fucila contro un muro un fanciullino di sette anni armato di un fucilino di legno. Il piatto forte restano, comunque le mani tagliate. La leggenda risale a dei fatti reali, testimoniati dai missionari Murphy e Sjolom, dal deputato irlandese sir Roger Casement e dall giornalista Edmund D. Morel: l’unico particolare è che i fatti si svolgono negli anni 1895-97, e non in Europa, ma nel Congo, sotto il dominio belga.

Gli autori delle efferatezze mutilanti sono appunto i colonizzatori belgi, e le vittime sono i negri raccoglitori di gomma, minacciati del taglio delle mani e, talora, mutilati davvero, in caso di scarso rendimento.

Il periodico La Rive Rouge del 26 luglio 1916 riporta un’illustrazione raffigurante i soldati tedeschi mentre mangiano tali mani. Ma i tedeschi non si limitano solo ad infierire sui bimbi: il 17 aprile 1915 viene vista una infermiera a cui essi hanno tagliato le mani. Il Sunday Chronicle del 2 maggio riporta che a Parigi « una dama di carità», visitando un gruppo di profughi belgi, trova una fanciulla decenne senza le mani, la quale invoca la madre affinché le soffi il naso. Quanto alla mutilazione di infermiere, oltre alle mani gli «unni» si dilettano a tagliar via le mammelle, lasciando agonizzare le sventurate per ore: Star, Evening Standard, The Times, 16 e 18 settembre 1914.


Per la crocifissione di ufficiali canadesi ad Ypres, bisogna arrivare al 10 e 15 maggio 1915. Innumerevoli sono anche i «rapporti», più o meno ufficiali, sugli stupri cui vengono sottoposti le donne dei vinti; «autorevoli» ed oscene fantasie, attive ancora ottant’anni dopo, riportando gli stupri di massa effettuati dai Serbi in Bosnia, nel 1996: «Durante l’invasione tedesca del Belgio nel primo conflitto mondiale i militari tedeschi violentarono sistematicamente le donne belghe al fine di terrorizzare l’intera popolazione. I soldati tedeschi usarono gli stupri come arma terroristica e strumento sia per demoralizzare e annientare i sottouomini, sia per imporsi come razza padrona [Herrenrasse]»

Il 16 aprile del 1917 il Times riferisce della scoperta di impianti per l’elaborazione dei cadaveri: esperti in chimica applicata, gli «unni» ricavano glicerina distillando i corpi dei loro stessi caduti. Due foto affiancate illustrano l’orrendo accaduto: la prima rappresenta cadaveri di soldati, trasportati dietro le linee per essere sepolti; la seconda, le carcasse di cavalli morti, trasportati in fabbriche per ricavarne olio e sapone.


Per ordine del generale Charteris del Department of Information le foto, rinvenute su un prigioniero, ricevono la didascalia:

«Cadaveri di soldati diretti a una fabbrica di sapone». Tra gli obiettivi dell’operazione: persuadere la Cina ad aggiungersi agli «alleati».

Gli esperti di propaganda e contropropaganda, riveleranno dopo il conflitto, che la profanazione dei cadaveri da parte dell’esercito tedesco ha profondamente colpito i cinesi e il loro culto dei morti, in modo tale da pesare considerevolmente sulla loro decisione di uscire dalla neutralità.

L’Olo-Sapone ha, quindi, un illustre antenato. Quanto al taglio delle mammelle, la «notizia»viene ripresa nel 1937, nel corso della Guerra Civile Spagnola, da parte dei repubblicani, che imputano ai nazionali la pratica di tale impresa, sulle mogli dei miliziani rossi. dopo averle violentate. Ugualmente faranno Ilija Ehrenburg e l’intera propaganda sovietica, fin dall’estate 1941; contro i «cani hitleriani».


Come per il rogo di prigionieri rossi cosparsi di benzina, ed arsi vivi, dell’invenzione di tali nefandezze testimonia Arthur Koestler, addetto all’Ufficio Propaganda parigino del Komintern (Kommunisticeskij Internacional / Internazionale Comunista, diretto dal confratello Otto Katz.

«Una buona politica di propaganda ha probabilmente risparmiato un anno di guerra. E questo significa milioni di sterline e con ogni probabilià un milione di vite umane», scrive il London Times il 31 ottobre 1918, undici giorni prima dell’armistizio. Ma se questo può essere vero, lo è ancora di più il fatto che è stato impiantato, attecchendo vigorosamente, il seme velenoso della menzogna e dell’odio.

Il nemico ha ormai perso ogni fattezza umana, da quel seme dal quale sarebbero sorte tutte le innumerevoli piante che dopo tre quarti di secolo avviluppano ancor oggi i sentimenti e soffocano la ragione del cittadino comune in senso antitedesco. A testimoniare della potenza di un’altro aspetto della strategia avversaria è anche uno degli ultimi bollettini della XVIII Armata imperiale:

«Il nemico ci ha sconfitto sul fronte della propaganda a mezzo dei volantini. Ci siamo resi conto che, in questa lotta per la vita o la morte, era necessario utilizzare gli stessi metodi del nemico. Ma noi non ne siamo stati capaci. Il nemico ci ha vinto non in un corpo a corpo sul campo di battaglia, baionetta contro baionetta. No! Pessimi testi su poveri fogli, malamente stampati, hanno fatto venir meno il nostro braccio».

Alla base della carenza della propaganda e contro-propaganda tedesca, diretta da Matthias Erzberger a Berlino, stanno in primo luogo un’ innata onestà intellettuale e morale, e poi una «lentezza» di adeguamento intellettuale verso le nuove realtà della «guerra totale».

Il dispositivo tedesco, fa appello alla ragione, sforzandosi di giustificare l’atteggiamento dei suoi compatrioti. La propaganda britannica punta invece sull’emotività, cercando di suscitare indignazione e repulsione. Mentre Londra trasmette notizie che denunciano le atrocità commesse dalla soldataglia nemica, pubblicizza immagini che la mostrano al saccheggio, e via dicendo, Berlino si lancia in lunghe dissertazioni, per dimostrare che è stato solo l’interesse del Regno Unito a liquidare l’industria del suo concorrente, a determinare la guerra, spiegando con dovizia di particolari le ragioni storiche e diplomatiche della politica di accerchiamento della Germania, da parte di Edoardo VII.


Mentre la condanna a morte, in territorio occupato, dell’inglese miss Cavell da parte delle autorità militari tedesche solleva le folle, indignate da quell’atto barbarico commesso contro un’infermiera, accusata di spionaggio per il nemico, la sola contromossa di Berlino, per neutralizzare quell’ondata emotiva è la citazione di un articolo del diritto internazionale.

Di contro, i tedeschi non riescono a trarre alcun vantaggio mediatico dall’esecuzione, da parte dei francesi, di una delle loro spie, Mata Hari» Nel settembre 1914 la quarantottenne Edith Cavell, in Belgio dal 1907 e direttrice dell’istitituto sanitario Berkendael di Bruxelles, resta di propria volontà nel paese, malgrado venga invitata dalle autorità militari tedesche a rientrare in patria. Protetta dall’uniforme di capo-infermiera, si fa parte attiva di una rete spionistica guidata dal belga Philippe Baucq.


Arrestata il 5 agosto 1915, il processo inizia il 7 ottobre nella sala senatoriale del Palais de la Nation; emessa la sentenza il 10, la fucilazione sua e di Baucq segue il mattino del 12. Nel 1930 lo storico francese Pierre Desgranges, ex tenente del Deuxième Bureau, sostiene che le autorità inglesi, per scatenare una campagna di stampa antitedesca, lasciano cadere la proposta tedesca di liberare la donna. Quanto all’Inghilterra, i processi di spionaggio sono tenuti a Londra davanti a un Tribunale di Guerra o all’Old Bailey.

A parte la rete impostata dall’ufficiale di marina tedesco Gustav Steinhauer, smantellata già il 4 agosto 1914, tra l’ottobre 1914 e il settembre 1917 vengono catturate 31 vere o presunte spie tedesche, con la pronuncia di 19 condanne a morte, di cui 12 eseguite: 11 per fucilazione nella Torre di Londra, ed una per impiccagione a Wandsworth; il 15 luglio 1915 La più giovane spia è il ventitreenne Robert Rosenthal, verosimilmente ebreo.

Quanto al sesso femminile, viene condannata a morte un’ unica donna, la svedese Eva de Bournonville, il 12 gennaio 1916, poi graziata all’ergastolo. Quanto alle donne fucilate dai francesi per spionaggio, ricordiamo, oltre all’olandese Margaretha Gertruida Zelle detta Mata Hari il 15 ottobre 1917, le francesi Josephine Alvarez, Marie Arico detta Regina Diana, Alice Aubert, Olga Berardi, Emilienne Busimetière, Rose Cimetière, Antoinette Dufays, Margarethe Francillard, Victorine Franchez, Emma Fueg, Jeanne Labourbe, Ottilie Moss, Louise Pfaadt e Margarethe Schmidt.

Quanto a Mata Hari, sebbene la sua attività sia abbastanza modesta, il governo francese, dopo averla fatta arrestare, decide di farla fucilare perché serva da esempio. Il biografo Sam Waagenaar esclude decisamente la partecipazione della donna ad attività spionistiche, accusando come primo autore delle false accuse, il capo del Deuxième Bureau capitano Ladoux, che dà l’avvio al meccanismo che porterà alla morte della danzatrice:

«Il processo di Mata Hari ebbe inizio in un momento in cui la situazione in Francia sembrava disperata. Il morale non era mai stato tanto basso dai tempi della travolgente avanzata tedesca su Parigi, quando il governo era fuggito a Bordeaux. Durante maggio e giugno del 1917 la ribellione si diffuse tra le file francesi in sedici corpi d’armata. Le truppe, al limite della resistenza fisica, indebolite e sull’orlo della disperazione a causa delle perdite subite durante il 1916 e dell’inverno gelido e disastroso del 1917, col morale sempre più minato dalla propa-ganda disfattista e pacifista dei centri clandestini sovversivi nelle retrovie, presero lo spunto dalla rivolta russa e, cantando l’Internazionale, marciarono con le bandiere rosse al vento. Alcuni uomini, spesso scelti a caso, furono processati, condannati a morte e immediatamente giustiziati da tribunali di guerra costituiti in gran fretta al fronte. Ormai sembrava che la completa disintegrazione dell’esercito francese fosse soltanto questione di settimane. La situazione generale era aggravata dalle perdite sul mare, a causa della continua attività dei sommergibili tedeschi. Per risollevare il morale della Francia era indispensabile distogliere l’attenzione pubblica dagli avvenimenti al fronte. Bisognava trovare in qualche modo un capro espiatorio e il governo, tra gli altri mezzi, usò quello della frenetica caccia alle spie. Se non altro, parte della colpa per il corso degli eventi poteva essere attribuita alle loro nefande attività e in un periodo di tempo relativamente breve furono arrestate, processate e giustiziate diverse spie. L’atmosfera di sospetto era così grave che nell’ottobre 1917 lo stesso capitano Ladoux finì in prigione, accusato di spionaggio».

Quanto ai belgi, il 18 agosto 1914 fucilano a Lovanio Julia van Wauterghem mentre, subito dopo l’ingresso dei tedeschi nel paese e prima della dichiarazione di guerra di Londra, a Berlino, hanno fucilato, contro il diritto internazionale, l’ufficiale riservista tedesco Ehrhardt; per avere questi registrato i movimenti della flotta inglese al largo delle coste.

Gli altri punti di debolezza, sono identificabili nella minore entità dello sforzo propagandistico della Germania e nei dissensi tra potere civile e Stato Maggiore, che mettono in secondo piano l’istituzione degli organi di coordinamento della propaganda. Questo malgrado il fatto che, negli anni precedenti, la Germania abbia formato una notevole rete culturale; con circoli, associazioni, congressi e tournée artistiche, pubblicando, sugli argomenti politico-storici più urgenti 34.000 opere; contro le 12.000 inglesi, e le 10.000 francesi.

Tornando alla cinematografia: The Little Grey Nun Of Belgium (La piccola suora belga), A Daughter Of France (Una figlia di Francia), War and Woman (La guerra e la donna), A Maid Of France (Una ragazza francese) e The Little American (La piccola americana), Vive la France! e Shoulder Arms, «Charlot soldato» di Chaplin, del 1918, sono solo sette delle centinaia di pellicole in cui vengono rappresentati la stupidità, la crudeltà, gli stupri, i saccheggi e gli incendi operati dai tedeschi.

The Little Grey Nun viene girata, dalla Dramatic Feature di Frank Baum e Francis Power, addirittura nell’aprile 1915, e distribuita sulla base di un apposito «Alliance Program», cui concorrono organismi governativi. In The Little American Mary Pickford, la «fidanzata d’America» simbolo d’ogni dolce purezza, sfugge, solo in extremis, ad un «destino peggiore della morte»: cadere nelle mani dei barbari par excellence.

Spia francese, arrestata dai bruti con l’emblematico elmetto chiodato, ella chiede spiegazioni sullo stupro subito da una compagna di prigionia, che, sanguinante e contusa, gli occhi privi di espressione, stringe febbrilmente fra le mani un rosario.

Il colonnello prussiano, più preoccupato del benessere psico- fisico dei soldati, che dei dettami di umanità, le dice sogghignando:

«I miei uomini debbono pur svagarsi».

Meno fortunata è Lillian Gish che, scampata ad un identico destino, in Hearts of the World, viene poi violentata in The Greatest Thing in Life (La cosa più grande della vita) dal bieco Erich von Stroheim, dall’immancabile monocolo. La rivista Photoplay, recensendo For France (Per la Francia) nel gennaio 1918, dichiara: «Vi sono, naturalmente, il saccheggio di una fattoria e i maltrattamenti della popolazione da parte dell’orda tedesca . E quale applauso riscuote la scena in cui il comandante tedesco viene ucciso!»


L’imperatore Guglielmo II, come più tardi Hitler, diviene per l’intera nazione americana un simbolo d’odio. Nessun epiteto è troppo turpe per l’Arcicriminale. I film hanno titoli come: The Kaiser, Beast of Berlin (L’imperatore, Belva di Berlino), To Hell With The Kaiser (All’inferno con il Kaiser), The Prussian Cur (Il Bastardo Prussiano).


Particolarmente interessante è The Kaiser, Beast Of Berlin che, come martella la pubblicità, svela «la natura dell’uomo che ordina i più atroci delitti» Rupert Julian, un «cattivo» particolarmente odiato dagli spettatori, impersona il Kaiser, facendone un «nemico del progresso umano», e un uomo debole, folle, arrogante, e straordinariamente presuntuoso.

Dato che “cosa che funziona non s’abbandona”, nel 1939, con un titolo assai simile: Beasts Of Berlin, «Belve su Berlino», l’ebreo Sam Newfield, celato sotto lo pseudonimo di Sherman Scott, gira uno dei primi film di propaganda antinazista.

In The Prussian Cur (1918) viene presentata la feroce crocifissione di un canadese alla porta di un granaio, effettuata da tedeschi incappottati, forniti dell’immancabile Pickelhaube. Altri 1173 film incitano gli americani alla vendetta: Till I Come Back You (Finché non torno a te) esige la punizione dei tedeschi per le «atrocità» commesse nel Belgio, e nella Francia occupata.

Lest We Forget (Per non dimenticare) mostra l’eroina in lotta contro il Prussianesimo mentre invoca vendetta; Stake Uncle Sam To Play Your Hand( Punta sullo Zio Sam per giocare la tua mano) di Sam Goldwyn propone un feroce e libidinoso prussiano elmetto-chiodato, con i baffi alla «Guglielmone», nell’atto di concupire un’innocente ragazza belga, impersonata da Mae Marsh; afferrandola alla gola.


La Germania dev’essere punita, anche per i suoi presunti progetti di dominio sull’America, come dimostrano Inside The Lines (Dietro le linee), The Spy (La spia), Daughter Of Destiny (Figlia del destino) e Joan Of Plattsburg (Joan di Plattsburg).

Ma i più potenti veicoli dell’odio antitedesco sono i «documentari» sulle atrocità prussiane. Tra le cosiddette «attualità» di guerra, ben poche sono autentiche. Jacobs scrive che:

«Gli esercenti non esitavano, infatti, ad allestire documentari che ritenevano vicini alla situazione reale: tali film facevano sempre vincere gli Alleati e perciò tenevano alto il morale del pubblico».

Uno dei più sensazionali è My Four Years in Germany (I miei quattro anni in Germania) della Warner, tratto con libera fantasia    dal    libro    dell’ambasciatore    James    Gerard. Spacciandosi per documento fotografico, di un viaggio compiuto nei campi di concentramento nemici, il film incita i tedeschi, residenti in America, a combattere contro la madrepatria; per la stessa ragione per cui combattono gli altri americani: eliminare la crudeltà dei militaristi prussiani.

The German Curse In Russia (La maledizione tedesca in Russia), film annunciato come rivelatore dei fatti interni delle rivoluzioni del 1917, impressiona gli americani, mostrando che le    menzogne    tedesche,    ove    attecchissero,    farebbero dell’America una seconda Russia. Come assicura il regista:

«Il mondo crede che la Russia abbia tradito gli Alleati coscientemente, ma la mia macchina da presa mostrerà che è stata propaganda tedesca, menzognera, a far crollare questo grande paese».

Un altro film sulle trame del Kaiser contro l’America, The Evil’s Eye (L’occhio del Male), viene prodotto direttamente da William J. Flynn, capo dei servizi segreti. Come in Russia, dove nell’inverno del 1914 e nel maggio-luglio del 1915 le folle inferocite si sono scagliate, soprattutto a Mosca e Pietrogrado, in barbari pogrom antitedeschi, malmenando persone d’ogni età e devastando 800 abitazioni, ditte, e negozi, nei soli giorni 26-29 maggio 1915; al grido di «nemeckoe zasilje, flagello tedesco», anche in America il sentimento anti-germanico si diffonde a tal punto che non vi è̀ più nulla di tedesco che non venga odiato e disprezzato.

Del resto, già allo scoppio del conflitto, nell’agosto-settembre 1914, e malgrado l’iniziale politica wilsoniana di neutralità, sono scoppiati tumulti e disordini, con assalti a negozi di proprietà dei tedeschi; si sono avuti licenziamenti in tronco di governanti tedesche, cancellazione di opere wagneriane dai repertori teatrali, allontanamento di quadri di autori tedeschi dalle pareti dei musei.

In Russia, a partire dal 28 luglio 1914, cioè da quattro giorni prima della dichiarazione di guerra, in poche settimane vengono internati, incarcerati, o posti ad arresti domiciliari, i 250.000 Reichsdeutschen e gli 80.000 austriaci presenti nell’Impero degli Zar.

Lo storico Andrea Graziosi aggiunge:

«Le deportazioni si estesero ai sudditi dello zar appartenenti alle minoranze considerate inaffidabili; prima di tutto quelli di origine tedesca. Come ha dimostrato lo storico Eric Lohr, all’inizio esse colpirono tutti i residenti di determinati territori e, sebbene il provvedimento fosse ristretto agli uomini, questi furono generalmente seguiti dalle famiglie. Con il tempo, le deportazioni si concentrarono, invece, sui proprietari terrieri e sui coloni, le cui terre il governo desiderava espropriare: si ritiene che dalle sole province polacche furono deportati 420 mila tedeschi, residenti nelle campagne, e un centinaio di migliaia di abitanti delle città. Ai cittadini d’origine tedesca fecero seguito gli ebrei, ritenuti, come in Galizia, potenziali collaboratori degli imperi centrali anche perché parlavano un “dialetto tedesco”, lo yiddish. Nel loro caso, ai primi esperimenti di deportazione di massa, spesso accompagnati da pogrom, fu poi sostituita la presa in ostaggio di membri eminenti delle comunità. Il numero complessivo delle persone coinvolte nelle deportazioni, arrivò così circa a un milione, per metà tedeschi e per un terzo ebrei: un fenomeno affine, anche se molto più moderato, a quello che nella primavera successiva avrebbe colpito gli Armeni nell’impero ottomano con esiti di genocidio. Ai deportati si aggiunsero poi circa altri sei milioni e mezzo di rifugiati, in fuga dalla guerra e dalle violenze».

L’ambasciata tedesca, a Pietroburgo, viene messa a ferro e fuoco; nei giorni seguenti lo scoppio delle ostilità. Devastata dalla breve offensiva dell’ agosto 1914, la Prussia Orientale vede 1620 civili assassinati e 433 feriti. 100.000 famiglie perdono l’intero patrimonio, 800.000 profughi fuggono ad occidente, e 11.000 contadini, fra cui donne, vecchi, e bambini, vengono prelevati a forza dalle truppe zariste, e deportati ad oriente; assieme a 135.000 cavalli, 250.000 bovini e 200.000 suini.

Dal luglio 1915 all’ottobre 1916, oltre 70.000 prigionieri di guerra vengono usati come schiavi, per costruire la ferrovia Pietrogrado-Murmansk: ne muoiono 25.000, mentre 35.000 si ammalano di scorbuto, tubercolosi, malattie reumatiche e dissenteria.

I milioni di americani, di origine ed ascendenza germanica, ovvero un sesto dei cittadini degli States, vengono convinti con la propaganda, o con le percosse ed il carcere, del fatto che la Germania non è più, per loro, una terra amica.

«I tedesco-americani, che costituiscono la minoranza più numerosa, devono essere educati ad odiare i propri parenti tedeschi, a disprezzare la cultura della loro terra, e a dimostrare il massimo lealismo nei confronti della nuova patria».

L’operazione riesce così bene, che uno dei più acerrimi nemici della terra dei suoi padri, sarà, un ventennio dopo, l’ex ebreo «svedese-tedesco» Dwight David Eisenhower, comandante in capo sul teatro bellico europeo.

L’Espionage Act trascina in tribunale oltre 1500 antibellicisti, di cui più di mille vengono condannati. Si tratta spesso di individui colpevoli di aver detto che John Rockefeller è un figlio di cagna, che ha contribuito a scatenare una guerra capitalista. Una legislazione d’emergenza, elargisce sino a vent’anni di carcere, a chiunque si esprima:

«in modo sleale, irriverente, volgare, o abusivo, sulla forma del governo degli Stati Uniti, sulla Costituzione degli Stati Uniti, sulle forze militari o navali degli Stati Uniti, sulla bandiera, sull’uniforme dell’esercito o della marina degli Stati Uniti».

La logica che presiede a tali sviluppi, è ben chiarita dal Dipartimento di Giustizia il quale, nel sollecitare il rapido varo di leggi contro la sedizione, osserva:

«I nostri soldati rinunciano temporaneamente alla loro libertà di pensiero, di espressione ed azione, in modo da poterla salvare per il futuro. L’intera nazione deve sottoporsi a questa disciplina sino alla fine della guerra. Diversamente, difendendo le singole libertà, rischiamo di perdere la libertà nel suo complesso».

La stampa di lingua tedesca è il primo bersaglio della repressione: se nel 1910 vengono pubblicati 424 settimanali e 64 quotidiani in lingua tedesca , ovvero il 55% di quanto viene globalmente editato in una lingua non inglese, con una tiratura complessiva di 3,4 milioni di copie, nel 1920 sono presenti solo 14 quotidiani; con 239.000 lettori. Nel 1995 saranno 5 o 6, con 100.000 lettori. Come a Pietroburgo, dove il Circolo d’Arte e di Letteratura ha espulso allo scoppio del conflitto i soci con cognome tedesco, e bandito letture e conferenze sulle opere letterarie dell’odiato nemico, un secondo bersaglio per i «superpatrioti» sono i club e le associazioni tedesche , con oltre 2,1 milioni di membri, e soprattutto le scuole di ogni ordine e grado.

Fino agli inizi del 1917, la lingua tedesca è presente nei curriculum scolastici di trentacinque Stati; nel corso della primavera, la massiccia campagna impostata dalla American Defense Society contro ogni cosa germanica, porta a proibire «la lingua degli Unni» In Inghilterra, nel 1914, i più fanatici tra gli studenti e tra i docenti dell’università di Oxford ostacolano in tutti i modi il docente di tedesco H.G. Fiedler, giungendo al boicottaggio degli esami di lingua.

Anche l’Università del Wisconsin, lo Stato con la più ampia presenza germanica e con la più rinomata facoltà di Lingua Tedesca, diviene vittima della «pulizia etno-linguistica»: dei 30 docenti dell’anteguerra, nel 1919 se ne contano 8, mentre il numero degli studenti precipita da 1400 a 180.

Preso dal panico isterico dopo la vittoriosa controffensiva tedesca del 1918, il consiglio d’amministrazione dell’Università vota la risoluzione che:

« Tutti i corsi di lingua tedesca termineranno, e tutti i libri di testo di lingua tedesca verranno bruciati, il 7 giugno 1918».

Uguali misure vengono prese in diversi altri Stati: chiusura di scuole tedesche, proibizione e sottrazione al pubblico di testi nelle biblioteche, divieto di vendita nelle librerie, e pubblici roghi dei volumi del nemico. La città di New York licenzia gli insegnanti di tedesco in quanto, tuona il presidente dello School Board William G. Willcox, « Essi non hanno dimostrato un sufficiente entusiasmo per lo sforzo bellico».


Annunciando la cancellazione dell’insegnamento del tedesco, il Board of Education newyorkese adduce, come ulteriore motivazione, la “certezza” che nel dopoguerra nessuno scambio commerciale si terrà più con il Paese degli Unni. Nel frattempo, superpatriottici studenti fanno le spie, negli istituti; riferendo se, quando, e quanto a lungo, gli insegnanti usino fra loro l’odiato linguaggio.

Anche nel Secondo Conflitto Mondiale imperverseranno i manifesti di propaganda alleata, raffiguranti il trio degli arci- nemici: Hitler-Mussolini-Hirohito, accompagnati dalll’incisivo «consiglio»: «Don’t speak the enemy’s language! Speak american!. Non parlare la lingua del nemico! Parla americano!»

Mentre la grande cultura tedesca scompare dalla scena, le opere tedesche vengono ritirate dal repertorio, Beethoven sparisce dai programmi radio; Boston ne proibisce la musica, le biblioteche smettono di rifornirsi di letteratura tedesca, e il sauerkraut si trasmuta in liberty cabbage , mentre l’hamburger diviene il Salisbury steak.

Il tedesco cessa di essere una lingua innocente. Un vero e proprio “panico linguistico” coglie l’America all’indomani della sua entrata in guerra. A partire dal giugno 1917, una legge federale proibisce di stampare, pubblicare e diffondere qualsiasi testo redatto in una lingua straniera che faccia riferimento al “Governo degli Stati Uniti, o a una qualunque nazione implicata nella guerra in atto, alla sua politica, alle relazioni internazionali, o a qualsiasi argomento riguardante l’andamento della guerra”.


Il monolinguismo viene difeso in nome della patria in pericolo e dell’unità nazionale. Un legislatore dell’Illinois dubita della “lealtà” delle municipalità che tollerano ancora le “scuole elementari tedesche” e precisa che le “idee americane” possono essere espresse solo in un buon inglese. L’insegnamento del tedesco viene progressivamente proibito negli Stati dell’Ovest e del Midwest, il Colorado, l’Arkansas, l’Indiana, l’Iowa, il Kansas, il Nebraska.


Il governatore dello Iowa giunge a proibire l’uso del tedesco al telefono, in tutti i luoghi pubblici, e persino dentro le chiese. Parlare tedesco diventa un crimine. Così, solo nel Midwest, 18.000 americani vengono condannati per violazione delle leggi linguistiche locali. I tre quarti dei quotidiani di lingua tedesca spariscono fra il 1910 e il 1920.

Interrogati nel 1920, dagli agenti del censimento americano, sul loro paese d’origine, 500.000 tedeschi-americani rifiutano di definirsi tali, per paura di venire identificati come “nemici”; sebbene la guerra sia finita già da due anni.

La Prima Guerra Mondiale è dunque l’avvenimento traumatico che porta all’assimilazione forzata dei tedeschi-americani. Costoro smettono di costituire una “forza politica importante” a partire dal 1920, mentre altre comunità etniche, di dimensioni più modeste ma legittime agli occhi dell’élite anglosassone, come gli irlandesi-americani, riescono e a conservare il loro particolarismo religioso, politico e culturale».

Carl F. Wittke, docente di Storia all’Università dell’Ohio, nota:

«La guerra produsse un movimento brutale, isterico ed intenso per sradicare tutto quanto fosse tedesco nella cultura americana. Tale movimento fu guidato da una minoranza estremista, ma gran parte degli americani partecipò alla “campagna contro il teutonismo”».


Gli strali dei Combattenti per la Libertà colpiscono anche la musica, e, nel giugno 1918 il critico musicale del Los Angeles Times può scrivere:

«La musica tedesca nel suo insieme è pericolosa, in quanto contiene la stessa filosofia, o meglio la stessa sofisticheria che si trova nella letteratura tedesca. È una musica di conquista, tempesta, disordine e distruzione. Non è simbolo dei raggi del sole che scintillano attraverso i petali dei fiori, né è tipica delle campane delle grandi cattedrali che chiamano a preghiera i credenti. È invece un misto di urlio di uomini delle caverne e di ruggito di vento del nord».


In mezzo a tanto stupido odio parossistico, le voci discordi o contrarie sono ben poca cosa. Una di esse, è rappresentata, in campo cinematografico, da una singolare produzione anti- britannica. Fondata nel giugno 1916, la Continental Producing Company, presieduta dall’ebreo Robert Goldstein, che dirige una ditta di costumi teatrali della West Coast e associato di Griffith, scrive con la collaborazione del goy George L. Hutchin, il copione di una pellicola che gli permette di vendere moltissimi costumi.

Girata nel vecchio Rolin Studio ad Hollywood dal non ebreo Frank Montgomery assistito dall’ebreo Carl Leviness, The Spirit Of ’76 mostra l’eroismo dei rivoluzionari, in lotta, un secolo e mezzo prima, contro il dispotismo britannico. In un momento in cui l’Inghilterra è l’alleata del cuore, la ricostruzione del massacro dei coloni, operato a Cherry Valley, in Pennsylvania, prima ancora dello scoppio della Rivoluzione è assolutamente non conforme.


Soldati britannici, nelle rosse divise, infilzano a baionettate non solo i combattenti, ma anche un bimbo e un inoffensivo quacchero. Proiettata in prima visione a Chicago la pellicola esce nell’autunno 1917, e il sindaco della città e l’ambasciata britannica levano vibranti proteste, chiedendo la soppressione di alcuni passaggi.

Quando a Los Angeles, il 27 novembre, ricompaiono le scene tagliate, il film viene decisamente sequestrato. Arrestato per violazione dell’ Espionage Act, nel processo Goldstein confessa che gli azionisti della CPC sono tedeschi; riconosciuto colpevole il 15 aprile 1918 di violazione di due articoli dell’Act, il produttore viene condannato a dieci anni di carcere e 5000 dollari di multa.

Incitando tutti gli americani a stringersi intorno alla bandiera, senza distinzioni di razza e di sangue, i film esaltano l’immigrato che prende la cittadinanza, come in One More American, Un americano in più, e An Alien, Straniero; oppure come fa Griffith, dipingono i negri come soldati e patrioti. Nel giugno 1919 viene costituita da eminenti negri la Democracy Film Company per produrre una pellicola a ricordo del ruolo sostenuto nel conflitto dai soldati di colore, e per combattere i pregiudizi razziali.

Sparisce dagli schermi The yellow danger, il «pericolo giallo» che ha mosso gli animi nei primi anni del secolo: cinesi e giapponesi sono, difatti, al fianco degli Alleati. I giapponesi vengono rappresentati romanticamente, con simpatia ed umanità. L’America combatte la guerra che deve porre fine a tutte le guerre; una crociata, e «un sacrificio per la democratizzazione del mondo».

Decine di film mostrano il livellamento delle classi, che si verifica nelle trincee, pegno di un Mondo Nuovo. Il figlio del ricco e quello del povero combattono fianco a fianco, incontrando le stesse esperienze.

Sale for Democracy (In vendita per la democrazia), The Pride Of New York (Il migliore di New York) e The Battle Cry Of Liberty (Il grido di battaglia della libertà) predicano che dalla guerra scaturirà uno straordinario miglioramento sociale, che i benefici derivanti dai sacrifici del popolo saranno goduti da tutti, senza distinzione di classi o di censo; e che tutti, infine, avranno contribuito al progresso mondiale.

Tali film sono i portabandiera dello slogan «vittoria per la democrazia», diffuso in tutti gli angoli della terra. La cinematografia, del resto, è ben conscia del suo ruolo centrale nella guerra, come rivelano nel settembre del 1918 le argute parole dell’influente giornalista d’ascendenza ebraica, Louella Parsons , nata Oettinger; sceneggiatrice e feroce gossip columnist di Hollywood:

«Se il vandalismo tedesco potesse giungere oltreoceano, il Kaiser ordinerebbe di radere al suolo tutti gli studios cinematografici e di ridurre in briciole tutti i cinema. Nulla ha arrecato tanto danno all’Impero tedesco quanto questi film sulle atrocità tedesche. Al cinema, gli spettatori hanno constatato “con i loro occhi” come la Germania militarista si sia gettata contro la civiltà. Hanno “visto” l’invasione del Belgio, la devastazione della Francia, e i malvagi piani contro l’America.E mentre queste pellicole fortificavano al massimo grado il patriottismo alleato, la Germania digrignava i denti».

La necessità di costruire un Nuovo Ordine Planetario che riunisca tutte le nazioni “amanti della democrazia” e sappia punirne i violatori ed i dispregiatori, è ben presente nelle menti dei massimi esponenti dell’establishment, il più attivo e influente dei quali è senz’altro l’ebreo Bernard Baruch. Ebbro del potere raggiunto guidando in piena autonomia il War Industries Board, il finanziere manovra Wilson, attraverso House, in seguito, sponsorizzatore ed intimo di F.D. Roosevelt, al fine di istituire, a garanzia del nuovo ordine postbellico, una League to Enforce Peace, “Lega per Imporre la Pace”.

Dotata di un effettivo potere militare sovrannazionale, essa dovrebbe costituire il braccio operativo di quella Società delle Nazioni che, annunciata al Congresso da Wilson, fin dal 1916, e caldeggiata dalle massonerie delle nazioni alleate e neutrali, riunite a Parigi in Rue Cadet dal 28 al 30 giugno 1917. In curiosa coincidenza con il terzo anniversario dell’Assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo, viene presentata al mondo il 28 aprile 1919, e poi integrata nel Diktat siglato sempre un 28 giugno, quello del 1919!.


A tal fine lavorano, durante la Conferenza di Parigi gli uomini di Baruch: in primo luogo Sidney Mezes, cognato del «colonnello» House, presidente del City College di NewYork e docente di Filosofia della religione. Poi Isaiah Bowman, direttore dell’American Geographical Society, e l’avvocato David Hunter Miller. Infine, l’israelita Walter Lippmann, non ancora trentenne, e già popolare editorialista di The New Republic, assistente del ministro alla Guerra Newton Baker, segretario dell’Executive Commitee del gruppo Inquiry, poi capitano della Military Intelligence, e primo presidente della Round Table sezione americana; nonché direttore del CFR dal 1932 al 1937.


L’ Inquiry Commitee è l’influente organismo voluto da Wilson nel settembre 1917, per contribuire con gli studi e la raccolta di dati a formulare il programma americano per la pace. Esso cresce fino a comprendere 130 «esperti», in particolare docenti universitari, prossimi fondatori, nel 1921, del Council on Foreign Relations. L’ambizioso progetto mondialista naufraga per diversi ragioni: la crisi economico-politica postbellica in Europa, l’affermarsi del comunismo, l’isolazionismo del popolo americano, il rifiuto del Senato, guidato da Henry Cabot Lodge, di ratificare il 19 novembre 1919 e il 19 marzo 1920, non solo il Diktat di Versailles, in quanto usurpazione della sovranità americana ma anche l’associazione degli USA alla Società delle Nazioni; il rifiuto delle potenze vincitrici, di mettere le proprie truppe a disposizione della costituenda Società, e la crisi personale, psico-fisica, di Wilson.

Nel 1918 è il massone britannico parzialmente ebreo, Rudyard Kipling, cantore del Fardello dell’Uomo Bianco, ma più prosaicamente, direttore di un dipartimento del Ministero dell’Informazione, l’ente creato nel febbraio e guidato da Lord Beaverbrook, nato William Maxwell Aitken, editore dei diffusi Daily Express, Sunday Express ed Evening Standard, a coronare, dall’alto del suo prestigio e con uno dei più virulenti pamphlet mai prodotti, l’odio contro l’intero popolo tedesco. A capo di un altro dipartimento, poi noto come «Crewe House» dalla sede che lo ospita, viene posto Lord Northcliffe, l’anglicizzato Alfred Charles William Harmsworth, nato nel 1865 a Francoforte sul Meno, e in realtà noto fin dal 1919 quale figlio di un «russo» di cognome Stern emigrato in Irlanda, e morto il 14 agosto 1922.

Fondatore del Daily Mail nel 1896, del Daily Mirror nel 1903 e proprietario dal 1908 anche di Evening News, Daily Express, The Times, Weekly Dispatch, Sunday Pictorial, The Observer, Overseas Daily Mail, Leeds Mercury, Glasgow Herald, Manchester Courier, nonché compartecipe in fogli quali Morning Post, Graphic, Daily Telegraph, Daily News, Daily Chronicle, Westminster Gazette, Manchester Guardian e in case editrici in Canada, Australia, USA, Argentina, Francia, Italia, Olanda e Russia, Costui mette a capo della Sezione Germania il massone Herbert G. Wells, autore dell’oscena facezia «Odio la Germania come odio uno spaventoso morbo infettivo» e coniatore, nella raccolta di articoli dal titolo wilsoniano di: The War That Will End War; uscita il 14 agosto 1915.

Nel frattempo, diretti da Charles F.G. Masterman, ex direttore letterario del Daily Chronicle, deputato liberale ai Comuni, e ora capo di «Wellington House»: quel War Propaganda Bureau costituito il 2 settembre 1914 che diventerà poi il Ministero dell’Informazione, affiancano Kipling e Wells, nell’invenzione delle più oscene ed atroci menzogne anti tedesche, una schiera di romanzieri, poeti, giornalisti, saggisti e rappresentanti della cosiddettava intellighenzia universitaria.

Sono della partita: William Archer, James Barrie, Hilaire Belloc, Arnold Bennett, A.C. Benson, Robert Bridges, John Buchan, Hall Caine, G.K. Chesterton, Arthur Conan Doyle, Joseph Conrad, Ford Madox Ford, autore nel 1915, dell’ignobile:

« Voglio che la Germania scompaia, e spero che presto scomparirà. Burke ha detto che non si può accusare un’intera nazione. Ma si può».
E ancora: John Galsworthy, Thomas Hardy, Anthony Hope Hawkins, Ian Hay, Maurice Hewlett, Henry James, W.J. Locke, E.V. Lucas, J.W. Mackail, G. H. Mair, John Masefield, A.E.W. Mason, Gilbert Murray, Lewis Namier, Henry Newbolt, Gilbert Parker, Owen Seaman, Arnold Toynbee, George Trevelyan, Hugh Walpole, Edith Wharton e, last but not least, Israel Zangwill

 

Tra i pochissimi intellettuali a rifiutare il contributo alla menzogna ed all’odio sono G.B. Shaw e Bertrand Russell.

Fin dall’estate 1914 Kipling diffonde in centinaia di migliaia di copie, dalle colonne di The Times, il grido di guerra:

«For all we have and are / For all our childrens fate / Stand up and take the war / The Hun is at the Gate.

Per tutto quanto abbiamo e siamo / per il destino di tutti i nostri figli / resisti e scendi in guerra / l’Unno è alla porta».


Per Kipling :

” il popolo tedesco è formato non solo da «unni», ma anche da «thugs» che si guadagnano da vivere uccidendo e derubando: «A confronto dell’attuale criminalità, i thug erano dei dilettanti. Costoro, non mutilavano, né sfregiavano le loro vittime; non torturavano, non violentavano, né asservivano il prossimo, non uccidevano i bambini per il solo gusto di farlo, né bruciavano i villaggi».

Tali «thug internazionali» «sono stati invece educati dallo Stato, fin dalla nascita, a vivere di furti ed omicidi, accompagnati da ogni forma possibile di tradimento e abominio umanamente concepibili. Gente che è stata allevata a considerare il male organizzato come bene supremo, nella convinzione che il male li ricompenserà, non cambierà certo idea; fino al giorno in cui qualcuno non gli avrà dimostrato che invece il male non paga».

Imperversa Kipling:

« I nove decimi delle atrocità da loro commesse, non sono state rese pubbliche. Hanno preparato a puntino l’inferno che avevano in animo di scatenare; lo hanno messo in atto seriamente, scientificamente, con tutte le forze e l’intelligenza di cui potevano disporre; lo hanno alimentato con la certezza che sarebbe cresciuto fino ad essere all’altezza dei loro bisogni. Al momento opportuno lo hanno scatenato contro quel mondo che invece era convinto che esistessero dei limiti invalicabili ai nati da donna».

«Le atrocità commesse a sangue freddo contro le popolazioni cadute sotto il loro giogo spezzano il corpo e contaminano lo spirito; fa parte integrante della loro cultura la convinzione che rientri nei doveri morali di ogni buon tedesco spezzare qualsiasi legame renda possibile la convivenza umana. »

«Quali rapporti costruttivi sono possibili con una razza che ha elaborato e realizzato tali atrocità? Siamo impegnati a combattere perché uomini, donne e bambini non vengano più torturati, bruciati e mutilati come è accaduto in questa come in centinaia di altre città. E seguiteremo a combattere fino al giorno in cui la razza che ha provocato questi misfatti non sia stata resa inoffensiva una volta per tutte».

«Ogni forma di armistizio o di pace di compromesso va rifiutata, poiché́ terribili sarebbero le conseguenze non solo di una vittoria degli unni-barbari-thug ma anche di una loro sopravvivenza quale nazione autonoma. »

«Le donne diventeranno un mero strumento per la perpetuazione del genere umano, il vaso della lussuria e della crudeleviolenza dell’uomo; i lavoratori verranno picchiati ogni qual volta oseranno protestare, o saranno costretti a morire di stenti se si rifiutassero di lavorare. Nessuno potrà sfuggire a una vita così».

La disumanizzazione kiplinghiana del nemico, vanta illustri precursori, nella propaganda francese anti-austriaco-tedesca dell’agosto 1792: contadine violate e mutilate, bambini trafitti e scagliati nei falò; come pure nella propaganda politica e letteraria anti-prussiana, seguita al 1870.

Vale, per tutti, il racconto Boule de suif di Guy de Maupassant. Essa riecheggerà, giusto un quarto di secolo dopo, nelle parole di Truman nel suo discorso a Chicago, 14 aprile 1943:

«Nessuno può più dubitare delle orrende intenzioni delle bestie naziste. Sappiamo che hanno pianificato il massacro sistematico, in tutta l’Europa, non solo degli ebrei, ma di un’enorme quantità di gente innocente. Le strade d’Europa, percorse dal sangue dei massacrati, sono la prova manifesta dell’insaziabile ingordigia delle orde naziste».

Cinquant’anni più tardi, Pierre Weill ribadirà, su Le Quotidien de Paris del 23 aprile 1993, il più rozzo razzismo kipling- kaufman-trumaniano:

«Auschwitz non poteva essere compiuta che dai tedeschi; non solo dai nazisti, come troppo spesso si vorrebbe far credere, ma proprio dallo Stato tedesco, scelto e voluto dai tedeschi. Sì, solamente dal popolo tedesco, col suo carattere nazionale che    accoppia    l’inumana    imbecillità,    dell’obbedienza prussiana, ad un’ intima bestialità».

Non c’è quindi di che stupirsi, se nel 1995 il pubblico può giudicare ovvio e giusto che il bel Brad Pitt, protagonista del film Legends of the Fall, «Vento di passioni» per la regia di Edward Zwick, e prodotto dallo stesso Zwick con i suoi confratelli ebrei B. Wittliff e Marshall Herskovitz, nella Grande Guerra vada a caccia di soldati tedeschi, coltello in mano e sguardo folle quanto basta, per strapparne e riportarne al campo inglese gli scalpi.

Non conta che il giovane esaltato, sia giunto da oltreoceano a combattere i «mostri» volontariamente, senza che nessuno, se no n la sua «coscienza universale» l’abbia spinto a tanto. Conta ancor meno che i tedeschi gli abbiano ucciso il fratello non a tradimento, ma in una lotta leale, compiendo il proprio dovere di soldati; a difesa della propria terra.

La commozione ed il plauso vanno comunque all’eroe sanguinario, poiché contro i «mostri teutonici e pre-nazisti» tutto è e deve essere permesso. Chissà quale indignazione e quante vibranti invettive, se, in quel film, a scotennare un soldato americano, nemico, fosse stato un tedesco!.

Con il primo conflitto mondiale, e con l’avvento di una nuova visione dei rapporti internazionali, incarnata nella dottrina di Wilson, la “guerra-duello” non discriminante, centrata sulla netta differenziazione tra milizie combattenti e popolazione civile, regolata da norme e procedure, nello scontro di un ordine contro un altro ordine, e non secondo il modo di vedere tipicamente manicheo e moralistico: dell’ordine contro il disordine, ha ceduto il posto alla guerra come crimine internazionale legalmente sanzionato da alcune organizzazioni sovranazionali.


Con l’avvento di questo diritto internazionale è venuta meno l’idea dello justis hostis, di un nemico che può anche aver ragione, er si è aperta la strada ad un annientamento totale e planetario, reso possibile dal venir meno di qualunque forma giuridico-politica di “limitazione” delle tecniche belliche di distruzione».

Se la volontà di impedire la guerra, è tanto forte da non temere la guerra stessa, allora essa diviene un motivo politico, e, anche se solo come estrema eventualità, conferma la guerra e le dà un senso. Attualmente questo è un modo particolarmente promettente di giustificazione della guerra. La guerra si svolge allora, sempre, nella sua forma di “ultima guerra finale dell’umanità”.

Tali guerre sono necessariamente intense e disumane, poiché, superando il “politico”, squalificano il nemico anche sotto il profilo morale come sotto tutti gli altri punti di vista, e lo trasformano nel mostro disumano da abbattere, che non può essere soltanto sconfitto, ma che dev’essere definitivamente distrutto.

In quanto tale, l’umanità non può condurre nessuna guerra perché essa non ha nemici. Il concetto di umanità, esclude quello di nemico, dato che anche il presunto nemico non cessa, per questo, di essere un uomo. Se uno Stato combatte il suo nemico politico, in nome dell’umanità, la sua non è una guerra dell’umanità, ma una guerra con la quale quel determinato Stato vuole impadronirsi di un concetto universale, per potersi identificare con esso; a spese del suo nemico. Allo stesso modo, si possono utilizzare, a torto, i concetti di pace, giustizia, progresso, civiltà; per rivendicarli a sé, sottraendoli agli altri, intesi come “il nemico”.

L’umanità si è dimostrata uno strumento particolarmente efficace nelle espansioni imperialistiche, ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico. A questo proposito vale, pur con una modifica necessaria, una massima di Proudhon: “Chi parla di umanità, vuol trarvi in inganno”.

Proclamare il concetto d’umanità, richiamarsi ad essa, monopolizzare questa parola: tutto ciò manifesta soltanto la terribile pretesa che al nemico vada tolta la sua qualità di uomo, e che esso dev’essere dichiarato hors-la-loi e hors- l’humanité e, quindi, che la guerra può e dev’essere portata fino all’estrema inumanità.

Per l’impiego di questi strumenti, si sta formando un vocabolario nuovo che non conosce più la guerra, ma solo esecuzioni, sanzioni, spedizioni punitive, pacificazioni, difesa dei trattati, polizia internazionale, misure per la preservazione della pace. L’avversario non si chiama più nemico, ma viene posto, come violatore e disturbatore della pace, fuori della legge e dell’umanità. Una guerra, condotta per il mantenimento o l’allargamento di posizioni economiche di potere viene trasformata, con il ricorso alla propaganda, nella “crociata” e nell'”ultima guerra dell’umanità”.

Ormai conosciamo la legge segreta di questo vocabolario, e sappiamo che oggi la guerra più crudele e terribile può essere condotta solo in nome della pace; l’oppressione più terrificante attuarsi solo in nome della libertà̀, e la disumanità più abbietta verificarsi solo in nome dell’umanità».

La demonizzazione della Germania Guglielmina, imposta agli immaginari collettivi di ogni successiva generazione, dalla potenza suggestiva del cinema, con la trasformazione del popolo tedesco, sottratto ad ogni effettivo legame con la realtà storica, nel simbolo mostruoso e polivalente di ogni possibile Male, viene rafforzata dal Diktat di Versailles, e dall’accettazione, da parte degli uomini del “Sistema” o Judenrepublik: “la Repubblica Ebraica di Weimar, della esclusiva «responsabilità» germanica per lo scoppio del conflitto”.

Assolutamente naturali e scontati, sembreranno da allora, alle ulteriori generazioni, gli infami pronunciamenti del vescovo di Londra, A.F. Winnington-Ingram:

«Una grande crociata per uccidere i tedeschi; ucciderli non per il piacere di uccidere, ma per salvare il mondo; uccidere il buono come il cattivo, il giovane come il vecchio; uccidere quelli che hanno mostrato gentilezza nei confronti dei nostri feriti, uccidere quegli infami che hanno crocefisso il sergente canadese, che hanno diretto il massacro degli armeni, che hanno affondato il Lusitania, e che hanno rivolto le mitragliatrici contro la popolazione di Aershort e di Lovanio; e ucciderli per tema che la civiltà stessa del mondo possa essere uccisa»

(Sermone dell’Avvento, pronunciato nel 1915, epubblicato nel 1917 in una raccolta; con altri suoi sermoni)


Bill Sunday nel 1917, in una preghiera al Congresso dirà:

«Tu sai, o Signore, che nessuna nazione così infame, vile, avida, sensuale, sanguinaria [come la Germania] ha mai sporcato le pagine della storia. Se si rivoltasse l’inferno, da sopra a sotto, si troverebbe un Made in Germany stampato sul fondo».

Nel 1941, il tedesco Jens Erdmann, precorrendo di mezzo secolo le analisi di Alain De Benoist e di Guillaume Faye sulla connaturata forma mentis genocida di ogni democrazia, scrive:

«La propaganda britannica, anglosassone, americana, ebraica e più    estesamente    monoteista-mondialista, appartenente cioè alle Forze del Bene, per poter completare integralmente la diffamazione del popolo avversario, inizia col denigrarne la cultura e sua civiltà: la tradizione storica, le grandi personalità del passato e del presente, le donne, le concezioni universali e la religione. Diffama insomma, nel suo complesso, il carattere della nazione avversaria. Se, una simile odiosa propaganda ha successo, essa fa sì che ogni sentimento di umanià̀ e di solidarietà altrui verso l’avversario venga necessariamente distrutto. Il rivale, raffigurato come “papista”, o anticristo, come pagano, o barbaro, come uomo o criminale, demonio o selvaggio, viene abbandonato, come un cane idrofobo, allo sdegno generale e all’orrore comune. Il rivale o l’avversario sono, in tal modo, diplomaticamente abbattuti, così che viene loro a mancare sotto i piedi il terreno dell’uguaglianza, e della parità morale dei diritti.

Il preteso criminale, non può assolutamente discutere con successo sullo stesso livello del suo preteso giudice. Appunto in ciò consiste il senso, lo scopo, e la forza politica della propaganda diffamatoria. Ancora una volta, va ricordato che una simile propaganda diffamatoria totale è da secoli una prerogativa della cricca britannica. Nessun popolo continentale, durante tutta la sua storia, si è fatto così ardente apostolo della calunnia e della menzogna».

Ed ancora:

«Una delle armi più efficaci nell’arsenale dei metodi diffamatori britannici, è la propaganda delle crudeltà attribuite al rivale. Se ha successo, essa raggiunge lo scopo di ogni campagna d’ odio britannico: rovinare il buon nome dell’avversario, paralizzando completamente ogni sentimento di umana solidarietà nei suoi confronti. Se riesce a far credere al proprio, e agli altri popoli, che l’avversario commette sistematicamente atti di violenza e di crudeltà, verso degli esseri innocenti e deboli, in massa e per principio, allora si può essere certi di aizzare i più profondi sentimenti d’indignazione umana verso di lui.

Questo spiega chiaramente la naturale disinvoltura con cui i dirigenti e manipolatori dell’opinione pubblica britannica, sin dai tempi della Pulzella d’Orléans, tentano di soffocare l’avversario sotto le più ignobili menzogne. Il pensiero che le menzogne a base di atrocità appartengano alla condotta di guerra, è per l’inglese talmente ovvio, che uomini onesti, pacifisti britannici, e persone superiori, che in un altro campo si ribellerebbero a tali sistemi, li ritengono utili politicamente, e quindi, scusabili fino ad un certo punto. Per contro, sia qui esplicitamente stabilito che le classi dirigenti degli altri Stati continentali europei non si sono mai prestate in tal modo alla propaganda d’atrocità. Non a caso, è proprio un proverbio inglese ad affermare che “In guerra e in amore tutto è lecito” (in love and war everything is fair).
Non è esagerato asserire, che la propaganda di atrocità nella storia bellica dei grandi stati continentali fu sempre una cosa secondaria, mentre nella storia bellica della Gran Bretagna essa rappresenta la regola, e sta al centro di ogni sforzo bellico inglese.

È impossibile valutare, anche approssimativamente, le dosi di veleno inoculato attraverso i secoli a tutti i popoli europei, compreso quello inglese, dalla propaganda britannica. Va soltanto ricordato che il sistema politico britannico dell’equilibrio europeo, quello cioè del divide et impera, può essere mantenuto soltanto attraverso un’organizzazione di propaganda diffamatoria abile, priva di scrupoli, estesa su tutta l’Europa. Non c’è dunque nessun popolo europeo che non abbia sofferto, almeno una volta, dei danni materiali e spirituali a causa della diffamazione britannica».

I tratti psicologici negativi, le strutture caratteriali diaboliche, entro le quali il Reich guglielmino viene costretto, e in cui i Tedeschi devono adattarsi, come in una camicia di forza, sovrapponendo al proprio volto realer, quel sembiante e quella maschera grottesca, modellata per loro da mortali nemici, vengono fissati dagli anglo-americani con la Prima Guerra Mondiale.

Sarà un gioco riapplicarli aggravati, ed inventarne di ancor più spaventosi per Adolf Hitler e la Germania nazionalsocialista, che alla concreta azione storico-politica nazionale, ed europea, di Guglielmo II, aggiungerà la raggiunta coscienza del Völk tedesco: di una lotta epocale tra due irriconciliabili Sistemi di valori: quello fascista, disceso dalla classicità elleno-romana, riattualizzata nel modo più alto e coerente, e il criminale, mortifero Progetto Mondialista, incarnato dal demo-liberalismo anglosassone; alleatosi al comunismo bolscevico. Ultime espressioni laicizzate, queste, della fantasmagoria necrofila giudaico-cristiana.

 

 

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Heldengedanken

Memoria degli eroi

 

Giacciono ad oriente e occidente / giacciono in tutto il mondo / e i loro elmetti arrugginiscono / e la croce e il tumulo rovinano. / Giacciono sepolti e annegati / in fosse comuni e nel mare, / e vivono canaglie / che ancora gli danno addosso. /

Oggi infuriano sfrontati / tra fronzoli, menzogne e lustrini./ Loro caddero a diciott’anni / in un’altra danza. / Non erano partiti / per preda e vile guadagno. / Ciò che oggi viene irriso e falsato, / per loro aveva un senso profondo. / Avevano la loro giovane vita / non meno cara di quelli / che oggi scherniscono: / “Sacrificarla è pura idiozia!” / Oggi lo Stato lo si governa / con sfavillanti vetture, e boria, e mammona. / Loro morirono in lunghi giorni / ancora dietro il filo spinato. /    Non potevano dimostrare: / “Più tempo libero e più soldi!” / Dovettero marciare in battaglia: / il padre – il fratello – il figlio. / Marciarono a proteggere la patria / e hanno rinunciato a tutto: / “Quale tornaconto ne abbiamo?” / – nessuno se l’è mai chiesto /    La loro vita e la morte / l’hanno dedicata alla patria. / E non sapevano a quali eredi / e a quale squallore. /


Frank Rennicke, CD Kameraden –

Ein Gedenken, 1995

 

Mauro Likar

MAURO LIKAR LA PRIMA GUERRA MONDIALEultima modifica: 2010-06-14T11:48:43+02:00da likar
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