MAURO LIKAR IS FECIT QUI PRODEST

 

 

MAURO LIKAR

 

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IS FECIT QUI PRODEST

 

 

IL vero Problema

Il SECONDO REICH E UNA GERMANIA UNITA.

 

 

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GOTT MIT UNS:

IL SORGERE DELLA GERMANIA.

 

Fin dalla caduta dell’Impero Romano, la storia della Germania è la storia di un intrigo interno; di manovre internazionali, di Guerre di Religione, di un enorme sviluppo artistico e tecnologico; e di un ciclo altalenante di divisione ed unità del Popolo Tedesco. Il tratto comune, rilevabile in secoli di lotte interne, è il rifiuto di tutti i Germani di ammettere, come etnie con pari diritti, degli stranieri nelle loro terre. Questa tradizione, ha fatto sì che la Germania sia rimasta, in Europa, una delle società con la più alta omogeneità razziale; almeno fino all’ultimo quarto del XX° secolo, quando, con la caduta del Terzo Reich hitleriano, le sono stati imposti dei drastici cambiamenti politici. Questo alto grado di affinità razziale, ha svolto un ruolo enorme nell’assicurare, ai Germani, la sopravvivenza etnica e tradizionale loro propria; anche nei periodi più gravi delle guerre civili, e delle devastanti guerre di religione.

Con la Caduta dell’Impero Romano d’Occidente, e la sua messa a sacco, da parte delle tribù germaniche, la Germania è stata lasciata a sé stessa, fino all’VIII° secolo, quando Carlo Magno, Re cristianizzato di un’altra tribù Indo-Europea: i Franchi, ha preso il controllo della Francia; e del sud della Germania. Come risultato del genocidio evangelico, voluto dai vescovi e praticato dal Re, molti Germani sono diventati, nel IX° secolo, teoricamente Cristiani. L’Impero di Carlo Magno si sgretolerà alla sua morte, nel 814 A.D. La sottomissione di Widikund e la Cristianizzazione della Germania.


Quando il Re dei Franchi, inizia la sua opera giudeo-cristiana di distruzione del Paganesimo, ariano e bianco, proprio alle tribù germaniche, egli sa che la cosa più importante, ai fini di una rapida “evangelizzazione”, è di convertire, alla nuova religione i Capi delle tribù germaniche. Dato che la maggior parte di loro, si rifiuta di abiurare ai propri Dei, e di convertirsi alla religione dell’amore per il prossimo, portata dagli stranieri giudeo cristiani, egli li fa mettere a morte, in modo da convincere, con quel bell’ esempio di carità Galilea, gli altri pagani, eliminandone ogni residua reticenza.


Così, la Vera Fede Cristiana viene stabilita al nord, con la forza convincente delle armi; e dilaga in buona parte della Germania. Qui, uno degli oppositori più strenui, alla cristianità e allo stesso Carlo Magno, è il principe Widikund, che, mentre il Re Franco è in Spagna, a combattere contro i Mori, guida una rivolta. Sostenuto da altre tribù germaniche, come i Danesi e i Frisoni, Widikund attacca le colonie giudeo-cristiane che Carlo Magno ha stabilito in Turingia, e nell’Hesse; distruggendole completamente. Carlo Magno scatena una terribile guerra di vendetta, e, catturato Widikund, lo forza a ricevere il battesimo cristiano; nel 785 AD.

Afflitto dalle invasioni Vichinghe, che presto si appropriano di molte zone di confine, l’Impero di Carlo Magno viene diviso fra i tre figli maggiori del Re, con il Trattato di Verdun, del 843. Uno riceve la Francia dell’Ovest, ovvero l’attuale Francia; un altro assume il titolo imperiale, ricevendo un’area che va dal Mare del Nord fino alla Lorena, alla Borgogna, e all’Italia; e Il terzo, Luigi il Germanico, riceve l’Est della Francia, che diviene la moderna Germania.


La Francia dell’Est è divisa in un gran numero di possedimenti: indipendenti e semi indipendenti. Per antica tradizione, i Re Germanici vengono eletti su base tribale, e questa tradizione continua, con ogni tribù che elegge il suo proprio Re; stabilendone il Regno. In questo modo, l’intera Germania risulta divisa in un gran numero di piccoli Regni-Stato, che variano da 200 a 340, a seconda del periodo storico considerato. I Germani eleggono, tradizionalmente, anche un Re Unico, i cui poteri d’interferenza, negli Stati individuali, variano enormemente da regione a regione.
Il diritto di eleggere un Re, viene espresso, per prima cosa, al livello locale, da ogni diversa tribù, i cui nobili sono eletti a turno; fra loro. Dal tardo XIII° secolo, gli Stati sono fissati più o meno stabilmente, e il diritto di eleggere i Re, è il privilegio di una piccola schiera di nobili locali: i cosiddetti Sette Principi Elettori.

 

 

 

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IL PRIMO REICH

IL SACRO ROMANO IMPERO INCLUDE L’ITALIA.

 

Nel 936 AD, il principe germanico Otto I, figlio di un Duca Sassone, viene eletto come Re dei Germani. Otto riunisce, in sé, una combinazione di talento diplomatico e di grande abilità militare, e si mostra capace di assicurarsi la lealtà di molti Stati germanici, divenendo lo strumento centrale, nella lotta contro l’invasione Asiatica; nella una grande guerra razziale, che culmina con la sua vittoria, alla battaglia di Lechfeld nel 955. Otto deve anche contrastare gli attacchi dei Danesi, e degli Slavi, sconfiggendoli entrambe, e stabilendo, come risultato, dei centri etnici germanici; nelle terre da lui occupate. Il più eminente fra questi, è l’Arcivescovato di Magdeburgo, nel 968 AD.    In questo modo, Otto I fonda l’Austria, e crea il Sacro Romano Impero, di cui diventa l’Imperatore.


Anche se questo titolo, viene dato usualmente a Carlo Magno, e al suo regno, l’Impero si concreta davvero, prendendo forma e significato, solo in seguito alle vittorie di Otto in Italia; che è già stata invasa da una fiera tribù germanica: i “Lombardi, o Longobardi”. Essi, dopo aver ricacciato i resti del miscuglio razziale romano, verso il sud, hanno fondato le grandi Città Stato del Nord Italia, e il Regno di Lombardia.


Nel 951 AD, il re di Lombardia, e poi la sua vedova: Adelaide, vengono sottomessi da un usurpatore: Berengario. Adelaide riesce a fuggire, e chiede aiuto ad Otto; contro Berengario. Otto allora invade il Nord Italia, occupando la Lombardia, e poi, volgendo a suo favore la situazione, sposa Adelaide, prendendo il titolo del suo defunto marito, e annettendo formalmente il Nord Italia al Regno di Germania.
Quando ritorna in Germania, deve però fronteggiare una ribellione dei nobili, capeggiata da suo figlio Liutdolf, e sventare un’invasione degli Ungheresi, nel 955. La Chiesa Cattolica, a questo punto, si trova sottoposta, da più parti, ad una notevole pressione: da parte dei Nobili Lombardi indipendenti, del Nord, dei Bizantini Greci, e dei Mori Saraceni; che provengono dal sud del paese.

Quando Papa Giovanni XII chiede aiuto ad Otto, contro Berengario, Otto invade l’Italia una seconda volta, sconfigge Berengario, e, nel 962, viene incoronato dal Papa Imperatore del sacro Romano Impero. L’anno dopo, però, depone il Papa Giovanni XII, ed elegge, al suo posto, Leone VIII. Un suo altro figlio, a lui fedele, sposa Theophano, figlia dell’Imperatore Bizantino Romanus II. In questo modo viene creato il Sacro Romano Impero: come una stretta associazione di Stati Germanici, con il Nord Italia; sodalizio che manterrà questo assetto, e questo nome, fino al 1815.


Il successore di Otto I, Otto II, ristabilisce la Marca dell’Est, l’Austria, come un avamposto militare, ma viene sconfitto dai Mori non ariani, nel suo sforzo di liberare il Sud Italia dalla sottomissione islamica. I Re Germanici, non possiedono una città come propria capitale, e girano continuamente per il territorio germanico, divenuto, ormai, Sacro Romano Impero, venendo accolti, e sostenuti, dai principi Germanici, che mantemgono il governo, di volta in volta, nei loro rispettivi Stati.


La maggior parte della gente comune, vive lavorando la terra, nel contesto sociale di un sistema feudale. Le poche città, come Trier e Colonia, sono popolate da mercanti, artigiani, e contadini sradicati; stabilitisi in città come liberi cittadini, sotto l’autorità di un principe. Dal tempo della fondazione dell’Impero, di Otto I, il Papa di Roma assume un assurdo ruolo centrale, esageratamente importante, negli affari interni della Germania. L’approvazione papale, è richiesta per ogni singola decisione del Re. La parola del Papa detta legge, ed è sempre quella finale. Spesso, le guerre civili nascono a causa di ciò a cui il Papa ha dato, o meno, la sua approvazione; nel quadro di uno specifico evento.


Il Regno del Re germanico Enrico IV, all’inizio dell’ XI secolo, serve come un ottimo esempio. Una serie di conflitti con il Papa, culminano nel ritiro del supporto ufficiale della Chiesa al Re, provocando il rifiuto di molti stati germanici di riconoscerne il diritto a regnare. Questa diatriba, si protrae per quasi 20 anni di guerra civile, quando i principi Germanici, ribelli, eleggono, scegliendolo fra di loro, un nuovo Re: Rudolf; mentre Enrico è ancora vivo.


In questo caso, il Re legittimo, e ciò accadrà più di una volta, marcia su Roma, assedia e conquista la città, e depone il Papa, rimpiazzandolo con uno di sua scelta. Il più importante, di questi fatti, accade nel 1080, quando Enrico IV depone il Papa residente, e si ripete nel 1175, quando Federico I occupa Roma, scacciando dal Vaticano un Papa restio a cooperare con lui. Durante il XII° e XIII° secolo, la Germania e l’ Italia sono turbate da lotte intestine, relative alla successione al trono; con la Chiesa che interviene ufficialmente, nei campi che più le convengono, e a favore di chi le promette, per lei, il massimo beneficio. Questi disordini, sfociano, localmente, in diverse guerre civili; interrotte solo dalla occasionale partecipazione ad una qualche Crociata, o da disordini anti-Ebrei.
Finalmente, viene eletto un Re imparentato con tutti i diversi principi contendenti. Federico I, conosciuto anche come Barbarossa, usa la maggior parte della durata del suo regno, per consolidare il Sacro Romano Impero; combattendo con i Germani insorti, e con i nobili Lombardi; sia in Germania che in Italia.

Federico invade l’Italia 5 volte, venendo sconfitto, da ultimo, nella Battaglia di Legano, nel 1176. Come risultato, il Governo Imperiale si dissolve, ed alcune città italiane ottengono l’indipendenza; restando solo nominalmente soggette a Federico, che muore nel corso della Terza Crociata. Dal Tempo del Barba- rossa, fino all’inizio del XIX° secolo, la Storia della Germania è dominata da quattro problemi principali:

1. Proteggere il Sacro Romano Impero, dalle continue ribellioni dei principi Germani e Lombardi. Questa situazione si complica quando i Normanni, discendenti dei Vichinghi, che si sono stabiliti nell’Ovest della Francia, stabiliscono un loro avamposto nel sud dell’Italia, e in Sicilia. I Normanni si alleano con i Principi Lombardi, combattendo più di una campagna in Italia.

2. Combattere le successive guerre razziali, contro gli invasori Turchi e non ariani; nell’Europa centrale, in Sicilia, e durante le Crociate.

3. Combattere una serie di guerre Europee, di successione, apparentemente    interminabili,    combinando    alternativamente alleanze e inimicizie.

4. Condurre una serie devastante di Guerre Cristiane, che vedono Cattolici e Protestanti ariani uccidersi fra loro; in nome di un Cristo ebreo.


Durante il corso delle guerre, combattute in Sicilia, il Re germanico Federico II, noto anche come lo Stupor Mundi, stabilisce un ampio insediamento germanico sull’isola, aggiungendo un importante contributo razziale al piccolo segmento di popolazione Nordica, colà già presente. Federico II, fonda anche l’ Università di Napoli, nel Sud Italia.

Nel 1347, Carlo IV, Re di Boemia, viene eletto Re di Germania, e trasforma la sua città e capitale, Praga, in una Città di Corte, con splendidi edifici, e strutture ancor oggi esistenti. Egli stabilisce qui anche la più vecchia Università Germanica del mondo. A Dispetto delle Guerre civili, la popolazione Germanica continua a crescere normalmente, con una prima grossa frattura; allo scoppiare dell’Epidemia di Peste Bubbonica -La Morte Nera-, che colpisce tutta l’Europa alla metà del XIV° secolo.

Circa un terzo della popolazione della Germania, muore durante questa terribile malattia epidemica.

Guerre civili senza fine, scoppiano e si protraggono, fino all’incontro dei Principi germanici a Rhense nel 1338, in cui viene revocato, al Papa, ogni diritto di approvazione, e quindi di scelta, del Re Germanico. Il Re verrà, d’ora in poi, eletto dalla maggioranza dei principi, senza alcun intervento papale. Questo fatto assai significativo, viene testimoniato dal titolo, che diviene ufficiale nel XV° secolo, di Sacro Romano Imperatore della Nazione Germanica. Le ovvie proteste del Papa, vengono del tutto ignorate. Nel 1273, Rudolf I, della Casa degli Habsburg, viene eletto Imperatore. Questo fatto segna la creazione di una delle più forti Dinastie Germaniche.


Quando i Principi, nel 1418, eleggono Imperatore, il primo membro della casa degli Habsburg, Alberto d’Austria, un altro passo viene fatto nel processo della selezione regale, perché, per la prima volta, la corona diviene ereditaria; nel lignaggio degli    Habsburg.
Ciò avviene in pratica, e non ancora per legge. Ma nel XV° secolo, attraverso una serie di matrimoni, fra gli Habsburg e altre famiglie nobili d’Europa, questa Casa reale acquisisce un vasto territorio, che consiste nella maggior parte dell’Europa Centrale, e delle Colonie Americane. Quando Carlo V diviene Imperatore Sacro Romano, nel 1519, ci sono più di 200 differenti Stati Germanici, governati da dei Principi locali.

 

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LA RIFORMA: LUTHER ROMPE CON IL PAPA.

 

La Germania viene scossa da una rivolta nel seno stesso della Chiesa. Viene rigettata l’autorità papale, riguardo all’elezione del Re di Germania, con obiezioni che diventano popolari, anche a causa della vendita delle indulgenze, effettuata dalla Chiesa. Queste indulgenze, sono, in effetti, delle compravendite del perdono di Dio; fatte dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, in cambio di denaro sonante. Questo processo, di plateale corruzione delle gerarchie ecclesiali, indigna un prete Agostiniano, Martin Luther, che eleva una protesta contro questi eccessi cattolici. Egli attacca la vendita delle indulgenze da parte della Chiesa, e l’acquisizione di danaro, in cambio della remissione dei peccati.


Nel 1517, Luther pubblica una lista di 95 Tesi, attaccando le indulgenze, e facendo seguire a questa pubblicazione, nel 1520, tre pamphlet che proclamano la libertà di Coscienza dei Cristiani. Il Papa del tempo, Leone X, emana un ordine (una “bolla”) condannando i lavori di Luther. Luther brucia la bolla, e viene così scomunicato. L’Imperatore Germanico, Carlo V, chiama Luther a difendersi, dinnanzi alla Dieta di Worms , nel 1521, e, quando Luther rifiuta, viene posto fuori legge. In Germania, viene aiutato da Frederick il Saggio, Elettore di Sassonia, e, installato nel castello di Wartburg, Luther inizia a tradurre la Bibbia in tedesco.

L’Opera di Luther, porta alla Riforma, e al Cristianesimo Luterano. Lo Scoppio delle guerre cristiane di Religione, oppone l’una all’altra le due fazioni: Protestanti e Cattolici Romani, coinvolgendo buona parte della popolazione, ed anche i Principi germanici, che stabiliscono delle Chiese di Stato, sostenute dalle terre confiscate alla Chiesa Cattolica Romana.


Dopo aver inviato le sue truppe contro i Principi Protestanti, Carlo V, sigla la Pace di Augsburg, nel 1555. Egli concede, ad ogni Principe, il diritto di scegliere, nel suo territorio, la religione che vuole. Nel bel mezzo delle Guerre di Religione, avviene l’invasione dei Turchi, che, dopo aver mantenuto la pace, fino alla presa di Costantinopoli, del 1453, penetrano in Europa, divenendo, per la Germania, il fulcro dei propri problemi di politica estera.


Quando i Turchi invadono l’Ungheria, nel 1663, le truppe Germaniche marciano a sud, per sconfiggere gli invasori. I Turchi, nel 1683, invadono nuovamente l’Austria, ponendo la stessa città di Vienna sotto assedio. Le truppe Germaniche e Polacche, sostengono la città impedendone la caduta, e ricacciano i Turchi oltre il Danubio; con il risultato, che l’Ungheria è costretta a riconoscere il diritto degli Habsburg: di cingere la corona Ungherese.


La guerra contro l’invasione Turca, continua fino alla vittoria del Principe Eugenio di Savoia, a Senta, nel1697. Il Trattato di Karlowitz, nel 1699, dà agli Habsburgs la maggior parte dell’Ungheria; un paese ormai spopolato, che viene poi ripopolato con i veterani di guerra Germanici. Nel frattempo, la cristianità fa sì che i Germanici lottino fra loro in una lunga faida di vendette. Il conflitto fra Cattolici e Protestanti, diviene la ben nota Guerra Europea dei Trent’Anni. In essa le perdite umane sono enormi, e un terzo della popolazione della Germania, viene ucciso direttamente, nelle battaglie, oppure indirettamente; nelle carestie, e nelle malattie che ne conseguono.

Nella sola Boemia, muore la metà della popolazione. L’ascesa del Protestantesimo, in Germania, viene contrastata dai preti Gesuiti, che vogliono riportare i Germani al Cattolicesimo; e dai Principi della Germania del Sud, che re-instaurano con la forza il Cattolicesimo. Le altre nazioni europee, si avvantaggiano delle lotte fra gli Stati germanici, e intervenendo a piacere, fanno della Germania la scena spettacolare di un conflitto devastante.


La guerra ha termine, con il riconoscimento della sovranità di ogni Stato dell’Impero; il che rende, virtualmente meno potente l’Imperatore stesso. La pace che segue alla Guerra dei Trent’ Anni, è comunque assai breve. Alcune nuove terre, vengono acquisite da quegli Stati Germanici, che sono ancora abbastanza potenti da intraprendere delle avventure all’estero.


Molte parti della Polonia, vengono aggiunte agli Stati dell’Est, mentre altri Stati si consolidano, includendo, nei propri confini, i più piccoli fra quelli Germanici. Inizia, così, una serie di lotte dinastiche; fra i Principi e l’Imperatore. I Francesi, gli Olandesi, ed alcuni Stati germanici, vengono coinvolti nella Guerra per la successione al trono di Spagna (1701- 1714); che viene combattuta per affermare il diritto, su di esso, del Re di Germania. Le Armate scorazzano nella Bavaria, e nella parte occidentale della Germania, fino alla fine della guerra, che si conclude con la Pace di Utrecht; nel 1714.

 

 

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IL CONFLITTO AUSTRO-PRUSSIANO.

 

Nel XVIII° secolo, quello che diverrà il Primo Reich Tedesco, è ancora un insieme di 234 diverse unità territoriali, che vanno da
Stati di grande importanza europea, come la Prussia, ai piccolissimi principati, costituiti da un castello e da qualche villaggio circostante. All’Inizio del XVIII° secolo, gli Stati Germanici d’Austria e di Prussia, si pongono, come antagonisti nella competizione per la leadership sull’intera Germania. La prima fase del conflitto, è la Guerra per la successione Austriaca, combattuta dal 1740 al 1748, per il diritto della figlia dell’Imperatore degli Habsburg, Carlo VI, Maria Theresa, di ereditare parte dell’ Impero; ovvero la Slesia, che la Prussia vuole invece per sé.


L’Invasione Prussiana della Slesia, nel 1740, sfocia in una grande guerra; con i Bavaresi, i Sassoni, e i Francesi, che invadono l’Austria e la Boemia; e gli Olandesi e i Russi che vengono in aiuto all’Austria. La guerra, si conclude con una sconfitta dell’Austria, e dei suoi alleati, e la Prussia opera l’annessione della Slesia; mentre l’Austria guadagna la Bavaria.


Gli Austriaci preparano la rivincita, e si alleano con la Russia. Il Re di Prussia Frederick I (1712 -1786), conosciuto come “Frederick il Grande” – uno dei più grandi geni militari della storia mondiale, anticipando il loro accerchiamento, nel 1756 invade la Sassonia e la Boemia. Questo fatto, dà inizio alla cosiddetta Guerra dei Sette anni; che dura fino al 1763.

Gli Austriaci rispondono invadendo la Slesia, i Russi invadono la Prussia, e i Francesi attaccano Hannover. La Prussia sta per essere sconfitta, ma, viene salvata, in extremis, dalla morte dell’Imperatrice di Russia, Elisabetta, e dalla salita al trono di Pietro III, che è un ammiratore di Frederick I, e che fa immediatamente pace con lui.

Tutte le parti in causa, esauste, concludono la pace, e viene ripristinato lo status quo ante; ovvero la situazione precedente alla Guerra. La serie senza fine, delle guerre europee, e l’incremento altissimo delle tasse, imposte per finanziare gli sforzi bellici alle classi produttive, si concretizza in un esodo massiccio della popolazione germanica, che parte verso le Americhe. Questa emigrazione, è così ampia, che, attualmente, gli americani di razza bianca, sono costituiti, per il 60% da Tedeschi.


Questo periodo della storia della Germania è, anche quello di alcuni degli artisti più famosi del mondo: I compositori di musica classica Wolfgang Amadeus Mozart, J.S. Bach; Ludwig van Beethoven, e molti altri, vivono in quest’epoca. All’inizio del XIX° secolo, Gli Stati Germanici si trovano coinvolti in 18 anni di guerre, contro i Rivoluzionari, e le armate francesi di Napoleone Bonaparte. Dopo che Napoleone ha occupato Vienna, Berlino, e Mosca, i Tedeschi sconfiggono i francesi alla battaglia di Leipzig nel 1813, e invadono Parigi, come parte di un’ offensiva congiunta: Russo-Austro-Prussiana.


Anche dopo la sconfitta di Napoleone, le idee Libertarie e Nazionaliste, inoculate nel tessuto europeo dalla Rivoluzione Francese, forniranno l’esca per una serie di Rivoluzioni Europee, a cui neanche la Germania potrà a lungo sottrarsi.

 

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RIVOLUZIONI DEL 1830 E 1848

 

Al Congresso di Vienna, tenutosi negli anni 1814-1815, Il Sacro Romano Impero viene ufficialmente dissolto, smembrato, e rimpiazzato da una Confederazione Germanica, rappresentata da una assemblea senza poteri esecutivi. La preminenza della Prussia, e dell’Austria, formalizzata dal Principe Clemens Metternich, elimina il pericolo di qualsiasi riforma democratica, anche dopo lo scoppio, in Francia, della Rivoluzione del 1830, che ha fatto sbocciare tendenze liberali anche in molti Stati germanici; tendenze che vengono efficacemente soppresse.


Nel 1848, un’altra ondata rivoluzionaria, iniziata a Parigi, inghiotte l’Europa, e gruppi di nazionalisti si ribellano in Ungheria, Boemia, Moravia, Galizia, e Lombardia. Disordini si hanno anche in Baviera, in Prussia, e nel sud ovest della Germania; per chiedere delle riforme costituzionali; nella direzione di un governo “democratico”. Il Principe Metternich abdica, e i Principi germanici, attoniti, devono mandare i propri delegati al Congresso di Francoforte, divenuto famoso come il congresso del “Niente di fatto”, e che farà precisamente un bel Nulla.


Le ribellioni vengono presto sedate, con una costituzione liberale ampiamente centralizzata, anche se rappresentativa; i governanti vengono imposti dall’alto. L’Ungheria, auto dichiaratasi Repubblica, viene sottomessa a forza. Dopo il 1815, la Prussia acquista gradualmente l’egemonia. Quale compenso, alla cessione della maggior parte dei suoi possedimenti Polacchi, alla Russia, la Prussia ottiene la Provincia Renana, che le apporta non solo tre milioni di abitanti, ma anche un territorio che si rivelerà, in seguito, di vitale importanza; sia strategica che economica.

Le nuove annessioni, complicano i problemi dell’amministrazione finanziaria, derivanti da 67 diverse tariffe doganali; in vigore nei diversi territori non prussiani. E’ allora, che il Ministro delle Finanze prussiano, von Motz, concepisce l’idea dell’Unione Doganale: o Zollverein. Questa iniziativa del 1818, con l’abolizione delle barriere interne, in Prussia, nel 1829 include già 17 stati; con 27 milioni di abitanti.


Queste misure, forniscono una potente spinta al progresso economico e, fra il 1834 e il 1842, il volume degli scambi raddoppia. Ciò avviene anche grazie alla rete ferroviaria, passata dai 4500 chilometri, del 1840, ai 61.000 chilometri del 1850. La maggior parte della Germania, vedendo lo splendido sviluppo prussiano, vorrebbe, da quel momento porsi sotto la guida della Prussia.

 

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L’ UNIFICAZIONE GERMANICA

SOTTO BISMARCK

 

 

William I impone una costituzione autoritaria e, assieme al suo ministro, Otto von Bismarck, attua un audace piano per riunire la Germania, sotto la leadership della Prussia. Bismarck inventa la “Realpolitik”, combinando diplomazia e militarismo, per assicurare alla Prussia la supremazia, e passare dall’egemonia al predominio, e poi all’unificazione; dapprima assicurandosi la neutralità della Russia, dell’Italia, e della Francia, con dei trattati; e poi invitando l’Austria, nel 1864, a partecipare all’invasione dello Schleswig-Holstein: due stati Germanici governati dalla Danimarca.

Valutando esattamente la potenza economica ed industriale della Prussia, e l’importanza strategica delle sue ferrovie, atte a mobilitare le truppe con estrema facilità, egli se ne serve come di una valida arma; nella sua azione politica. Austriaci e Prussiani, sconfiggono velocemente i Danesi, ma perdono, ben presto, ogni controllo su quei territori. Bismarck lancia, allora, la Guerra delle Sette Settimane, contro l’Austria, nel 1866; anno in cui in cui il Generale Helmuth von Moltke sconfigge gli Austriaci a Sadowa.


Nelle condizioni di Pace del trattato che segue, Bismarck è molto clemente con l’Austria, che concede Venezia ai nazionalisti Italiani, mentre la Prussia si annette lo Schleswig-Holstein, l’ Hannover, e altri Stati; organizzando la Confederazione Germanica del Nord, che viene formalmente in essere nel 1867. Nel 1870, la Francia dichiara guerra alla Prussia, e alla Confederazione della Germania del Nord, prendendo a pretesto le legittime rivendicazioni di quella, nella successione al trono spagnolo.


Spinti da una crescente Lealtà Nazionale, gli Stati ancora indipendenti, della Germania del Sud, affiancano la Prussia. L’ armata prussiana, bene addestrata, e meglio diretta di quella nemica, vince la Francia nella Battaglia di Sedan, occupando Parigi nel 1871. La Guerra finisce con la totale vittoria dei Prussiani. Gli Stati Germanici del Sud, entrano così a far parte di una Germania Unificata. A coronamento di questa spettacolare vittoria, il 18 gennaio 1871, Wilhelm I, di Prussia, viene proclamato Primo Imperatore, o Kaiser di Germania; ed incoronato nel Palazzo di Versailles.

La costituzione dell’Impero, è stata accuratamente progettata, per fugare i timori del Kaiser e dei suoi Junker, possessori di vaste proprietà terriere, al di là dell’Elba; riguardo al maggior potere che i ceti popolari possono acquisire con l’unità nazionale. Bismarck, si assicura che la corona imperiale venga offerta dai principi tedeschi. Il Bundesrat, o Camera Alta, verrà eletto dagli Stati, e il Reichstag, o Camera Bassa, verrà eletto a suffragio universale.

Praticamente, il Bundesrat viene consultato di rado, ed avrà poca importanza, mentre il Reichstag può discutere ed approvare le leggi, ma non proporle. Il suo assenso è però indispensabile, per i provvedimenti di carattere finanziario. Di fatto, il reddito dell’impero deriva dalle tasse, dal gettito doganale, e dai dazi comunali di consumo, e l’eventuale deficit, viene colmato dai contributi proporzionali dei vari stati. Il potere esecutivo è completamente nelle mani del Kaiser, che può delegarlo ad uno dei suoi due Grandi Ufficiali: il Cancelliere; o il Capo dello Stato Maggiore.


Ciò, finche vivrà Wilhelm I, significa, semplicemente una cosa: che il potere verrà esercitato dal suo Cancelliere: Otto von Bismarck. Nel 1871, viene così creato Il Secondo Reich. La Germania unita, nasce come progetto di Bismarck, e tutti gliene riconoscono la paternità. Sotto il suo cancellierato, esplode la rivoluzione industriale, che farà della Germania una dei paesi tecnicamente più avanzati, e più industrializzati del mondo.


L’economia tedesca decolla, grazie alla produzione metallurgica, e al fatto che la Lorena, riconquistata e tolta finalmente alla Francia, è ricca di quei minerali di fosforo che sono necessari alla produzione dell’acciaio. La popolazione cresce di un terzo, riportandosi ai livelli precedenti alle guerre del XVII° e XVIII° secolo. Virtualmente, nessun lavoratore straniero entra più nel paese, e ciò mantiene un altissimo grado di affinità razziale; il più elevato sul continente europeo, all’inizio del XX Secolo.


Bismarck si rende perfettamente conto, del ruolo e dell’influenza disgreganti esercitati dalla Chiesa, Giudeo Cattolica, nella Storia della complessiva Germania. Egli pensa, molto correttamente, che la dichiarazione dell’infallibilità del Papa, avvenuta nel 1870, può indebolire pesantemente l’autorità dello Stato Germanico.

Bismarck inizia dunque ciò che verrà chiamato il Kulturkampf ,”la battaglia culturale”, durante la quale vengono eliminati molti ordini religiosi, i cui membri sono imprigionati; o esiliati. Bismarck tenta anche di abolire, in Germania, la crescita del Partito Socialista, ma, prima di poter attuare questo lungimirante progetto, viene esautorato dal nuovo Kaiser tedesco: Wilhelm II, salito al trono nel novembre del 1888.


Il nuovo Kaiseer è convinto di poter fare a meno dell’attempato cancelliere, e i risultati elettorali del 1890, che registrano per la prima volta una maggioranza delle opposizioni, gli forniscono il pretesto per il licenziamento. Il Kaiser si appiglia alla lettera della stessa costituzione bismarckiana, e retrocede il Cancelliere alle funzioni di semplice Consigliere; accentrando, nelle proprie mani, tutti i poteri.


L’epoca dell’unificazione della Germania, vede lo splendore di una nuova tradizione musicale; Franz Peter Schubert, Johannes Brahms, e Richard Wagner sono tutti compositori attivi in questo periodo. Il Nuovo Kaiser, Wilhelm II, nel 1890 sostituisce Bismarck con un uomo di guerra, e non di diplomazia: il generale von Caprivi, stimolandolo ad una politica più decisa verso la Russia, e più favorevole all’Inghilterra; poi, insoddisfatto, sostituisce Caprivi con il nobile diplomatico Principe Chlodwig von Hohenloe, ordinando di capovolgere la linea d’azione di Caprivi.


Nel 1895, Guglielmo II manda a Paul Kruger, presidente del Traansvaal, nel Sud Africa, un telegramma da cui si deduce la sua disponibilità ad aiutare militarmente i Boeri, olandesi, contro l’invasione inglese. Ma il pronto invio di una forte squadra navale britannica, nelle acque del Sud Africa, rende evidente che la Germania non è in grado di proteggere i territori coloniali altrui, né quelli propri.

Dopo il 1900, la politica estera è gestita dall’Imperatore stesso, coadiuvato dal suo nuovo Cancelliere: von Bülow. Come risultato della continua competizione Coloniale, nascono molte rivalità infra- europee e si osserva una forte crescita del Nazionalismo; il che porta, inevitabilmente alla crescente divisione dell’Europa. Nel 1901, l’alleanza con la Gran Bretagna viene respinta, e il governo inglese preferisce allearsi con i Francesi. La nazione francese viene dapprima lusingata, dalla visita di Re Edoardo III, nel 1903, e poi, l’anno seguente, viene convinta a sottoscrivere l’Entente cordiale.
Nel 1905, il Kaiser sbarca a Tangeri, presa di mira dai francesi, affermando di essere interessato all’indipendenza marocchina.


Nella Conferenza di Algeciras, che ne segue, l’Inghilterra sostiene decisamente gli interessi francesi nella regione. Nel 1907, la Gran Bretagna e la Russia sistemano le reciproche divergenze, e stipulano un’ altra alleanza. La Germania resta, ormai, l’unica alleata dell’Austria-Ungheria, che segue con preoccupazione lo sviluppo dei nazionalismi filo-slavi nella Penisola Balcanica, e, soprattutto, l’aperta tendenza filo russa del Re Pietro I di Serbia.


Il 6 ottobre 1908, l’Austria annuncia il proprio protettorato della Bosnia-Erzegovina, intendendo, frustrare, con questo atto, i piani espansionistici di Belgrado. Nella crisi che ne segue, il Kaiser, e il suo Capo di Stato Maggiore, von Moltke, si impegnano decisamente a sostenere l’Austria; se necessario anche con la forza, nel caso la Russia dovesse mobilitarsi in favore della Serbia.

 

 

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I RETROSCENA FINANZIARI

DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

La Finanza controlla e dirige, fin dalla Rivoluzione Francese, la politica interna ed estera della “Terza Repubblica”, in cui danaro e politica si confondono, si identificano e si equivalgono. Gli Eletti detentori della ricchezza economica, “Les puissances de l’argent”, compreso il vero scopo funzionale della Democrazia, conoscendone e manovrandone l’implicito egoismo, non hanno che uno scopo: Dominare, dall’ombra, il potere politico, per ottenere lauti profitti; senza subirne gli oneri o la responsabilità.

Per questo, infaticabili e insinuanti, decisi e brutali, annodano relazioni con i Regnanti, rendono servigi, corrompono funzionari, e, disponendo dei mezzi, che agiscono sull’opinione pubblica, ovvero della Stampa, preparano il terreno propizio alle loro imprese, portando al potere, nelle Nazioni Bonificate dalle Dinastie Ariastocratiche, e consegnate al Parlamentarismo Democratico, o popolare, i propri rappresentanti e i propri obbedienti Cani di paglia.

In Francia, i detentori della Ricchezza Economica, all’inizio del XX secolo, non formano ancora un gruppo compatto, e sono divisi da lotte di interesse, da credenze religiose, e da evidenti diversità etniche e razziali. Essi operano, comunque, ognuno per proprio conto, in perfetta sincronia di intenti.

In linea generale, esistono qui, come altrove nel mondo, due grandi Trusts correlati: quello dell’Industria Pesante, siderurgica e mineraria, di matrice nazionale, ed inizialmente ariana, e quello della cosiddetta Alta Banca, di matrice eminentemente cosmopolita, ed apertamente ebraica.

Il primo Blocco si dice Cristiano, Conservatore e Nazionalista, o almeno, essendo spesso formato da cripto giudei, “Convertiti”, e Marrani, interpreta pubblicamente questo ruolo; il secondo è l’Impero dell’Ebraismo Social Massonico: Rivoluzionario, Bolscevico, ed Internazionalista.

Le rivalità apparente fra queste due fazioni, spesso alleate, nella conquista dell’egemonia economica, è il fedele riflesso speculare delle rivalità politiche, che caratterizzano i rappresentanti liberali, socialisti, democratici, o conservatori della Terza Repubblica. E’ ovvio che, ad esempio, il patto Franco-Russo è stato voluto e caldeggiato dagli Ebrei dell’Alta Finanza: dai cosiddetti Banchieri della Rivoluzione, per i quali l’ideologia sociale serve da cornamusa imbonitrice, come quella patriottica, serve da Flauto di Hameling, per i Mercanti di Armi e cannoni delle Industrie siderurgiche: il “Comité des Forges”.


Per gente del genere, i movimenti ideologici, quali essi siano, non sono che entità o contingenze finanziarie, atte a creare delle situazioni estremamente propizie, per quanti abbiano la fortuna di conoscerle e manovrarle in anticipo. E chi può conoscerle meglio di quanti le hanno volute, progettate, predisposte e regolate; sia nelle cause iniziali che nei loro effetti finali?


Lo 0,0025 % della popolazione Europea, è costituito da capitalisti, che reggono, amministrano, e spesso dispongono dell’intero Risparmio Nazionale. Una moltitudine di Società Bancarie, industriali, assicurative, o minerarie, dimostra, chiaramente, che i loro amministratori gestiscono una infima proporzione del proprio capitale; e il capitale altrui in proporzioni assolutamente gigantesche.

Questa è la conseguenza, ma anche il motivo iniziale, per la volontà di sviluppo, Bancario ed Industriale, di una qualsiasi Nazione: concentrare i capitali dei risparmiatori, tramite accordi, fusioni, ed interpenetrazioni di aziende, nelle mani dei pochi uomini che rappresentano, sempre, gli stessi gruppi: Industria Siderurgica Pesante, e Bellica, o Petrolifera, ed Alta Banca; e che appartengono, inoltre sempre alle stesse Famiglie: le famose 200 o 300 Famiglie che, ieri come oggi, hanno in mano il potere sulle Nazioni; e sui Popoli.


Vi sono poi, interi eserciti di solerti persone di servizio: “Uomini di fiducia, o di Paglia”, che occupano quelle posizioni in cui, a termini di legge, o per convenienza, i veri Attori non possono, né vogliono apparire. I Padroni veri si occultano, e fanno sedere al loro posto, nei vari consigli di Amministrazione, questi loro “Rappresentanti Fiduciari”. Le famiglie che contano davvero, in Francia, sono appena una trentina, di cui le principali sono: Schneider, Wendel, Da Voguë, Laurent, Mallet, Mirabeaud, de Neuflire, Rotschild, Weils, Vernes, ecc.


Gli uomini di copertura di questo livello, non superano il migliaio. Queste famiglie applicano, come reggenti delle Banche, delle Società Finanziarie, e di ogni loro altra attività, la massima: “Nessuno è meglio servito che da se stesso”. Essi non fanno, e non faranno mai, nulla contro i propri esclusivi interessi. Per Alta Banca, si intende un gruppo di 13 Banche, dalla sede modesta, e dal capitale versato quasi irrisorio. Si tratta di Società in nome collettivo, con un giro d’affari poco noto, e che appartengono ai membri di una medesima famiglia. Queste 13, sono le eredi dirette delle Banche private, che, verso la metà del 1800, detenevano in Francia, come in altri paesi d’Europa, il potere economico e politico.


Lo detengono ancora, dirigendo e controllando, insieme all’economia, l’intera politica della Nazione. A differenza dei loro Avi, gli attuali dirigenti dell’Alta Banca, non creano più direttamente le industrie, e i commerci; le fanno creare dalle Banche d’Affari.

Non sovvenzionano più le imprese, a proprio rischio e pericolo, ma le fanno finanziare alla massa dei risparmiatori, attraverso i Grandi Istituti di Credito, tenendo per sé i profitti, e scaricando, sul popolo dei risparmiatori, le eventuali perdite. Banche d’Affari ed Istituti di Credito, sono state create per permettere, alle Alte Banche, di partecipare, senza apparire, ai sindacati che controllano le imprese industriali e minerarie, o che gestiscono servizi di pubblica necessità. Così, essi possono gestire i prestiti collettivi, raggiungendo, e manipolando a piacere, i soldi della massa dispersa dei riparmiatori; raggruppandoli ed usandoli ai propri fini.


n questo modo, si comprende come l’Alta Banca, così piccola e poco appariscente, possa muovere, tramite i propri rappresentanti, nei vari consigli di amministrazione, l’immenso meccanismo finanziario, ed economico, degli Stati Nazionali in cui opera. Nessuno può liberarsi dalla sua tutela, o da quella dei suoi esponenti.


I 13 Istituti, si diversificano politicamente, e lottano ferocemente fra loro, a proposito di governi, appalti e monopoli. Tendenzialmente di sinistra, sono le 5 Banche dichiaratamente ebraiche: la Rotschild, la Heine, la Stern, la Worms, la Lazard. Di destra le 5 Banche Protestanti: Hottinguer, Vernes, Mallet, Tirabaud, Neuflize, e le 3 Cattoliche: la Daiviller, la Demachy, la De Lubersac, che rappresentano Schneider e De Wendel, i due celeberrimi padroni delle Ferriere, e fabbricanti di cannoni francesi.


Il gruppo ebraico è di gran lunga il più forte, ed esprime appieno il mondo finanziario ebraico- massonico. I Banchieri ebrei, sono di provenienza tedesca, e gli Heine appartengono alla stessa famiglia del famoso poeta: Heinrick Heine. La Worms è legata alla F.lli Lazard, che ha sedi a Londra e a New York. È specializzata nei cambi, e nei grossi prestiti, ed è diretta da David Weil, che nel 1926 è anche il reggente della Banca di Francia. La Lazard farà da intermediaria con l’americana Morgan, per il prestito di Garanzia a Poincaré, e per quello del 1935, di 3 miliardi, allo Stato Francese.

La Banca Stern deve il suo potere al fatto di essere imparentata con i Rotschild, i Titani dell’Alta Banca, parenti dei Sassoons, il gruppo più importante dell’economia Britannica, e di Jakob Schiff, della Banca ebraica Nord americana, che già nel 1930 controlla i due terzi dell’economia degli Stati Uniti.

I Rotschild vengono, come è noto, da Francoforte, e il fondatore della Dinastia, Meyer Amschell, nell’ ‘800, crea quattro Banche, nei punti nevralgici dello scacchiere europeo; destinando ad ognuna uno dei suoi figli come direttore. Solomon a Vienna, Nathan a Londra, Karl a Napoli, e Jakob o James a Parigi.


Il Primogenito, Mayer Amschell II, resta con l’omonimo padre, a Francoforte. I fratelli Rotschild rappresentano in tutto e per tutto il classico “tipo” dell’usuraio ebreo: furbo e tenace, per il quale ogni soldo è un soldo. Apparentemente i Rotschild sono prodighi e generosi; danno feste e ricevimenti, ma sempre con un solo scopo preciso: convincere qualcuno della bontà della Banca Rotschild.

Ovviamente, si guardano bene dal rischiare o dall’esporre il proprio danaro, e accorrono solo dove altri stanno rischiando, per approfittare di ogni minima debolezza o cedimento altrui. Non a torto, Talleyrand li definisce, già 180 anni fa, “Corvi della Finanza”.

 

Sempre prudenti, i soldi li fanno rischiare ai risparmiatori, sotto forma di azioni e di obbligazioni, delle quali, al momento opportuno, sanno rendersi completamente padroni. Solomon a Vienna e James a Parigi, vedono nella nuova forma di locomozione ferroviaria, un eccellente mezzo per spillare danaro ai risparmiatori, e imbastiscono, attorno alle ferrovie, una colossale operazione finanziaria, con il lancio delle più grandi Societù Anonime dell’epoca.


Jakob, prima di emettere 400.000 azioni da 500 franchi cadauna, della Compagnie du Chemins de fer du Nord, fa distribuire gratuitamente 15.000 certificati provvisori fra i membri del parlamento, che dovrebbero varare la legge di concessione, a favore dei Rotschild. Neanche a dirlo, la concessione viene data loro, all’unanimità, da parlamentari che, ormai, sono dei soci direttamente cointeressati nell’”affare”.

Ottenuta la concessione, Jakob deve ora trovare i sottoscrittori per le rimanenti 583.000 azioni, ovvero per ben 290 milioni di franchi. Altri certificati vengono, allora, graziosamente distribuiti in omaggio, ai direttori dei maggiori giornali parigini, ma il direttore del National, ad un certo punto del battage favorevole, rivela la manovra. Troppo tardi, ovviamente, perché, già consigliati dagli altri giornali, i risparmiatori sono corsi a sottoscrivere le azioni alla Banca Rotschild, di Rue Lafitte. Il contraccolpo però è inevitabile, e i titoli, appena sottoscritti, cadono.


I Rotschild non se ne preoccupano, e li lasciano cadere a picco; anzi soffiano abilmente sul fuoco, per farli scendere ancora di valore, facendo dire ai giornali tutto il male possibile. Le azioni perdono l’85% del loro valore nominale, giungendo a valere solo 125 franchi l’una. Allora, la Banca Rotschild si offre di riscattarle a questo prezzo, riuscendo così, non solo ad incamerare un guadagno netto di circa 56 milioni di franchi, ma anche a restare la padrona, pressoché assoluta, della Compagnia ferroviaria. Con lo stesso sistema, i Rotschild si accaparrano tutti i servizi di pubblica utilità fi mezza Francia: Acqua potabile, Gas, ed Elettricità.


E’ ovvio pensare che i fratelli Rotschild, presenti nelle altre Nazioni, facciano altrettanto. Questa famiglia ebrea dispone di molte “teste di turco” al proprio servizio: Uomini di comodo, presenti in molte società bancarie, assicurative, industriali, e commerciali. La necessità crescente di Capitali, per sovvenzionare l’Industria e i Commerci, il diffondersi delle Società per Azioni, e l’ampiezza e la dispersione del Risparmio, inducono le Banche private, vero la metà del 1800, a fondare degli Istituti di Credito a carattere tentacolare, per poter raggiungere la massa dei piccoli risparmiatori, prenderne i fondi liquidi, e dare in cambio, azioni, titoli, e obbligazioni: ovvero semplice carta straccia.

Questo procedimento dà, alle Banche Private, due enormi vantaggi: Permette di operare transazioni con il danaro altrui, senza rischiare il proprio, ed evita guai diretti, dato che alla testa degli Istituti è possibile mettere i propri Uomini di paglia, che, all’occasione, possono essere sacrificati. Il compito essenziale di questi Istituti, è quello di concedere Crediti, grazie alla lettere relative; operare lo sconto degli effetti commerciali, e concedere anticipazioni sui titoli.
Essi accettano depositi in Conto Corrente, e a lunga scadenza, incassano valori, cambiali, tagliandi, e praticano, con un margine di interesse, i cambi ufficiali. Piazzano alla numerosa clientela i Titoli: Azioni, Obbligazioni, e Rendite, emessi dallo Stato o da Stati Esteri. Simili piazzamenti, vengono effettuati dietro un tasso di commissione, più o meno elevato, ma gli Istituti non hanno alcuna responsabilità materiale, sul valore del titolo; o sul suo andamento.
Attraverso i rispettivi Istituti di Credito, l’Alta Banca draga e pompa, nelle proprie casse, l’intero risparmio Nazionale, e, attraverso le proprie Banche d’affari, lo fa investire e fruttare, a proprio esclusivo profitto.

 

 

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In Bullets we Trust

 

Quasi mai le guerre, e le verità ad esse implicite, corrispondono a quanto si insegna nelle scuole, si scrive su libri e giornali, o si grida alle folle dall’alto delle Tribune. Non sempre i conflitti hanno, come oggetto causale, la difesa del suolo nazionale, il diritto delle genti, l’onore, o la civiltà. Come dietro alle alleanze, così, e maggiormente, dietro alle guerre, esistono movimenti di interessi finanziari giganteschi, crudeli competizioni d’ordine materiale e commerciale, che, quasi mai, coincidono con i reali interessi delle collettività nazionali, che in quelle guerre vengono coinvolte e, spesso, distrutte. Coincidono, invece, perfettamente, con gli interessi di determinati Trusts, con le finalità e i profitti delle Lobbyes siderurgiche. e, in secondo luogo, con gli interessi della Finanza.


La guerra non si fa solo con l’oro ebraico, ma soprattutto con gli uomini, e con il ferro giudaico cristiani. Per coloro che producendo e lavorando ferro ed acciaio, siano essi ebrei, protestanti, o cristiani cattolici, preparano ad arte, la morte di milioni di esseri umani, la Guerra si presenta, non come un’orrore, da evitare ad ogni costo, ma come una necessità commerciale; da promuovere con ogni mezzo.


Gli ordigni bellici che essi fabbricano, difatti, comportano una propria fatalità funzionale e d’uso; una volta fabbricati, devono essere venduti, utilizzati, distrutti e poi, ricostruiti. Per il fatto stesso d’esistere, e per il gioco ovvio degli enormi capitali che rappresentano, essi creano un fatale ciclo di Guerra e di Morte.

Ecco perché gli urti fra i Regnanti, le Nazioni, e i popoli, sono, per i mercanti d’armi, necessità commerciali; ricerche affannose di uno sbocco: letale desiderato, e di un ampio consumo dei propri prodotti. Se tali scontri, si producono spontaneamente, tanto meglio; altrimenti, bisognerà provocarli abilmente, perché i produttori e i venditori d’armi, come hanno bisogno di ferro, per fare armi e cannoni, così hanno bisogno di un enorme sacrificio di vite umane, per assicurarsi la vendita e l’uso di tutte le loro macchine belliche.


Dal 1894, è iniziata la formazione di un “Cartello internazionale delle armi”, capace di portare I fabbricanti di armi, allo sfruttamento congiunto dei mercati mondiali; senza la seccatura di dover colpire, con delle offerte concorrenziali, il profitto proprio ed altrui. Contraddistinto dall’innocuo titolo di Harvey United Steel Co., lo “Harvey Syndicate” le maggiori industrie mondiali produttrici di armamenti. La più grande di queste è la Britannica Vickers Ltd. & Armstrong-Whitworth; cui seguono le Germaniche Krupps e Dillingen, la Francese Schneider Co., l’Italiana Terni; e dagli USA, la Bethlehem Steel.


Molte di queste Compagnie, hanno numerose filiali sussidiarie, nazionali, o associate in affair con con dirigenze interconnesse, E; dietro a loro, ci sono I grandi banchieri, come John Pierpont Morgan. Le Compagnie vendono in tutti I mercati,; sia agli amici , che ai potenziali nemici, senza alcuna riserva. Tuttavia, nei propri paesi, tutti costoro si presentano come I campioni del Patriottismo. Il panico degli Armamenti, nel 1889 e 1892 -93, creato dagli agenti dei fabbricanti di armi, sfocia in una enorme crescita della spesa bellica, in Inghilterra e Francia, stimolando un incremento paritetico in Germania.

Questa tattica verrà ripetuta regolarmente, con pieno successo; spesso per mezzo di informazioni false o tendenziose, su ciò che nemici reali o potenziali, vanno facendo. Gli Agenti delle armi, compiono pressioni e manovre, alle spalle e con la complicità di leader politici corrotti, e a danno dei Governi Nazionali, che essi provocano intenzionalmente di volta in volta. La corsa alle armi, che ne risulta, fa dell’Europa una “polveriera” pronta a scoppiare in una fatale deflagrazione.


È quanto accade in tutte le Guerre “europee” del periodo, e poi, nel 1914, nella carneficina sanguinosa della Prima Guerra Mondiale I grandi Trusts siderurgici, e bancari, trattano vite umane e materie prime, con la stessa distaccata e suprema indifferenza, dedicando, allo sboccio e al protrarsi delle guerre, le loro cure migliori e più assidue; proprio come gli esperti giardinieri, fanno con le loro più delicate piante carnivore. Il Grande organismo siderurgico francese, e le Banche, sono diventati maestri, nell’arte di provocare e sfruttare, a proprio esclusivo vantaggio, le tensioni, gli allarmi, le inquietudini e le paure fra popoli, che, poi, si traducono in ordinazioni di materiale bellico, ed in affari finanziari che, assai spesso, per non dire sempre, conducono ad una guerra.


L’opinione pubblica viene abilmente influenzata, e pilotata, dai giornali che questi Trusts possiedono; a volte, questa opinione viene addirittura creata, e poi ampiamente diffusa. I fabbricanti d’armi esercitano un’influenza totale sui governi, e usano ogni mezzo per ottenere grandi commesse, per forniture d’armi che verranno poi, pagate, ricorrendo ai prestiti dell’Alta Banca; a salassi e ad ipoteche, che metteranno gli Stati belligeranti, quanti e quali che siano, nelle mani rapaci dei “Corvi della finanza”.

 

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Mercanti d’Armi. Alfred Nobel

 

 

Nel 1876, Alfred Nobel scriveva a Berthe von Suttner:

“Mi piacerebbe inventare una sostanza, o una macchina, dotata di un potere di disruzione di massa, così terribile, da rendere per sempre impossibile la guerra”

È nella prima metà dell’Ottocento, nella scia della rivoluzione industriale,che inizia a prendere forma la moderna industria degli armamenti, ispirata e sollecitata da un gruppo di “imprenditori” inventivi, che sviluppano la scienza degli esplosivi, e la tecnologia delle armi da fuoco. Questi uomini, in pochi anni, costruiranno industrie, ed aziende produttrici di mezzi di distruzione: di massa. Fra tutte le Industrie, questa sarà senz’altro la più “Internazionale e cosmopolita”.


Alfred Nobel, inventore della dinamite, ed incoerente e tormentato fondatore, dell’omonimo Premio Nobel per la Pace, è il tipico esempio di questo tipo umano psicotico, ossessionato e divorato dal Potere, e afflitto da una costante dicotomia interiore. Improbabile connubio, fra un Idealista poetico, pacifista, e uno spietato finanziere, assillato dalla mania scientifica per gli esplosivi, e per la produzione e l’uso di armi letali, Nobel Inventa, nel 1862, il processo per far esplodere Nitroglicerina, e, dopo una serie di catastrofi, che uccideranno centinaia di persone, e il suo stesso fratello Emil, il sistema per renderla maneggiabile, e meno pericolosa, mescolandola con una farina fossile, o Kieselguhr.

Nobel nel 1867, brevetta la nuova invenzione chiamata “dinamite”, o “Polvere di sicurezza Nobel”. La nuova sostanza diventa ben presto la base di un’indistria internazionale, e consente a Nobel di crearsi un’ immensa fortuna finanziaria, e un Impero commerciale del tipo dello Standard Oil Trust, di John D. Rockefeller, fondfato anch’esso a quest’epoca. Nobel scopre anche una forma di cordite per cannoni, chiamata balistite, e, a sessant’anni, compra la società svedese produttrice di armi da fuoco Bofors.


Nonostante queste sue attitudini, assai poco filantropiche, Nobel persiste, nel volersi considerare, comunque, un Pacifista, un benefattore del genere umano, un idealista, un socialdemocratico, e poi, colmo dell’ironia, anche un bolscevico. Questo idealista sui generis, in un Convegno tenuto a Parigi, nel 1890, dirà:

“Tutte le guerre finiranno all’istante, quando l’arma sarà la batteriologia”.

La sua Pace, evidentemente, è la pace imperturbabile del cimitero.

Nel 1895, Nobel, perseguitato dalle emicranie ricorrenti, e dai fantasmi delle sue vittime indirette, istituisce il Premio Nobel, per la Pace, le cui assegnazioni future rispecchieranno però, assai spesso, la stessa confusione mentale del fondatore. Talvolta, esse pemiano dei pacifisti inflessibili, ma, ben più spesso, toccano a dei cinici manipolatori politici, e guerrafondai; come Theodore Roosevelt, Austen Chamberlain, o Henry Kissinger.


Tredici anni dopo la prima attribuzione del “Premio per la Pace”, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, annienta la tesi di Nobel: che le Nazioni civili rifiuteranno con orrore la prospettiva di una guerra.
Le sue fabbriche produrranno esplosivi per tutti, e, nei cinque anni del conflitto, l’unico Premio Nobel verrà conferito alla Croce Rossa.

La prosperità del mondo Occidentale; comincia ormai a dipendere dai mezzi di distruzione di massa, e dal loro commercio, attuato “senza alcuna vergogna”, da personaggi come Amstrong, Sir Basil Zacharoff, Alfred Nobel, o Alfred Krupp, che sfruttano ogni nuovo settore di questo Business foriero di morte. L’Industria bellica, sviluppa costantemente nuove tecnologie, ed opportunità, e il dinamico commercio delle armi, in continua espansione, diventava la punta di diamante dei progressi dell’industrializazazione; nonché, il fattore basilare di un enorme profitto finanziario.

 

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KRUPP Ed ARMSTRONG

 

 

Nella seconda metà del 1800, i Krupp di Essen, iniziano la loro attività come espôrtatori di acciaio nel resto d’Europa, e il loro paese, la Prussia, è uno dei clienti minori dell’azienda. I cannoni sono un aspetto secondario e pubblicitario della loro attività, che si fonda sulla produzione di barre, e di cerchioni di acciaio fuso, per le società ferroviarie. Solo con l’avvento di Bismarck e con la vittoria prussiana del 1870, gli interessi dei Krupp e quelli dello Stato, collimano.


All’epoca, gli Inglesi dominano il mercato dell’acciaio. Nel 1862, Krupp ha colto un brillante successo, alla Nuova Esposizione di Londra, col suo cannone a retrocarica. Gli Inglesi restano più impressionati dei Prussiani, che continuano a comprare dai Britannici navi e cannoni ad avancarica; ma i Russi fanno a Krupp una considerevole ordinazione di cannoni, aiutandolo così, implicitamente, a sviluppare la sua tecnologia. Nel 1865, Krupp si trova in serie difficoltà finanziarie, e Bismarck si rifiuta di prestargli denaro, o di aumentare le proprie ordinazioni.


Krupp contrae perciò un debito col Banchiere francese Seillière, che, trent’anni prima, ha contribuito alla fondazione delle Officine Francesi Schneider, per la produzione di armi, a Le Creusot. Krupp esporterà i suoi cannoni anche in Francia. La vittoria della Prussia sulla Francia, nel 1870, conseguita con l’ausilio dei cannoni Krupp, consolida i rapporti di quest’ultimo con lo Stato Prussiano, ma egli, ormai diventato internazionalmente “il Re dei cannoni” continua a vendere con grande successo, i suopi prodotti, a chiunque sia in grado di pagarglieli.


All’epoca della morte di Alfred Krupp, nel 1887, la sua industria è un’istituzione nazionale, e i suoi discendenti hanno ormai creato una sorta di Dinastia regale industriale, in ternazionale, pronta a stipulare accordi con qualsiasi altro governo. I Reali Krupp, di Essen, hanno propri ambasciatori in ogni grande capitale del mondo, da Tokyo a Costantinopoli; da Pietroburgo a Buenos Aires. Persino a Sofia? Questi loro corrispondenti, conoscono assai meglio la politica locale, ed hanno maggiore familiarità con i politici, che non tutte le altre legazioni messe assieme.


In Gran Bretagna, il processo di industrializzazione si svolge in un periodo di tempo assai più lungo che non in Germania, ma lo sviluppo delle società produttrici di armi, avviene in modo altrettanto rapido. Mentre Alfred Krupp è impegnato a costruire le sue acciaierie nella Ruhr, un avvocato di Newcastle, William Armstrong, progetta delle gru ad acqua, e fonda una piccola fabbrica ad Elswick. Durante la Guerra di Crimea, iniziata nel 1854, il War Office gli chiede di progettare delle mine sottomarine, per far saltare in aria le navi russe.

Armstrong e il suo socio, James Rendel, progettano un nuovo tipo di cannone, a retrocarica, e a canna rigata, destinato a sparare un proiettile allungato, invece delle vecchie palle di ferro fuso.Il nuovo cannone, compiuto nel 1858, e accettato dal War Office, vale ad Armstrong una carica statale, e il titolo di cavaliere. Poi l’esercito torna ai cannoni ad avancarica e ad Armstrong non resta che di ricorrere al “sostegno straniero” per fondare la sua nuove fabbrica: la “Elswick Ordinance Works”, che diventa una rivale internazionale e competitiva della Krupp tedesca.


Armstrong inizia perciò a fornire cannoni a potenze straniere, usando, per tacitare i propri dubbi, l’argomento fondamentale dei Mercanti d’Armi: “ Fornire armi ai paesi stranieri è un mezzo per procurare loro uno svantaggio, rendendoli dipendenti dal fornitore, per quel che riguardava le munizioni.” Stuart Rendel, socio di Armstrong, è il piazzista delle armi inglesi all’estero, con una provvigione del 5%, diventando il primo grande venditore di armi britannico.


La nuova società ha un grande successo commerciale, nella esportazione di armi, grazie alla Guerra di Secessione Americana, che sta allora infuriando. Una delle prime ordinazioni arriva dall’ambasciatore degli Stati Uniti, Charles Francis Adams, e fu seguita rapidamente da altre ordinazioni, provenienti dagli Stati Confederati del Sud. Rendel, pur dichiarandosi un liberale radicale, non si fa nessuno scripolo di vendere armi ad entrambe le parti in guerra; gli affari sono affati!


Ben presto, Armstrong vende cannoni a tutti: all’Italia, attraverso l’amico e addetto navale, capitanp Albini, che poi diventerà ammiraglio e direttore della Società Amstrong di Roma. Al Khedivè d’Egitto, attraverso l’amico Lord Goschen, che ha negoziato il primo prestito da parte dell’Egitto. Ne vende alla Turchia, al Cile, alla Russia; ma in Austria trova un mercato saldamente controllato dai Krupp.

Nel 1870, la Società di Armstrong assume la rappresentanza della mitragliatrice americana Gatling, adottata poi dalla Royal Navy, poi soppiantata dalla Maxim. La Krupp e la Armstrong dominavano il mondo degli armamenti. Quando Amsrong muore, nel 1900, la Newcastle Daily Chronicle, unica voce dissonante, in mezzo ai necrologi apologetici, dirà di lui: “ Nella applicazione di una intelligenza fredda e sobria, come quella di Lord Armstrong, alla scienza della distruzione, c’è qualcosa che sgomenta l’immaginazione.”


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VICHERS, MAXIM e ZACHAROFF

 

 

Gli stabilimenti e i cantieri navali, di Armstrong, si trovano ad affrontare, ad un certo punto, una crescente concorrenza da parte della Vichers; con sede a Sheffield. Edward Wichers ha realizzato i suoi primi grandi profitti, esportando barre d’acciaio in America, per la costruzione delle ferrovie, fra il 1850 e il 1860, ma alla fine del boom ferroviario, viene a trovarsi in difficoltà. Nel 1888, la Società inizia a produrre cannoni per il ministero della guerra britannico, e poi decide di costruire, in proprio, delle navi da guerra; complete di cannoni, motori, e corazze. Nel 1899, la Vichers acquista una società, per la produzione delle armi: la Maxim-Nordenfelt, che produce delle mitragliatrici, il cui funzionamento è assicurato dal rinculo, e che sono, quindi, molto più affidabili delle vecchie Gatling.


Nessuno rispecchia il vivace “internazionalismo” dell’industria delle armi, più di Sir Hiram Maxim, che considera la sua mitragliatrice, come lo strumento più adatto, nelle Colonie ed altrove, “per fermare l’attacco disordinato di orde di selvaggi. Qualunque cosa accada, c’è questa fondamentale differenza: voi avete la Maxim, e loro sono senza”.

In Tutto il mondo Maxim trova clienti entusiasti della sua mitragliatrice. I Russi fanno ordinazioni particolarmente consistenti, per la loro guerra con i Giapponesi, e Maxim pranza con lo Zar, riceve i complimenti dal Kaiser, e collabora con Nobel; Ovviamente, anche lui viene fatto Cavaliere, senza macchia e senza vergogna, per quel che riguarda la sua letale invenzione.
Comprando l’industria produttrice di mitragliatrici Maxim- Nordenfelt, nel 1897, la Vichers si assicura anche i servigi del più famoso fra tutti i “Mercanti internazionali di morte e di armi”: Basil Zaharoff, che non è solo un maestro nell’arte del vendere e nelle tecniche della corruzione, politica e commerciale, ma che è anche un profondo conoscitoree delle connessioni esistenti fra Finanza Internazionale, Diplomazia, Armi, e Servizi Segreti. Egli è in grado di operare sia come venditore che come spia, vendendo armi e segreti a chiunque voglia e possa comprarli. Come Paolo di Tarso, Zaharoff è Russo con i Russi, Greco in Grecia, e francese a Parigi; il perfetto prototipo del levantino cosmopolita.

 

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L’ ESEMPIO Basilare

DI Zacharias ZAHAROFF

 

 

Sir Basil Zaharoff, il cui vero nome è Zacharias Basileios, inizia la sua carriera nei Balcani, ma è nato nel 1849, a Mula, in Turchia, e morirà nel 1936, a Monte-Carlo, nel Principato di Monaco. Nasce da una famiglia Greco-russa, e il nome Zaharoff viene adottato quando questa fugge in esilio in Russia, dopo I pogroms anti-greci, del 1821. La famiglia torna in Turchia negli anni ’40 del 1800, stabilendosi in Anatolia, nella città di Mula, dove nasce Zacharias. Nel 1855 la famiglia ritorna a Costantinopoli, e risiede nel misero quartiere di Tatavla, dove Basil cresce come un ragazzo di strada.

Debutta come guida turistica, a Galata, il quartiere di prostituzione di Costantinopoli, poi diventa pompiere, e lavora, in seguito, come agente di cambio. All’epoca, viene accusato di rifilare del danaro contraffatto ai turisti disattenti, che non se ne accorgono che quando sono già su una nave; al largo di Costantinopoli. Zaharoff appare à Londra, per la prima volta, in relazione ad una controversia che lo vede imputato; a proposito di azioni commerciali illegali, che implicano l’esportazione di alcuni beni da Costantinopoli verso Londra. Viene rilasciato contro il pagamento di 100 lire sterline, e a condizione di rimborsare colui che gli ha fatto causa, rimanendo, inoltre, nella zona di giurisdizione della corte. Egli parte, invece, immediatamente per Atene.


Giunto ad Atene all’età di 24 anni, Zaharoff si lega in amicizia con un giornalista politico, Etienne Skouloudis. Zaharoff, eloquente, riesce a convincere Skouloudis della sua innocenza nel suo processo di Londra. Per un colpo di fortuna, un altro amico di Souloudis, un capitano svedese, lascia il suo posto di rappresentanet del fabbricante d’armi Thorsten Nordenfelt, per un posto più importante altrove. Skouloudis, con la sua importanza politica può raccommandare Zaharoff per rimpiazzarlo. Zaharoff viene assunto il 14 ottobre 1877.


Le circostanze politico-militari negli Stati Balcanici, in Turchia, e in Russia, forniscono al giovane venditore d’armi una eccellente occasione. Ogni Stato è pronto a pagare per contrastare le intenzioni aggressive, percepite o supposte, dei suoi vicini, anche dopo l’accordo di Berlino del 1878. Una delle vendite più importanti di Zaharoff è quella del Nordenfelt I, sottomarino a vapore, costruito secondo i piani del reverendo anglicano George W.Garrett, che le informazioni della marina Americana considerano suscettibile di spiazzarsi, facendo dei movimenti pericolosi ed eccentrici. Thorsten Nordenfelt aveva già fatto una dimostrazione del suo congegno ad un congresso internazionale di responsabili militari.

Se le potenze maggiori non lo volevano, le nazioni più piccole erano invece interessate, per il prestigio apportato dal bastimento. Zaharoff vende il primo modello ai Greci con la promessa di modalità di pagamento facilitato. Egli convince allora I Turchi che il primo modello dei Greci rappresenta una minaccia, e ne vende loro altri due. Persuade allora I Russi del significativo pericolo costituito ormai dalla flotta turca del Mar Nero, e ne vende altri due.


Nessuno di questi sottomarini, vedrà mai un combattimento. In un test di tiro con le torpedini, effettuato dalla marina tutrca, il sottomarino diventa così instabile che cola a picco. La persona seguente ad entrare nella storia di Zaharoff è il pugile ed ingegnere Americano Hiram Maxim. La mitragliatrice di Maxim è un miglioramento significativo, in rapporto ai modelli di mitragliatrice a mano, dcell’epoca.

La mitragliatrice di Maxim è certamente la migliore di tutte quelle che, in quell momento Nordenfelt ha nel lla sua gamma di offerte. Si pensa che Zaharoff abbia avuto una notevole influenza sugli avvenimenti che si sono sviluppati attorno alle sue dimostrazioni della mitragliatrice di Maxum, fra il 1886 e il 1888. Le mitragliatrici di Maxim e di Nordenfelt vengono presentate per la prima volta a La Spezia in Italia dinanzi ad uno stuolo di personalità importanti, che includono Il duca di Genova. I rappresentanti di Maxim non sono presenti.


La seconda dimostrazione ha luogo a Vienna. I rappresentanti vengono invitati a modificare le loro armi, in modo che possano funzionare con il formato standard delle munizioni utilizzate dalla fanteria austriaca. Dopo parecchie centinaia di tiri, le mitragliatrici di Maxim iniziano a muoversi in maniera erronea, prima di bloccarsi. Quando Maxim prende l’arma, per vedere cosa sia successo, si rende conto che essa è stata sabotata; ma è già troppo tardi.

Il terzo saggio ha ugualmente luogo in Austria, a Vienna, e stavolta la mitragliatrice Maxim funziona perfettamente. Ma uno sconosciuto, riesce a convincere I responsabili militari Che l’adattamento della mitragliatrice di Maxim richiederà un azione manuale, effettuata arma per arma, e, per questa ragione, non potrà mai essere prodotta in massa, impedendo così di avere tutti gli esemplari necessari ad un’armata moderna.


Vichers-Nordenfelt e Zaharoff hanno trionfato. Maxim, che è cosciente d’avere un buon prodotto, cerca un accordo, e, con la fusione della Maxim nella Vichers, Zacharoff diventa l’agente dell’intero gruppo, con una provvigione del 9% sulle vendite, e provvigioni altissime. È il venditore d’armi più importante della fine secolo, sia in Europa che in America Latina, ed offre quella che è rimasta la perenne giustificazione politica per la vendita indiscriminata delle armi:

“ Le armi forniscono le connessioni e le informazioni che consentono alle Potenze principali la loro influenza, e mantengono legami con i loro clienti, anche se diventano i loro nemici.”

Zaharoff è stato visto come un maestro nella corruzione, e pochi incidenti sono giunti alle orecchie del pubblico. Tuttavia; alcuni affari, come le botti di vino, inoltrate all’ammiraglio giapponese Fuji suggeriscono che molte cose siano avvenute dietro le quinte. Nel 1890; termina l’associazione fra Maxim e Nordenfelt, e Zaharoff sceglie di restare con Maxim.


Con il ricavato delle sue commissioni, acquista alcune parti della società, finché può annunciare a Maxim di non essere più un impiegato, ma un azionista importante quanto lui. Nel 1897, l’industria Maxim è diventata tanto importante, da provocare un’ offerta d’acquisto da parte della Vickers, uno dei colossi dell’industria degli armamenti. L’offerta è molto onesta, in termini di liquidità monetaria, e da parte della Vickers; per Zaharoff e Maxim. A partire da questo momento, e fino al 1911, quando l’impegno di Maxim declina, l’entusiasmo di Zaharoff e il suo portafoglio d’azione, alla Vickers, aumentano. Con il ritirarsi di Maxim, Zaharoff arriva al consiglio d’amministrazione della Vickers.

Il primo decennio del XX° secolo, è un’ epoca di riorganizzazione e di modernizzazione per molte armate europee. La Germania e l’Inghilterra fanno entrambe uno sforzo particolare per migliorare le loro flotte. Zaharoff e la Vickers sono presenti, pronti ad aiutare ognuna delle due parti. Dopo la sua disastrosa sconfitta, contro il Giappone, nel 1905, la Russia deve essa pure riformare la propria flotta. Ma la nazione è pervasa da un forte nazionalismo, che esige, per la ricostruzione, l’utilizzo dell’industria nazionale.


La pronta risposta di Zaharoff, è la creazione di un gigantesco complesso industriale, in Russia; à Tsaritsin. L’apertura degli archivi dello Zar, dopo l’avvento al potere dei Bolscevichi, e la pubblicazione del loro Libro Nero, durante la Prima Guerra mondiale, mostra dei dettagli significativi, nella strategia operativa dell’industria bellica. Una lettera del 1907, in particolare, scritta dall’officina di Paul von Gontard (una società controllata in segreto dalla Vickers in Germania) ad un associato della Vickers, a Parigi, raccomanda che dei comunicati stampa vengano trasmessi ai giornali francesi, con il proposito di far migliorare alla Francia il proprio esercito, per far fronte ai pericoli dell’armata tedesca. Questi articoli, letti al Reichstag, saranno seguiti da un voto per l’aumento delle spese militari. Tutto ciò avvantaggia Zaharoff.


Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, i possedimenti di Zaharoff si estendono ad altri settori, per aiutare il suo commercio d’armi. Acquistando L’Union Parisienne des Banques , associata all’industria pesante, egli può controllare meglio tutti gli accordi finanziari. Prendendo il controllo del giornale Excelsior, può assicurarsi degli editoriali e degli articoli favorevoli all’industria degli armamenti.


Ormai non ha più bisogno di altro che di rispettabilità e di onori pubblici. Per ottenerli, crea una Casa di Riposo per I marinai francesi, il che gli vale il conferimento della Legion d’onore. Una cattedra in aerodinamica all’Università di Parigi, ne fa un ufficiale, e, il 31 Luglio 1914, il giorno dell’ assassinio di Jan Jaurés, che contrastava I piani bellici franco-russi contro la Germania, Raymond Poincarè firma il decreto che eleva Zaharoff a Cavaliere della Legion d’Onore.

La sezione inglese della Vickers, produrrà essa sola,, durante la durata del conflitto 1914-1918, 4 bastimenti di linea, 3 incrociatori, 53 sottomarini, 3 navi ausiliarie, 62 bastimenti leggeri, 2328 cannoni, 8 milioni di ordinazioni d’acciaio, 90000 mine, 22000 torpedini, 5500 aerei et 100000 mitragliatrici. Nel 1915 Zaharoff intreccia delle strette relazioni con Lloyd Gorge, e con Aristide Briand. Si dice che in una visita fatta a quest’ultimo, gli abbia lasciato, sulla scrivania, una busta contenente un milione di franchi; per le vedove di Guerra.


Uno degli scopi di Zaharoff, durante la Guerra, è di assicurarsi l’implicazione della Grecia nel conflitto, a fianco degli alleati; il che avrebbe rinforzato il fronte orientale. In apparenza, ciò sembrerebbe impossibile, dato che il Re Costantino I è il cognato del Kaiser Guglielmo II. ( La famiglia regale di Grecia, è difatti d’origine Danese, essendo Giorgio I figlio di Cristiano IX; essa è Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg ). Stabilendo in Grecia un’agenzia di stampa, che dirama notizie favorevoli agli Alleati, Zaharoff provoca, in alcuni mesi, la destituzione di Costantino, in favore del suo primo ministro: Eleftherios Venizelos.


Alla fine della Guerra, il Times stima che Zaharoff abbia speso ben 50 milioni di lire sterline, a favore della causa alleata; tacendo, però che essi sono un’inezia, in confronto ai profitti che egli ha ricavato dal conflitto. Verrà comunque elevato al rango di Barone, e potrà quindi fregiarsi del titolo di Sir Basil Zaharoff.

Negli anni che seguono il conflitto, Zaharoff si occupa degli affair delle Potenze Medie, che I vincitori del conflitto, occupaqti a rifare l’Europa, a spese dei vinti, lascerebbero altrimenti in disparte. In particolare, si assicura che la Grecia riceva una parte dell’Impero Ottomano.

Zaharoff convince Venizelos ad attaccare I Turchi, e l’esercito Greco risulta velocemente vittorioso, finché nel 1920 la Francia e l’Italia non intervengono, per imporre un trattato di pace che rifiuta alla Grecia di conservare la maggior parte delle sue conquiste.

Nelle elezioni successive, i lealisti di Costantino, obbligano Venizelos a fuggire, ma Zaharoff resta, e convince il re ad attaccare la Turchia ancora una volta. Con l’avvento di Ataturk questa avventura finisce, però, in una sconfitta. Queste storie guerriere di Zaharoff, vengono mal recepite, sia dalla stampa Inglese che da quella Francese. Nello stesso tempo in cui conduce la sua guerra greco-turca, Zaharoff è anche impegnato in altri due grandi affari finanziari. Nell’ottobre del 1920 crea una società che è il predecessore del colosso British Petroleum; Zaharoff prevede, difatti, che vi sarà un grande futiro, per il commercio del petrolio.


La sua associazione con Luigi II di Monaco, lo porta poi ad acquistare la Société des bains de Mer coperta di debiti. Questa società gestisce il Casino di Monte Carlo, principale fonte di reddito del paese, che egli riesce a riportare in attivo. Nella stessa epoca, Zaharoff si assicura presso Georges Clemenceau, che il Trattato di Versailles assicuri la protezione dei diritti di Monaco, stabiliti nel 1641.


Nel settembre 1924, all’età di 75 anni, Zaharoff si sposa per la prima volta con l’amore della sua vita. Egli ha incontrato Maria del Pilar trentra anni prima, a bordo dell’Oriente Express, fra Zurigo e Parigi, quando essa aveva delle difficoltà con suo marito, il duca di Marchena. Zaharoff si innamora immediatamente, ma dovrà attendere. Benché il duca venga internato in un manicomio, Maria, cattolica, non vuole sentir parlare di divorzio. Essi dovranno attendere la morte del duca. Diciotto mesi dopo le nozze, Maria muore per un’infezione.


Dopo questo evento, Zaharoff liquida i suoi affair ed inizia a redigere le proprie memorie. Quando queste sono terminate, vengono rubate da un domestico, che forse spera di fare fortuna, rivelando I segreti dei Grandi d’Europa. La polizia ritrova le memorie, e le rende à Zaharoff, in cambio di una mancia ai poliziotti. Zaharoff alla fine brucia le sue memorie, e trascorre il resto dei suoi giorni in completa solitudine.

Zaharoff ha visto, nelle armi, la forma ultima, e la migliore, della circolazione monetaria, e perciò, è stato il prototipo di tutti i successivi mercanti d’armi, i quali si considerano persone del tutto equilibrate e realistiche, in un mondo abitato da una gran massa di imbecilli idealisti, e di squilibrati pacifisti. Il suo spirito aleggia ancora, liberamente, nell’attuale mondo finanziario e politico; evocato, quotidianamente, nei Ministeri della Difesa, dove la sua filosofia ha i suoi più fedeli seguaci; e i suoi adepti più tenaci.

 

 

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COME SI PREPARA UNA GUERRA


Ben prima del 1914, enormi manovre vengono fatte, per armare capillarmente l’Europa, con una corsa agli armamenti orchestrata dalle acciaierie, Schneider, de Wendel, Krupp, Longuy, Skoda, e dai Mercanti d’armi ed esplosivi: Du Pont, Nobel, Wichers, Witheworth, Armstrong, Nordenfeld-Maxim, ed altri, e che vede, come abbiamo visto, nel mercante d’armi levantino-greco, e massone, Basilio Zaharoff, uno dei suoi più grandi interpreti ed artefici. Zaharoff è, indubbiamente, il più grande ed abile mercante d’armi del suo tempo, e vende sottomarini e corazzate, mitragliatrici, obici da montagna, e cannoni 350 lunghi; da marina.


Se la Spagna lotta con gli Stati Uniti per Cuba, se l’Inghilterra combatte i Boeri olandesi, se Greci e Turchi si armano, se la Russia affronta il Giappone, e il Giappone la Russia, tutti, indistintamente, scelgono armi dal campionario di questo piazzista di morte, e vengono serviti con perfetta equanimità, da questo regale becchino cosmopolita. Zaharoff opera, all’inizio come agente della Nordenfeld- Maxim-Wichers, che poi assorbe anche Wolsey Tools & Motor Co., e l’Electric & Ordinance accessories Co.; a formare un Trust miliardario, di cui Basilio Zacharoff è il dirigente e il perno dinamico. Questo abile cripto-ebreo, si associa con chiunque gli torni utile, per i suoi affari: a Berlino con l’ebraica Ludwig Loewe A.G. che controlla la Dürcher Metal, la Mauser, e la Daimler-Benz.


A Vienna, si fa rappresentante dalla Skoda, a Parigi traffica con Schneider. Nel 1904, si unisce al grande Krupp, per sfruttare l’importante mercato giapponese, in occasione della guerra fra Russia e Giappone. Nello stesso tempo, usa le sue relazioni con Schneider per fornire armamenti e munizioni allo Zar, nella stessa guerra russo-giapponese. In Manciuria, nel territorio Russo, si scatena, dal 1900 al 1905 la Guerra Russo-Giapponese. La Russia riversa i propri interessi al di là degli Urali, procedendo al graduale assorbimento dei territori asiatici, raggiungendo il Pacifico, e fondando il Porto di Vladivostock. Dal canto suo, dopo essere divenuto una Potenza imperialstica, il Giappone vuole imporre la propria egemonia, economica e politica, sulla Cina; e sulle regioni dell’Estremo Oriente.

Nel 1904, il Giappone invade la Manciuria, costringendo l’esercito russo alla resa di Port Arthur; il conflitto si conclude drammaticamente, nel maggio dell’anno successivo, quando le corazzate nipponiche dell’ammiraglio Togo, affondano la flotta zarista, al largo di Tsushima, presso la costa della Corea. Il Giappone conquista la parte meridionale dell’isola di Sahalin, la Manciuria e la Corea. L’Entente Cordiale del 1904, tra Francia ed Inghilterra, risolve le dispute coloniali tra le due potenze.

 

La sconfitta ha però gravi ripercussioni in Russia, dove, nel 1905-1906, avviene una Prima Rivoluzione, ebreo bolscevica, che mira a rovesciare lo Zar Nicola II. Si forma un potente blocco rivoluzionario costituito da fazioni liberali, da borghesi del partito costituzionale–democratico, e dai rappresentanti della classe operaia, divisi tra i socialisti bolscevichi, rivoluzionari, ed i marxisti.
Il 22 gennaio, a Pietroburgo, una folla di oltre 140.000 persone, in una processione, guidata dal Pope ortodosso Gapon, si accalca davanti al Palazzo Imperiale, presentando allo Zar una petizione, per invocare aiuto e protezione.


La Petizione degli “Operai” enumera le seguenti richieste: amnistia, libertà sociali, più elevato salario, passaggio graduale della terra al popolo, convocazione dell’Assemblea costituente, sulla base del suffragio universale; quindi conclude:

“Noi operai, abitanti di Pietroburgo, siamo venuti a Te. Noi siamo i miseri, gli schiavi oltraggiati, oppressi dal dispotismo e dall’arbitrio. Quando il calice della pazienza fu colmo, cessammo di lavorare, e chiedemmo ai nostri padroni di darci soltanto il minimo necessario, senza il quale la vita è un supplizio. Ma tutto questo ci fu rifiutato: tutto ciò sembrò illegittimo ai fabbricanti. Noi che siamo qui, in molte migliaia, al pari di tutto il popolo, non abbiamo nessun diritto umano. Per causa dei Tuoi funzionari, noi siamo diventati schiavi. Sovrano! Non rifiutarti di aiutare il Tuo popolo! Abbatti il muro che esiste fra Te e il Tuo popolo. Ordina e giura che i nostri voti saranno realizzati, e Tu renderai felice la Russia; se non lo farai siamo pronti a morire qui. Noi non abbiamo che due vie: o la libertà e la felicità, o la tomba.”

Davanti al Palazzo d’Inverno, alcuni ufficiali dell’esercito, evidentemente collusi con i rivoluzionari, che vogliono destituire e rendere impopolare lo Zar, fanno aprire il fuoco, sui manifestanti; facendo un migliaio di morti, ed oltre 2.000 feriti. La strage di questa “Domenica di sangue”, innesca, in tutto il paese un’ ondata preordinata di sdegno, scioperi, tumulti, e perfino l’ammutinamento della flotta; ancorata nella baia di Kronstandt, presso Leningrado.

Uno zio dello Zar, governatore generale di Mosca, viene assassinato. l’agitazione si estende nelle campagne, provocando delle rivolte agrarie, e, il 28 giugno, i marinai dell’incrociatore Potemkin si ammutinano a Odessa. Dovunque, gli operai, guidati dagli agitatori ebrei, riescano ad impadronirsi dell’amministrazione locale, sorgono i Kahal ebraici, chiamati ora Soviets, e fatti passare per Consigli di operai in sciopero.


Il momento culminante della rivolta, si ha con la costituzione del Comitato di Pietroburgo, per lo sciopero generale, o Soviet (Kahal) dei rappresentanti degli operai; guidati dal giovane ebreo Braunstein, alias Lev Trotzkij, e con lo sciopero generale dell’ultima decade d’ottobre, che parte da Mosca, trova il suo centro organizzativo a Pietroburgo e dilaga in tutta la Russia. Lo Zar, Nicola II, deve sottoscrivere il Manifesto del 17 ottobre, (30 ottobre del calendario gregoriano), in cui si promette piena amnistia, il riconoscimento delle libertà civili, e la concessione di un Parlamento Rappresentativo, o Duma.


La nuova Duma, stranamente, non si oppone alla dura repressione, voluta, nel biennio 1906-1907, dal primo ministro Stolypin. Questi scioglie la Duma, e vara una riforma agraria che favorisce la proprietà contadina, ma non dissolve certo la cospirazione bolscevica, che continua ad infettare le masse popolari, con il malcontento sociale e con l’ideologia Marxista della Lotta di Classe.
Nel gennaio 1906 la rivolta è apparentemente domata, ma si tratta solo di una pausa di rafforzamento.

Nel frattempo, Basilio Zaharoff, facendosi pagare con i prestiti ottenuti dall’Impero Russo, in Francia, dopo la sconfitta russa del 1904, ricostruisce i depositi bellici dell’armata zarista, fondando il famoso arsenale di Tzarazine, sul Mar Nero, e il cantiere di Nicolaieff, per conto della Wichers, ma con il tacito accordo di Schneider.

Nicolaieff è stata allestita da Zaharoff per provvedere la flotta imperiale russa di una eventuale base navale contro la Turchia, e per allarmare, opportunamente i Turchi, che, difatti, preoccupati, si rivolgono allo stesso Zaharoff. Questi, con capitali Anglo-Franco-Tedeschi, ovvero con soldi dei Rotschild, fonda la Società Imperiale Ottomana dei Docks ed Arsenali per la Riorganizzazione del Corno d’Oro e dell’Istmo.


Nel 1911, molto opportunamente per Zaharoff & Co., scoppia la Guerra Italo-Turca, o di Libia; una guerra di espansione coloniale, preparata e condotta dall’Italia, con una serie di lunghi e contorti accordi diplomatici con le altre Potenze Europee; iniziati già nel 1881, quando l’Italia si è vista sfuggire, a vantaggio della Francia, la possibilità di occupare colonialmente la Tunisia. In previsione di un’espansione, nelle province turche della Tripolitania, e della Cirenaica, in seguito conosciute come Libia, la diplomazia italiana ottiene, dapprima, l’assenso della Germania, nel 1887, quindi, nel 1902, quello della Francia, dell’Inghilterra, e dell’Austria; e, infine, nel 1909, anche quello della Russia. Nel giugno del 1902, anno in cui viene rinnovata la Triplice Alleanza, il ministro degli esteri italiano, Primetti, firma anche un accordo con la Francia.


Grazie ad esso, l’Italia vede riconosciuta dai Francesi, oltre che dagli Inglesi (nel marzo 1902), il suo diritto ad espandersi nell’area libica; per contro l’ Italia accetta la presenza francese in Marocco. Il 24 ottobre 1909, il governo italiano stringe un accordo con lo Zar Nicola II, in base al quale l’Italia si impegna ad appoggiare le mire espansionistiche russe negli stretti: del Bosforo, e dei Dardanelli; in cambio dell’accettazione russa della presenza italiana nell’Africa settentrionale.

L’accordo, prevede anche l’impegno, dei due paesi, a contrastare i progetti balcanici dell’Austria. Quest’ultimo impegno Italiano, è una falsa promessa su due fronti, dato che, alcuni giorni prima, e precisamente il 20 ottobre 1909, il Ministro degli esteri italiano Tittoni, e quello austriaco Aehrenthal, hanno firmato un impegno reciproco; ma in senso contrario.

L’Italia verrà ricompensata, nel caso di un’espansione austriaca nei Balcani, ma viene formalizzata la reciproca assicurazione, a non stringere accordi similari con altri stati. Questo è il quadro d’insieme degli accordi diplomatici italiani, da ascriversi, ovviamente, alla tipologia della politica estera del Governo Giolitti: detta di “compenetrazione delle alleanze e delle amicizie”.

Quando nel 1911, i Francesi iniziano l’occupazione del Marocco, sollevano non poche preoccupazioni, nell’ambiguo Governo Giolitti, che vede, difatti, profilarsi la rescissione del trattato del 1902. Difatti, una volta conquistato il Marocco, la Francia non ha più nessun vantaggio ad osservarlo, e può espandersi anche verso Est, precedendo ancora una volta l’Italia, così come è avvenuto in Tunisia nel 1881-1882.


Gli Italiani temono anche che, mentre la Francia é impegnata ad occupare il Marocco, e l’Inghilterra ha seri problemi in Egitto, la Germania possa decidere di attestarsi, essa pure, nel vicino nord Africa: in Libia. L’eventuale perdita della Libia, costituirebbe difatti , per il governo Giolitti, un grave smacco, sia per ragioni strategiche, – dato che l’equilibrio di forze, presenti nel Mediterraneo, si fisserebbe, allora, a netto favore della Francia-, sia per motivi di politica economica interna.

Il fronte favorevole all’espansionismo coloniale armato, dell’Italia in Libia, guidato apparentemente da politici Nazionalisti, e Conservatori, vede aggregarsi anche i Cattolici, ed è, di fatto, supportato finanziariamente dalla grande industria Siderurgico-Bellica, e da Banche come il Banco di Roma; legato all’aristocrazia romana e papalina, e da tempo impegnato finanziariamente in quella regione.

Difatti, in Cirenaica e in Tripolitania, allora provincie dell’Impero Ottomano, Turco, si è da tempo stabilita una forte comunità di ebrei, e di italiani, che hanno interessi finanziari comuni, gestiti proprio da queste grandi Banche, solo nominalmente Italiane. Nel corso del 1910, si fa intensa la campagna nazionalista, che dipinge la Libia come una sorta di “Terra Promessa”, verso cui bisogna dirottare l’eccedenza di popolazione, che, in quel momento, ancora trovava una fuga dalla miseria Nazionale, nell’emigrazione transoceanica: nelle Americhe.


All’inizio del 1911, l’idea di una occupazione militare della Libia, incomincia a raccogliere consensi, anche in ambienti socialisti, e le voci di dissenso sono davvero poche. Tra di esse, si distingue quella di Gaetano Salvemini; per la lucidità della sua analisi, tesa a dimostrare come lo scatolone di sabbia della Libia, non possa costituire la terra promessa di nessuno, neanche dei Libici.


Il Ministro degli Esteri, San Giuliano, sa del resto, come sanno bene anche i burattinai della politica europea, ed Italiana, che l’invasione della Tripolitania Turca, indebolendo le forze ottomane, aprirà la via all’azione dell’Austria o della Russia panslava nei Balcani; innescando una reazione a catena, che cambierà completamente gli equilibri di forza fra le Potenze Europee. L’Italia viene quindi rassicurata, nelle sue pretese coloniali in Libia, proprio con l’intento di aprire un più vasto conflitto nei Balcani.


Preoccupato dal contesto internazionale, in rapida evoluzione, e cosciente dell’impossibilità di scontentare i nazionalisti, e più in generale la Destra, il governo Giolitti, nell’estate del 1911, decide, senza consultare il Parlamento, o informare preventivamente il paese, di dare inizio a quella che ormai si considera una “fatalità storica”: la conquista italiana della Libia.

Col pretesto di inaudite violenze, subite da cittadini Italiani in Cirenaica e Tripolitania, il 29 settembre 1911, l’Italia, usando l’art. 5 dello Statuto, dichiara guerra alla Turchia; senza l’approvazione del Parlamento, che in quel momento è in vacanza. Si mobilitano l’esercito, la marina e un primo abbozzo di aviazione. Temendo che le cattive condizioni del mare, in inverno, possano far rinviare l’avvio della campagna alla primavera successiva, tra il 26 e il 27 settembre, il governo italiano invia un ultimatum al Governo Turco, e, quasi senza aspettare replica, dà inizio alle operazioni. L’Italia parte con 35.000 uomini, poi ne imbarcherà altri 100.000, agli ordini del generale Carlo Caneva, che, il 5 ottobre 1911 occupa già Tripoli e Bengasi.


L’avvio della campagna, è tanto rapido da sorprendere la stessa opinione pubblica italiana, che, ben presto, si divide, come al solito, in favorevoli e contrari. Favorevoli sono i nazionalisti, che vedono premiata la loro propaganda politica, la Destra conservatrice, i moderati, i cattolici, i socialisti riformisti, di Bissolati, ed alcuni sindacalisti rivoluzionari; tra i quali Arturo Labriola. Il fronte dei contrari, è composto dalla maggioranza del partito socialista: riformisti turatiani, e massimalisti; e da molti democratici.


Le operazioni di sbarco delle truppe italiane, in Libia, incominciano verso la metà del mese di ottobre, e portano alla rapida conquista dei principali centri costieri: Tripoli, Bengasi, Tobruk. Il 23 ottobre, un’audace controffensiva turca, lascia morti, sul terreno, 400 bersaglieri italiani. Questo fatto, scatena una feroce, quanto stupida, rappresaglia degli italiani, che si rifanno sui civili inermi, con la strage di Sciara Sciat. L’eccidio gratuito, di civili libici, suscita lo sdegno e l’indignazione della Stampa mondiale, e una reazione popolare che costa molto cara all’Italia, dato che la guerriglia ora dilaga ovunque, nel Paese arabo, appoggiata proprio dalla Turchia, che prepara, nel frattempo, una controffensiva.

Le popolazioni arabe e berbere locali, infatti, organizzatesi in una guerriglia tribale e religiosa, non solo non accolgono gli Italiani, come sedicenti liberatori dal giogo turco, ma scatenano contro di loro una vera e propria Jihad: una Guerra Santa. A causa di questa resistenza imprevista, il contingente italiano d’occupazione, viene portato a 100.000 uomini, che vengono impegnati, per tutto il corso del 1912, in incessanti azioni belliche, condotte con grande determinazione dai Libici.


Gli italiani subiscono perdite tali, da essere costretti a trincerarsi nei centri urbani; o nelle oasi fortificate, occupate all’inizio della campagna. La guerra si prolunga oltre le aspettative e, a questo punto, i comandi militari decidono di spostare il fronte d’azione. La Marina italiana, viene inviata nel Mediterraneo Orientale, dove inizia le operazioni navali nel Mare Egeo, bombardando i forti turchi dei Dardanelli, e scontrandosi, nello stretto, con la flotta Imperiale Ottomana.


L’Italia, data la protezione accordata alla “ Gran Porta”, dalla Germania, e dall’Austria, opera senza colpire i centri nevralgici della Turchia. Si rischia però un coinvolgimento Russo, mentre i contingenti di truppe Italiani sbarcano a Rodi, occupando le 12 isole del Dodecanneso, e Stampalia; di fronte alla costa mediterranea della Turchia. L’impegno dichiarato, è quello di restituirle al governo turco, al momento del suo totale ritiro, da quella che gli italiani chiamano, ormai, Libia; in realtà, esse resteranno italiane fino al 1947. Dopo alterne vicende, diplomatiche e militari, la Turchia cede, e la pace viene firmata, a Losanna; il 18 ottobre del 1912. I

 

l Sultano, Abdul Hamid II, rinuncia al controllo amministrativo, sulla Tripolitania e sulla Cirenaica, province sulle quali, peraltro, il governo e il Parlamento Italiano hanno già precedentemente esteso, illegalmente, la loro sovranità; con un atto unilaterale, e senza attendere, né ottenere, alcun riconoscimento internazionale del proprio operato.

L’Italia s’impossessa, proditoriamente, della Tripolitania e della Cirenaica, che vengono chiamate col vecchio nome Romano di Libia; ma la sua sovranità, sul Paese nord africano, resta puramente nominale: limitata, per anni, esclusivamente alla sottile fascia costiera. Nel 1913, scoppiano, con gran gioia dei Mercanti d’armi e dei Banchieri, le Guerre Balcaniche.


L’Impero Ottomano e il sultano Abdul Hamid II, dopo la sconfitta con l’Italia in Libia, non hanno perso solo il loro prestigio, ma hanno dimostrato la propria debolezza in Africa settentrionale, e nei Balcani; dove ormai la sovranità turca su Bosnia e Bulgaria è puramente teorica. La Guerra Italiana, per la conquista della Libia, è stato un limitato test d’assaggio, per il più ampio conflitto che ora viene scatenato; per far perdere, all’Impero Ottomano, la maggior parte del suo territorio Europeo, e, in seguito, anche la quasi totalità di quello Nord Africano.


La Bulgaria e la Serbia il 13 marzo, e la Bulgaria e la Grecia il 29 maggio del 1912, stringono un’Alleanza: nominalmente di carattere difensivo, ma con lo scopo segreto di muovere guerra alla Turchia, per strapparle la Macedonia, che andrà alla Bulgaria, e l’Albania; che verrà divisa fra Greci, Montenegrini e Serbi. Sono i Montenegrini ad iniziare, in Albania, verso la fine del 1912, le ostilità contro i Turchi.


La guerra Balcanica viene dichiarata, il 16 Ottobre 1912, da Sofia a Costantinopoli; seguono, a breve distanza, le dichiarazioni di guerra della Serbia e della Grecia. Le operazioni belliche si svolgono rapide e violentissime. Il 15 ottobre, i Montenegrini cingono d’assedio Scutari, il 23 ottobre i Bulgari accerchiano Adrianopoli, sconfiggendo i Turchi a Kirk-Kilissè. Questi, ritiratisi in disordine il 25 ottobre a Lule-Burgos, il 29 sono raggiunti dall’esercito bulgaro, e battuti ancora una volta, in una grande battaglia.

Il 31 Ottobre essi ripiegano oltre Ciatalgia, ultima linea di difesa turca a pochi chilometri da Costantinopoli. Il 23 ottobre i Serbi, avanzando con quattro eserciti, occupando Novi Bazar, Kratovo, Kossovo e Pichtina; il 24, dopo un’ aspra battaglia, conquistano Kamonovo, e il 26 Uskub. I Greci, lanciata una colonna verso Gianina, s’impadroniscono il 20 ottobre di Elassona, sconfiggono i Turchi a Servia, e investono Thessaloniki, dove entrano il 10 novembre; contemporaneamente ad un esercito Bulgaro.


Il 18 novembre i Serbi s’impadroniscono di Monastir che, secondo i patti, consegnano ai Bulgari; il 27, insieme con i Montenegrini, occupano Durazzo. I Greci intanto avanzando nell’Albania meridionale, occupano Prevesa, e i Bulgari, il 17, danno l’assalto alle difese di Ciatalgia, ma, tre giorni dopo, di fronte all’eroica resistenza turca, sospendevano l’offensiva, e il 30 concludono un armistizio di quindici giorni.

La guerra balcanica è stata pensata e attuata, usando i vari nazionalismi degli Stati sottomessi ai Turchi, con lo scopo, implicito, di scatenare, in seguito, un conflitto europeo, per la spartizione delle spoglie dell’Impero Ottomano sconfitto. La Russia non può, difatti permettere, che la Bulgaria giunga a Costantinopoli; l’Austria, dal canto suo, non vuole che la Serbia si allarghi, perché una Grande Serbia, costituisce un ostacolo, insormontabile, alla politica ausburgica: di estensione del proprio Impero fino all’Egeo, ed è decisa ad impedire che i Serbi occupino l’Albania, giungendo così all’Adriatico.

A sua volta, l’Italia non può restare indifferente, all’azione della Grecia, nell’Albania meridionale, di cui essa pure vuole impadronirsi, né può ignorare la campagna di ribellione contro gli Italiani, sostenuta dai greci, nelle Isole del Dodecanneso. Nell’ottobre del 1912, sorge la minaccia di un conflitto tra la Triplice alleanza e l’Intesa, e il conte Berchtold, ministro degli Esteri austro-ungarico, ha, il 21-23 ottobre, un incontro a San Rossore con il Marchese Di San Giuliano, il quale, dal 4 all’ 8 Novembre, si reca a Berlino, per incontrarsi con gli statisti tedeschi.

In questi incontri, viene riconosciuta l’identità di interessi dell’Austria, e dell’Italia; sull’Albania, e, con il consenso di Vienna e di Berlino, Di San Giuliano ammonisce il Governo Greco, affermando che l’Italia impedirà, alla Grecia, di occupare la baia di Valona. Nello stesso mese di novembre, a dissipare gli equivoci sulla futura condotta dell’Italia, in un confitto fra i due gruppi di potenze europee, per ordine del Governo italiano, l’Ambasciatore Tittoni avverte il francese, Raymond Poincaré, che l’Italia, in virtù di una convenzione italo-austriaca, firmata nel 1901, è obbligata a schierarsi a fianco dell’alleata, nel caso di un’invasione balcanica in Albania; e che tale obbligo specifico, non viene infirmato dagli accordi generici, italo- francesi, del 1902; né da quelli italo-russi, di Racconigi.

Nei Convegni di San Rossore, e di Berlino, si parla anche dell’opportunità di anticipare il rinnovo del Trattato della Triplice, che avviene il 5 dicembre a Vienna. Undici giorni dopo, si riuniscono, a Londra, i plenipotenziari turchi, bulgari, serbi, montenegrini, e greci; per discutere della pace, ma i negoziati si trascinano lentissimi, e con scarse probabilità di riuscita, date le pretese abnormi degli alleati; e la decisa resistenza dei Turchi.

I primi pretendono la cessione delle isole egee, e del territorio europeo    dell’Impero    Ottomano,    meno    il    Bosforo, Costantinopoli, e la penisola di Gallipoli; gli altri sono disposti a concedere, alla Macedonia, e alla Turchia, la sola autonomia amministrativa. Si fa un piccolo passo avanti, quando, a Londra, per iniziativa dell’Inghilterra, si apre una riunione degli Ambasciatori; per stabilire i risultati della guerra balcanica.

I Turchi si dicono disposti ad accettare, per Candia, la decisione delle Potenze, e lasciano all’Europa il potere di tracciare i nuovi confini, dettando le norme per l’Albania autonoma. Essi cedono parte del territorio, vicino ad Adrianopoli, ma rifiutano di abbandonare questa città, e le isole dell’Egeo.

Le Potenze fanno enormi pressioni sulla Turchia, perché lasci Adrianopoli ai Bulgari, Candia ai Greci, e conceda l’autonomia alle Isole dell’Egeo. I Turchi stanno per accettare, quando il partito dei Giovane Turchi prende con la forza il potere, e dichiara di voler continuare la guerra. Il 29 gennaio del 1913, le trattative vengono troncate, e le ostilità ricominciano. Pochi giorni dopo, i Bulgari, respinti gli assalti turchi dalle linee di Ciatalgia, occupano la riva settentrionale del mare di Marmara; Montenegrini e Serbi attaccano Scutari, verso la fine di febbraio, e il 6 marzo, Gianina si arrende ai Greci; mentre, il 28 marzo, Adrianopoli viene espugnata.

Nel frattempo, i notabili albanesi, riuniti a Valona per costituire un governo provvisorio, esprimono il voto che l’Albania diventi uno Stato Indipendente. A questa aspirazione, aderisce la conferenza degli ambasciatori, riunita a Londra, la quale, non volendo che il nuovo Stato abbia un’entità irrisoria, nega alla Serbia lo sbocco all’Adriatico, e al Montenegro il possesso di Scutari.

Ma il Montenegro, aiutato dalla Serbia, continua le operazioni contro Scutari, e allora, il 4 Aprile 1913, le Potenze danno, nelle acque di Antivari, una dimostrazione navale palesemente intimidatoria; esibizione a cui si uniscono anche le navi italiane Saint Bon, e Ferruccio.

L’8 aprile 1913, la Serbia nega al Montenegro il suo aiuto bellico per Scutari, ma i montenegrini si accordano con il comandante dell’esercito turco, a Scutari; Essad Pascià, un albanese, che, con la speranza di costituire lo Stato in Albania, il 22 Aprile consegna la città ai Montenegrini, formando, a Durazzo, un governo provvisorio.
Il Montenegro, minacciato dal blocco navale delle sue coste, attuato dalle Potenze, deve abbandonare Scutari; dove, il 14 maggio del 1913, entra un corpo di truppe da sbarco internazionali.

Il 30 maggio 1913, a Londra, fra Turchi, Bulgari, Serbi, e Greci e Montenegrini, viene firmato un Trattato, in virtù del quale L’Impero della Gran Porta Turca, cede tutto il proprio territorio europeo, ad eccezione dell’Albania; i cui confini e il cui regolamento politico vengono affidati alle Potenze europee. La Gran Porta cede agli Alleati balcanici l’isola di Candia, lasciandoli liberi di decidere le sorti delle isole egee, e della penisola del Monte Athos.

Le redditizie questioni finanziarie, relative alla guerra, vengono definite a Parigi; da una Commissione Internazionale. La divisione delle spoglie dell’Impero turco Ottomano, non può che provocare, come si è ben previsto in alto loco, una Seconda Guerra nella penisola Balcanica, dato che, se anche si sono sottratti al dominio ottomano, i singoli Stati Balcanici, che hanno partecipato al conflitto, sono del tutto insoddisfatti dei risultati ottenuti.


La Bulgaria, che vuol fare la parte del leone, non intende riconoscere l’annessione di gran parte della Macedonia alla Serbia, e, traditi gli ex alleati Greci, Serbi, e Montenegrini, li assale il 29 giugno. Questi, dapprima resistono, e poi passano alla controffensiva, respingendo ovunque l’ex alleato. Della nuova guerra, fra gli ex compari balcanici, approfittano Turchi, che, il 20 luglio rioccupano Adrianopoli. Se ne avvantaggiano anche i Rumeni, i quali, accampando delle pretese sulla Dobrugia, scendono in armi, e, passato il Danubio, marciano su Sofia.


Le ostilità durano un mese, e, il 10 agosto 1913, viene firmata la pace di Bucarest, che modifica ampiamente la carta dei Balcani. La Grecia, oltre Creta, guadagna Salonicco, l’Epiro, una parte della Macedonia, fino a Bitolia, e a Kavala. Il Montenegro, ottiene alcuni lembi dell’Albania settentrionale, e parte del Sangiaccato di Novi Bazar. La Serbia raddoppia il proprio precedente territorio, e la Romania, senza aver fatto praticamente nulla, acquisisce Silistria, apporta ampie rettifiche alle proprie frontiere, ed ottiene quasi l’intera Dobrugia; nonché parte della costa del Mar Nero.

Nello stesso mese di Agosto, dalle discussioni della conferenza degli ambasciatori a Londra esce un’Albania apparentemente indipendente, eretta a principato ereditario e neutrale. Per il nuovo Stato, non è facile trovare un sovrano. Scartate le proposte di dare il trono al principe Ghica, al Marchese d’Auletta Giovanni V Castiota Scanderberg, e al Principe Napoleone, figlio di Gerolamo e di Clotilde di Savoia, alla fine viene scelto il Principe tedesco Guglielmo di Wied.

Le guerre balcaniche finiscono con una pace armata, che ha l’aspetto di un breve armistizio; in un conflitto ancora in corso. I trattati, stilati con questa effimera quiete, non danno nessun assetto definitivo, alla penisola balcanica, e, di fatto, soltanto la Romania esce arricchita e soddisfatta dal conflitto. La Grecia, che si duole di non essersi impadronita dell’Albania meridionale, non solo ritira malvolentieri dal paese le proprie truppe, che, difatti se ne vanno solo dopo aver saccheggiato, bruciato, e stuprato a più non posso; ma cerca anche di procurare noie, e grattacapi futuri all’Italia: alimentando l’irredentismo greco, nelle isole egee del Dodecanneso.


Insoddisfatto è anche il Montenegro, che non ha potuto tenersi Scutari, e le altre terre a cui mirava; scontenta pure la Serbia, e, ancor più rancorosa, la Bulgaria. A quest’ultima viene attribuita, probabilmente a ragione, l’intenzione di togliere Salonicco ai Greci, e la Macedonia alla Serbia; per la qual cosa, Serbia e Grecia stipulano un Trattato di reciproco aiuto, nel caso, non improbabile, di un prossimo attacco bulgaro. A rendere ancora più difficile la situazione internazionale, e assai più facili gli ulteriori progetti, bellici, dei mercanti di cannoni e di danaro internazionali, la Serbia rende noto il suo programma egemonico, e nazionalista, suscitando la motivata diffidenza dell’Austria.

A questo punto, nell’Est balcanico si sono ormai determinate, tutte le condizioni favorevoli allo sboccio di un nuovo, atteso e caldeggiato Conflitto Mondiale, in cui i soliti Burattinai, delle Armi e della Finanza, vogliono coinvolgere tutte le Grandi Potenze Europee e, se possibile, Gli Stati Uniti d’America; e poi l’Asia nipponica.

 

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LA GUERRA ITALIANA IN LIBIA.

 

Mentre si combatte la Guerra Balcanica, prosegue, nonostante la Pace di Losanna, quella libica. Da parte della Turchia, non viene fatta nessuna cessione formale, della Libia all’Italia, ma solo una rinuncia all’occupazionea amministrativa e militare. La Turchia mantiene alcuni presidi, in Cirenaiaca e in Tripolitania, e, per rivalsa, l’Italia non le restituisce le isole del Dodecanneso e Rodi. La popolazione araba e berbera, sia in Tripolitania sia in Cirenaica, vive l’occupazione italiana come un’aggressione inaccettabile, e crea non poche difficoltà al governo italiano, costringendolo a mantenere, nella ridotta fascia litoranea, e a Tripoli, un contingente di ben 50.000 uomini.


Le spese militari che l’Italia deve sostenere, per questa sua avventura, di prevaricazione Coloniale, sono assai ingenti: 250-300 milioni di lire all’anno. I dodici mesi di guerra, in Tripolitania e Cirenaica, costano all’Italia l’enorme cifra di 1 miliardo e 300 milioni di lire; e la perdita di molte migliaia di vite umane. Inoltre, gli ufficiali turchi, rimasti nel Paese, organizzano e guidano la resistenza araba, collegandosi ai capi delle tribù berbere, fra i quali il più autorevole è Suleiman El Barhuni.


Continuano gli attacchi alle difese italiane, nelle zone costiere, prosegue il contrabbando d’armi, dalle frontiere della Tunisia e dell’Egitto, persistono le faide, da parte dei ribelli, contro coloro che si sono sottomessi, e che collaborano con l’occupante Italiano. Gli Italiani occupano, stabilmente, alcuni punti dell’interno: Gharian, Tarhuna e Beni Ulid. Il 23 marzo del 1913, il generale Lequio sconfigge, ad Assaba, i berberi condotti da Suleiman El Barhuni; quindi sottomette tutto il Gebel, spingendosi a Jefren, a Giado, e a Nalut. Alla fine d’Aprile, il capitano Pavoni, alla testa di 500 ascari libici, occupa la lontana oasi di Ghadames. Dopo queste fortunate operazioni, sembra giunto il tempo di occupare il Fezzan.

Mentre si prepara la spedizione, che deve esser comandata dal colonnello Miani, si procede ad alcune operazioni preliminari: il 19 giugno del 1913, il capitano Negri, proveniente da Beni Ulid, occupa Bungeim; il 5 luglio una colonna partita dal Gharian occupa Mioda; il 22 luglio il capitano Hercolani Gaddi, proveniente da Sirte occupa Sokna, stabilita ormai come punto centrale della colonna operante. Il 4 marzo del 1914, l’occupazione del Fezzan è un fatto compiuto.

In occasione delle Guerre Balcaniche, Zaharoff crea un Cartello del cannone, con Schneider, Krupp e Skoda, per armare i belligeranti su tutti i possibili fronti: Grecia contro Turchia, Turchia contro Bulgaria, Bulgaria contro Serbia, Serbia contro Bulgaria. Per quasi due anni, i belligeranti si sparano addosso con armi e cannoni usciti fraternamente dalle stesse officine. I Mercanti di cannoni, e i Finanzieri Ebrei, già nel 1912 “prevedono”, o meglio sarebbe a dire, “coltivano alacremente” una Guerra Mondiale che modifichi le Carte d’Europa; con i Grandi Affari, e le acquisizioni a loro vantaggio, che questo fatto comporta.

Quindi, come giardinieri ostinati, fanno di tutto per farla sbocciare e poi fiorire; in uno scoppio eclatante. Le loro manovre non sono affatto estranee alla condotta Austrofoba della Serbia, al Panslavismo esacerbato dei Russi, e a alla loro intransigenza a proposito della Serbia, alla tracotanza della Francia e di Poincarè, e alla decisione stessa dell’Inghilterra; di intervenire nelle Guerra; a fianco della Francia.


Basil Zaharoff, Albert Wichers, ed Eugene Schneider si
danno da fare, con una tenacia imprenditoriale davvero ammirevole. Zaharoff, essendo cripto ebreo, e Massone, è collegato e protetto dai Grandi Orienti, ed è in stretto contatto con la Narodna Obrana Serba. Massoneria , Narodna Obrana, e Mano Nera, sono, e il caso non è affatto fortuito, proprio le due società terroristiche che organizzano l’assassinio dell’Arciduca ereditario d’Asburgo: Francesco Ferdinando, a Sarajevo; atto che provoca, o per lo meno facilita enormemente, lo scoppio della Guerra Mondiale.


Perché Poincaré, nel Luglio 1914, di fronte al tragico susseguirsi degli avvenimenti, si mostri, nei confronti della Germania, di una tracotanza inammissibile, lo si capisce solo se si sa chi egli realmente rappresenti: i Metallurgici Lorenesi del Comité des Forges, guidati da Eugenio Schneider, di cui egli è il legale, e che lo hanno piazzato all’Eliseo, come Presidente della Repubblica Francese; proprio per poter entrare più facilmente in Guerra, e per riprendere alla Germania l’Alsazia Lorena, e i suoi ricchi giacimenti minerari e metallurgici.


Simili mutamenti opportunistici ai vertici presidenziali di alcune Nazioni, si ripeteranno poi, nella Seconda Guerra Mondiale, con le elezioni di Winston Churchill, in Inghilterra e di Theodore Roosevelt in America.

Che Raymond Poincaré, miri alla guerra, cioè a portare a buon esito gli affari dei suoi Padroni delle Ferriere, lo dimostra la Storia. La decisione della Russia di entrare in guerra, contro Austria e Germania, a fianco della Francia, si spiega facilmente, con il panslavismo zarista, ma, soprattutto, con i debiti enormi, contratti dallo Zar con l’Alta Banca dei Rothschild, e con il Comité des Forges; nonché con l’azione diretta, al suo fianco, di un emissario che svolge, alla Corte Imperiale di Russia, la funzione di Banchiere Privato: Jacques Gunzbury, corrispondente a Pietroburgo dei Rotschild di Parigi.


L’Alleanza Franco Russa, è Schneider ad imporla a Poincaré; inoltre, si sa quali pressioni l’ambasciatore francese a Pietroburgo, Maurice Paleologue, uomo di paglia e amministratore dell’Union Europeenne Industrielle et Financiére, legata ai fabbricanti d’armi, abbia esercitato per spingere la Russia a mostrarsi irremovibile; nel suo atteggiamento di tutela dei piccoli Stati Slavi, di confessione Cristiano Ortodossa.

Nel mese immediatamente successivo al delitto di Sarajevo, è ovvio che l’attività dei fratelli Rotschild, di Schneider, di Zacaroff risulti assai complessa e turbinosa. Zaharoff e Schneider, a metà Luglio sono a Parigi, e poi a Belgrado. Dal 10 al 15 Luglio sono a Londra. Il 25 Luglio, i Rotschild di Parigi, Londra, Francoforte, e Vienna, si riuniscono a Ginevra. Poi, Schneider fa visita al Rotschild di Parigi, e, insieme, incontrano Il Presidente Poincaré.


Zaharoff, a Londra, incontra il Rothschild londinese, ed entrambe vengono ricevuti, assieme, dal Ministro degli Esteri Inglese Grey. Poi Schneider, con il Rotschild di Parigi, va anch’egli a Londra. Il 30 e 31 Luglio, e l’1 e 2 Agosto sono giorni a dir poco frenetici. La Guerra fra Russia ed Austria, e fra Francia e Germania viene resa inevitabile, dato che i dirigenti politici, francesi e Russi, invece di cercare delle soluzioni di pace, si preoccupano di allargare il conflitto all’Inghilterra, tirandola dalla propria parte.

La posta in gioco, che si offre a questi lestofanti in marsina, sono l’Impero Asburgico, l’Impero Tedesco, colonie comprese, e, per i meglio informati, anche l’Impero Russo, ormai roso dal tarlo bolscevico, immessovi dai banchieri della Cupola americana, collegata ai Rotschild. Il 2 Agosto, il Parlamento Inglese si schiera a favore della Francia. In giornata, Lord Asquith riceve Basilio Zaharoff, e 3 membri del Partito Conservatore. Assistono al colloquio, certo ricco di sfumature, motivazioni, e di spunti istruttivi, Lord Sydenham, segretario del Comitato di Difesa Imperiale, e in seguito, evidentemente per servizi resi, promosso al rango di direttore della Wichers, di Zaharoff.


Il giorno 3, provvidenzialmente, le forze che operano in Germania, gli ebrei delle Banche e i Krupp, ottengono il pretesto che serve loro per poter dichiarare le guerra: la Germania ha invaso il Belgio. A Parigi e a Londra, si festeggia a champagne. La sera del 3 Agosto 1914, i Comuni decidono di scendere in guerra: per proteggere e liberare il Belgio invaso, proclamandosi, pomposamente, alfieri della libertà e della giustizia. Ovviamente, si tratta solo di chiacchiere per gli imbecilli: semplice fumo negli occhi, o melensa risciaquatura sentimentale, in cui i gazzettieri, e i pubblicisti prezzolati, possono intingere la penna; per far dimenticare, alle folle inebetite, che presto andranno al macello, e che, alla base dell’intervento inglese, del bellicismo francese, e dell’intera manovra bellica, architettata da tempo dai faccendieri ebrei d’Europa e d’America, vi sono, principalmente, motivi di puro profitto materiale, e di volgare interesse economico.


Si tratta di competizioni di ordine commerciale, di una lotta spietata per l’egemonia marittima, o terrestre, di affannose ricerche di mercati, in cui piazzare i propri prodotti e le proprie eccedenze; a scapito di qualsiasi possibile avversario. Ultime, in ogni senso, e solo per opportunismo populista, vengono le tanto sbandierate ragioni, di carattere ideologico e morale.

Sapendo tutto questo, risulta ovvia l’assurda tracotanza di Poincaré, alla cui origine vi sono gli interessi dei suoi Padroni, che spingono tutti i loro Servi, e protetti, a provocare una Guerra, che, per essi, è il più lucroso e il più utile di tutti i possibili affari. Per il Comité des Forges, per Eugenio Schneider, per Zaharoff, per i Krupp, per i Rotschild, per Albert Wichers, e per tutte le altre industrie belliche collegate, come pure per l’Alta Banca, e per tutte le Banche ebraiche, o cripto ebraiche, private e non, connesse a questi Trusts, la Guerra del 1914 si risolve in un colossale affare finanziario; un evento quasi miracoloso, che apre, per essi e per i loro eredi dinastici, una nuova era delle “vacche grasse”.


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Gott mit uns: Dio è con noi

 

Dai primi anni del 1900, Il Kaiser Guglielmo II, è a capo della Germania, ma, uomini posti dall’ élite ebraica all’interno della sua amministrazione, ne manipolano la politica, come già accade in Gran Bretagna con Milner, e negli Stati Uniti con il Colonnello House. L’assassinio dell’Arciduca Ferdinando, erede del trono austro- ungarico, a Sarajevo, il 28 Giugno 1914, fornirà il pretesto per la guerra, ma il conflitto e’ stato deciso a tavolino, molto tempo prima.


Il 28 giugno del 1914, Francesco Ferdinando, che si trova in visita a Sarajevo, capitale della Bosnia, viene ucciso a colpi di pistola assieme alla moglie, la Duchessa d’Hohemburg, dal nazionalista serbo Gavrilo Princip, collegato alla Mano Nera: Società segreta serba, controllata dagli ebrei, e alla Narodna Obrana, che sono in affari con l’onnipresente Basilio Zaharoff.

Ferdinando è in visita ufficiale, e sei assassini gli tendono un agguato, mentre la sua carrozza procede verso il luogo in cui ha un appuntamento. Appena la carrozza li supera, nessuno dei sei riuesce ad ucciderlo, e sembra che l’Arciduca abbia sventato l’attacco. Ma il suo chaffeur sembra stranamente confondersi, fa fare alla carrozza una svolta bizzarra e, alla fine, la ferma: proprio davanti ad uno degli assassini, Gavrilo Princip, che coglie al volo questa seconda, irripetibile opportunità.


Ferdinando ha confidato al suo amico, il Conte Czerin, di sapere che la sua vita è in pericolo, essendogli stato riferito, un anno prima, che i Massoni Ebrei hanno deciso di ucciderlo. Nel frattempo, esattamente alla stessa ora, in Russia, a Pokrovskoe, si tenta, senza successo, di uccidere con un coltello maneggiato da una donna, Grigory Yefimovitch Rasputin, che è il consigliere più influente dello Zar, ed è fermamente contrario alla guerra.

E’ una ben strana coincidenza, che i due assassini entrino in azione esattamente allo stesso giorno, e alla stessa ora; il che spinge a dubitare delle presunte casualità nella storia.

 

La morte di Ferdinando fa della guerra una probabilità, la ferita di Rasputin la trasforma in certezza, poiché egli era l’unico uomo, in Russia, in grado di evitarla. Le modalità dell’assassinio permettono all’Austria-Ungheria di accusare di chiara complicità il Governo di Belgrado, e di accingersi    a    dare,    alla    arrogante    Serbia, cresciuta territorialmente dopo la guerra Balcanica, una durissima lezione. Il Governo austriaco crede che l’aggressione alla Serbia non provocherà l’intervento armato della Russia e della Francia; ma, se anche così fosse, è certo che l’Alleanza fra Austria e Germania avrà facilmente ragione degli avversari.


Il Kaiser Guglielmo II, appoggia l’Austria, ma fino all’ultimo cerca di evitare la guerra alla Russia, e alla Francia. La Grande Guerra sta ormai sbocciando, e uno dei suoi principali segreti cultori, è proprio il Cancelliere del Kaiser, Bethmann-Hollweg, della famiglia di banchieri Bethmann di Francoforte; cugino dei Rothschild.

Il 6 luglio 1914, l’Austria ha già segretamente ottenuto, dal Cancelliere Bethmann Hollweg, il pieno sostegno della Germania di Guglielmo II, che, del tutto ignaro, è in vacanza sul suo Yacht, Hohenzollern, al largo delle coste Norvegesi. Gira da tempo la voce, messa in giro dagli armaioli, che egli voglia ridisegnare la mappa della supremazia politica europea, dal momento che il suo peso politico è ormai inferiore all’importanza industriale, commerciale, e finanziaria, che la Germania ha raggiunto negli ultimi decenni.


Proprio per questa sua innegabile marcia ascendente, Guglielmo II ha, invece, tutto l’interesse a mantenere un lungo periodo di pace, che gli darà, senza dubbio, l’indiscutibile preminenza sul continente Europeo. Per queste stesse ragioni, gli Inglesi, i Francesi, ed i Russi vogliono trascinarlo alla guerra. Il governo di Berlino, si dice, non crede nella solidità dell’Intesa fra Inghilterra, Francia e Russia, e dà per scontata la neutralità dell’Inghilterra, troppo impegnata nel difficile problema irlandese. Secondo questi anonimi troppo “bene informati”, il Kaiser ritiene che l’occasione sia ormai propizia: per battere Francia e Russia, ponendo la Germania su salde basi: come Potenza mondiale preminente.


Si tratta di una grossa menzogna, che attribuisce a Guglielmo II una miopia in lui inesistente, e un suo impossibile errore di valutazione, nei riguardi dell’Inghilterra. A dimostrarlo, sta il fatto che gli Inglesi, da secoli padroni indiscussi dei mari, e dei commerci intercontinentali, parteciperanno immediatamente alla guerra, proprio perchè come Russia, e Francia, hanno deciso di stroncare, sul nascere, la crescente potenza politica, industriale, ed imperiale tedesca.


Dell’alleato Italiano, Vienna non fa alcun conto; e, quando l’Italia invia un’aspra nota a Belgrado, si limita a far dare delle informazioni verbali a Di San Giuliano; dall’ambasciatore Austriaco a Roma: Von Merey. Tale decisione, di non informare in anticipo l’alleato italiano, nasce dalla certezza che l’Italia avanzerà delle richieste di risarcimenti territoriali, se partecierà ad una guerra che l’Austria ritiene di poter vincere da sola, o al massimo con l’alleato germanico.

L’Austria vuole semplicemente punire la Serbia, ma Russia, Francia, ed Inghilterra, che non aspettano altro, intervengono immediatamente. Gli Stati Uniti faranno altrettanto; nel 1917. L’America, del resto, ha sempre avuto la velata intenzione di entrare in guerra, e, a questo fine, l’opinione pubblica è stata incitata e pilotata dai mass media. Prima, e durante la Prima Guerra mondiale, la grande agenzia di stampa, Wolff, è di proprietà dell’Istituto di Credito Europeo dei Rothschild; la cui sede si trova a Berlino.


Tra i soci principali, troviamo anche il banchiere personale del Kaiser Guglielmo II: Max Warburg. La Casa Rothschild, acquista una partecipazione delle tre agenzie di stampa più importanti d’Europa: la Wolff in Germania, la Havas in Francia, e la Reuters in Inghilterra. Va ricordato, che le Agenzie di stampa sono quelle che forniscono le notizie, a tutti gli altri giornali, ed, oggi, anche a tutte le stazioni televisive. Sono esse che fanno e rifanno la verità dei fatti, e promuovono, od evitano, la diffusione di una data notizia.


I legami fra la famiglia ebrea dei Rothschild, e lo scoppio delle Guerre Mondiali, risultano evidenti, e cominciano ad emergere con chiarezza. E’ parte della strategia dell’élite sionista, coinvolgere gli Stati Uniti, e rendere più pressanti le richieste post- belliche di un organismo mondiale, che impedisca le guerre.

Nel 1915, l’affondamento della “nave passeggeri “Lusitania, che in realtà trasporta armi, fornirà, agli Stati Uniti, il pretesto per entrare in guerra; proprio come l’assassinio dell’Arciduca Ferdinando lo aveva dato agli Europei. La Lusitania entra, senza scorta, in un’area in cui notoriamente operano i sommergibili tedeschi, e la gente a bordo viene cinicamente sacrificata, solo per creare il casus belli, soddisfando le spaventose ambizioni dei Banchieri Ebrei.

Negli archivi del Ministero del Tesoro statunitense, il presidente Wilson occulta le prove che la Lusitania sta trasportando rifornimenti militari per gli Inglesi, e che non è affatto la semplice Nave passeggeri descritta dalla propaganda, per scandalizzare e commuovere l’opinione pubblica americana. Alfred Gwynne Vanderbilt, della cerchia dell’Establishment Orientale, si trova sul Lusitania quando questa affonda. Prima che la nave lasci New York, gli viene inviato un telegramma, in cui lo si ammonisce a non partire, ma, per un disguido, Vanderbilt non lo riceveve, e questa svista gli costerà la vita.


A New York, quel giorno, c’è evidentemente chi sa, esattamente, cosa sta per succedere. La manipolazione dell’America, in guerra, viene coordinata da tre organizzazioni principali: Il Consiglio della difesa nazionale, La Lega navale, e la Lega per la Pace. Fra i Membri del Consiglio della Difesa Nazionale, figura l’agente dei Rothschild Bernard Baruch, che ha più potere di chiunque altro in guerra.


La Lega navale è diretta da Morgan, e, fra i dirigenti della Lega per la pace, figurano Elihu Root, avvocato di J.P Morgan, Perry Belmont, agente americano dei Rothshild, e Jakob Schiff della Khun, Loeb & Co. L’allora vice segretario della Marina, è un certo Franklin Delano Roosevelt, che assegna, agli “amici”, grandi appalti navali; molto prima che si parli dell’entrata in guerra dell’America. Egli farà altrettanto, qualche anno dopo, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale; quando verrà eletto Presidente.


Un’altra conferma del fatto che la prima Guerra Mondiale è stata progettata a tavolino, per realizzare un piano sionista a lunga scadenza, si ha negli anni Cinquanta, con un’ indagine affidata dal Congresso statunitense alla Commissione Reece, sulla Fondazione Carnegie per la Pace internazionale: una delle tante fondazioni, create e promosse dalle famiglie Carnegie e Rockefeller, per finanziare il loro Piano per il Nuovo Ordine del Mondo. Il Relatore Dodd riporta che:

“ Essi, sono giunti alla conclusione che, per evitare una regressione, devono controllare il sistema scolastico, e lo hanno affidato alla fondazione Rockefeller, con l’intento di trasformare l’insegnamento della Storia americana. Così si sono recati dai maggiori storici americani dell’epoca, con l’intento di convincerli ad alterare il modo in cui essi presentavano la materia”.


La riscrittura della storia, è, ovviamente un aspetto vitale dell’influenza ebraica sull’attuale visione del mondo, e di noi stessi, e, quindi, gli Ebrei che controllano la storia, controllano, implicitamente, anche il nostro presente; e il nostro avvenire Nel 1910, 2 anni prima dello scoppio della guerra Anglo-Boera, 4 anni prima dello scoppio della Prima Guerra mondiale, e 7 prima della Rivoluzione ebreo bolscevica di Russia, inizia le proprie pubblicazioni una Rivista, che è l’organo esterno di una omonima associazione: La Tavola Rotonda, che non ha nulla a che fare con Artù e i Cavalieri Sarmati, ma che cospira, invece, alacremente, per l’edificazione di quel Nuovo Ordine del Mondo, che i”falsi” Protocolli dei Savi di Sion, definiscono come il proprio Nuovo Regno.


Carrol Qugley, professore della Georgetown University, è per un certo periodo un iniziato della Tavola Rotonda e, come tale, ha accesso a documenti segreti, riguardanti la cospirazione del Nuovo Ordine del Mondo. Uscito dai ranghi di questa setta, egli rivela in maniera assai dettagliata, nel suo libro The Anglo- American Establishment, ciò che è accaduto, dietro le quinte della Storia, nei primi cinquant’anni del secolo XX.

Egli scrive:

” Il quadro è spaventoso, perché tale potere, quali che siano gli scopi che esso persegue, è troppo grande, per essere affidato tranquillamente ad un qualsiasi gruppo. Nessun Paese, a cui stia davvero a cuore la propria sicurezza, dovrebbe permettere ciò che è stato realizzato dal gruppo Milner (Rothschild); cioè che così pochi uomini, esercitino un tale potere assoluto in ambito amministrativo, e politico, ed abbiano il controllo, pressoché assoluto, sulla pubblicazione di documenti relativi alle loro azioni; possano esercitare una tale influenza sulla pubblica opinione, e siano in grado di monopolizzare, in modo così completo, la scrittura e l’insegnamento della storia del loro periodo.”


Le Guerre sono il metodo migliore per alterare la vita di interi popoli, e, quindi, coinvolgere gli Stati nelle guerre, è il metodo migliore per controllarne ogni altra mossa. Dato che l’élite ebraico sionista controlla sia il Dipartimento di Stato Americano, che lo svolgimento della Politica e della Finanza degli Stati Europei, sono evidentemente i suoi vicari e Sacerrdoti, a pianificare sia le guerre del XX secolo, sia il momento migliore in cui l’America doveva entrare, ogni volta, in quei conflitti; o produrne di ulteriori.

Per quel che riguarda, poi, la trascrizione e la “memoria” degli eventi bellici, e del backstage finanziario, che sta dietro a quegli eventi, pianificandoli, sostenendoli, ed attuandoli fin nei minimi dettagli, è ovvio che anche in Europa, uno stuolo di Eletti Cohen della storiografia, ha agito, ed opera, secondo le stesse direttive accademiche mistificanti; il che rende la lettura accorta delle altre possibili Storie, e l’eventuale revisione della cosiddetta Storia Ufficiale, una attività assai interessante, intellettualmente proficua,;e spesso assai ricca di sorprese.


Ma torniamo ai fatti, e al ”lucroso affare” della Prima Guerra Mondiale, messo in piedi e gestito dagli Industriali del ferro, delle Armi; e delle Banche; fin dagli inizi del XX secolo.

 

 

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Il Principe Metternich
GLI ULTIMI ANNI DELL’AUSTRIA UNGHERIA

 

Nel X° Secolo d.C. la Rivoluzione religiosa, giudeo-cristiana, ha spezzato e travolto completamente, in Europa, le proprietà pagane, sostituendo i Re e le caste aristocratiche e sacerdotali, con i propri leader e servi: ecclesiastici o laici. Ora, dopo Cromwell e la Rivoluzione Francese, altri ebrei, rivoluzionari e Massoni, mirano a distruggere anche gli imperi cristiani degli Zar, e degli Asburgo; tornati, più o meno inconsapevolmente, alle tradizioni e alle caste sacerdotali pagane, e alla sovra-nazionalità imperiale romana; quasi che la catastrofe del mondo antico non fosse stata sufficiente a spezzare, per sempre, l’Idea e l’Archetipo Imperiale.


Il Turco, il Tedesco, l’Austriaco, e il Russo, devono morire come Imperi, come idee vive e come immagini archetipiche, reali, per fare spazio a delle separazioni Nazionali, assai più adatte ad assicurare il controllo, la gestione, e lo sfruttamento degli Stati, da parte di una elite sovra-nazionale ebraica, che può dettare economicamente legge in ogni “diverso Stato”, ma non può farlo, impunemente, in nessuno degli Imperi Dinastici.


Ecco allora, che bisogna infiltrare tutti questi Imperi, con sentimenti negativi, estranei, profani, indecenti; con la pittura, la musica, il teatro, gli scritti, e la poesia di una pletora di ebrei “geniali”, festaioli, e stravaganti.

Francesco Giuseppe è nato il 28 Agosto del 1830, il 24 febbraio 1854 ha sposato Elisabetta Wittelsbach, di Baviera, in un “matrimonio d’amore”. Elisabetta finirà assassinata con una lima triangolare, usata come un pugnale, dall’anarchico italiano Lucchini. Vittima designata, in una rivolta senza invenzioni, popolata dai fantasmi, sarà colpita con improvvisa furia, come simbolo di in Impero Asburgico, le cui ragionid’essere le sono ormai completamente estranee.

Morirà sulle rive del lago di Ginevra, mentre si reca a prendere un piroscafo, di fronte all’Hotel Beau Rivage; colpita al cuore, dalla sua stessa segreta devozione all’anarchia.

Francesco Giuseppe si accorge, forse con non troppo stupore, che dei pensieri micidiali, e delle volontà altrui, gli stanno decimando la Famiglia. Elisabetta uccisa con premeditazione anarchica, Massimiliano fucilato nell’indipendenza messicana, con la compiacenza dei Massoni dell’esercito e del governo francese, e americano, che non hanno mosso un dito per salvarlo; Rodolfo, suicidatosi per propria scelta?


I valori strumentali e tradizionali dell’Impero Austriaco non sono l’euforia del falso progresso, e della pace industriale; né quelli, ancora più illusorî, dello sviluppo mondiale. L’Industria e il Capitale cosmopoliti, sono indifferenti ed alieni: refrattari alle stirpi, e alle tradizioni altrui; alla metafisica dell’Impero, quando questo non sia il Loro.

Attenti solo al proprio profitto, e al proprio Status auto stabilito: di Popolo Eletto, essi vogliono imporsi come la razza padrona del mondo, e come occulta guida delle Nazioni. I traffici mondiali dei prodotti, e del capitale, si basano sulle Banche, in cui confluiscono le ricchezze delle varie nazioni; più o meno nemiche fra loro. I banchieri gestiscono imprese internazionali, attingendo alle ricchezze europee, e il potere industriale e finanziario, deriva i suoi strumenti, oltre che le sue idee, da voleri del tutto opposti a quelli Imperiali. Esso vuole sostituire gli Imperi Dinastici, per essere l’unico e solo Impero Mondiale: quello Finanziario ebraico, che, un giorno, si farà Stato: in America e in Israele.

Le dinastie dell’Oro, vogliono soppiantare le Dinastie del Sangue. L’indifferenza per i valori tradizionali altrui, è tipica della mentalità e del capitalismo ebraico, che non bada alla nascita, e alla nazionalità dei clienti non ebrei, o delle merci, perché entrambe sono cose il cui valore è transitorio, e mutevole. Ciò che deve restare permanente, è ovunque e comunque la “Fortuna Ebraica”; non Costantinopoli, Vienna, Mosca o Berlino.


Gli Imperi non ebrei devono sparire, affinché il Regno Ebraico si realizzi, ed abbia spazio d’azione. L’Ebreo della finanza, e delle Banche, non ha, in affari, né lingua, né patria, ma ha un proprio scopo e una meta prefissata: il proprio assoluto profitto, A Roma, come a Vienna, o nel Congo. L’Età Industriale, che s’affaccia fin dal 1800, all’orizzonte austriaco, ed europeo, è quella dei capitani d’industria e dei banchieri che la finanziano. Essa é l’Eone ebraico, retto da un Capitale finanziario indifferente al processo produttivo, e a chi produce; ma non ai prodotti, tramutati in merce: carbone, diamanti, armi, automobili, minerali, petrolio, ferrovie, zucchero, oppure schiavi, poco importa; purché diano un lauto profitto.


Non a caso, l’iniziativa industriale è assunta principalmente dagli ebrei, che hanno stabilito, in Europa, fin dall’Impero Romano, una propria convivenza, di puro opportunismo e circostanza, con i valori e le culture altrui. Essi appaiono superficialmente osservanti, rispetto a questi valori, ma non li accettano che come una maschera aleatoria, per coprire i soli che essi reputano veri: i propri. L’iniziativa industriale ha la stessa tendenza della mentalità ebraica: un’inclinazione alla “responsabilità limitata”, alla lealtà soltanto apparente e di comodo; di natura contrattuale ed instabile. Essa obbedisce solo ai propri fini, e non agirà mai in contrasto con essi; non potrà quindi che tradire gli interessi altrui.

Potenti organismi finanziari, simili a piccoli Stati, presenti nelle diverse Nazioni, possono produrre rapide fortune, e altrettanto simultanee rovine, nelle finanze degli Stati Ospiti, con un carattere di arbitrarietà che l’Europa Ariana non apprezza affatto. Patria e Banca, Fabbrica e Stirpe, internazionalismo politico e industriale ebraico, e imperialismo dinastico ariano, sono valori antitetici. Un intrigo consapevole, si dirama dalle banche, dai Ministeri, dalle fabbriche, dall’esercito, per confondere e illudere l’opinione pubblica; nelle nazioni imperiali della Vecchia Europa. Si vendono armi e si prestano immensi capitali, per portare questa Europa, parassitata dalle potenze industriali e finanziarie, alla guerra, e al conseguente sfacelo degli Imperi.


L’Europa, irretita dal “Secolo industriale” si lancia in Africa e in Asia, con una serie di “Guerre Coloniali Preventive”, arbitrarie, sia nel decidere la conquista, che l’oppressione dei popoli che le subiscono, ma molto apprezzate dai produttori e dai venditori di armi. La civiltà industriale, per implicito necessità della produzione e dello smercio , ritiene legale predare e assoggettare liberamente, in ragione della propria “civiltà e democrazia”, tutto ciò che risulta abbastanza debole, e alla portata dei propri attacchi. La Conquista discrezionale delle terre altrui, l’occupazione, l’annessione, la rapina delle risorse di interi popoli, vengono decretate ed attuate senza motivo, né occasioni contingenti. Viene praticata negli stessi termini della antica Potestà Imperiale Romana, come un “tributo alla Civiltà”, imposto a Nazioni e popoli dichiarati, unilateralmente, da parte dei loro aggressori, come decadenti, vecchi, decaduti, barbari o primitivi.


Predare ed assoggettare interi Paesi, senza dare nulla in cambio, se non le apparenze esteriori ed utilitaristiche della propria cultura, verniciata su delle strutture civili, utili all’opera predatoria di sfruttamento incondizionato, è il segno distintivo di questa civiltà mercantile ed industriale occidentale-ebraica.

Le risorse di questo nuovo potere, arbitrario, vecchio quanto il patto d’elezione popolare di Mosè, si estendono nel mondo con i propri mezzi di dominazione e conquista: armi, navi, ambizione imprenditoriale, tecnica, disponibilità finanziaria; dilagando in Africa e in Asia. La loro proliferazione è all’inizio inavvertita, silenziosa, come quella delle termiti. Le grandi famiglie ebree della finanza, vogliono assicurarsi le nuove proprietà coloniali, alle spalle, e a spese, delle stesse Nazioni colonizzatrici.


Il diritto di prelazione in Africa ed Asia è assicurato alle Grandi Nazioni, e ai loro occulti padroni, cosicché nessun altro può rubare nulla in quei paesi, senza averle associate, preventivamente, al furto previsto. A Francia ed Inghilterra e ai loro Capitalisti e Banchieri, la fetta più grossa di qualsiasi bottino; un’espansione illimitata. Agli altri, parti sempre più esigue, a seconda della loro importanza, e del loro potere contrattuale.


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INFELIX AUSTRIA

 

Francesco Giuseppe, l’Imperatore, è ormai diventato un vecchio rancoroso, e quasi insensibile. L’unico suo figlio, l’Arciduca Rodolfo, e la sua giovane amante, Maria Vetsera, si sono, o sono stati, suicidati; durante un incontro d’amore, in una notte del gennaio 1899, nel padiglione di caccia di Mayerling. Il successore, l’Arciduca Francesco Ferdinando, non è, quindi, che uno scomodo ripiego; un erede imprevisto: un intruso, una specie di usurpatore.


L’imperatore, che lo ha sempre detestato, lo ha accolto controvoglia. Francesco Giuseppe disprezza non poco, questo nipote irruente, che non sa capire le necessità implicite nel mestiere di un Re, e che, colmo della vergogna, spara sportivamente su qualsiasi cosa gli capiti a tiro; come un volgare assassino di animali, e non come un cacciatore!

Inoltre, l’Arciduca, erede dell’ultimo duca di Modena, è malato ai polmoni, come sua madre: Maria Annunziata, figlia del Re delle Due Sicilie. Lo si è scoperto quando lui aveva già trent’anni. È finito in Egitto, e poi, grasso e probabilmente risanato, è diventato un erede al trono appena accettabile, ma senza responsabilità militari, né ruolo politico.

Ed ecco che ancora una volta, si è rinnovata la catastrofe: Francesco Ferdinando, l’erede indesiderato, si è permesso di finire, anche lui, come già il defunto Arciduca Rodolfo, in un increscioso affare di sottane. È del tutto normale che un Arciduca, abbia qualche “amica” del cuore, di solito una “deliziosa ballerina”; ma, colmo della disgrazia, Francesco Ferdinando si è infatuato, d’improvviso, di questa donna che non appartiene neppure al suo stesso rango: la contessa Céca, Sofia Chotek von Chotkova und Wognin. Una florida trentenne, neppure troppo bella.


Da sempre, alle teste coronate, una benigna tolleranza permette di mantenere, senza sfoggiarle troppo, uno stuolo di amanti compiacenti, e di eventuali relativi bastardi. Sono comunque, si dice, delle “buone fortune”. Ma, se il principe in questione si ribella, e non limita la propria scelta maritale all’esiguo numero delle spose di sangue regale, verrà trattato dai propri pari, come un pasticcione scriteriato; incapace di fare il proprio regale e divino mestiere.

Ora, questo erede di ripiego, giunto al culmine della passione, ha deciso di sposare la sua eletta, alla faccia e in dispregio d’ogni regola del protocollo imperiale. Crimine davvero imperdonabile, nella professione d’ augusto monarca! I Chotek appartengono alla nobiltà Boema, ma non sono ricchi, e il loro rango è spaventosamente inferiore a quello degli Habsburg.

 

Sofia è poco meno di una governante. La Casa d’Austria si fonda su rigide leggi matrimoniali, perché, da sempre, Dinastia ed Impero sono per essa sinonimi. Se si consentirà all’erede al trono, di prendere una moglie tanto inferiore per nascita, si avrà una discendenza degenerata; per rango e qualità, e la monarchia cislethana, che si basa sui privilegi di nascita, e sulla legittimità degli eredi, sarà inevitabilmente in pericolo.

Amore, felicità, libera scelta ed uguaglianza sociale, sono delle inaccettabili istanze “moderne”; delle idee antimonarchiche, completamente assurde, per il Sovrano dell’Impero Asburgico. Il solo fatto che Francesco Ferdinando propugni tali teorie, e inalberi queste pretese così indecorose, lo denuncia, agli occhi del Monarca, come un erede assolutamente indegno: inadatto a regnare sul Trono d’Austria e d’Ungheria.

Francesco Ferdinando vuole questa donna, e la corona, ma la sola via d’uscita, dopo un anno di scontri, è quella del matrimonio morganatico. Il 28 giugno 1900, sotto il baldacchino purpureo, il Settantenne imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe, è in piedi davanti al trono, in uniforme da maresciallo; severo e rigido come il Signore del Giudizio Universale. La sua voce risuona cupa, mentre legge la formula del giuramento di rinuncia, che l’erede al trono dovrà ripetere dopo di lui.


Francesco Ferdinando, deve giurare che se contrarrà un matrimonio morganatico, rinuncerà, per la moglie, a tutti gli onori spettanti ad una consorte del suo stesso rango; e per i figli, nati da questa unione irregolare, al diritto di successione al trono. Il trentaseienne Arciduca, Francesco Ferdinando d’Austria – Este, ascolta impalato, rigido come un masso, con i suoi 95 chili abbondanti, e poi ripete meccanicamente la formula del giuramento. Giura tutto ciò che si vuole, e firma gli atti preparati nelle due lingue: tedesco ed ungherese.


Ha comunque, riportato una mezza vittoria; strappando all’Imperatore il consenso al matrimonio con la contessa trentaduenne: Sofia Chotek Una mezza sconfitta, per il capo della Casa degli Asburgo, che si attacca, allo statuto familiare, cercando di evitare il disfacimento della Dinastia, e, quindi, dell’Impero.

Quello stesso giorno, 14 anni dopo, il 28 giugno 1914, l’erede al trono e la sua sposa, verranno assassinati entrambe; a Sarajevo. “L’Onnipotente non accetta provocazioni”, dirà allora Francesco Giuseppe, “Una Potenza Superiore ha ristabilito quell’ordine che, purtroppo, io non ero riuscito a mantenere.”

Qualche giorno dopo, la cerimonia della Rinuncia, Ferdinando sposa Sofia, senza che la Corte partecipi alle nozze. Un telegramma dell’Imperatore, concede, come un’elemosina, elargita a quella sposa di troppo, il titolo di Principessa di Hohenberg: un rango comunque infimo, che non le concede nemmeno di prendere posto nel palco imperiale, né di salire su una carrozza con le ruote d’oro.
Con quel suo matrimonio, Francesco Ferdinando è diventato, per l’Imperatore d’Austria, uno sciocco imbecille depravato; e la sua tara è proprio questa ambiziosissima Sofia Chotek, dal sangue di volgare contessa slava. Unito a lei, l’erede disonora l’intera schiatta imperiale.


Sofia salirà con lentezza, di qualche gradino, nella scala dei titoli, e, nel 1909, per clemenza imperiale, e per salvare le apparenze, dopo ben tre figli, verrà fatta Duchessa. Potrà così anche fregiarsi dell’appellativo di “Altezza”, ma rimarrà, comunque, in vita, come dopo la morte, la sposa morganatica; l’appestata, l’intrusa.

I suoi tre figli: Sofia, Massimiliano, ed Ernesto, restano comunque esclusi dalla successione, e saranno sempre in posizione di palese inferiorità. Nel frattempo, Francesco Giuseppe continua a rifiutare, al nipote, il titolo ufficiale di “Erede al trono”; si sente stanco, e abdicherebbe assai volentieri, ma non certo a favore di questo pericoloso imbecille.


Il 5 ottobre 1908, l’Imperatore annuncia la decisione di estendere i diritti di sovranità dell’Austria sulla Bosnia, e sull’Erzegovina: annettendo, così, i territori occupati dal 1878. La Rivolta dei “Giovani Turchi”, del 3 luglio 1908, spinge l’Austria ad agire, perché un Impero Ottomano, redivivo, potrebbe opporsi, assai decisamente,all’occupazione dei propri antichi domini europei.

Inoltre, bisogna anticipare la possibile azione della Serbia, il Regno slavo che dopo l’abdicazione di Re Milan, e l’assassinio del Re Alessandro, e della consorte, la regina Draga, conduce una politica apertamente antiaustriaca, e vuole incorporare, Bosnia ed Erzegovina, in un Regno Grande-Serbo Sud slavo. La Serbia mira anche alla Dalmazia, alla fascia costiera, e alla Carniola; nonché al Regno di Croazia e Slavonia, che sono parti meridionali dell’Ungheria.


L’annessione provocherà necessariamente una guerra con la Serbia, e forse un contrasto acceso con la Russia, ma una guerra fra Austria e Russia finirebbe con la fine dei Romanov, o degli Asburgo; e forse, con quella di entrambe le Dinastie. Francesco Giuseppe non può credere che i Romanov, con cui in passato gli Austriaci sono stati legati dalla Santa Alleanza, possano fraternizzare con i Serbi regicidi, e con i rivoluzionari nazionalisti della Mano Nera; ma si sbaglia di grosso. Inoltre, il suo Ministro degli Esteri, il Barone ebreo Alois Lexa von Aehrenthal, è un incapace, o forse un venduto di talento.


Nel 1903, lo Zar, Nicola II, si mostra accomodante solo perché, a causa della guerra con i Giapponesi, vuole conservare la pace con l’Austria; ma, quando nel 1905, ha la peggio in Oriente, ecco che le sue mire tornano ad Occidente, appuntandosi sulla Turchia, e sull’Austria Ungheria; di cui vuole provocare la caduta, per trarne, a proprio vantaggio, degli enormi guadagni territoriali.


Anche la caduta dell’Impero Tedesco, viene attentamente pianificata nel disegno complessivo, della strategia russa pan- slava; perché anch’esso è un ostacolo all’espansione zarista, e, soprattutto, perché è legato, da una ridicola fedeltà teutonico- nibelungica, all’Impero Austriaco; principale nemico della Russia.

Così, Pietroburgo e Parigi si accordano, e il nemico mortale dell’Austria Ungheria, e quello secolare della Germania, stipulano un trattato Franco Russo, a cui presto parteciperà anche l’Inghilterra; come terza socia di questa Alleanza.

Il Patto bilaterale, concluso con la Germania nel 1879, è l’unica alleanza di cui Francesco Giuseppe possa ancora fidarsi. Sull’Italia, che nel 1882 si è infiltrata come terza, in quel patto, e che ha sempre tradito tutti, lui proprio non ci conta; e i fatti gli daranno ben presto ragione. Anche la Romania, che ha stretto un patto segreto con la Triplice Alleanza, pensa assai più ai territori della Transilvania ungherese, che potrebbe razziare, che non ad una comune difesa; contro un presumibile attacco russo.


Francesco Ferdinando, e Guglielmo II, sono diventati amici per la pelle, e vanno spesso a caccia assieme; abbandonandosi al regale piacere del massacro. Si vedono alle manovre congiunte, e si scrivono spesso amichevolmente. Nelle lettere, l’erede al trono degli Asburgo scrive al Kaiser, indirizzandosi a “Tua Maesta”; e questi gli si rivolge come al “Mio caro Franzi”. Francesco Giuseppe, teme che questo amplesso austro-tedesco, troppo confidenziale, stritoli non solo suo nipote, il che forse sarebbe un gran bene, ma danneggi anche gli interessi austro- ungarici.


Le mosse diplomatiche del Ministro degli Esteri, il Barone Alois Lexa von Aehrenthal, sulle cui origini nobiliari gli aristocratici viennesi scherzano volentieri, perché egli discende, in linea assai diretta, da una famiglia ebrea-boema, di commercianti di cereali e fornitori dell’esercito, sono quelle machiavelliche di un velleitario presuntuoso. Varranno, comunque, a trascinare l’Austria sull’orlo di una Guerra Balcanica; con quell’annessione della Bosnia e dell’Erzegovina; il 5 ottobre 1908.


Sarà Guglielmo II, che non ha nessun interesse a farsi trascinare in un conflitto europeo, per una simile controversia territoriale, a spegnere, almeno in apparenza, il focolaio serbo- russo dei Balcani.
La crisi per l’annessione, del 1908-1909, è comunque la prova generale, per la prossima Guerra mondiale: del 1914-1918.

Francesco Giuseppe crede di avere salvato la pace, ma il suo capo di Stato Maggiore, il Generale, Konrad von Hötzendorf, che teme un tradimento italiano, pensa che la guerra sia solo rinviata: ad un momento assai più sfavorevole, per la monarchia degli Asburgo. Indeciso, e incapace di cogliere il momento opportuno, il vecchio Imperatore si avvia, barcollando verso la Catastrofe.

L’Ottantesimo compleanno dell’Imperatore, il 18 agosto 1910, è una festa di famiglia. Settantadue membri della Casa Arciducale, e quattordici nipoti, consolano il vecchio patriarca, mostrandogli, se non la sostanza, almeno l’apparenza di una Dinastia degli Asburgo praticamente inestinguibile. Le energie abbandonano sempre più il monarca, e le sue forze intellettuali, che non sono mai state brillanti, quanto quelle fisiche, chiamano a sostenerle e a puntellarle solo l’artificio di una metodica routine di indefesso lavoro.


Questo Imperatore, è ormai solo lo scrivano e il contabile di una Ditta familiare, Imperiale e Bicefala: un Austria Ungheria che tutti vogliono ormai liquidare. Minuzia e precisione maniacali, e senso estremo del dovere, non bastano certo a stornare i molti complotti, tramati, ovunque, contro gli Imperi Centrali. Franz Josef I, è ormai il prigioniero volontario di un complicato ingranaggio statale, che lo incatena alla sua scrivania bidermayer, come un condannato alla Ruota, o come un nuovo Prometeo; incastrato alle rocce di un improbabile Caucaso Carinziano.


L’Austria è stata condannata a morte dalla massoneria ebraica, e, quindi, dalle sue filiali nel “patriottismo” Italiano, Boemo, Ungherese, Serbo; ovvero dagli agitatori dell’irredentismo europeo, che, non avendo ancora una patria loro, per poterla avere, distruggono senza troppi ripensamenti quelle altrui.

Del resto, la Vecchia Austria Felix non è mai stata di moda, come la Francia illuminista, e rivoluzionaria, o come l’Italia Rinascimentale: patria dei banchieri usurai, e cuccagna dei Preti e dei Papi giudeo cristiani; splendido bordello per i loro devoti tirapiedi: pittori, scultori, e scrittori, che non sono mai stati altro che gradevoli puttane: produttori di quegli orpelli necessari, a decorare ed abbellire il luridume, e la maschera, di un Potere altrimenti repellente ed inguardabile.


L’Austria continua ad impiccare questi traditori geniali, ad esiliare e reprimere, questi “Eroici Patrioti”; indifferente alle critiche di un’opinione prezzolata, diffusa, nelle gazzette e nei libelli, da chi mira a rovesciare la sua Dinastia, e la sua tradizione millenaria. La Fedeltà alla Dinastia, è, difatti, il tratto caratteristico degli Asburgo: un’assennata ed ostinata “salute” imperiale, in un mondo di folli, in cui razza e stirpe contano, ormai, assai meno del potere bancario e mercantile; e del censo dato dal danaro.


Francesco Giuseppe oppone, alle ambizioni perverse e micidiali dei socialisti, e agli assalti dei suoi molti nemici, interni ed esterni, un rigore legale aristocratico, a cui egli stesso si attiene per primo; e un puntiglio da burocrate onnipotente, refrattario ad ogni fenomeno estraneo, o contrario, alla sua Dinastia; e alla tradizione che essa veicola e tramanda. L’Austria ha partecipato alla Storia del Mondo, con la Metafisica del Sacro Romano Impero, e in quell’ idea, ha trovato il senso della propria Ragion d’essere, e del proprio voler permanere.


L’Austria degli Asburgo ama il suo grande passato, perchè esso vive e si mostra, visibilmente, nel suo presente; in una realtà imperiale che altri vorrebbero definitivamente conclusa; finita, distrutta. La sua Civiltà sovra nazionale, disturba parecchio le nuove culture nazionaliste, scettiche, borghesi, ebraicizzate, e cosmopolite, che non amano e non comprendono la Bellezza e l’Arte, se non come futili ornamenti esteriori del potere; utili alla loro vanità di parvenu arricchiti, e alla loro intima carenza spirituale.

Agli uomini della Dinastia Asburgica, si addice, invece, l’Arte Allegorica Apollinea, libera dalle catarsi criminali russe, dalle illuminazioni alcoliche, e dalle depressioni drogate della poesia francese; o dai languori decadenti e plebei, della nuova prosa italiana.

L’Austria obbedisce soltanto a sé stessa, e lo fa con estremo rigore: risolutamente. È del tutto incurante dell’evidente pericolo, costituito dalle troppe Nazionalità incombenti, nutrite ed ingozzate ad arte, con passioni criminali e con odî viscerali; privi di giudizio, ma non di una nascosta ragione.

I nemici dell’Austria: gli Italiani, i Céchi, gli Ungheresi, i Serbi, i Boemi, non sono affatto gli eroi di un dramma patriottico schilleriano, ma scellerati entusiasti, ossessionati dall’idea di possedere, finalmente, delle minuscole patrie fittizie, destinate a finire assai più facilmente, come una proprietà terriera frammentata e lottizzata, nelle mani degli abili speculatori ebrei. Essi odiano l’Impero e gli Imperi, di cui vogliono usurpare l’eredità, usando, come elemento dissolvente e corrosivo, degli assassini deprecabili, che si spacciano per “Patrioti”.

L’Impero non può che eliminare, con esatto distacco legale, questi eroi nazionali fasulli, più o meno consapevolmente assoldati, dagli interessi della finanza internazionale, che, nemica implacabile della Dinastia, e dei suoi sudditi, felici e fedeli, vuole, per loro mezzo, smembrare l’Austria Ungheria, per potersene appropriare.

In Austria, i ribelli sono sempre stati “stranieri”, ovvero ebrei, come i giacobini francesi, o i calvinisti inglesi, che hanno voluto, ed ottenuto, la testa di ben due Re: Carlo e Luigi. Ebrei sono anche i capi e la maggior parte dei ribelli italiani, serbi, boemi; i professori socialisti di Berlino, di Parigi, o di Londra.

L’Austria Imperiale, si è dimostrata curiosamente immune alle rivoluzioni, liberali e socialiste, ed è rimasta imprevedibilmente fedele alla dinastia. Per scardinarla, smembrarla, distruggerla, ed impossessarsene, non sono bastati i tumulti, le manovre finanziarie, i continui soprusi. Lei continua a presentarsi come Sacro Romano Impero; come un mondo unito e sopranazionale: perfetto nella sua legalità imparziale e non settaria. E i sudditi la accettano ancora come tale.


Per Francesco Giuseppe, l’Impero Romano è una Sacra proprietà di famiglia, che non è affatto invecchiata, o scaduta, per il fatto che altri Stati dicano il contrario, come fa l’America. Questi Nuovi “Stati”, non sono che delle semplici associazioni, politiche e governative, a delinquere; controllate e gestite da un pugno di capitalisti ebrei, solidali fra loro, corruttori, e corrotti.


Intanto, l’erede al trono fa anticamera, e, secondo lui, la corona degli Asburgo è ormai una Corona di Spine; il che non toglie che egli non veda, comunque, l’ora di infilarsela in testa. Francesco Ferdinando è ormai sulla cinquantina, e si fa ogni giorno più impaziente; Sofia, la consorte, è ormai quasi insopportabile.

L’impero che lui dovrebbe ereditare, cade a pezzi sotto mille urti, apparentemente non concertati, ma ancora l’Imperatore non vuole mollare la presa, non vuole affatto abdicare. Questo, la sposa morganatica non solo lo pensa, ma lo dice anche; chiaro e tondo. Certo, ora può portare i figli in vacanza a Trieste, al Castello di Miramare, ma lei aspira al trono, alla revisione dell’atto di rinuncia morganatica, e all’ammissione dei propri figli alla successione dinastica.


Ed è proprio per questo, che il vecchio Imperatore non vuol ancora cedere.

Nel 1912, Konrad von Hötzendorf fa presente, all’imperatore, l’esigenza di una guerra preventiva contro l’Italia, impegnata a Tripoli, contro i Turchi; e chiede che, nell’azione bellica, vengano incluse anche la Serbia e il Montenegro. Francesco Giuseppe, per tutta risposta, lo solleva dall’incarico, e fa cadere anche il Ministro von Aehrenthal, malato di leucemia. Il suo successore è il conte Leopold Berchtold von und zu Ungarschütz; un magnate che ha vasti possedimenti in Moravia, e in Ungheria.


L’esempio dato a Tripoli dall’Italia, che ha smembrato il corpo ancora vivente dell’Impero Ottomano, fa immediatamente scuola nei Balcani, incoraggiando Russia, Serbia, Bulgaria, Montenegro, e Grecia, a riunirsi in una Lega di iene balcaniche, con lo scopo di condurre una guerra, congiunta, contro il Sultano; per dividersi poi, fra loro, la Turchia Europea. Questo patto di aggressione, attuato direttamente contro l’Impero Ottomano, e indirettamente anche contro la Monarchia Asburgica, permetterà agli schiavi balcanici, novelli ebrei, di uscire dalla cattività Babilonese, per essere guidati da un qualche Mosè improvvisato, ma pur sempre giudeo, alla Terra Promessa dei diversi Nazionalismi.


Di questa Lega segreta, a Vienna non si sa nulla, quando, nell’ottobre del 1912 gli sciacalli balcanici attaccano, e sconfiggono velocemente la Mezzaluna, pronti a colpire, ben presto, anche l’Aquila Imperiale bicefala. Nel Dicembre 1912, Francesco Ferdinando riesce a fare reintegrare, nel suo ruolo Konrad von Hötzendorf, che subito riafferma le sue idee di una guerra preventiva. In virtù della Pace di Londra, del 30 maggio 1913, la Turchia deve cedere alla “Lega Balcanica” i propri territori europei, ma i quattro compari, alleati solo di nome, non sono affatto d’accordo sulla spartizione di quell’ampio bottino, e, nell’estate del 1913, Serbia, Romania e Grecia attaccano la Bulgaria.

Scoppia la seconda Guerra Balcanica, su cui l’Austria Ungheria conta parecchio, per non vedere aumentare la forza della Serbia, ed implicitamente, della Grande Russia. La Bulgaria soccombe, e la Serbia è la vera vincitrice del conflitto, facendo, in Macedonia, la parte del leone. Viene però tenuta lontano dall’Adriatico, con la creazione del Principato d’Albania. Gli Asburgo sono di nuovo coinvolti nella mischia, e si sono fatti fin troppi nemici. Lo scontro con lo Zar è solo rinviato. Il sultano Turco, anche lui come Francesco Giuseppe, sovrano di un Impero sopranazionale, è diventato ormai, per la stampa internazionale prezzolata dai bellicisti, “il moribondo del Bosforo”.


L’Austria e la Serbia, sono ormai più inclini a provocare la guerra, che ad evitarla. Il carattere degli Slavi del Sud, aggressivo e sedizioso, risulta intollerabile, per la sobria correttezza Asburgica. Dagli uffici del governatore di Sarajevo, la piccola capitale della Bosnia, si conduce una politica antiaustriaca di dissidio permanente, che non può risolversi, prima o poi, che in un aperto conflitto.

La Serbia è, per gli Slavi, un loro Piemonte Balcanico, ed essa ha qui, difatti, le sue associazioni terroristiche e “rivoluzionarie”: la Mlada Bosna, o Giovane Bosnia, la Narodna Sbrana, o Unione Slava,    e la Crna Ruka, o Mano Nera; corrispettiva dell’italiana “Giovane Italia”. La Mano Nera ha il carattere di una setta aristocratica, e una finalità di congiure ed attentati terroristici, tesi a colpire le teste coronate: Re, imperatori, e protagonisti di primo piano del Potere costituzionale.


La Giovane Bosnia e l’Unione Slava, hanno delle pretese culturali: di polemica e d’aperta propaganda. La Crna Ruka ha compiuto tutti i suoi molti delitti con metodi briganteschi. Nel maggio 1903, i suoi uomini hanno ucciso il Re e la Regina di Serbia, Alessandro e Draga, condannati come sudditi fedeli all’Austria. Il giornale della Mano Nera, “Il Piemonte”, è finanziato dal governo e dalla Corte serbi.


Nel Marzo 1914, Guglielmo II e Francesco Ferdinando si incontrano a Miramare, il Castello di Massimiliano sull’Adriatico, e poi, il 12 giugno 1914 a Konopischt, in Boemia, nel castello dell’erede al trono. Gli slavi stanno diventando troppo insolenti ed arroganti; sarebbe ora di dar loro una bella lezione.
Germania ed Austria Ungheria sono accerchiate.

“Davanti a noi si compie, alla luce del giorno, apertamente ed inequivocabilmente, chiaro come il sole, e con spudorata evidenza, passo dopo passo, l’accerchiamento della Monarchia”.

Così telegrafa il conte Ottokar Czernin, imperiale e regio ambasciatore in Romania; l’alleata che sta passando al nemico.

“Sotto il patrocinio russo, si sta formando una nuova alleanza balcanica contro la Monarchia! E noi stiamo a braccia conserte, ad osservare questo dispiegamento di forze.”

Francesco Giuseppe spera di evitare lo scontro, e, se non ci riuscirà, sopporterà il peggio, ma non sarà certo lui a provocare la catastrofe. Lui se ne sta inchiodato allo scrittoio, o passeggia un po’ sui viali di ghiaia, fra file di alberelli ben potati, in compagnia di Frau Schratt.

La situazione è disperata ma non seria, si dice a Vienna. Karl Kraus commenta con ironia:

“Tutto è in attesa della fine imminente, a Vostra Grazia auguriamo una splendida Fine del Mondo”.

Il 4 giugno 1914, Francesco Ferdinando è incerto se andare, o meno, a dirigere le manovre in Bosnia. Sopporta assai male il caldo, e, nel territorio annesso da poco, l’aria è tesa; satura di piombo slavo.

I Serbi bosniaci non si sono affatto rassegnati all’annessione di sei anni prima, e vogliono farla pagare agli Asburgo, che hanno impedito loro di creare un Regno Grande Serbo. Quello preso di mira è l’erede al trono. I Radicali bosniaci, i loro sobillatori serbi, i manipolatori russi, e i loro burattinai dell’alta finanza cosmopolita, lo reputano capace di riunire i popoli imperiali e regi: Serbi, Croati e Sloveni, in un territorio della Corona; per annettere con le armi anche il Regno di Serbia, inserendolo in una Slavia Meridionale Asburgica.


Francesco Ferdinando rappresenta l’avvenire dello Stato, e colpirlo a morte, significa mettere una grossa ipoteca su quel futuro.

 

 

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La Trappola di Sarajevo.

 

Un attentato all’Erede è nell’aria da anni. Già nel 1910 se ne sono avuti dei sintomi premonitori. Nel 1911, Francesco Ferdinando ha annullato un viaggio in Bosnia, ammonito, dal capo dei Croati Bosniaci, Josip Sunaric, a non azzardarsi in queste zone, Ora costui lo mette di nuovo in guardia, con un Dispaccio all’Imperiale e Regio Ministro delle Finanze, Leon von Bilinski. Questo “viennese” polacco, viene informato, del pericolo di un complotto, anche dall’ambasciatore serbo, Jovan Jovanovic, il 5 giugno 1914.

Il Governo di Belgrado, che è al corrente della cospirazione, ma non può o non vuole sventarla, ritiene opportuno, in vista di eventuali complicazioni internazionali, di suggerire un aggiornamento delle manovre progettate per il 28 giugno; giorno che ricorda ai Serbi la sconfitta di Cossovo, del 1389, e la loro conseguente sottomissione ai Turchi. Ciò potrebbe suonare come una provocazione per i connazionali, sia nel Regno che in Bosnia.

Bilinski, visceralmente avverso a Francesco Ferdinando, non informa nessuno. L’Erede al trono, la cui vita è in pericolo, ignora non solo questi avvertimenti semi ufficiali, ma anche l’invito ad uccidere, apparso il 3 dicembre del 1913 sul giornale serbo Srbobran, stampato a Chicago, negli Stati Uniti:

“ L’Erede al trono austriaco ha annunciato la sua visita a Sarajevo per la primavera. Serbi, prendete tutto ciò che potete: coltelli, pistole, fucili, bombe, e dinamite. Attuate una giusta vendetta! Morte alla Dinastia degli Asburgo, un pensiero eterno agli eroi che alzano la mano contro di essa!.”

Francesco Ferdinando non sa nemmeno che quattro, dei sette aspiranti assassini, sono già in viaggio da Belgrado a Sarajevo; come i quattro Cavalieri di un’ imminente Apocalisse. I serbo bosniaci Gavrilo Princip, studente di ginnasio ebreo; Nedeljko Cabrinovic, dipendente della stamperia di stato serba; Trifko Grabrer, figlio di un prete ortodosso, e il bosniaco musulmano Muhammed Mehmedbasic: sono stati istruiti, armati, ed inviati a Sarajevo dalla “Mano Nera”, la Società Segreta montata e diretta dal colonnello dello Stato Maggiore Serbo: Dragutin Dimitrijevic, chiamato “Apis”.

 

Gli altri “patrioti” di Sarajevo, sono: Vaso Gubrilovic, Svijetko Popovic, Danilo Ilic, Prima di far varcare la frontiera agli attentatori, Dimitrijevic ha chiesto all’addetto militare russo, a Belgrado, il colonnello Artamanov, cosa farà la Russia, se l’Austria Ungheria attaccherà il Regno di Serbia. I Russi promettono che non pianteranno in asso i “fratelli slavi”.

Un attentato che potrebbe non essere che un breve istante, nella lunga serie dei terrorismi, balcanici, innesca, invece, la “Grande Guerra” del 1914-1918, e tutto ciò che ne seguirà: la creazione dell’U.R.S.S. nel 1917, l’Hitlerismo nel 1933, la Seconda Guerra Mondiale nel 1939; e, dopo il 1917, il confronto di due Mostri: l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America.

Ciò che dapprincipio sembra un grosso fatto di cronaca, con un Arciduca preso a revolverate, si rivela, dopo qualche giorno, come l’atto d’innesco di un complotto politico deliberato. All’inizio, lo si pensa limitato, perché Serbi ed Austriaci sono sempre stati ai ferri corti. Poi ci si accorge che i Serbi sono stati manipolati dai nazionalisti russi, panslavi, e che questi, a loro volta sono mossi da interessi internazionali assi più ampi. Ci sono parecchie jene, e fin troppi cani, attorno all’osso Centro Europeo.


Se fosse un antico romano, Francesco Ferdinando tornerebbe immediatamente indietro, perché il viaggio non inizia sotto buoni auspici. Già alla partenza da Chlumetz, in Boemia, gli assali della carrozza, su cui viaggia l’Arciduca, si surriscaldano perché non sono stati lubrificati, e le loro Altezze devono prendere posto in un comune scompartimento di Prima Classe.

Dalla Stazione Sud di Vienna, il viaggio prosegue su un’altra carrozza-salone, ma l’impianto elettrico si guasta, e bisogna accendere delle candele, che danno l’impressione di non essere più su un treno, ma in una cripta mortuaria. Francesco Ferdinando scende dal treno alla stazione di Trieste, per imbarcarsi sulla corazzata Viribus Unitis.

Il programma è stato alterato, dall’impazienza della Duchessa Sofia, che ha preteso di accompagnare il Principe ereditario, in quel viaggio che per lei rappresenta una vittoria. Francesco Ferdinando giunge ai Bagni di Ilidze il 25 giugno, incontrandovi la moglie, che ha viaggiato da sola. Sofia Chotek è risoluta ad apparire con lui a Sarajevo, in una cerimonia che le è stata negata per anni: vuole presentarsi alle popolazioni, con il ruolo indiscusso ed inequivocabile di Arciduchessa imperiale.


Per lei, questa legalità nuziale significa il potere. Sarajevo è solo ad una decina di chilometri dai bagni di Ilidze. La sera del 27 giugno, all’Hotel Bosnia, si dà un pranzo per tutti gli ufficiali dello Stato Maggiore; con l’Arciduca disposto alla più sciolta convivialità. Un ufficiale del seguito, forse un po’ brillo, suggerisce all’Erede al trono di rinunciare alla visita a Sarajevo, e di partire, la notte stessa, da Ilidze; per tornarsene a casa, a Vienna Francesco Ferdinando, rifiuta di mandare a monte i preparativi fatti, a Sarajevo, per riceverlo, e poi vuol dare una bella soddisfazione a Sofia, che, per la prima volta, verrà ricevuta come una vera consorte Arciducale.


Domenica 28 giugno 1914, Sarajevo è invitante ed enigmatica; questa data è inscritta, da allora, in grossi caratteri di sangue, nel Calendario della Storia. Nessuno difatti crederebbe che, in questo piacevole inizio d’estate, in questa città, dove i muri giallognoli e spessi delle case austriache, occultano il decoro delle famiglie impiegatizie, che le occupano, la giornata muterà d’improvviso, ruotando all’orizzonte come un tremendo disco rosso, e farà esplodere, in grosse schegge incandescenti, l’immenso cielo europeo.


Giugno sarà ormai il mese fatidico dell’Europa: giugno 1914 Sarajevo; giugno 1919, Trattato di Versailles; giugno 1940, Capitolazione della Francia, dinnanzi ad Hitler; giugno 1944, Sbarco anglo-americano in Normandia; giugno 1945, Smantellamento dell’Europa, a Postdam.

Dei perniciosi Solstizi di giugno, a getto continuo.

Quel 28 giugno, non siamo che ai preamboli. L’avvenimento fatale, accade in questa vaga borgata balcanica, di cui, fuori della Bosnia, ben pochi europei conoscono il nome: Sarajevo. La Città vecchia è un antico villaggio turco, dall’aspetto quasi orientale, con moschee sbrecciate, irte di bianchi minareti: dritti come costellazioni di colonne. Le porte intarsiate e annerite, le pesanti grate e le donne velate, danno alla città vecchia un’aura di esotismo scadente Quella nuova, è tipicamente austriaca, con le case impiegatizie, giallastre, i palazzi del governo, la banca, e la caserma; in mezzo, scorre impetuosa la Miljacka, fiancheggiata dai suoi lungo-fiume.


Le mezzelune turche, occhieggiano fra i tetti, come un ricordo indiscreto, che sovrasta i villini europei. Delle stradine strette serpeggiano nella valle, come tenui orbettini grigi. Generalmente, qui succede ben poco, ma quella mattina la cittadina assopita riceve la visita dell’uomo che, dopo l’Imperatore, è il più importante dell’Impero Austro Ungarico: il Principe ereditario Francesco Ferdinando; grosso, e decorato con troppe medaglie.

Francesco    Giuseppe, sfinito dalle pene, dal lavoro, dagli assilli, e dai suoi ottantasei anni, non è più che il fantasma regale    di    sé stesso. L’avvenire della Casa d’Austria,    lo    reggerà Francesco Ferdinando. L’“assassino d’animali”, come lo chiama con disprezzo    l’Imperatore, ha tappezzato i muri dei suoi palazzi, con le corna di    cinquemila    cervi, abbattuti cacciando.

Sono questi, fino a quell’alba, i grandi fatti d’arme della sua insipida esistenza.

In attesa di meglio, lui è il grande capo dell’armata austro- ungarica; un esercito teoricamente potente: l’Austria Ungheria è ancora, nel 1914, la monarchia più importante d’Europa. Come comandante in capo, il principe ereditario Francesco Ferdinando, viene, in questo 28 giugno, ad ispezionare questa città della Bosnia, che il Congresso di Londra ha incorporato al suo Paese nel 1908. È un semplice viaggio di routine.


Nessuna precauzione è stata presa, nemmeno la più elementare. Non si è portata, verso la valle di Sarajevo, una sola compagnia, dei due corpi d’armata austriaci, accantonati nella regione. La città non dispone, per controllare i cinquantamila abitanti, che d’alcune dozzine di poliziotti. Nessuna scorta militare.

“Ogni amicizia con l’Austria è un tradimento” ha scritto un giornale serbo. Dalle vetrine dei negozi e dai balconi, il ritratto dell’Arciduca domina le strade, fra fiori intrecciati e bandierine di raso. 24 salve di saluto, sparate dai bastioni della fortezza, e le grida di saluto, lo accolgono, quando, alle 10 del mattino, l’erede al trono e la consorte sfilano sulla via principale della città; la Appelkas, su un’auto scoperta Graef & Stift, 32 cavalli, 4 cilindri, e 14.000 di cilindrata, rivestita di un cuoio rutilante, e messa gentilmente a disposizione dal conte Franz Haurasch.

L’Arciduca Francesco Ferdinando indossa l’uniforme di generale: giacca azzurra, pantaloni neri con banda rossa, e il cappello con piume verdi. La duchessa di Höhenberg porta un abito bianco, e un cappello dello stesso colore, ornato con delle lunghe penne d’airone.

In macchina con loro c’è il comandante del territorio, il generale Potiorek. Sono preceduti da un auto con il Borgomastro, di Sarajevo, Jechim Efendi Curcic, e con il commissario di polizia: Gerde, e vengono seguiti dall’auto degli aiutanti.

La folla, che accoglie i visitatori imperiali, facendo ala al loro passaggio, non e poi molta, ed è composta per lo più da dei bonaccioni, che non avranno nemmeno il tempo di acclamarlo come previsto. I congiurati di Sarajevo: Mohamed Mehmedbasic, Vaso Gubrilovic, Nedelijko Cabrinovic, Svijetko Popovic, Danilo Ilic, Gavrilo Princip, Trifko Gabrer, non sono né riservati né cauti. Stanno armati ai loro posti, appostati lungo il fiume, sul Quai Appel; e aspettano il corteo arciducale.


Mehmedbasic, Gubrilovic e Cabrinovic stanno sul Ponte Zumurja, Popovic e Princip sul Ponte Latino, e Gabrer sul Ponte Imperiale. È un agguato preparato nei dettagli, con una precisione matematica, che non prevede possibili errori. Quando il corteo passa il ponte Zumurja, l’attentatore Cabrinovic lancia una bomba sulla seconda auto. La Duchessa viene ferita al collo dalla capsula del detonatore, che scoppia per primo, mentre la bomba rotola sul cofano posteriore e finisce in strada; esplodendo sotto la seconda macchina.


L’ordigno esplode, ferendo due ufficiali. Il tenente colonnello Erik Edler von Merizzi, è colpito alla nuca. L’attentatore, che si è gettato nel fiume, dopo aver ingoiato un veleno, viene ripescato ed arrestato. L’Erede al trono prosegue furioso, col volto in fiamme, e in Municipio, quando il Borgomastro accenna al discorso di benvenuto, lo interrompe brusco, strapazzandolo rudemente:

“Che me ne faccio dei suoi discorsi? Vengo a Sarajevo e mi tirano le bombe! è una cosa indegna! E adesso parli Pure! Hanno preso l’attentatore? Certo lo decoreranno al merito, nella migliore tradizione austriaca!”

Il programma deve comunque svolgersi come previsto. Nel Konak, l’antico Caravanserraglio, la mensa è già imbandita, per un pranzo di dieci portate, ma bisogna arrivarci, scansando un altro eventuale pericolo. Francesco Ferdinando vuole visitare Merizzi, ricoverato all’ospedale, e si decide di non percorrere la Franz Joseph Strasse, come annunciato, ma la Appelkar. Il corteo va incontro alla tragedia in puro stile Bidermayer, quasi andasse a teatro, o all’Operetta.

La prima auto gira sulla Franz Joseph Strasse, perché l’autista non ha capito, o voluto eseguire, il nuovo ordine; e il conducente della vettura di Francesco Ferdinando, lo segue. Potiorek gli ordina di girare e di prendere la Appelkar, e quello, percorso qualche metro sul lungo fiume, frena e si ferma bruscamente. In quell’istante, quasi si trattasse di un appuntamento, con le due sagome arciducali immobili, e bene in vista, inizia il tirassegno.


Il giovane Gavrilo Princip, quasi un ragazzo, si trova nel posto giusto. Si drizza, fronteggia freddamente la vettura, e apre il fuoco con la rivoltella, su quei due bersagli immobili; paralizzati dallo stupore. Un colpo, e l’Arciduca si abbatte con la vena giugulare e la carotide perforate; un secondo proiettile, e sua moglie, la duchessa di Hohenberg, si accascia anch’essa, colpita mortalmente all’addome.

Sono le undici del mattino.


Questi due colpi, risuoneranno fino alle estremità del pianeta, e faranno, dopo queste due prime vittime, illustri, otto milioni d’altri morti: qualunque. In questo istante, inizia la Prima Guerra Mondiale, ma nessuno immagina, ancora, che non ci siano più che le agonie di due principi, a consumarsi in quella splendida auto da parata, che un autista confuso, ha gettato dall’altro lato della strada, accostandola alla spalletta di un ponte.


L’Assassino non va lontano; viene agguantato e bloccato dalla folla. Solo dopo, ci si accorge che le labbra dell’Arciduca, e la sua bella uniforme azzurra, sono lorde di sangue. La duchessa giace distesa, immobile, appiattita contro il corpo del marito. Portano le due vittime al Palazzo del Governo, e là, con la bocca piena del proprio sangue, Francesco Ferdinando gorgoglia:

Sofia, vivete per i nostri bambini.” Lei, colpita al ventre, muore dissanguata, per un’emorragia interna

Sono appena le undici del mattino.

Ben presto gli arciduchi non saranno altro che due freddi cadaveri, ghiacciati come lo champagne, che li attendeva in quel festino d’accoglienza, tramutatosi, di botto, in un banchetto funebre Le notizie vanno lente, soprattutto di Domenica; e solo alla fine di quel pomeriggio di giugno, a Parigi, il presidente della repubblica francese, Raymond Poincaré, viene informato, ufficialmente, della riuscita del crimine; in piene Corse equestri di Longchamps.


A Vienna, in compenso, la notizia perfora il Palazzo Imperiale come un colpo di spingarda. I feretri delle vittime di Sarajevo giungono a Trieste, a bordo della Viribus Unitis, la sera del Primo luglio, e da lì proseguono per la Sudbahnhof di Vienna, dove arrivano alle 22 del 2 luglio. I Funerali dovranno svolgersi velocemente, nel giro di 24 ore, perchè il giorno dopo le due salme saranno sepolte nella cripta di famiglia di Pöchlam, a due miglia da Artstetten.

Francesco    Giuseppe    è    quasi sollevato, a questo doppio trapasso prematuro; la parvenue ha avuto quel che si meritava, e, del resto, anche Francesco    Ferdinando    era politicamente troppo sciocco, e troppo ardentemente innovatore, per i suoi gusti imperiali. Questo imbecille voleva aggiungere, all’eclatante    disordine    del    suo infausto matrimonio morganatico, anche lo sfacelo dello Stato; convertendo, una accozzaglia di dieci popoli, perennemente insoddisfatti, in una federazione di regioni autonome.


In fondo, questa doppia liquidazione al revolver, toglie il Monarca da un penoso imbarazzo. Come Capo di Stato, non può, ovviamente, lasciar trapelare il suo immenso, ma indecente sollievo. I lugubri cavalli, bardati ed acconciati in maniera grottesca, e il gigantesco carro funebre, testimoniano di quel fittizio dolore ufficiale; del detentore dell’Impero. In verità, quei cavalli si portano via, coi due feretri, un grandissimo peso.


Restano, aperte, le conseguenze diplomatiche e militari di questo duplice assassinio eccellente. Chi ha immaginato il crimine di Sarajevo? Chi ha addestrato e scelto gli assassini? Sono venuti dalla vicina Serbia? Sono le autorità serbe ad aver montato il colpo? È un incidente di frontiera, o una enorme carica di dinamite, che alcuni uomini, o certi paesi, hanno avuto l’interesse di fare esplodere?


Il Sans-Souci, a Postdam, a qualche chilometro da Berlino, è la residenza abituale del Kaiser Guglielmo II. La notizia del ragazzo che ha accoppato l’Arciduca, arriva improvvisa, e sembra assurdo, all’Imperatore di Germania, che una    minuscola,    insignificante    persona,    abbia    potuto interrompere così, con un colpo, le allegorie dinastiche dell’Austria.

Guglielmo è turbato ed offeso, anche per il significato simbolico del duplice delitto: un atto sacrilego, e un colpo inferto al Sangue Reale; un delitto che tocca, con la propria violenza criminale, tutte le Case Regnanti d’Europa, aprendo la via ad una guerra che finora si era sempre evitata.

 

 

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L’ OVILE SERBO

 

La Serbia del 1914, è uno dei nuovi Stati balcanici, le cui rivolte, conflitti, provocazioni, e massacri, occupano spesso la prima pagina dei giornali. In queste guerre balcaniche – antiturche, o bulgaro-serbe- si trova sempre, a muoverne i fili, l’Imperialismo panslavista Russo, su cui soffiano i burattinai delle armi, e della finanza internazionali. Battuta ed umiliata dal Giappone, la Russia ha perduto, nel maggio    1905    a    Tsushima,    annientata    dalla    flotta dell’ammiraglio giapponese Togo, ogni possibilità di espansione marittima verso l’Oceano Pacifico, e verso la Cina. Poi, le armate dello Zar sono state vinte anche in Manciuria, perdendo Port Arthur, e Moukden.


Malgrado queste sconfitte, gli stati maggiori zaristi riprendono i loro maneggi imperialisti, e, esclusi dall’Est, vogliono darsi un’altra occasione: di espandersi su delle terre più alla portata. Costantinopoli è l’obbiettivo, secolare, della cupidigia degli Zar russi, e, nel calderone del razzismo balcanico-slavo, lo Zar ha sostenuto senza scrupoli, indifferentemente, e secondo l’interesse del momento, le ambizioni di capibanda rivali: serbi, o bulgari, aiutandoli ad impadronirsi dei Balcani, e a sottomettere gli abitanti islamici, creando un guazzabuglio provvisorio di Stati bellicosi.


La Russia zarista dirige la manovra. Essa paga generosamente questi ex briganti di Belgrado, o di Sofia, promossi, da San Pietroburgo, Capi di Clan, di partito, e poi di governo. Essa si mimetizza, non chiarendo mai i suoi scopi reali, fra il Danubio e il Mediterraneo orientale, ma fornisce gli ordini, e le armi, per malmenare, duramente, i musulmani del sud dell’Europa. Il suo obbiettivo è – all’uscita dal Mar Nero – il dominio di Costantinopoli, con il lungo corridoio degli Stretti. Di là essa potrà finalmente sboccare nelle acque del Mediterraneo, verso il canale di Suez.


Per ottenere questi “Mari del Sud”, bisogna però esercitare, preventivamente, un assoluto controllo sui principati balcanici – porte obbligate di Costantinopoli-, sbarrando il passo ad ogni eventuale rivale, austriaco o tedesco, anche lui interessato a queste contrade. Nel 1908, ancora sotto il colpo del suo disastro estremo orientale, la Russia ha ben dovuto, al Congresso di Londra, riconoscere, non senza acrimonia, la sovranità dell’Austria- Ungheria, sugli ex territori turchi di Bosnia ed Erzegovina, rinunciando così, provvisoriamente, ai porti e alle rade che, da queste regioni, le avrebbero dato accesso al mate Adriatico.

In quell’anno la Russia si sente ancora troppo debole, per avanzare delle pretese su queste acque. Inoltre, il suo ministro degli Affari Esteri, e futuro ambasciatore a Parigi, Iswolsky, si è all’epoca lasciato corrompere dal ministro austriaco Aerenthal, un improvvisato statista ebreo.

Nel corso di una diplomatica passeggiata, in un parco viennese, una busta contente ventimila lire sterline, è passata velocemente di mano, e, questa aurea amabilità, ha immediatamente reso il ministro zarista assai comprensivo, e vieppiù conciliante. Lo Zar, lascia che i pan-slavi tramino i loro intrighi, utilizzando a turno gli spaccaossa di Belgrado e di Sofia, per lanciarli tutti contro i Turchi, opponendoli poi gli uni agli altri, per utilizzarli al meglio. San Pietroburgo paga, e ci si mette in guerra, o ci si ferma, nelle pause fra un conflitto e l’altro, secondo i suoi ordini. Si firmano trattati di pace, o li si rompe, secondo i suoi precisi comandi. Tutto si trama all’ombra dei palazzi di San Pietroburgo, o dell’ambasciata russa di Belgrado.


Anche i migliori alleati dello Zar – come la Francia – sembrano ignorare apparentemente questi maneggi, e le clausole segrete dei trattati, imposte dai Russi ai loro satelliti dei Balcani; come l’umiliante accordo imposto ai Bulgari, vinti nel 1913, che li obbliga a cedere un milione di Macedoni, ai Serbi, e che prevede, con strana precisione profetica, una prossima guerra contro l’Austria.

In tutto, un pensiero costante anima questi cospiratori; annientare l’Austria – Ungheria: il possibile ostacolo al loro dilagare nei Balcani. La Russia non ha, nel 1914, delle frontiere comuni; né con la Bulgaria né con la Serbia. La Romania, sola via di passaggio immaginabile, è ancora alleata all’Austria- Ungheria. Solo la Serbia, può diventare l’utile ariete antiaustriaco.    Dominarla  stabilmente    diviene,    dunque, l’obbiettivo prioritario del panslavismo, e dei suoi occulti manovratori finanziari.


“La Russia conta di fare della Serbia, ingrandita dalle province    balcaniche    dell’Austria,    e    dell’Ungheria, l’avanguardia del Panslavismo”, spiega, il 12 novembre 1912, al ministro rumeno Filality, il diplomatico russo Hartwig, che è, a Belgrado, il vero sovrano di Serbia; come lo chiamano i diplomatici stranieri.

Un corpulento barbuto, chiamato Pachitch, è teoricamente il capo del governo serbo. Il Re di Serbia, al momento, si chiama Pietro Karadjorgevitch, ma questo Pietro I, figlio minore di un mercante di maiali, deve il suo accesso al trono all’assassinio del re precedente: Alessandro Obrenovitch: un austrofilo che, nel 1903, è stato catapultato fuori dalla finestra, della sua camera da letto, sfracellandosi, assieme alla moglie, sul selciato bagnato di pioggia del cortile di palazzo.


A lui sono toccati diciannove colpi di revolver, e cinque fendenti di sciabola, con l’avulsione di un occhio. Trentasei proiettili, e quattro colpi di sciabola, hanno reso omaggio alla sua sposa: la regina Draga, violentata già morente. In questi luoghi, non si fanno troppe cerimonie. Pachitch, la sera ancora ministro del re trucidato, si è convertito, senza crisi di coscienza visibili, in Primo Ministro della dinastia subentrante. Questa è stata subito riconosciuta de jure dallo Zar, felice di veder salire finalmente, al trono di Serbia, un re che sarà, obbligatoriamente filo russo, se non vuole fare la fine del suo predecessore.


Pachitch, è diventato una tarantola vorace, nutrita con i franchi- oro dall’ambasciatore russo a Belgrado: Hartwig. Questo sessantenne tortuoso, monterà la guardia per l’Impero Russo: a nord, sulla frontiera austriaca; al sud, sulla rampa di lancio verso Costantinopoli. È stato difficile, a Vienna, il 28 giugno 1914, sapere esattamente, in alcune ore, da dove vengano gli uccisori di Sarajevo, e chi li ha inviati. La folla degli spettatori, ne ha agguantati due, bloccandoli sul posto. Quello che ha lanciato la bomba, è un tipografo serbo: Cabrinovitch. L’altro, con una precisione che la dice lunga, sull’addestramento ricevuto,    con un solo colpo mortale ha spezzato la gola dell’arciduca, e con un secondo colpo, altrettanto letale, ha perforato il ventre della duchessa. Due colpi, due morti.


Lui si chiama Gavrilo Princip, ed è ebreo. Scappando, i due assassini hanno tentato di avvelenarsi, ma hanno fallito sia la fuga che il suicidio.

D’istinto, gli abitanti di Sarajevo hanno indovinato, ben prima di ogni indagine ufficiale, da dove provengono quei colpi di pistola. La notte del 28 giugno 1914, sono sfilati attraverso la città, vituperando la Serbia. I due giovani assassini, Cabrinovitch, e il giovane Princip, affetti, entrambe, da una malattia allora incurabile: la tubercolosi, credono, uccidendo l’Arciduca e la consorte, di servire la valida causa del panslavismo. Non potendo combattere come soldati, a causa del loro male, hanno voluto agire ugualmente: come terroristi della Mano Nera.


Interrogati, mentono, e negano recisamente di avere avuto degli istigatori, accanendosi nell’assumersi l’intera responsabilità del duplice delitto. Si guardano bene dallo smascherare quelli che li hanno armati ed addestrati, e che hanno pagato il loro viaggio; fino alla Bosnia austriaca. Si lasciano sfuggire, apposta, un solo nome di enorme importanza: “Tsiganovitch”. Questo nome, essi lo sanno bene, che porta dritti alle autorità serbe: Tsiganovitch è, difatti, un agente personale del Primo Ministro serbo, Pachitch, e se lo si arresta ne seguirà, certamente, uno scandalo spaventoso. Dare ai magistrati austriaci, il nome di questo collaboratore del capo del governo serbo, precisando che è lui ad aver fornito loro, prima del doppio crimine di Sarajevo, delle lezioni di tiro, in un bosco nei dintorni di Belgrado, significa indirizzare i sospetti, inevitabilmente, sul numero presidente della Serbia: Pachitch.


Questa confessione incredibile cela però una trappola. Si fa il nome del collaboratore di Pachitch, per mettere gli Austriaci sulla pista serba, del tutto accessoria, occultando così quella essenziale, che porta diritta ai Russi, e ai loro numi tutelari: veri organizzatori morali dell’assassinio. Ora le autorità austriache “sanno” che l’entourage di Pachitch, è pesantemente coinvolto nella preparazione del complotto. Per sette giorni, tuttavia esse tacciono; per evitare giudizi forse prematuri. Un errore, questo, che costerà assai caro all’Austria; Uscito il primo anello, bisognava estrarre l’intera catena.

Le armi del crimine, esaminate meticolosamente provano che Il revolver di Princip proviene dalla manifattura nazionale dello Stato Serbo, e che è stato un funzionario dello stesso paese, un certo Malobabic, ad averne assicurato il trasferimento clandestino. I biglietti del treno, utilizzati dai terroristi, sono anch’essi dei biglietti serbi, a prezzo ridotto: altro indizio a sfavore dell’amministrazione di Belgrado.


Inoltre, il difficile attraversamento della controllatissima frontiera austro serba, non può essere stato facilitato, ai terroristi, che da un agente dello Stato. Gli assassini non sputano che brandelli di verità, ma tutti convergenti verso le autorità serbe; con Pachitch in testa.

“ Abbiamo scoperto le carte un po’ troppo presto per i gusti di Pachitch, ma se avessimo seguito i consigli di tutti questi politici, di tutti questi corruttori, per giudicare che il grano era maturo, saremmo morti assai prima del raccolto”.

Così dichiara, a Belgrado, il deus ex machina dell’operazione di Sarajevo: il colonnello Dragutin Dimitrijevitch, agente principale dei russi, che è, nello stesso tempo, anche il capo dei servizi segreti serbi. È lui che, ancora capitano, l’11 giugno del 1903, ha guidato il gruppo che ha gettato, da una finestra del palazzo reale, il Re massacrato, e il corpo nudo e violato della regina Draga.

Per lui, che ha fondato la società segreta della “Crna Ruka”, la Mano Nera, montare un crimine è un affare ordinario; quasi banale, e Sarajevo non sarà certo il suo canto del cigno. Egli tenterà, in seguito, di far assassinare anche degli altri monarchi: l’Imperatore di Germania, il Re di Bulgaria, e il Re di Grecia.

Dimitrievijtch ha un particolare talento: far saltare le corone che brillavano un pò troppo sfacciatamente, all’orizzonte della finanza internazionale, dei mercanti di armi, o del panslavismo Russo. Per l’espansione dell’imperialismo zarista, e dei suoi manovratori bellicisti, egli è divenuto, nei Balcani, l’indispensabile punto di riferimento.

Defenestrando il re Alessandro e la regina Draga, ha tagliato corto ad ogni riavvicinamento Serbo con l’Austria Ungheria. Dopo che i due cadaveri dei sovrani si sono sfracellati dabbasso, sui ciottoli del cortile, non vi saranno più al potere, in Serbia e nei Balcani, che degli ostaggi dei servizi segreti zaristi.

A Belgrado, dove questi galantuomini hanno messo su casa, Pietro I° Karadjorgevitch, il nuovo sovrano, issato sul trono con un regicidio, conduce, con gli assassini, un ambiguo concubinato; politico e finanziario. Essi formano, nello stato serbo, presidiato ufficialmente da Patchitch, un altro Stato: quello vero; un Regime di polizia segreta, nelle mani del colonnello Dimitrijevitch, che controlla, per conto dei Russi, anche le attività del Primo Ministro.


Certo i due clan si detestano, ma entrambe devono rivaleggiare in zelo ortodosso, perché questa sollecitudine slava è una condizione obbligatoria; essenziale per la loro sopravvivenza. Dimitrievjitch, è pagato dall’addetto militare dell’ambasciatore russo, Hartwig, cui fornisce le sue informazioni. Per servire il panslavismo, e non solo quello, egli ha creato a Belgrado la “Mano Nera”, società segreta e braccio sinistro ed intoccabile, che deve colpire al comando dei suoi occulti padroni.


Sentendosi minacciato da questi oscuri sicari, e per non sembrare meno fedele di loro, Pachitch si induce a fare, a piedi, ogni giorno, il tragitto dal suo ministero al Palazzo Reale, accompagnando, durante quel percorso, l’ambasciatore russo Hartwig: ovvero il “Vice Re” serbo. Hartwig è sicuro che ogni suo piano, per una trappola provocatoria, in cui si vuol far precipitare l’Austria, troverà in Serbia, una sovrabbondanza di solerti esecutori e di complici; vassalli dei suoi stessi Padroni.

 

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TRE SETTIMANE D’ATTESA

 

 

All’estero, l’attitudine passiva dell’Austria Ungheria, una settimana dopo l’assassinio di Sarajevo, è fonte d’estremo stupore. Dal 28 giugno 1914, essa non ha ancora reagito. Evidentemente, non ha previsto un tale colpo, né preparato delle opportune contromisure. Non possiede nemmeno – com’è d’uso corrente in tutti gli Stati Maggiori – un piano militare precauzionale; progettato in previsione di un possibile conflitto, con quel vicino turbolento, e pericoloso, che è la Serbia.


L’Arciduca Francesco Ferdinando, è sempre stato partigiano di una riappacificazione austro-serba, e di una politica di concessioni, favorevole a tal punto, agli elementi slavi della monarchia asburgica, da prevedere, una volta salito al trono, di dare loro uno statuto federale; simile a quello di cui godono gli Ungheresi. Non c’è alcun motivo, per l’Arciduca, di pensare ad una invasione del territorio serbo; difatti, solo due mesi prima d’essere ucciso, egli scrive al Kaiser:

“ Abbiamo già fin troppo territorio. Che interesse potrebbe mai rappresentare, per noi, un pezzetto di Serbia attaccato all’Impero? Tutto quello che raccoglieremmo, sarebbe una banda di ladri, di banditi, d’assassini, e qualche albero di prugne!”

Ma è proprio questa sua volontà palese: di tagliare i rami secchi del frutteto imperiale, stabilendo, in esso, una coabitazione armoniosa delle diverse razze dell’Europa Centrale, e del Nord dei Balcani, ad inquietare maggiormente i Serbi. Una conciliazione, è proprio quello che i Russi, i pan-slavi, e i trafficanti d’armi, vogliono evitare ad ogni costo. Questo Arciduca, con i suoi progetti di pace fraterna, è davvero il principe dei rompiballe!


Assai più pericoloso, e meno prevedibile ed ovvio, dei soliti nemici.
L’Imperatore Francesco Giuseppe, sta visibilmente crollando sotto i suoi ottantasei anni; precipita con lenta meticolosità, affondando negli amati scartafacci, e un nuovo Imperatore d’Austria Ungheria, che si comporti da amico, è un ovvio nemico della guerra, e dei lucrosi affari cui la guerra conduce!

Il colonnello Dimitrijevitch, i suoi sgherri, e soprattutto gli agenti russi ed ebrei, che li tengono tutti legati al laccio delle loro capaci borse, hanno fatto lo stesso ragionamento: questo guastafeste proto-imperiale, non deve, in alcun modo, giungere vivo al trono; bisogna liquidarlo prima che ci si sieda.


Dovrà esserci una qualche Sarajevo.
Se il governo Serbo, dopo l’attentato del 28 giugno 1914, fosse davvero innocente da ogni colpa, aprirebbe immediatamente un’inchiesta pubblica su questo crimine, in cui sono implicati otto dei suoi compatrioti, assieme al revolver e alla bomba a mano; anch’esse serbe. L’ astenersi da ogni indagine, e in non permetterne una congiunta, non può che far sospettare delle ovvie complicità.


In realtà, Nicolas Pachitch sa bene, fin dall’inizio, dove bisogna guardare. È al corrente dei progetti d’attentato, fin dal loro in iziale concepimento. Lo ha informato dei fatti, il suo agente Gaganovitch, infiltrato nell’organizzazione della Crna Ruka. Con alcuni interrogatori, tenuti dal capo di stato maggiore dell’armata serba, Pachitch ha appreso come i futuri assassini, e le loro armi, siano arrivati in Bosnia.

Potrebbe, dunque, far abortire il complotto, ma, in questo caso, la vendetta della Mano Nera, e dei suoi assi del pugnale, e della pistola, sarebbe una cosa assodata; e la vecchia volpe politica tiene ancora parecchio alla sua bella coda. Pachitch preferisce evitare di farsi seppellire, con le esequie di Stato, da degli assassini vendicativi; ma, d’altro canto, vorrebbe evitare delle accuse internazionali troppo dirette, semmai l’Austria scoprisse un giorno, in lui, il complice muto del duplice delitto. Non gli resta che la scappatoia di un alibi.

Quello migliore, è di prevenire gli Austriaci, facendo sapere per via diplomatica, a Vienna, che il viaggio del principe ereditario in Bosnia potrebbe essere pericoloso, e sembrare, ad alcuni facinorosi, una pesante provocazione. L’Ambasciatore serbo contatta, per fornire questa vitale informazione, proprio un feroce avversario personale del principe ereditario Francesco Ferdinando: il Ministro delle finanze, d’origine polacca, Bilenski; Questi ha una settimana per avvisare il Presidente del Consiglio, e l’Arciduca, ma, ovviamente, si guarda bene dal farlo; e tace.


Il giorno dopo l’assassinio, poi il giorno seguente, e ancora l’1 e il 2 luglio 1914, dei telegrammi ufficiali, e cifrati, vengono inviati da Belgrado; all’ambasciatore di Serbia a Parigi: Vesnitch. Il colonnello Dimitrijevitch, capo del complotto, informa l’addetto militare serbo, a Parigi, della fortunata conclusione dell’operazione. Il 9 luglio 1914, le fotocopie di questi cinque documenti ufficiali, come pure un esemplare del codice segreto, della legazione di Serbia, vengono consegnati, discretamente, nelle mani di Raymond Poincaré, presidente della Repubblica francese; da un agente infiltrato, come doppio addetto, nell’ambasciata di Serbia.


A Vienna, per il momento, sono sospettati ufficialmente solo i Serbi, e neanche un Russo è stato ancora chiamato in causa.

Il braccio destro di Francesco Giuseppe, a Vienna, il conte Berchtold von und zu Ungarisch, è convinto che, dietro gli uccisori di Saraievo, ci sia il governo Serbo. Tuttavia, l’indignazione austriaca si limita all’invio, il 4 luglio 1914, di una lettera di Francesco Giuseppe al Kaiser tedesco: Guglielmo II. Gli Austriaci vogliono consultarlo, prima di arrischiarsi in una diffida ufficiale; a Belgrado.


Guglielmo II, risponde all’Imperatore d’Austria che onorerà il suo dovere d’alleato, nel caso si stabilisse che i Serbi hanno favorito gli assassini. Si tratta di parole doverose, e Guglielmo II certo non immagina, in quel 5 luglio 1914, che un eventuale scontro armato potrebbe travalicare le frontiere serbe. A Berlino, tuttavia, il sottosegretario di Stato Zimmerman, ebreo come il Cancelliere, Theobald von Bethmann-Hollweg, spinge, appassionato, per una violenta rappresaglia; e raccomanda un’azione immediata.


Perché mai Guglielmo II dovrebbe essere attratto da una guerra per lui assolutamente inutile? La Francia, del presidente Poincaré e del Comitè des Forges, di cui Poincarè cura, come legale, gli interessi, ha invece ottimi motivi, industriali e finanziari, per desiderare un prossimo conflitto. Dopo la sua sconfitta del 1870, ha sempre voluto riprendere ai Tedeschi l’Alsazia Lorena e le sue immense risorse minerarie. Da allora, a sancire il lutto per quell’ onerosa perdita, a Place de la Concorde, a Parigi, le statue di Metz e di Strasburgo, sono velate di nero.


Per gli Inglesi, più ancora che per i Francesi, questa Belgrado è l’Ignoto: Terra Incognita. Per i londinesi, Singapore, Hong- Kong, o le Falkland, sono sobborghi affacciati al Tamigi; il Danubio, al contrario, resta, per loro, un fiume selvaggio e misterioso; perso ai confini del mondo civile.

Nel 1938, M. Chamberlain parlerà negli stessi termini della Cecoslovacchia: “Un paese lontano, di cui noi non sappiamo nulla”. Ciò non impedirà ai Britannici, e ai Tedeschi, di colpirsi alla cieca, due volte in trent’anni. Ufficialmente, per difendere i pretesi interessi, di queste misteriose terre lontane; in realtà, per ben altri e più consistenti motivi.

Guglielmo II, in questi primi giorni del luglio 1914, è completamente coinvolto nel piacere di pilotare il suo Yacht, e contempla, dal ponte dell’Hohenzollern, le coste frastagliate dei fiordi norvegesi. Certo non pensa alla guerra. Ci pensano però gli Austriaci, che hanno un bel insistere con i serbi, mentre, a Belgrado, Pachitch fa il morto, facendo celebrare, per colmo di cinica insolenza, una messa solenne per l’anima degli assassinati.


Il gesto di Pachitch appare così impudente, e beffardo, che il Ministro di Francia a Belgrado, Delcos, si rifiuta di assistere a questa tenebrosa mascherata, screziata da modanature d’argento. Il netto rifiuto, di partecipare all’assoluzione rituale del crimine, e il pubblico diniego del diplomatico francese, danno, all’intero corpo diplomatico, un’impressione alquanto sgradevole. Se Delcos si è, così platealmente, astenuto dall’entrare nella sala funebre, evidentemente deve pensare che quella non sia una cripta, ma un covo di briganti.


Fin dall’inizio, Delcos ha intuito la trappola tesa agli austriaci. Da tempo, i maneggi del governo serbo, e l’ampliarsi della sua armata, che in un anno ha raddoppiato i propri effettivi, hanno destato i suoi sospetti. Decine di migliaia di Macedoni, strappati ai Bulgari nel 1913, sono stati mobilitati contro la loro volontà. Cosa significa questa manovra, se nessuno minaccia la Serbia, e se l’Austria, notoriamente, non cova alcun progetto bellicoso?


Il diplomatico osserva, soprattutto, come parecchi miliardi di franchi-oro, escano dalle tasche dei contribuenti francesi, per equipaggiare questa armata serba; soldi che finiscono nelle mani dei mercanti d’armi, e che non costano nulla a Pachitch, perché la Francia glieli ha prestati; come ha prestato decine di altri miliardi alla Russia; dispensatrice, anch’essa, di enormi sussidi ai Serbi, e di commissioni mirabolanti al mercante d’armi Basil Zaharoff.

La stampa parigina, viene anch’essa irrigata abbondantemente, e per prima, da quel flusso d’oro; sovvenzionata in loco, da corruttori franco-serbi, incaricati del raddoppio dell’armata di Pachitch. Monetizzando il proprio appoggio al finanziamento serbo- francese, il direttore del quotidiano “Le Journal”, il senatore Humbert, si assicura, personalmente, il 15% delle commissioni sulle forniture di stivali militari; concesse a Belgrado.


Il costo per la propaganda di questi scarponi, sarà talmente elevato, che drastiche economie sulla materia prima, si imporranno all’atto della loro fabbricazione. Le suole di duro cuoio, verranno sostituite dal fragile cartone. Questi stivali, si scioglieranno come sale nell’acqua, ed è a piedi nudi, che l’armata serba farà la sua prima ritirata; nel 1915.

Il caso del senatore Humbert non è affatto il solo. Fra il 1913 e il 1914, ci sono almeno una ventina di corrotti, come lui, nella stampa di Parigi. Il ministro francese a Belgrado,Delcos, che deve fare da supervisore a questi traffici nauseabondi, ne è disgustato. Al Quai d’Orsay, diranno che ha chiesto d’essere sollevato dalla sua missione diplomatica a Belgrado.

In realtà è Pachitch che ha giocato d’anticipo, e che, irritato dalla chiaroveggenza di questo francese troppo lucido, ha reclamato, dal governo di Parigi, tre giorni dopo Sarajevo, il richiamo e la sostituzione dell’importuno; indicando anche il nome del suo gradito successore.

Gli Austriaci, per parte loro, sono stati informati, nel dettaglio, di altre pressioni e di altri atti di corruzione, che tendono a far rinnegare, alla Romania, l’accordo militare che essa ha firmato, e poi rinnovato, con l’Impero Austro-ungarico. Qualcuno, è ormai evidente, tenta di isolare l’Austria, e questo “qualcuno”, che trama e paga le defezioni antiaustriache, nei Balcani, è ancora una volta l’ambasciatore dello Zar a Belgrado; l’onnipresente von Hartwig: mastro concertatore del panslavismo Russo.


Vienna sa ormai che le armi del crimine sono serbe, e che anche gli assassini di Sarajevo sono stati preparati da Tziganovitch; fuggito all’estero, il giorno stesso dell’attentato. Ciò coinvolge direttamente Belgrado, che non solo non vuole scoprire i colpevoli, ma li eclissa, per tagliare corto ad ogni sgradevole rivelazione. Il doppio crimine resta ancora impunito, e l’oltraggio fatto alla monarchia austriaca è incollato al volto del vecchio imperatore, come uno sputo.


Il 23 luglio 1914, è passato quasi un mese, dal crimine, e non è più possibile, per l’Austria rimandare ancora. La Serbia deve accettare un’inchiesta congiunta, pubblica, e Belgrado, deve diffondere una decisa condanna dell’attentato. Per il pubblico del loggione, Pachitch interpreta allora la dignità patriottica oltraggiata: “ Questo è un affare esclusivamente nostro! Mai un ufficiale serbo verrà arrestato per ordine di Vienna.”


Il vero movente delle sue esibizioni, è il panico. Egli confessa a suo genero, Dragomir Stepanovitch, che è anche il suo segretario generale, che accettare le condizioni imposte dall’Austria, significherebbe, per lui, farsi cogliere con le mani nel sacco. La ragionevole richiesta Austriaca, appoggiata anche dal Vaticano, non è affatto un “Ultimatum”; ma un’inchiesta obbiettiva è intollerabile, sia per i Serbi che per coloro che, dietro le quinte, hanno allestito e manovrato l’intera faccenda.

Per rendersi irreperibile, Pachich, il 23 luglio del 1914, fugge precipitosamente a Nis, e poi a Salonicco; il più lontano possibile. Così le pretese austriache, consegnate al suo governo, possono restare senza risposta, nel suo ufficio di Belgrado.

 

 

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SARAJEVO, CRIMINE RUSSO.

 

 

Il Reggente austriaco, dà a Pachitch quarantotto ore di tempo per tornare, e poi il Principe ereditario di Serbia, Alessandro, interviene personalmente; ordinando al Ministro l’immediato rientro a Belgrado. Pachich torna, e si rifugia immediatamente alla legazione diplomatica Russa: palese confessione di dove risieda, in Serbia, il reale potere. Anche la Russia rischia, ormai, d’essere colta in flagrante, e, a San Pietroburgo, Serghiej Sazonov, Ministro Russo degli Affari esteri, avuta la notizia della richiesta di collaborazione giudiziaria di Vienna, e ricevute da Maurice Paleologue, ambasciatore di Francia, le categoriche consegne di “fermezza” di Poincaré, può dichiarare deciso: “ È la guerra in Europa.”

 

Quello che sembrava un incidente Serbo, circoscritto al limitato spazio danubiano, dimostra d’avere una ben altra ampiezza. La Russia si dichiara solidale con la Serbia, e questa può rispondere alle richieste dell’Austria con un secco rifiuto.

Pachich non accetta nessuna commissione d’inchiesta e, dietro a lui, decidendo ogni cosa, la Russia si oppone, radicalmente, a delle indagini incontrollabili. L’ambasciatore austriaco, il barone Giesl, non può che tornarsene educatamente a Vienna, sapendo che la guerra occhieggia ormai alla finestra di Casa d’Austria.

La cosa bizzarra, è che l’inchiesta e il processo, ai congiurati di Sarajevo, che nel luglio 1914, Pachitch considera come un oltraggio alla Serbia, sarà lui stesso a farli, tre anni più tardi; quando l’eliminazione fisica dei militari serbi, che hanno organizzato l’assassinio dell’Arciduca austriaco, gli sembrerà utile al suo nuovo disegno politico.

Allora, nel 1917, annientato dai disastri militari, e rifugiato a Corfù, dopo aver perso 300.000 uomini, nella spaventosa ritirata    dal    Danubio    all’Adriatico,    Pachitch,    privato dell’appoggio essenziale della Russia, in piena rivoluzione bolscevica, tenterà una riconciliazione con l’Austria, dove il nuovo imperatore, Carlo I°, testimonia le proprie ingenue intenzioni pacifiche, ed è pronto a fare, alla Serbia, delle concessioni territoriali e marittime incredibili, in un simile momento di disfatta.

Dare una soddisfazione morale, alla famiglia imperiale d’Austria Ungheria, punendo i responsabili del delitto di Sarajevo, sembra in quell’istante, a Pachitch, una mossa politica davvero efficace. Egli fa perciò incarcerare Dragutin Dimitrijevitch, e un giudice militare riceve la confessione della sua responsabilità, nell’assassinio dell’Arciduca austriaco.


Escono i nomi di Rade Molobabic, organizzatore materiale dell’attentato, e quello dell’addetto militare russo; il colonnello Victor Artamanov, principale collaboratore del barone von Hartwig, che a Belgrado ha organizzato e pagato tutti, per conto del governo russo.
La Russia zarista è ormai sprofondata nel caos ebreo- comunista, e nulla impedisce più, ai Serbi, di rivelare tutte le manovre degli agenti russi, che sono all’origine dell’assassinio del principe ereditario austriaco.

Nel 1917, alla vigilia della propria fucilazione, Dimitrijevitch vuota il famoso “sacco” dei “segreti russi” del luglio 1914. Gli organizzatori del duplice omicidio di Sarajevo sono gli agenti pan-slavi del governo russo: Hartwig, Artamanov e i loro capi di San Pietroburgo: gli Arciduchi. È la Russia, marionetta della finanza internazionale ebraica, e degli interessi dei mercanti d’armi, ad aver condotto il gioco che ha portato allo scatenamento della Prima Guerra Mondiale, e alla sua stessa rovina.

Gli Austriaci sono caduti nel trabocchetto preparato da San Pietroburgo, senza nemmeno accorgersi della tagliola aperta. Un altro giochetto di prestidigitazione dei provocatori, è consistito nel trascinare anche i Tedeschi in quella trappola per topi.

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L’IMPASSE ANGLO-TEDESCA

 

Per il lettore medio è rimasto per lungo tempo un dato di fatto, che l’unico responsabile della Prima Guerra Mondiale sia stato l’Imperatore di Germania, Guglielmo II. Lloyd George, la sera dell’armistizio dell’11 novembre 1918, afferma che bisogna impiccarlo, e promette perciò, alla Camera dei Comuni, che Guglielmo II verrà trascinato, per le vie di Londra, dentro una gabbia di ferro; altri lo vogliono impalare. Per queste buone intenzioni, dichiarate in tutti i suoi comizi, Lloyd Gorge vincerà le elezioni dell’inizio del 1919.


Forse, non c’è una persona, su diecimila, che sappia, oggi, in Europa, ciò che, nel 1914, ha fatto Guglielmo II, Imperatore di Germania. Ma l’impressione d’insieme, data dalla propaganda alleata è rimasta inalterata: la Prima Guerra Mondiale, con i suoi otto milioni di morti, è stato il Kaiser tedesco a volerla! Lui solo! Il Trattato di Versailles, con le sue imposizioni sleali, e i suoi feroci progetti, è stato basato, dai vincitori, auto nominatisi giustizieri, sull’affermazione, totalmente falsa, della responsabilità unica della Germania; ripetuta per anni con l’intensità e il ritmo di un martello pneumatico.

Senza questo incredibile assioma di propaganda, non si sarebbe potuta decretare, e perpetuare, la condanna di un intero popolo, lo smantellamento del suo territorio, la perdita di dieci milioni dei suoi abitanti, consegnati ai Polacchi, ai Céchi, ai Belgi, ai Francesi e ai Danesi; né imporre alla Germania un enorme debito finanziario; estesosi per più di mezzo secolo.

Un solo dubbio espresso, prima del 1919, sulla colpevolezza integrale ed esclusiva di Guglielmo II, e tutto l’edificio del trattato di Versailles, sarebbe crollato. Così, fino alla sua morte, avvenuta in Olanda nel 1942, le folle popolari dei paesi vincitori hanno potuto rammaricarsi, vivamente, che il Kaiser non sia stato appeso ad un lampione di Trafalgar Square; o magari davanti all’Arco di Trionfo; a Parigi.

Quanto ai Tedeschi, se essi sono stati macinati dal criminale “Trattato di Pace” del 1919, ecco che, per il 95% dei Francesi, quel delitto pagava bene, ed era dunque ben fatto: ben gli stava ai maledetti crucchi, tagliatori di mani infantili! Nessuno si è chiesto, per un solo istante, se quella condanna fosse giusta, o se non si trattava, invece, della conseguenza di una orrenda manovra finanziaria, e di un gigantesco lavaggio dei cervelli!

È tuttavia evidente che la responsabilità della Prima Guerra Mondiale, non è stata per nulla unilaterale, come si è voluto far credere ai greggi europei, e mondiali, gridandolo, a squarciagola, da tutti i tetti dell’universo. I Pan-slavi Russi, che tenevano in ostaggio lo Zar nelle sue stanze, a San Pietroburgo, manovrando nel frattempo la loro manovalanza balcanica; I Banchieri Ebrei, La Massoneria, i Rotschild, Il Comité des Forges, Basil Zaharoff, e tutti gli altri personaggi più o meno noti, del cartello delle armi, come pure Raymond Poincaré, presidente della Repubblica francese, ma cointeressato nell’Industria pesante, hanno avuto una enorme responsabilità, in questa spaventosa zuffa ad episodi, avviata nel 1914, rimessa in moto nel 1939, e che, dopo il 1945, ha ripreso la sua corsa inarrestabile; verso non si sa ancora quale gigantesco collasso finale.


Se ci si chiede, allora, quale sia stato il ruolo personale di Guglielmo II, durante il decisivo mese di luglio del 1914, e si investiga un po’ più a fondo nei fatti, di quanto vorrebbero i libri di storia ufficiali, si faranno delle interessanti scoperte.

Prima sbalorditiva constatazione: L’idea di un esteso conflitto europeo, preoccupa, in quel momento, così poco il Kaiser, che egli, sul suo yacht Hohenzollern, naviga in vacanza, in pieno Mare del Nord. Da cinque giorni, e il giorno stesso della dichiarazione di guerra, egli non è presente in Germania. Difficile immaginare che questo individuo impulsivo, che a detta degli storici accreditati vuole scatenare, in quel mese di luglio, una guerra di conquista europea, ed ha manipolato a questo fine l’Austria –Ungheria, per proiettarla verso un inevitabile conflitto militare, presti così poca attenzione all’evolversi della propria diabolica manovra.


A credere ai suoi deliranti detrattori, l’Imperatore, da vero demente, sta per rischiare il suo Paese – in piena espansione economica- e la corona imperiale, in una guerra apocalittica; e, per farlo al meglio, abbandona la Germania e se ne va in vacanza; proprio quando la sua presenza, i suoi ordini, e la sua azione diretta, in loco, sono essenziali per il Reich! Per fare una bella gita in barca, il Kaiser, che sta per affrontare due, o forse tre Stati militarmente più potenti di lui, abbandona la sua armata, lasciandola senza consegne? Semplicemente assurdo!

Come se non bastasse, nel luglio del 1914, il Ministro degli Affari Esteri tedesco è partito in viaggio di nozze, il Capo dell’Esercito, il Generale Helmut von Moltke, prende le sue acque curative a Karlsbad, con un volume di Nietzsche sotto braccio; e l’ammiraglio von Tirpitz, si rilassa a Tarasi, in Svizzera. I Re di Sassonia e Baviera, hanno lasciato anch’essi le rispettive capitali,e stanno riposando nelle loro proprietà agresti.

La Berlino militare e politica, che dovrebbe essere in fermento per i preparativi dell’imminente, preordinato conflitto: di conquista dell’Europa,è invece, in quel delicato momento, che si vorrebbe prebellico, tutta in vacanza; in Italia, in Boemia, sulle coste del Baltico, o della Norvegia. Modo assai strano di prepararsi al conflitto!

Sono in vacanza anche le opposizioni socialiste. Scheidemann, futuro membro del governo provvisorio del novembre 1918, fa delle ascensioni sulle Dolomiti, e il 25 luglio scala, gagliardo, la cima ovest del Karwendel. Quanto ad Ebert, futuro presidente del Reich, il 28 luglio 1914, neanche lui è ancora rientrato a Berlino. Prima d’andarsene, l’imperatore non ha ordinato nemmeno le più ovvie misure precauzionali, come l’acquisto d’ingenti scorte di grano. In caso di guerra, la Germania verrebbe, difatti, affamata molto rapidamente.


In un paese così metodico, dove tutto viene programmato accuratamente, e realizzato con maniacale precisione, è del tutto assurdo, che l’Imperatore, e i suoi principali ministri, si sparpaglino in ameni luoghi di vacanze stranieri, proprio durante le stesse settimane in cui, secondo il loro piano diabolico, è stata avviata la macchinazione di una imminente guerra europea.


Per contro, nel campo dei presunti “aggrediti”, non si fanno vacanze di preparazione alla guerra. Il Principe reggente di Serbia, assilla continuamente lo Zar, e il Presidente francese Poincaré corre, in quello stesso momento, a San Pietroburgo, per vigilare sul buon puntamento delle batterie russe.

Guglielmo II, accusato di aver montato lui solo, il conflitto, non ha al momento, altre occupazioni apparenti, se non quella di bordeggiare verso Capo Nord, lasciando andare alla deriva, in una capitale deserta e vacanziera, tutti i suoi complessi piani militari! Del tutto Impensabile!

Seconda riflessione: nel 1914 la Germania non ha alcun interesse ad impegnarsi, in un conflitto europeo, e meno ancora, nel provocarlo. All’ epoca, l’Impero Germanico ha raggiunto, senza sparare un solo colpo di fucile, una straordinaria posizione di supremazia economica mondiale; meravigliosa per rapidità ed ampiezza. Dopo la guerra del 1870, la sua popolazione si è accresciuta di 20 milioni di abitanti, mentre la demografia Francese ristagna.

I Tedeschi non devono più espatriare, perché un prodigioso sviluppo dà lavoro a tutti. L’Industria metallurgica dell’Impero Germanico, la sua industria chimica, e quelle di precisione, si sono imposte per le loro eccezionali qualità. I prodotti tedeschi, sono, nel 1914, i migliori del mondo, e le esportazioni crescono vertiginosamente, passando dai 5 miliardi del 1910, ai 10 miliardi di marchi oro del 1913: con aumenti del 400% verso la Cina, e l’America del Sud; mercati abituali degli Inglesi.


La flotta mercantile tedesca, che trasporta queste merci, si sviluppa con un ritmo notevole, e la bandiera imperiale sventola ormai su tutti i mari. Questa espansione, realizzata in qualche decina d’anni, senza incidenti militari, è sensazionale, perchè non è sostenuta, come per le altre potenze coloniali, da azioni militari sanguinose, ma si basa sulla sola qualità dei prodotti; e su una abile strategia commerciale.

Questi successi, provocano le gelosie dell’imperialismo Inglese, e non possono che avere degli effetti negativi sulle relazioni politiche fra Inghilterra e Germania. I Mari e i commerci marittimi, sono considerati dagli Inglesi, come una loro incontestabile proprietà, e come un dominio esclusivo. Guglielmo II, creando una flotta che rende il commercio tedesco indipendente al 70%, dalla ferrea tutela britannica, ha messo la mano nella tagliola di un superbo monopolio.

Il Kaiser dovrebbe capitolare ragionevolmente; ma crede di poter perseguire impunemente, nei propri cantieri navali, lo sviluppo inc ontrollabile della flotta tedesca. Questa pretesa, i Britannici non la perdoneranno mai al monarca tedesco, visto, ormai, come un impudente bracconiere, penetrato nelle tenute di Sua Maestà. La Germania è diventata il potente rivale, e ogni sua espansione, significa ormai, per gli Inglesi, una loro ritirata. La concorrenza tedesca, sul mercato mondiale, e il suo sviluppo marittimo, esasperano sempre di più la pingue Inghilterra, colpendone ed irritandone il candore epidermico: come un flagello intrecciato d’ortiche.

Solitaria ed accigliata, Albione cerca alleati, e si avvicina ad una Francia, pur sempre detestata, concludendo con essa, nel 1904, l’Entente Cordiale, che completerà l’Asse Russo- Francese. Francia, Russia, ed Inghilterra, diventano da allora soci, e cospiratori; in un progetto di strangolamento economico di quel rivale tedesco: troppo industrioso, troppo dinamico, e fastidiosamente espansivo.

 

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RIVALITÀ ED INCOSCIENZA.

 

Per un’Inghilterra egoista, gelosa, calcolatrice, e del tutto insensibile alle ragioni altrui, la passione marittima di Guglielmo II, è inesorabilmente votata al naufragio. Il fatto che il re Giorgio V sia un suo cugino germano, non devierà di un miglio marino l’ammiragliato britannico, che pretende di sottoporre, al suo scettro imperiale, tutte le acque del globo. Ci vorrà il doppio disastro delle due guerre, 1914 -1918, e 1939-1945, perché la Gran Bretagna, nonostante i grugniti irritati di un Winston Churchill, giunga ad ammettere, di malumore, che il suo monopolio mondiale si è sgretolato, e che altre bandiere sono, ormai, diventate assai più importanti della sua.

Se cedesse alla incrollabile volontà dei britannici, auto nominatisi reggenti marittimi dell’universo, Guglielmo II potrebbe ottenere, delle notevoli contropartite. Gli Inglesi sono assai generosi, soprattutto quando regalano i beni altrui.

Una missione britannica, va a Berlino nel 1912, per offrire in premio a Guglielmo II, se egli accetterà di rallentare il ritmo delle sue costruzioni navali, l’Angola Portoghese. Un’offerta altrettanto altruista, verrà fatta un po’ più tardi, ma con altrettanta generosa nobiltà, ad Adolf Hitler, questa volta nel 1938, a condizione che il Führer rinunci a reclamare la restituzione delle Colonie tedesche, confiscate a Versailles nel 1919, e passate in gran parte sotto il potere Inglese.


Il ministro britannico Simpson, andrà ancora più oltre, con le sue tentazioni, arricchendo l’offerta del 1912, con quella di una parte del Congo; Belga. Per sua disgrazia, Guglielmo II nel 1912, non si convince ad accettare questa proposta d’affari, di una moralità così esemplare. Come per il conflitto sull’Alsazia-Lorena, il Kaiser conta soprattutto sul tempo. Ancora 5 o 10 anni, e, del tutto naturalmente, la Germania vincerà la partita economica.

L’irritazione britannica, non è ragionevole. L’Inghilterra possiede, nel 1914, un immenso impero coloniale; la sua flotta è la prima al mondo, e la Piazza d’Affari di Londra, è la capitale finanziaria del pianeta. Inoltre, Guglielmo II ha testimoniato le sue intenzioni pacifiche, offrendo alla Russia un trattato di stretta collaborazione.
Attorno allo Zar, i Granduchi bellicosi, i loschi agenti delle fabbriche d’armi mondiali, e i prevaricatori ebrei, montano attivamente la guardia.

Guglielmo II ha spinto il suo piano di pace, fino a proporre alla Russia che la Francia venga, essa pure, associata all’accordo. Ma una riconciliazione Russo-Tedesca, con partecipazione Francese, silurerebbe, colandoli a picco, i piani degli irriducibili revanscisti di Parigi; e dispiacerebbe anche agli Slavi; affetti da una incurabile bulimia territoriale.

I Russi cercano di ottenere dai Francesi, che essi molestino ed indeboliscano i Tedeschi, ad ovest, mentre loro si assicureranno il controllo dei Balcani, fino a Costantinopoli compresa. Ai loro occhi, l’alleanza francese deve facilitare, in Europa centrale, e ad Est dell’Impero tedesco, la creazione di diversi Stati satelliti russi; nella Polonia unificata, e in Boemia. I Francesi, e gli Industriali dell’acciaio, per parte loro, non sognano che di rimettere le mani sull’Alsazia-Lorena, che i Tedeschi hanno loro ripreso nel 1870, e che essi non possono riconquistare con le loro sole forze.


Se l’enorme Armata Russa, numericamente la più forte del mondo, bloccherà ad Est una parte delle Armate Imperiali germaniche, la rioccupazione Francese dell’Alsazia-Lorena diventerà possibile. Questa, prima del 1914, è la politica estera delle gelosie corrosive; dell’Inghilterra, della Russia, e della Francia. Nonostante il fallimento del suo progetto: di un accordo germano – russo- francese, Guglielmo II resta attaccato alla sua idea: di una riappacificazione europea. Nel 1906, ad Algeciras, Riconoscendo ai Francesi dei diritti sul Marocco, la Germania spera di ottenere, in cambio, ampie concessioni coloniali in Africa Centrale. Si è però fatta ingannare, ottenendo solo una magra lingua di terra improduttiva nel Camerun.


La Germania, scrive lo stesso Poincaré, “ cerca di avvicinarsi alla Francia con una instancabile ostinazione; facendo degli sforzi per allearsi con noi, nell’interesse generale dell’Europa, e per la conservazione della pace”.

Guglielmo II non può dunque supporre, nel luglio del 1914, che i francesi vogliano tornare a Strasburgo passando per Belgrado, e che siano pronti ad intrappolarsi, per questo, nelle gole profonde dei Balcani. Se ne sta quindi sul suo yacht, con la convinzione che il conflitto serbo, se scoppierà, si limiterà alle rive del Danubio, e ad eventuali scaramucce di frontiera, con degli Austriaci che sono militarmente preparati solo a quelle.


Vienna, per parte sua, è avara di precisazioni, e Guglielmo II scivola nella guerra serba, senza accorgersi, in tempo, che il suo Cancelliere ebreo, legato ai Rotschild, Theobald von Bethmann-Hollweg, lo ha trascinato in un pantano di sabbie mobili. Guglielmo II non intravede nessun pericolo, nemmeno quando, di fronte alle pretese di Vienna, la Serbia si fa sempre più arrogante, dimostrando così, di essere solo l’orto dei susini, in cui, con la sua complicità, San Pietroburgo ha coltivato e diretto, in segreto, l’assassinio di Sarajevo; per trascinare alla Guerra l’Austria e, tramite questa, anche la Germania imperiale.


Il lugubre Cancelliere Bentham-Hollweg, sembra non aver indovinato l’ampiezza abissale del complotto serbo, né la parte segreta giocata dai Russi. O forse ha agito con altre direttive, meno evidenti, ma ben più precise. Mostrando una mancanza d’abilità e perspicacia, davvero esemplari, ha lanciato il carrozzone austriaco, ad una velocità sempre crescente, verso un impatto militare con Belgrado.


Quando il Kaiser riappare in Germania, il 26 luglio 1914, è già troppo tardi per spegnere il fuoco di questo rogo imminente. Comunque, se anche vi riuscisse non otterrebbe granché. Da settimane, e, di fatto, da più di due anni, la Russia ha preparato la sua guerra pan-slava, e i venditori d’armi, e i corvi della finanza internazionale, hanno allestito il loro prossimo lauto banchetto. Ora, la Russia deve trascinare nell’avventura i Francesi, e poi, possibilmente, anche gli Inglesi.


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LA DINAMITE ALSAZIANA

 

Dopo il 1870, la Francia Repubblicana e il Comité des Forges vivono nel ricordo e nel lutto; per la perdita delle miniere dell’Alsazia-Lorena. La rivendicazione francese, è storicamente inattendibile, ma la Francia è un’abile specialista, nell’annettersi i territori altrui; specie se questi sono produttivi e ricchi di risorse. Questa Alsazia-Lorena, pianta dopo il 1871, come se fosse una vecchia provincia perduta, rappresenta, invece, un bottino francese del tutto recente, il che non toglie che alla Francia, quella perdita sta piantata nel gozzo, come una lisca di pesce che prima o poi bisognerà pur levare, per non restare strozzati.


La Lorena è difatti appartenuta alla Germania; per più di dieci secoli. Carlo V ha pensato, nel 1532, di farne uno Stato libero e non alienabile, ma le armate francesi hanno avuto altre ambizioni, e, durante trecento anni, hanno invaso più volte la Lorena Germanica.

Nel 1766, essa è stata annessa “definitivamente” alla Francia, e, dunque, nel 1870, quando Bismarck l’ha tolta di nuovo ai francesi, questi l’avevano posseduta per soli 104 anni; per contro, essa era appartenuta alla Germania per più di 1000 anni. Nel 1871, la Lorena non è dunque stata presa alla Francia; ma recuperata alla Germania.

Stesse giravolte per l’Alsazia, e per gli alsaziani: Tedeschi dal VI° al XV° secolo. Solo nel 1679, Luigi XIV di Francia l’ha tolta agli Svevi, proclamandosene padrone. Strasburgo non è diventata “francese” che nel 1681; poi, la sconfitta della Francia, nel 1870, ha riportato il maltolto, ancora una volta, alla Germania.

Nel 1911, per riavvicinarsi amichevolmente alla Francia, la Germania di Guglielmo II accorda, all’Alsazia – Lorena uno statuto di autonomia; ma la Francia non ha alcuna intenzione di riavvicinarsi alla Germania, e, dal 1871 al 1945, non avrà mai altra politica che non sia quella di rifiutare ogni proposta di riappacificazione con i Tedeschi.

Metz e Strasburgo, dovranno rientrare nel corteo parigino con le fanfare in testa; e smettere lo statuario velo del lutto, a Place de la Concorde. Per portare a termine questo funesto progetto, la Francia deve trovare gli appoggi di alleati robusti, e deve assalire e vincere la Germania; con alcuni milioni di uomini che non possiede. Deve perciò allearsi con i Russi, che di uomini ne hanno a volontà.


La Russia, dal canto suo, per equipaggiarsi in vista della prevista espansione, verso gli Imperi Centrali e Costantinopoli, cerca un alleato assai ricco, che le elargisca decine di miliardi di solidi franchi-oro. La Francia dispone di questo danaro. Perciò il patto Franco- Russo è quindi un affare allettante: voi ci date i vostri milioni, e noi vi forniamo la nostra carne da cannone. I miliardi francesi, vengono ufficialmente “prestati” alla Russia, per rafforzarne il potenziale bellico alla frontiera prussiana. I pan-slavi sono decisi a servirsi, a fondo, della “canagliocrazia francese”, per realizzare, grazie ai prestiti di Parigi, la propria penetrazione nei Balcani, e per unificare, alla prima occasione, come propri stati satelliti e vice reami russi, la Polonia, la Boemia e la Rutenia, scippati ai Tedeschi e agli Austriaci.

L’avvento alla Presidenza della Repubblica francese, di Raymond Poincaré, assicura finanziariamente e militarmente, nel breve lasso di tempo, dal 1912 al 1914, l’ascesa verticale dell’imperialismo russo, e delle relative vendite di armi. In Francia, parecchi ambasciatori e ministri, dell’entourage di Poincaré, supportano i Russi: Theophile Delcasse, Maurice Paleologue, Louis Barthou.

Appena nominato Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri, nel 1912, Poincarè inizia la sua azione aggressiva nei confronti della Germania. L’anno dopo, eletto Presidente della Repubblica francese, egli vuole la guerra quanto i russi; la vuole con trasporto, per conto dei suoi Padroni delle Ferriere, e con una, nemmeno troppo segreta, volontà di rivincita.


Poincaré vuole l’Alsazia-Lorena, e sa di non poterla ottenere che dopo una guerra, vittoriosa, contro il Reich Tedesco. È abbastanza realista per comprenderlo, e sufficientemente disonesto per fare, di questa ossessione omicida, l’idea portante dell’intera politica dell’Eliseo. Per i piani dei Russi, nel 1912-1913, l’Armata francese è l’utensile con cui distrarre ad Ovest l’attenzione dei Tedeschi, mentre loro si occupano di rubare, all’Austria e all’Ungheria, le regioni Balcaniche. L’ambasciatore russo a Belgrado, von Hartwig in persona, ha stabilito, all’insaputa dell’alleato francese, le clausole segrete (articoli 4 e 6) del trattato Serbo-Bulgaro del 13 marzo 1912, che fissano, in 200.000 uomini, le forze del contingente bulgaro che dovranno essere messe a disposizione dei Serbi; nel caso di una prossima guerra contro l’Austria.


La Russia tace i propri accordi balcanici all’alleato Poincaré, e questi, ignora che le frontiere degli “stati balcanici satelliti della Russia”: Serbia e Bulgaria, sono state stabilite e modificate, unilateralmente, dal ministro dello Zar a Belgrado.

Quando nel 1913, Poincaré legge il testo del trattato segreto russo-bulgaro, dirà a Serghiey Sazonov: “ Faccio rilevare che questo trattato è, di fatto, una convenzione di guerra; non soltanto contro la Turchia, ma anche contro l’Austria.” Per superare le ultime esitazioni di Poincaré, e per dargli una mano, le autorità russe lanciano, in Francia, una colossale campagna di corruzione della stampa francese. Gli ordini dell’ambasciatore russo Iswolsky, alla stampa francese sono categorici: in cambio dei milioni di franchi-oro distribuiti,i giornali devono sostenere, per prima cosa, gli interessi russi nella campagna dei Balcani, e poi spingersi laddove la Russia e la Francia vorranno andare, trascinando l’Europa allo sfacelo, e portando, milioni di uomini al baraccone del tiro a segno; nel Luna Park della guerra mondiale.


Metodicamente, Poincaré si impegna a rendere irrealizzabile ogni tentativo d’accordo Franco-Tedesco, e, nel frattempo, moltiplica le occasioni per irritare il “nemico”, in modo da aizzare al conflitto anche i soci dell’Est, e lo Zar Nicola II; che è ancora troppo tiepido.
Se l’Austria, ad esempio, vuole negoziare un prestito alla Borsa di Parigi, ecco che la Francia, che ha erogato 45 miliardi di franchi-oro in prestiti incontrollabili, o insensati, a paesi insolvibili, come la Serbia e la Russia, rifiuta di netto il prestito all’Austria; paese dalla reputazione finanziaria impeccabile.


Lo smacco scortese, è voluto da Poincaré in persona, che si oppone, ringhiando, ad ogni possibile trattativa. Il suo odio e la sua avversione, per tutto quanto sappia di teutonico, è più forte del buon senso, dei vantaggi evidenti, o di una accorta politica finanziaria. Egli si impegna con altrettanta rabbia canina, a vessare con continue provocazioni meschine, il Kaiser Guglielmo II; insultandolo con i suoi discorsi di Presidente della Repubblica, e restando sordo ed impenetrabile, ad ogni offerta di distensione da parte germanica.

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IL MARCIUME BALCANICO.

 

Nel frattempo, le manovre belliche dei Russi si moltiplicano, fra le orde latranti del canile balcanico. A Parigi si sa che la Serbia accelera i preparativi anti-austriaci, d’accordo con i Russi. Questi propositi sono stati preceduti dalla dichiarazione del Ministro Russo a Belgrado, il barone von Hartwig:

“La Russia conta di fare della Serbia, ingrandita con le province balcaniche dell’Austria-Ungheria, l’avamposto dello slavismo”.

Se volesse disinnescare l’ordigno serbo, la Francia potrebbe farlo. Si è al 28 marzo del 1914; a tre mesi esatti dal doppio crimine di Sarajevo. La Serbia, durante l’inverno 1913-1914, ha raddoppiato i propri effettivi, ed è la Francia ad avere fornito ai Serbi i suoi soldi, i cannoni, e le munizioni: gli equipaggiamenti di necessario rinforzo alle armate slave, da usare, l’anno seguente, per affrontare gli ignari austriaci.


Questo rifornimento d’armi, è stato come sempre, in questo settore, un affare lucroso e straordinariamente brillante, per gli intermediari cosmopoliti; francesi, o serbi. I fucili Mauser, forniti da Parigi alla Serbia, nel febbraio e nel marzo del 1914, e ordinati il 29 novembre 1913, costano 80 franchi-oro al pezzo, e procurano a chi li tratta, delle commissioni davvero mirabolanti.

Nel frattempo i Russi, pan-slavi, il più accanito dei quali è lo zio dello Zar, il Granduca Nicola Nicolaïevitch, corrompono i Ministri Rumeni Take Jonesco, e Bratiano, affinché essi appoggino la loro politica antiaustriaca, e perché impediscano, al Re Carol, e ai suoi ministri filo-germanici, di onorare gli obblighi del trattato di alleanza che, dal 1885, lega la Romania al governo di Vienna. Prima complice in questo losco affare, è la Regina di Romania, a cui i Russi hanno generosamente ornato di diamanti il decoltè, e riempito d’oro la trousse.


In questo gioco alla guerra imminente, e per eccitare gli animi contro l’Austria, i Russi pagano, nei Balcani, e a Parigi, un numero prodigioso di spie, di agenti segreti, di giornalisti, di sobillatori, e di corrotti generici; sovvenzionandoli con decine di miliardi di franchi oro, forniti graziosamente dalla Francia, e sottratti, dalle Banche ebraiche, con la collusione governativa, proprio agli ignari risparmiatori francesi.


Nell’aprile del 1914 il solo ministro russo a Bucarest, dispone di un “fondo di corruzione”, destinato ai soci Rumeni, di un milione di dollari oro. I Bulgari, saranno avidi e disonesti, quanto i loro vicini rumeni, e tutto il mondo balcanico, nell’ante guerra, durante le guerra, e nel dopo guerra, sarà sempre e comunque in vendita: al migliore offerente; pronto a rinnegare, all’istante, il compratore di ieri, o a tradire quello di oggi, che ha già dato di più; se un altro, domani, offrirà possibilità migliori e più vantaggiose.

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VENALITÀ A PARIGI

 

Il Mondo Francese non è certo più edificante. I guerrafondai russi, i politici rumeni, serbi, o quelli bulgari, vogliono assoggettare, ai loro piani imperialisti, l’intera Stampa Francese: la sola capace di lanciare, o di demolire, le emissioni di prestiti parigini; substrato monetario indispensabile, ai preparativi bellici di San Pietroburgo. Su questo intreccio aureo, l’accordo Franco Russo regna armonioso, perché anche Poincaré ha un gran bisogno della venalità compiacente dei giornali, e dei giornalisti; pagati teoricamente dalla Russia, tramite Iswolsky, ma, praticamente, corrotti dalla Francia, e dai risparmiatori francesi.


Giornali come Le Temps, il Matin, L’Eclair, L’Echò de Paris, e tutte le altre grandi testate parigine, sono pienamente coinvolti. I “contributi russi” si contano in decine di milioni. Più di tre milioni di dollari-oro vengono versati, alla stampa francese, dai pan-slavi; prima della Guerra del 1914. Sono della partita Le Figarò, Le Radical, Le Journal des Debats, e, dalle colonne del Temps, M. Tardieu combatte con energia la politica austriaca, incassando i lauti sussidî russi. Poi alla corruzione Russa, si aggiunge quella Serba, che sostiene anch’essa la propria propaganda a colpi di mazzette milionarie.

Il pubblico francese viene istupidito sempre più, di mese in mese, e perde l’orientamento; e il senso reale degli eventi. Le menzogne più audaci e sfrontate, vengono pubblicate e commentate dal Temps, dall’ Echò de Paris, o dal Journal des Debats, che passano per organi di stampa corretti, e scrupolosamente informati, e che vengono perciò riportati, e ripetuti, dall’intera stampa provinciale.
Poincaré sostiene queste manovre di corruzione, d’ inganno, e di bassa ciarlataneria, e, con Iswolsky, forma una coppia affiatata e sempre più efficace. Il Ruolo principale, in questa Grande Abbuffata dei giornali, lo interpreta il ministro francese delle Finanze: l’ebreo Klotz, che reclama dai Russi degli anticipi di versamento alla stampa, per aiutare Poincaré; nelle nuove elezioni francesi.


Come farabutti in marsina, Klotz, Davidoff, Iswolsky, Lenoir, si equivalgono, ma su tutti brilla, come una soubrette senza pari, Raymond Poincaré. Poincaré, trascinato dalla logica dei suoi padroni, dal suo odio antigermanico, e da un bellicismo viscerale, chiede ed ottiene dal Parlamento, nell’agosto del 1913, il voto di una legge che, porta gli effettivi permanenti dell’esercito, ad 800.000 uomini, stabilendo la ferma militare obbligatoria, e senza dispense, a tre anni; anziché a due.


Si infila così, da sé, in un vicolo cieco, perché ciò equivale, a proclamare la preparazione della Francia al conflitto; un anno prima che questo scoppi davvero. La Legge dei Tre Anni è, di fatto, una dichiarazione di pre- guerra, e come tale viene compresa; sia dai clan militaristi che dall’elettorato, che ha poca voglia, per il momento, di imbarcarsi in simili avventure marziali.


Le Elezioni, sono previste per il 26 aprile e per il 10 maggio del 1914, e il loro risultato è per Poincaré, e per i suoi accoliti ed alleati, una questione di vita; o di morte politica. Bisogna, ancora una volta, azionare la pompa a soldi, per conciliarsi la stampa, e, tramite quella, l’elettorato francese.

Malgrado le enormi somme versate, e le perfetta obbedienza degli scribi e dei gazzettieri francesi, l’impatto ottenuto si rivela insufficiente, e le elezioni legislative di aprile-maggio 1914, sono quasi un trionfo per l’opposizione di sinistra; un rifiuto dei Tre anni di ferma, e uno smacco brutale per Poincaré. L’uomo che potrebbe sostituirlo al governo, Joseph Caillaux, non è un antitedesco, né uno stipendiato dal Comité des Forges, ma vede Francia e Germania come potenze complementari.


Se Caillaux vincerà le elezioni, i piani di Poincaré e dei suoi carbonari dell’acciaio, per il recupero armato dell’Alsazia- Lorena, l’alleanza con i russi, e tutto il lavoro degli ultimi due anni, andranno perduti. Bisogna eliminare politicamente Caillaux, usando contro di lui l’artiglieria della stampa: il Figarò, diretto da Gaston Calmette, reso milionario dai famosi sussidi Russi.


Calmette pubblica una serie di lettere d’amore, che Caillaux ha scritto alla sua attuale moglie, ai tempi della loro prima passione amorosa. La vittima principale, di questa miserabile violenza, attuata a mezzo stampa, è Henriette Caillaux, che non ammettendo simili intrusioni nel suo boudoir, si rivolge al più alto magistrato di Parigi; il quale, alzando le spalle, afferma che questi sono gli ovvi inconvenienti della lotta politica.


Allora, lei, che non accetta simili ovvietà, si reca alla sede del Figaro, si fa annunciare e, penetrata nell’ufficio di Calmette, gli scarica addosso, freddandolo, le sei pallottole del suo minuscolo revolver. Il conto è regolato. Il fatto che sua moglie, venga arrestata come una comune criminale, impone a Cailleaux le ovvie dimissioni da Ministro delle Finanze; e la sua uscita dalla Politica. L’opposizione a Poincaré è decapitata, e la sua via alla tenzone Franco-Tedesca è ormai libera; sgombra da ogni rivale. Liquidato Caillaux, nell’estate del 1914, Poincarè può ormai suonare il corno da guerra.

Intanto il danaro russo-francese scorre impunemente a Parigi, placido come la Senna, sotto il Pont Saint Michel.

 

 

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POINCARÈ E I SUOI PANSLAVI.

 

 

La guerra vicina, gli acquisti massicci di munizioni ed equipaggiamenti invernali, specie in Francia, favoriscono delle transazioni assai fruttuose. Poincaré si imbarca, il 14 luglio 1914, sull’incrociatore France, alla volta della Russia, per spingere lo Zar, ancora incerto, ad una decisione che dia, alla Francia, la massa umana che le è necessaria, per la riconquista alsaziana. Appena giunto a San Pietroburgo, il 21 luglio 1914, Poincaré riconforta l’ambasciatore di Serbia, Spalaiövitch, sconvolto per le possibili conseguenze dell’avvenuto crimine di Sarajevo.

“Non temete di nulla, la Serbia ha in noi dei calorosi amici”

Questa affermazione, si traduce immediatamente in un’istruzione, inviata dal presidente del Consiglio, Viviani, ai diplomatici francesiall’estero:

“ La Francia non tollererà una intromissione dell’Austria negli affari interni della Serbia”.

La Francia ha tollerato bene, invece, l’intrusione serba negli affari dell’Austria- Ungheria, quando Belgrado ha mandato, il 28 giugno 1914, i suoi assassini tubercolotici in territorio austriaco, per fare la festa a Francesco Ferdinando.

Per Poincaré, questo massone farabutto, che accusa le vittime che vuole aggredire, e tresca con gli assassini, e con i loro mandanti; suoi soci e complici, la richiesta austriaca di un’indagine giudiziaria congiunta, che smascheri gli istigatori del duplice omicidio, è un’intromissione insopportabile.

Il Crimine di Sarajevo è solo una tappa di un programma imperialista pan-slavo, iniziato dai Russi, in Serbia, nel 1913. E dagli Ebrei in Inghilterra, nel 1650. Ora, la Francia darà l’impulso decisivo, affinché la Russia di Sazonov, di Iswolsky, dei Granduchi Nicola e Pietro, e delle loro terribili spose montenegrine, che assillano e minacciano lo Zar, possa esprimere, appieno, il proprio virulento antigermanismo, lanciandosi in una guerra furibonda.

Poincaré, che vuole infiammare lo zar Nicola II, viene invece portato, al calor bianco, dal Granduca Nicola Nicolaïevitch, che lo fa assistere ad una gigantesca parata sul Campo di manovre di Krasnoie-Selo.

Il Presidente parigino assiste stupefatto, cremisi di beatitudine, all’esibizione di queste divisioni russe, le cui fanfare riempiono l’aria con marce militari francesi, come “Fiers Enfant de la Lorraine” Il 22 luglio 1914, Poincaré si è fatta la sua opinione: i cinque milioni di soldati che la Russia gli offre, sono invincibili; i 750.000 soldati del Kaiser saranno sbaragliati in poche settimane, Strasburgo, prima di Natale sarà di nuovo francese, e i Russi saranno certamente a Berlino già per Ognissanti.


Ci arriveranno, ma con un leggero ritardo, nel 1945, condotti non dal Granduca Nicola, ma da Giuseppe Stalin.

Per Raymond Poincaré, la guerra – è ormai chiarissimo – prima ancora di scoppiare, è già vinta; ma, per mascherarne l’avvio, bisogna prendere delle necessarie cautele: temporeggiare, mentire, ingannare, usare dei sotterfugi discreti, e, nel peggiore dei casi, negare tutto con aria scandalizzata.

Per la cronaca e per il mondo, Poincaré in Russia non ha tramato la Guerra, all’Austria e alla Germania, ma si è semplicemente riposato; assieme al suo ministro Viviani. Si è rilassato come un turista ignaro di tutto, nonostante una dichiarazione ufficiale, dimostri, invece, l’evidente ampiezza degli accordi, stabiliti e raggiunti, per “mantenere l’equilibrio europeo”, ovvero per sconvolgerlo completamente.


“I due governi hanno constatato la perfetta concordanza delle loro vedute, e delle loro intenzioni per il mantenimento dell’equilibrio europeo, specialmente nella penisola balcanica” Poincaré desidera che l’Europa Ignori completamente, che la sua presa di posizione è legata all’insurrezione serba; vuole essere preso per un gatto senza artigli, per un serpente senza veleno, o per un lupo mansueto. Vuole apparire, agli occhi del mondo, come un agnello dal vello immacolato, puro come il riflesso della luna, sul candore della neve siberiana.


L’ipocrisia, in politica è una virtù, e, fra questi virtuosi, Poincaré vuole brillare come un artista insuperabile. Ma le altrui rivelazioni, deflorano questa sua apparente illibatezza di vergine saggia, squarciando l’imene delle sue chiacchiere, erette attorno al suo viaggio di falso sordomuto, di ritorno dalla Russia. Un’indiscrezione, proviene dallo stesso Paleologue, che ha ricevuto da Poincaré le istruzioni, che gli ordinano di agire in modo esattamente inverso, a quello che le affabulazioni ufficiali del Presidente pretenderebbero.


Un’altra arriva da Sazonov, ed una terza da Sir Buchanan, collega inglese e stretto amico di Maurice Paleologue: l’ebreo che, dei Basileî Paleologo, bizantini, ed Imperatori di Costantinopoli, porta, assai impropriamente, il nome. Poincaré ha difatti cablato a Paleologo, mentre viaggiava per mare, sull’incrociatore France, il seguente ordine imperativo:

“ Bisogna che Sazonov sia irremovibile, e che noi lo sosteniamo.”

È chiaro che si tratta ormai di assecondare, in tutto e per tutto il governo imperiale zarista. I due viaggiatori francesi, vogliono far credere di non avere avuto, durante il tragitto per mare, nessun contatto con il mondo esterno; vogliono conservare la sembianza della propria non responsabilità, nello scoppio e nella carneficina della Prima Guerra Mondiale.


Questa bizzarra commedia dell’ignoranza, porterà alla manipolazione degli archivi ufficiali, alla soppressione dei passaggi documentali compromettenti, ed all’interpolazione di testi freddamente inventati. Da questo albeggiare, del 24 luglio 1914, nessun documento ufficiale Francese, o Russo, è più degno della benché minima credibilità storica. Per lungo tempo, le falsificazioni più audaci e più sfrontate, inganneranno milioni d’ingenui sempliciotti europei, continuando ad essere diffuse, e credute, anche in seguito; malgrado le smentite; e le molte rivelazioni contrarie.


Giunte troppo tardi, queste pesanti rettifiche resteranno, spesso, ignorate od ininfluenti; perché la gente comune legge poco, e male, o perché gli autori di questi imbrogli, ministri in testa, avranno, fino alla loro morte, un fondamentale interesse nel non vedersi smascherati e coinvolti. Bisogna cogliere uno alla volta questi trucchi, forgiati deliberatamente da personaggi di primo piano, da organismi ufficiali, come il Quai d’Orsay; da governi che, per controllare le folle, per imbestialirle, e per spingerle all’isteria collettiva, faranno della menzogna e della “contro-verità” un’arma della propria propaganda di Stato.


Il Primo stratagemma, è quello di modificare le date delle varie mobilitazioni alla guerra, mandando così alla morte, sulla base di questi documenti falsati, ben otto milioni di uomini. Durante gli anni di guerra, e nel dopoguerra, Poincaré e consorziati, riaffermeranno, spudoratamente, l’autenticità dei loro falsi d’ufficio del 1914, che ancora hanno credito e corso nel 1922, otto anni dopo i fatti.

Allora Poincaré, interrogato dalla Lega dei Diritti dell’Uomo, dovrà ammettere che il documento più importante, da lui utilizzato per anni: ovvero l’annuncio della mobilitazione austriaca, è un documento completamente falso. Ciò ribalta completamente le responsabilità della guerra, ma la rettifica non può certo resuscitare le vittime di questo imbroglio, cadute al Chemin-des-Dames, a Verdun, o sul Niemen.


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I PREPARATIVI RUSSI.

 

 

Il fatto che l’Ambasciatore francese in Russia, M. Paleologue, sia incaricato, in esclusiva, delle manovre prebelliche, può sembrare, di primo acchito abbastanza strano, dato che, costituzionalmente, le decisioni andrebbero prese dal Ministro degli Affari esteri, Viviani.

Paleologue, secondo le indicazioni formali di Poincaré, a cui è legato a filo doppio fin dalla sua giovinezza, e che appena salito all’Eliseo lo ha nominato ambasciatore a San Pietroburgo, l’ambasciata estera più importante della Francia, può prendere posizione in nome della Repubblica francese; dando al suo compare russo, Sazonov, e alla cricca pan-slava zarista, l’autorizzazione formale ad ingaggiare battaglia; in Europa.

Un’altra iniziativa di Paleologue, concordata evidentemente con lo stesso Poincaré, è quella di interessare, al progetto antigermanico, anche l’Inghilterra. Sazonov ordina ai Serbi, di respingere ogni richiesta austriaca relativa ai fatti di Sarajevo. Il Presidente Serbo, invitato a lasciare prontamente Belgrado, deve mostrarsi intrattabile, anche a costo di far saltare la “Pace europea”; Pachitch, capita l’antifona, manda la famiglia a Londra; via Parigi.

Lo scenario della guerra è, per i Russi, ormai pronto. Si parla sempre, nelle opere storiche ufficiali, di una mobilitazione Russa, iniziata il 30 o 31 luglio del 1914; si tratta di un falso madornale, perché essa comincia, invece il 24 luglio, con la “mobilitazione regionale”, di 13 Corpi d’armata, pari ad un milione di uomini: ovvero con 250.000 uomini in più dell’intero contingente bellico Tedesco, contro “la sola Austria”.


Il progetto “regionale”, comprende anche la mobilitazione della marina russa, e delle forze del Mar Nero e del Baltico. Risulta quindi, ovvia, l’intenzione russa di attaccare la Germania da Est, e la Turchia a Sud, avendo, come bersaglio principale, l’agognata Costantinopoli. La mobilitazione regionale russa del 25 luglio, implica, automaticamente, quella generale del 30, o 31 luglio 1914; ovvero una Guerra Europea e Balcanica, ormai palesemente dichiarata.


All’estero, nessuno ne sa ancora nulla, e la Serbia non ha ancora risposto negativamente alle richieste austriache, ma i Russi, il 25 luglio 1914, hanno già avviata segretamente la guerra. Paleologue invia, a Parigi, il telegramma con cui annuncia al governo che è in atto la mobilitazione russa. Ciò significa che dal 26 luglio 1914, Parigi sa già tutto, ed è perfettamente d’accordo: che ci sia la guerra. Difatti in Francia si tace, nei giorni seguenti la notizia, dimostrando che, all’azione russa, corrisponde una tattica intenzionale francese, già concordata e prefissata.


Questa collusione è talmente evidente, che, dal “Libro Giallo” che il governo francese pubblica allo scoppio della guerra, manca proprio il telegramma, importantissimo, di Paleologue a Poincarè; inviato il 25 luglio 1914. Sparizione voluta da Poincaré stesso, per mantenere in vita la favola della propria ignoranza dei fatti, e che suona, invece, come una monumentale confessione.

Lui era al corrente di tutto, e i Russi non hanno mai agito alle sue spalle; i piani bellici della Francia, e quelli della Russia zarista, coincidono anche nei dettagli; formando un unico e solo progetto comune. Sarà proprio l’ex Ministro russo Sazonov, che, otto anni più tardi, nel 1922, rivelerà, nel suo libro: Sechs Schwere Jahre, l’esistenza di questo documento, che coglie Poincaré in flagrante delitto di menzogna.

 

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MIOPIA, CONTRADDIZIONI E PANICO

 

 

Tutti i documenti ufficiali, forniti dai Soviet, nel loro Libro Nero, stabiliscono che i pan-slavi zaristi, negli ultimi giorni del Luglio 1914, dubitano ancora della piena efficacia dell’accordo francese. Così, dalla partenza di Poincaré, essi agiscono per rendere irrevocabili gli impegni francesi, grazie ad un veloce avvio della loro mobilitazione nazionale; ovvero delle ostilità contro Austria – Ungheria, e Germania. Il conto alla rovescia della guerra, inizia il 24 luglio del 1914, a Paterhof, ma bisogna che i preparativi militari restino segreti; il più a lungo possibile.


Il Kaiser Guglielmo II, si gode il fresco sull’ Hohenzollern, e, il 25 luglio, ignora ancora le decisioni russe, il rifiuto serbo all’Austria, e le manovre segrete dei Francesi. Alcune indiscrezioni inquietanti, provenienti da San Pietroburgo, indicano al “finto tonto ebreo” e cancelliere tedesco, Bethmann-Hollweg, che l’affare di Sarajevo si è irrimediabilmente guastato. Lui mostra di non avere ancora intuito le complicità pan-slave nell’attentato balcanico, né il ruolo giocatovi dai Russi.

Vista la fine fatta dal Re di Serbia, Alessandro, e dalla sua consorte,la regina Draga, che lo Zar Nicola solidarizzi con degli assassini serbi, regicidi, non dovrebbe stupirlo troppo. Nei Balcani, l’impossibile tradimento di casta: il massimo dell’eresia e l’apice del sacrilegio, sono già avvenuti altre volte. Bethmann-Hollweg non pare rendersene conto; ma le ragioni della sua plateale ottusità, potrebbero essere altre.


Sintomi assai inquietanti avrebbero dovuto allarmarlo da tempo: quell’evidente tubare di Poincaré con la Russia, e una stampa francese che, quasi amabile con gli assassini serbi, fucina e soffia nel proprio crogiolo inchiostrato, il fuoco delle passioni antigermaniche. Bethmann sfinge di credere, che il conflitto serbo sia una faccenda locale, e che ogni misura precauzionale, da parte della Germania, sia una superflua e inammissibile preparazione alla guerra; una cautela che verrebbe certamente fraintesa. Il Cancelliere dovrebbe bloccare un’Austria troppo pronta all’intervento militare, ma non lo fa.


Non ha supposto la furbizia degli agitatori pan-slavi, che hanno teso all’Austria un trabocchetto, per poterla assalire alle spalle; né ha capito che oltre al vecchio imperatore, Francesco Giuseppe, è alla gola del Kaiser tedesco, che le dita artigliate dei russi e dei loro mentori ebrei sperano di serrarsi. O forse lo sa, e l’ha capito benissimo. Forse i suoi veri padroni sono altri, e lui non serve affatto il Kaiser e la Germania, ma i confratelli Rothschild; e i loro interessi mondiali. Nei meandri bui della sua coscienza di razza, e nella lucidità della propria astuzia ebraica, il Cancelliere agisce e recita, in maniera apparentemente cieca, e volutamente balorda, il ruolo di chi mostra di vedere solo Belgrado, quando il vero bersaglio dei cospiratori contro la pace, che muovono i burattini di Pietroburgo e di Parigi, solidali in tutto, non sono, da un lato l’Alsazia-Lorena, e, dall’altro, la Prussia Orientale e la Polonia; ma la fine, la rovina complessiva, e la razzia degli Imperi Centrali.

La Germania di von Bülow e di Guglielmo II, ha tutto l’interesse nel mantenere la pace, perchè in una guerra ha molto più da perdere che da guadagnare. Sfortunatamente, gli stessi argomenti, volti al contrario, servono ad eccitare Poincarè, i suoi mandanti, e i loro alleati, per accelerare al massimo la manovra di annientamento della Germania. Ancora pochi anni, e l’Alsazia-Lorena non sarà più recuperabile.


A Berlino l’atmosfera è satura di tensione, avvelenata da indiscrezioni e dicerie male auguranti, relative alla frenetica attività di mobilitazione delle armate zariste. Alla frontiera della Prussia Orientale, le sentinelle tedesche assistono stupefatte all’incendio, appiccato dai Russi alle loro garitte doganali. Preparativi militari sono in corso anche a Kharkov ed a Kiev. Si scopre che non è la piccola Serbia, a smobilitare per la guerra, ma il gigante Russo; 14 volte più vasto della Germania. E’ ormai evidente che è la Russia, ad avere allestito il trabocchetto di Sarajevo.

Il Cancelliere Bethmann-Hollweg manda, il 26 luglio 1914, un telegramma a Londra, al suo ambasciatore, il Principe Lichnowsky, incaricandolo di chiedere, al Ministro degli Affari esteri britannico, Sir Edward Grey, di intervenire immediatamente a San Pietroburgo, per contrastare la mobilitazione Russa. Quell’ ”immediatamente” lanciato nel vuoto di una domenica inglese, risalta come un’utopia.
Sir Edward Grey, in quel pigro weekend britannico è a pesca di trote, e, nelle stesse ore, il Kaiser è ancora in alto mare, in una vacanza sempre più inquieta, per l’imprevista, catastrofica inettitudine del suo Cancelliere; a Berlino.


Per una strana reticenza degli austriaci, che forse vogliono metterlo di fronte al fatto compiuto, il testo della risposta serba all’Austria, del 25 luglio, non gli è ancora giunto. Il rifiuto di Pachitch, giunto a Berlino, passa l’intera domenica nell’ufficio deserto del sotto segretario di Stato: Jagow.

A Parigi, invece, quella domenica festiva ferve d’ attività, e il Ministro della guerra, Massimi, ordina il rientro immediato di tutti gli ufficiali in licenza o in permesso. Il Ministro Tedesco degli Affari esteri apprende la nota di Belgrado, del 25 luglio, appena il 27 luglio, e, il giorno seguente, il 28 luglio 1914, Guglielmo II, ormai esasperato, sbarca dal suo yacht e giunge, con un treno speciale, a Postdam; alla Stazione di Wildpark. Ignora che i Russi, da ormai tre settimane, hanno spostato le armate della Siberia verso Mosca, che, dal 24 luglio, lo zar ha Dato il suo assenso ai bellicisti pan-slavi, e che lo Stato Maggiore russo ha messo in moto, già dal 7 luglio, il suo enorme meccanismo di rientro delle truppe siberiane, dando per assodato il sì imperiale.


Sospetta ormai l’ampiezza del piano russo-francese, ma non sa dei maneggi diplomatici di Parigi, per fare entrare nella partita, contro la Germania, anche l’Impero Britannico. Gli Inglesi, si dicono disposti a proporre che l’Austria occupi, a titolo conservativo, la città di Belgrado, e Francesco Giuseppe, spaventato, afferma che la rottura delle relazioni diplomatiche con la Serbia, non costituisce, per l’Austria, un “casus belli”. Guglielmo II, a corto d’ idee, propone anche lui, seguendo la falsariga britannica, una occupazione momentanea di Belgrado, da parte di un contingente militare Austro- ungarico.


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LONDRA NELL’INDECISIONE.

 

 

In Gran Bretagna, l’animosità contro la Germania, in piena espansione concorrenziale, economica e finanziaria, non è certo calata di intensità. Una parte considerevole dell’opinione pubblica, e della stampa, si oppone ad una guerra, che potrebbe portare i Russi a creare, a loro esclusivo vantaggio, una nuova egemonia europea.


Il Manchester Guardian diffonde un editoriale antibellicista:

“ Noi dovremo far ben comprendere, che se la Russia e la Francia vogliono fare la guerra, noi non le seguiremo.”

Per parte sua, il Times, riprendendo il New York Sun, predice, con una lucidità ed una lungimiranza rilevanti:

“ Una guerra generale in Europa, garantirà che l’avvenire economico apparterrà al Continente Americano, ed in particolare, all’America del Nord.” “A cosa servirebbe, stroncare l’espansione di una Germania lavoratrice ed orinata, se le si sostituisse una enorme supremazia russa, massiccia e primitiva, contro la quale il Regno Unito ha già dovuto combattere, nel secolo precedente, sui campi di battaglia della Crimea? L’effetto di una nostra partecipazione a questa guerra, sarebbe quello di assicurare la vittoria alla Russia, e ai suoi alleati slavi. Una federazione slava preponderante, di, per esempio, duecento milioni di uomini, governata da un regime tirannico, con una civilizzazione assai rudimentale, ma equipaggiata in modo formidabile, per una aggressione militare, sarebbe, in Europa, un fattore meno pericoloso di una Germania preponderante, di sessantacinque milioni di abitanti? L’ultima guerra, che abbiamo combattuta sul continente, in Crimea, nel 1854-1856, aveva lo scopo di impedire l’espansione della Russia. Ora ci si chiede di facilitarla.”


Senza sentirsi per nulla un europeo, l’Inglese del 1914, come quello del 1814, come quelli futuri, e come l’americano che lo ha sostituito dal 1945 in poi, intende comportarsi come l’arbitro assoluto ed onnipotente dei conflitti, o degli interessi continentali ed internazionali; soprattutto per esserne il principale beneficiario.
Nel 1914, solo la supremazia britannica conta. Gli Spagnoli di Gibilterra, i Boeri del Transvaal, gli Irlandesi dell’Ulster, e milioni di altri “Autoctoni”, sparsi per il mondo, l’hanno imparato a proprie spese.


In fin dei conti, dicono gli inglesi, la politica estera non è un esercizio di morale cristiana. Così, malgrado tutto, grazie agli Inglesi, nemici d’ogni egemonia che non sia la loro, si potrebbe ancora sperare in una composizione diplomatica, che eviti un conflitto europeo. Il 26 luglio del 1914, il Primo Lord dell’Ammiragliato, morso dalla tarantola guerriera, e che vuole ardentemente l’intervento britannico contro la Germania, dà ordini alla flotta, e alla stampa, di tenersi pronte all’attacco: costui è Winston Churchill; uno dei primi e più accaniti fautori della partecipazione Britannica alla Guerra.


Dal suo ritorno, Guglielmo II ha sentito mancargli la terra sotto i piedi. È sconvolto all’idea che lo scivolone, se non se ne interrompe immediatamente il moto, coinvolgerà la Germania in una catastrofe. Egli annota sul suo diario:

“La nostra fedeltà all’Austria ci sta portando verso la distruzione politica ed economica”

L’Austria, per parte sua, dà poche informazioni, e Guglielmo II, certo che il pericolo non sia a Belgrado, né a Vienna, ma a San Pietroburgo, vuole rivolgersi direttamente allo zar Nicola, il suo altro cugino germano. Ma i bellicisti russi montano diligentemente la guardia, impedendo ogni azione che non porti verso quella guerra che “può ormai scoppiare ad ogni istante”.

 

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TELEGRAMMI SERBI DEL LUGLIO 1914

 

 

Si sa che le vittorie prussiane del 1870, sono state il risultato di un piano; prestabilito dal maresciallo von Moltke. All’inizio del XX° secolo, tutti gli Stati-Maggiori europei lavorano sul nuovo dato, risultante dall’alleanza franco-russa. Tutti sono giunti alle stesse evidenti conclusioni: la Germania non può battersi su due fronti, e deve, imperativamente, iniziare con lo schiacciare la Francia, per poi raggruppare tutte le sue forze contro il gigante russo.

Fin dal 1906, un ufficiale anonimo dell’alto commando tedesco, che si fa chiamare « il Vendicatore », ha venduto, ai servizi d’informazione francesi, il Piano dell’offensiva attraverso le Ardenne, per 60.000 franchi oro, pagati in pura perdita, perché lo stato-maggiore francese preferirà credere ad una offensiva a partire dalla Franca Contea.

Questo intervento tedesco, senza il quale non vi sarà quello francese, e, in conseguenza degli accordi militari e navali fra inglesi e francesi, nemmeno quello inglese, i dirigenti russi, nel luglio 1914, non hanno che uno scopo: quello di provocarlo. Il mezzo infallibile, per spingere la Germania ad attaccarli, è mobilitare per primi; facendolo in condizioni tali, da costituire, con questa azione, una minaccia intollerabile per i Tedeschi.


Mobilitando le truppe siberiane, fin dal 24 luglio del 1914, la Russia fa pesare, sulla Germania, il pericolo mortale del famoso “ Rullo compressore russo”. Nello stesso tempo, Sazonov, ministro degli Affari esteri; dello zar, manda un telegramma agli alleati della Russia dicendo che:

« il governo russo si oppone fin dall’inizio ad ogni azione moderatrice, che possa essere tentata da parte loro, a San Pietroburgo.”

Ecco alcune citazioni, dal fascicolo di propaganda di P.L. Darnar contro André Tardieu, e sottotitolato, con le parole di Jaurès: Una delle tristezze della Storia. Si tratta del Capitolo « Monsieur Tardieu comprato dai fondi segreti dello zar ».

L’ambasciatore russo Isvolsky, che appartiene al complotto della guerra, ha scritto il 10 maggio 1912 :

« Aggiungo due articoli del Temps. L’autore di questi articoli è il celebre Tardieu qui, per un certo tempo, sotto Pichon, si è separato dal Ministro francese degli Affari esteri, ma che in seguito si è riavvicinato, e i cui articoli riflettono le opinioni di Poincaré. Nell’incidente di Georges Louis [ G. Louis, allora ambasciatore di Francia a San Pietroburgo, risolutamente opposto al complotto bellicista degli attivisti del panslavismo, e a causa di ciò rimpiazzato da Jules Cambon], egli si è prestato a mettere la sua penna a mia disposizione.»


E il 5 dicembre 1912, in un momento in cui si minacciava la guerra.

« Cercando di mantenere le disposizioni che noi desideriamo, fra i membri del governo francese, e il mondo politico, io faccio, nello stesso tempo, tutto ciò che mi è possibile, per agire sulla stampa. Sotto questo aspetto, grazie alle abili misure prese a suo tempo, si sono ottenuti dei risultati considerevoli.
Come voi ben sapete, io non intervengo direttamente nella distribuzione dei sussidi, ma questa distribuzione, a cui prendono parte dei ministri francesi, è a quel che sembra, efficace; e ottiene il suo scopo. Per parte mia mi sforzo ogni giorno di influenzare personalmente i giornali più importanti di Parigi; come le Temps, le Journal des Débats, l’Écho de Paris, etc.
« Devo soprattutto segnalare l’attitudine del Temps, che si distingueva, quattro anni fa per le sue tendenze filo austriache, e nelle colonne del quale, in questo momento, M. Tardieu combatte con energia la politica austriaca… Grazie a Dio! ” Non è più l’idea che la Francia possa vedersi imporre la guerra per degli interessi stranieri, che dovrò combattere”.


P.L. Darnar termina questo capitolo scrivendo: Quando, dopo questa mobilitazione russa del 24 luglio, la Germania ha dichiarato “lo Stato di pericolo di guerra minacciante ” [ Zustand drohender Kriegsgefahr ], M. Tardieu, come ha stabilito Félicien Challaye, ha commesso un falso di immensa portata e dalle ripercussioni enormi: ha annunciato “ Lo Stato di Guerra” in Germania, sopprimendo la parola essenziale: “Pericolo”. Questa informazione è stata riprodotta per tre volte, nel solo numero del Temps del 31 luglio.


Quanti vecchi odî revanscisti ha acuito, quante sfuriate contro l’imperialismo del Kaiser sono state infiammate da questa falsa notizia! Questa menzogna del 31 luglio, ha ottenuto il suo scopo il giorno dopo: Primo agosto, alla nove del mattino, quando il Presidente Poincaré ha firmato l’ordine di mobilitazione, precedendo così la Germania di 8 ore. Aggiungendosi alla mobilitazione Russa, quella francese rende la guerra ormai inevitabile.


L’ordine, firmato di suo proprio pugno da Poincaré, alle ore 9, viene tenuto segreto fino alle ore 16. La Germania reagisce alle 17, con la sua propria mobilitazione. Si possono immaginare senza fatica, le agitazioni e gli intrighi avvenuti nel corso delle 24 ore, che separano l’uscita del giornale Temps, nel pomeriggio del 31 luglio, e la proclamazione della mobilitazione e dello stato di guerra; l’1 agosto alle ore 16.


Le rivelazioni di H. Pozzi, sui “Telegrammi serbi” illustrano perfettamente la situazione generale, anche se egli da buon francese, nega, fin dall’inizio, le responsabuilità del suo governo, e di Poincaré nel complotto russo.

Pozzi dice:
La mobilitazione russa — il primo gesto di guerra in Europa, dopo 20 anni — non data affatto al 30 luglio, come si è scritto e come ancora s’ insegna ufficialmente. La Mobilitazione russa, che ha determinato tutte le altre, data al 24 luglio. La mobilitazione generale, ordinata con l’l’ukase imperiale del 29 luglio, non è stata che un inganno, un Trompe-l’oeil; un alibi cinico, per scansare tutte le responsabilità.

È anche incontestabile, che il governo francese sapesse benissimo, che questa mobilitazzione russa, avrebbe, inevitabilmente provocato, in Germania, delle ripercussioni fatali alla pace: e che essa era stata decisa proprio per provocare una simile reazione Tedesca.

Hanno dunque ragione i Tedeschi, che affermano, dal 26 Luglio 1914, che essi hanno mobilitato solo per rispondere ad una mobilitazione russa, tanto più inesplicabile ed inquietante, in quanto condotta in gran segreto. Ma se questa mobilitazione russa, di cui la grande maggioranza dei francesi non ha mai sentito parlare, come non ha mai avuto notizia degli eventi più importanti e decisivi della guerra, e dell’anteguerra, getta sullo zarismo panslavo una responsabilità schiacciante, e senza scusanti, essa non tocca noi (Francesi) in alcuna maniera.

Essa lascia intatta ed inattaccabile l’affermazione di Poincaré di non aver voluto la guerra. Meglio ancora, la rafforza. La Mobilitazione russa del 24 luglio 1914, che ha provocato la contro-mobilitazione tedesca, è stata voluta, decisa e realizzata senza di noi, a nostra insaputa; nostro malgrado. “

C’è un telegramma di copertura, richiesto evidentemente da Poincaré stesso per avallare la propria estraneità all’entrata in guerra, di fronte all’elettorato francese, e inviato alle ore 9, del 22 luglio 1914 , sottosiglato n° 194/8, dal ministro di Serbia a San-Pietroburgo, Spalaikovitch, al presidente del Consiglio, Ministro degli Affari esteri, Pachitch. Eccone il testo:

Presidenza del Consiglio, Belgrado. Estremamente urgente — Segreto — Sazonov domanda intensificazione maximum preparativi militari, ma evitare ogni manifestazione popolare prima completamento preparativi russi. Stop.
Negoziati Sazonov con Poincaré – Viviani molto difficili. Stop tutti e due opposti ad ogni misura o ingaggio che possa coinvolgere la Francia nella guerra, per questioni o interessi francesi non essenziali stop. Atteggiamento presidente Repubblica, verso Szapary, prodotto immensa sensazione milieux ufficiali e diplomatici. Stop.


Nel corso del ricevimento diplomatico del 21 luglio, Poincaré ha rivolto a Szapary, Ambasciatore d’Austria-Ungheria, delle parole estremamente aggressive, e degli avvertimenti simili a minacce.

Il Testo continua:

Sazonov insiste per nessun motivo, la Francia deve conoscere disposizioni azioni in corso. Stop. Trasporto Europa truppe Siberia terminato. Stop. Mobilitazione grandi regioni militari sarà ordinata immediatemente dopo partenza Poincaré Viviani stop. Sazonov informato rimessa ultimatum.

 

 

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LO ZAR ALLE STRETTE

 

A San Pietroburgo, lo Zar riceve gli appelli del suo cugino berlinese, Guglielmo II, che gli telegrafa il proprio rifiuto, di ammettere l’ineluttabilità di una guerra pazzesca. Preso forse dai dubbi, nella notte fra il 29 e il 30 luglio, lo zar telefona, in modo del tutto insolito, al Capo dello Stato maggiore, l’ordine di annullare la mobilitazione generale, che scatenerà automaticamente la guerra. Solo la mobilitazione regionale, già densa di rischi, può ancora avere luogo.

Questa decisione manda all’aria i piani dei bellicisti. Invece di Obbedire, il Capo di Stato Maggiore chiama il Ministro della Guerra, Soulinikov. Si decide di non fare nulla, e gli ordini diretti, dati dallo zar, vengono annullati, dai responsabili più importanti della sua Armata. Il mattino del 30 luglio, il ministro della guerra, Soulinikov, ha l’audacia di mentire deliberatamente a Nicola II, affermando di avere eseguito il suo ordine, mentre ha fatto l’esatto contrario.

Anche Sazonov mente allo zar, dicendogli che l’Austria sta già compiendo delle manovre militari, in territorio russo. Poi è la volta delle minacce, e lo zar vacilla. In piena crisi, manda a Guglielmo II un patetico telegramma:

“ Prevedo, che sarò travolto dalle pressioni che si esercitano su di me, e sarò forzato a prendere delle misure estreme, che condurranno alla guerra.”

Sazonov, per spezzare le ultime resistenze dello Zar, allude ad un possibile complotto di Corte, che potrebbe eliminarlo fisicamente, se egli non cedesse. La zarina, che ha in orrore i Granduchi, e sa dove essi vogliono condurre la Russia, tenta di sostenere Nicola, affinché non ceda alle minacce; e all’intrigo. Sazonov le dice sfrontatamente:

“Voi chiedete allo zar di firmare la proprtia condanna a morte”.

La minaccia è lampante: o lo zar cederà, o lo uccideranno. Giunge ancora un telegramma di Guglielmo II; da Postdam:

“ Il mio ambasciatore ha delle istruzioni per focalizzare l’attenzione del tuo governo sui pericoli e sulle conseguenze serissime di una mobilitazione. L’Austria-Ungheria ha mobilitato soltanto contro la Serbia, e solo una parte della sua armata. Se la Russia mobilita contro l’Austria-Ungheria, il ruolo di mediazione che mi hai affidato, in modo così amichevole, e che io ho accattato per accontentare un tuo preciso desiderio, si troverà minacciato, o reso impossibile. Il Peso di questa decisione pesa tutto sulle tue spalle; a Te di portare la responsabilità della guerra, o della pace.    Willy.”

Nicola II è al culmine del suo tergiversare. Deve accogliere nel suo studio la muta eccitata e terribile dei bellicisti, ed è Sazonov che getta il guanto: “ Io non credo che Vostra Maestà debba ancora esitare, più a lungo, nel rendere effettivo il decreto di mobilitazione generale.” Lo Zar argomenta, e Sazonov replica che l’arresto della mobilitazione manderà all’aria l’organizzazione militare dell’Impero, e sconcerterà gli alleati francesi. Essi saranno scandalizzati dal torpore dello Zar, e penseranno che egli elude gli accordi, e le promesse d’alleanza.


Nicola II cede, e dà l’ordine della mobilitazione generale, firmandone il decreto. Sazonov telefona trionfante l’ordine a Yanuchkevitch, aggiungendo: “Fate in modo che lo zar non possa più comunicare, con questo fottuto telefono!” Questo taglio della linea telefonica imperiale, deve impedire allo Zar ogni ulteriore ripensamento, ogni possibile marcia indietro. Alla zarina Nicola II confesserà affranto: “ Mi hanno forzato a scatenare questa terribile guerra”

Nel momento in cui Nicola II è schiantato dalle pressioni dei bellicisti russi, Poincaré sbarca, di buon mattino, dall’incrociatore France; a Dunkerque, il 29 luglio 1914. È ben sicuro, che non gli mancheranno mai dei padroni di giornale adatti, che sappiano tacere dei suoi maneggi, né giornalisti dalla penna docile: sensibili ai fondi segreti, o alle pompose attribuzioni di titoli universitari, e di premi accademici, e che terranno la bocca chiusa od aperta; a seconda dei casi, e a comando.


A metà strada del viaggio per mare, Poincaré ha fatto scalo a Stoccolma, da dove ha potuto inviare, e ricevere, tutti i dispacci che voleva; ma ora gioca a fare l’ignaro, e il Ponzio Pilato Lorenese, e pretende di non sapere nulla, lavandosi le mani da tutte le “pericolose iniziative e provocazioni” lanciate, su sua precisa indicazione, dal suo uomo a Piatroburgo: l’Ambasciatore di Francia, Maurice Paleologue.

A Parigi l’accoglienza è supeba. Poincarè è aggressivo, marziale, e i suoi accoliti gli hanno preparato un rientro trionfale. Una folla immensa, si è mobilitata alla Gare de Saint Lazare: decine di migliaia di manifestanti sinceri, arroventati da una Stampa venduta, che abusa in modo abominevole della buona fede popolare, infiammando gli animi fino all’incandescenza.

Se Poincaré non fosse notoriamente un massone, potrebbero offrirgli un Te Deum a Notre Dame; ma lui si accontenta questa beatificazione laica, e, appena giunto all’Eliseo, convoca Viviani, l’ambasciiatore del Regno Unito, Sir Francis Bertie, e l”ambasciatore russo: Iswolsky.

Poincaré ed Iswolsky, vogliono che gli Inglesi si schierino contro la Germania e l’Austria Ungheria, ma l’ambasciatore britannico ancora non si imlpegna, e, come sempre, riferirà al suo governo. Dopo il 1917, grazie al Libro Nero dei Soviet, è stato reso noto il testo del telegramma, inviato da Iswolsky a Sazonov, in questo stesso 29 luglio: “ La Francia, è pienamente d’accordo con noi”.

Questo telegramma decisivo, permette a Sazonov, e al Granduca Nicola, di rompere le ultime resistenze dello Zar, che l’estremo “accordo” francese, mette ormai fuori causa.

Guglielmo II, pur sostenendo moralmente Vienna, blocca di netto i suoi impegni d’alleato, telegrafando il suo disaccordo all’austriaco Berchtold, che cerca di spingerlo troppo oltre:

“ Noi siamo pronti ad onorare i nostri impegni d’alleanza, ma rifiutiamo di lasciarci trascinare alla leggera, e senza che i nostri consigli vengano ascoltati, in una conflagrazione universale.”

Se la Germania non verrà spinta alla guerra, contro la Russia, il patto d’alleanza Franco-Russa non potrà entrare in gioco! Bisogna perciò, con la provocazione della mobilitazione russa, creare l’irreparabile.

Poincarè potrebbe rifiutarsi, a questa astuzia provocatoria, ed escludere la partecipazione militare della Francia. Se non lo fa, è perchè non ha intenzione di farlo. A dispetto di quei telegrammi di Spalaikovitch, che Sazonov ha fatto inviare ai Serbi, e che forniranno al Presidente Francese, se necessario, un alibi di comprovata estraneità alla dichiarazione di guerra, la mobilitazione russa è per lui un “interesse vitale”: un passo necessario, verso l’agognata riconquista dell’Alsazia-Lorena.


Poincarè lascerà credere per lungo tempo, che i Russi l’abbiano trascinato a sua insaputa nel conflitto. Vuole apparire, dinanzi alla Storia, e agli Inglesi che bisogna ancora coinvolgere, come la vittima di una scorrettezza degli alleati Russi, e di una ingiustificata aggressione Tedesca.

Gli conviene anche evitare di chiedere, al Parlamento Francese, una dichiarazione di guerra, che potrebbe costringerlo a lunghi e fastidiosi dibattiti dall’ esito incerto. Grazie alla mobilitazione russa, la Germania sarà costretta a fare il primo passo, dato che 5 milioni di russi, ammassati alla sua frontiera, minacciano ormai Postdam, e Berlino.

La Francia, innocente di tutto, non farà altro che onorare un trattato. Poincaré, sapendo che la Germania non può fronteggiare simultaneamente, ad Est e ad Ovest, due potenti nemici, ha ben calcolato il suo tiro mancino: i Francesi, i Russi, l’Europa, devono credere, e crederanno, che egli sia stato vilmente attaccato dalla Germania; mentre è vero l’esatto contrario. Egli ha sostenuto, segretamente, la provocazione russa, rendendo inevitabile, nell’immediato, l’attacco Tedesco; che è proprio ciò che egli, tacitamente, desidera e vuole. I suoi stessi ministri finiranno per perdersi, nella rete dei suoi doppi giochi, dei suoi dinieghi ufficiali, delle sue infinite smentite, glassate con la freddezza di una melassata ipocrisia. Il popolo francese ignorerà, per molto tempo, i dettagli di questo infame e letale raggiro.

 

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VINCONO I RUSSI


 

Le manovre belliche russe non sfuggono allattenzione dei Tedeschi, dall’altro lato della Frontiera prussiana. Alle 11 di sera, del 30 luglio 1914, von Moltke, Capo di Stato Maggiore dell’esercito tedesco, conclude che la Germania è giunta al limite della pazienza, e al colmo dell’imprudenza. Il 31 luglio, all’alba, riceve altre pessime notizie, provenienti dalla Prussia orientale: la frontiera è bloccata, e nessuno può più transitare. I posti di dogana sono in fiamme; incendiati dai russi. Sono stati affissi, ovunque, i manifesti rossi della loro Mobilitazione. Moltke se ne fa portare uno e, quindi, invia un telegramma al suo collega austriaco, il generale Konrad von Hötzendorf:

“Mobilitate, la Germania mobiliterà”.


Nel pomeriggio del 30 luglio, Guglielmo II si rende conto che ogni conciliazione è ormai impossibile, e che le sue proproste ragionevoli sono volate via, come pula al vento. La Russia ha scatenato la mobilitazione, e la guerra. Dal 24 al 30 luglio, la Russia si è burlata di ogni sincero negoziato, usandolo solo come un mezzo per guadagnare del tempo; utile alla propria mobilitazione. Finalmente pronta, ora dichiarerà guarra all’Austria, e, implicitamente anche alla Germania, trascinando, nel conflitto, la Francia, sua alleata, e probabilmente l’Inghilterra.

In Francia, Poincaré ha via libera, e resta a contrastarlo, solo apostolo della Pace, il grande tribuno, e capo del Partito socialista, Jean Jaurès. Il 29 luglio 1914, costui ha fatto un ultimo sforzo, per opporre una barriera popolare all’ondata d’assalto dei bellicisti. A questo scopo, ha riunito a Bruxelles, al Cirque Royal, tuti i grandi nomi del socialismo europeo, che hanno inneggiato pubblicamente alla pace, avallando però, nei loro rispettivi paesi, la preparazione alla guerra.


Tornato a Parigi, Jaurès si reca al Ministero degli Affari Esteri, per cercare di indurre il governo a raffrenare i Russi. Interpellando indignato il Cancelliere Viviani, egli accusa il governo d’essere stato vittima di Iswolsky, e di un intrigo serbo-russo:

“Noi vi denunceremo, ministri dalla testa piena d’aria; voi dovreste essere tutti fucilati!”

Poi incontra lo stesso Iswolsky, e, fissatolo dritto, lo apostrofa con voce stentorea:

“Questa canaglia di Iswolsky, sta per avere la sua guerra!”. Quella sera stessa, i giornali pagati da Iswolsky titolano:

“Se la Francia avesse un capo, che fosse un uomo, Jaurès finirebbeattaccato al muro, come un manifesto della mobilitazione”

Jaures legge quel titolo, e sa che può ormei aspettarsi d’essere assassinato al primo angolo di strada. Lui non vedrà la guerra. Meno di 24 ore dopo, sarà cadavere: freddato da due colpi di pistola, ad un tavolo del Caffè Croissant, da Raoul Villain; un fanatico che, forse, è anche un agente dell’Okrana Russa. L’ultimo ostacolo parigino alla guerra, è stato eliminato; ora la via di Berlino è totalmente sgombra.

 

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LE TARTUFERIE DI PARIGI.

 

Solo, a conservare ancora il suo sangue freddo, Guglielmo II si rifiuta ancora, il 30 luglio 1914, di lanciare la mobilitazione, ovvero di dichiarare lo stato di guerra. Egli si limita, dopo 37 ore d’attesa, a decretare, il 31 luglio, lo stato di “Pericolo di una minaccia di guerra”, che è una misura cautelare, che precede la mobilitazione.
La propaganda filorussa, in Francia, falsifica questa parola tedesca complicata: “Kriegs Gefahr Zustand”, contraffacendola scandalosamente. Il falso vergognoso del termine viene attuato da M.Tardieu, che pur conoscendo perfettamente il tedesco, annuncia, dalle colonne del Temps, che la Germania ha dichiarato “Lo stato di guerra”.

Il KaiserTedesco è ormai intrappolato.
La Francia non è entrata in guerra per un impegno d’onore, come i suoi governanti hanno spesso preteso,ma, al contrario, in violazione del trattato difensivo, concluso con la Russia, e in spregio della Costituzione Repubblicana del 1875. Malgrado tutto, l’ambasciatore di Guglielmo II a Parigi, il barone von Schoen, tenta ancora, il 31 luglio 1914, di offrire, al Quai d’Orsay, un’ultima possibilità di risolvere, per via diplomatica, la questione fra tedeschi e francesi. “ Se la Francia resta neutrale, rimarrà tale anche la Germania”. La risposta del cancelliere Viviani ha dell’incredibile:

“ La Francia farà i propri interessi!”

Il 30 luglio 1914, si ha anche un altro tentativo di conciliazione, dell’Austria-Ungheria, presentato dall’ambasciatore rumeno Lahovary, e dal Ministro svizzero Lardy. La risposta del francese Bertheloth, che terrà nascosta questa ulteriore offerta di pace, per ben 24 ore, è:

“ Ormai è troppo tardi, le cose non possono più essere ricomposte”.

Alle ore 15 e 45 dell’1 Agosto 1914, la Francia lancia la propria mobilitazione generale. Stranamente, ovunque nel Paese, i manifesti tipografici e la colla per le affissioni, sono pronti all’uso già da tempo. Ancora una volta, Poincaré e il suo governo si sono fatti cogliere, stupidamente, in flagrante delitto di falso.

I Russi mentono, dicendo che la loro mobilitazione segue quella austriaca; Poincaré mente, affermando che il Kaiser ha mobilitato per primo, contro i francesi. Menzogna assoluta, questa, che però farà il giro del mondo, riscuotendo, ovunque, un completo successo di pubblico e di critica. Le cifre, e le precisazioni storiche, che sbugiardano le affermazioni franco-russe, sono invece irrefutabili.

È la Francia, e non la Germania, ad avere mobilitato per prima. Il governo francese, redige il suo ordine di mobilitazione il mattino del primo agosto, e poi lo fa trasmettere, ufficialmente, alle ore 15 e 45, lanciandolo, in tutta la Francia alle ore 16 precise.
I tedeschi lanciano la loro mobilitazione il primo agosto 1914, alle ore 17 e 30; ovvero, un’ora e mezza dopo che l’annuncio ufficiale, della mobilitazione francese, ha creato l’irreparabile. La mobilitazione germanica è una risposta, inevitabile, alla doppia mobilitazione russo-francese. Bisogna però che, agli occhi dei francesi, i tedeschi appaiano come degli Unni: barbari aggressori scatenati.

Dopo la guerra ci sarà un’altra rivelazione eclatante, fatta dal Ministro dell’Interno Malvy, presente alla seduta del Consiglio dei Ministri in cui, dato che Guglielmo II non si decide a mobilitare, Poincaré ha proposto di montare un incidente di frontiera; da cui scaturirà sicuramente la dichiarazione di guerra germanica. La proposta è sembrata ai più, così apertamente disonesta e provocatoria, che il governo si è rifiutato di dare il via libera, a questo spregevole progetto del Presidente della Repubblica francese.

 

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TEMPOREGGIAMENTI BRITANNICI.

 

Si leva il sipario dell’ultimo Atto. I Russi sono sotto la armi a milioni; in Francia, la mobilitazione ammassa centinaia di migliaia di lavoratori, e di vignaioli; che trascinano, da una stazione all’altra di Parigi i loro sacconi di tela grezza. La mobilitazione tedesca viene per ultima. Nelle stazioni d’Europa, 15.000 treni sono in partenza, mentre i Britannici, ancora fluttuano indecisi, fra la neutralità e la guerra.

Un voltafaccia degli inglesi si fa di ora in ora più probabile, anche se a Londra, Giorgio V, colpito dalle millanterie di Winston Churchill, e degli altri guerrafondai, capisce benissimo che sarebbe il caso di riprendere fra cugini, con Guglielmo II e con lo zar Nicola Romanov, il dialogo diretto, interrotto dalle manovre dei Grey, degli Asquith, dei Churchill; dei Poincaré, e dei troppi Arciduchi Russi.

Giorgio V manda dei telegrammi rassicuranti a Guglielmo II, poi, cedendo alle pressioni dei finanzieri Inglesi muta d’avviso, e le sue precedenti offerte di mediazione, e neutralità, diventano un increscioso “malinteso”. La pace cola a picco, affondata da Winston Churchill; Primo Lord dell’Ammiragliato. Impossibile tergiversare ancora. Il Kaiser ordina a von Moltke di marciare sul Lussemburgo.
L’Inghilterra, entra in pista il 3 agosto 1914, dando il proprio sostegno navale ai francesi; nella Manica. Il passaggio obbligato delle truppe tedesche, nel Belgio neutrale, dà ai Britannici, che hanno dimostrato ovunque nel mondo, una sprezzante noncuranza per i diritti dei popoli, da loro invasi e colonizzati a forza, lUna patetica scusa per la loro entrata in guerra: “difendere la neutralità Belga”.

Il mattino del 4 agosto 1914, il Regno Unito dichiara guerra, alla Germania. Ancora una volta, con un falso, dato che il documento inglese, indica che è il Reich Tedesco ad evere dichiarato guerra all’Inghilterra, mentre è avvenuto l’esatto contrario. Churchill esulta, e la Francia si isola nel suo rinascimentale castello di menzogne.

L’Europa diverrà, per anni, uno dei carnai più selvaggi della storia. Poi, nel 1919, l’Austria, la Germania, l’Ungheria, la Bulgaria, la Turchia, saranno private a Versailles, dai vincitori, di immensi territori; pagati con milioni di morti.

Questo sarà il risultato della cinica “Guerra del Diritto”.

L’ astuzia del 1914-1918, e il tradimento del 1919, non potranno che provocare la reazione di decine di milioni d’esseri umani, circuiti da innumerevoli menzogne. Essi, presto o tardi, troveranno il loro difensore e vendicatore. Così, il 30 Gennaio del 1933, con il semplice potere della democrazia elettorale, la popolazione tedesca porta, alla Cancelleria del Reich, un ex caporale bavarese d’origine austriaca, della Guerra del 1914; perché ristabilisca l’onore della Germania, e spezzi le catene del suo popolo. Il suo nome, Adolf Hitler, farà velocemente il giro del mondo.

La Germania, quel giorno, innalza liberamente quest’uomo, elevandolo al potere e consegnandolo, ineluttabilmente, al risultato di quel Primo Conflitto Mondiale. Il Führer dovrà fronteggiare quel resto incombente: l’Iniquo seme del Trattato di Versailles, e il suo velenoso frutto: una Seconda Guerra Mondiale, scatenata contro la Germania non più dalle teste vuote degli zaristi panslavi, bulimici e arroganti, o dai mangiafuoco alla Poincaré, ma, direttamente e dichiaratamente dai loro Burattinai: i mandriani e giardinieri della Finanza internazionale Ebraica.


Mauro Likar

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MAURO LIKAR IS FECIT QUI PRODESTultima modifica: 2010-06-15T12:42:00+02:00da likar
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