MAURO LIKAR I TRUFFATORI DI VERSAILLES


MAURO LIKAR


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I TRUFFATORI DI VERSAILLES

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VERSAILLES


“ Le circostanze che hanno reso inevitabili le due Guerre Mondiali, risalgono a molto tempo addietro. L’attentato di Sarajevo non è stato una semplice casualità: il frastuono di quegli spari ha solo fatto scoppiare la tempesta che da tempo minacciava l’Europa. Neanche la Seconda Guerra Mondiale è iniziata il 1° settembre del 1939, quando le truppe tedesche hanno varcato il confine germanico – polacco. Essa trae la sua origine e le sue linfe dalla Prima Guerra Mondiale, o meglio, dal giorno in cui i rappresentanti di 32 nazioni, si sono riuniti nella galleria degli specchi di Versailles, per apporre le proprie firme in calce ad un documento, che è stato definito, falsamente, un trattato di pace.”


Il primo conflitto mondiale ha spezzato, in modo traumatico, la secolare tradizione, per cui, alla fine di una guerra, vincitori  e vinti sedevano allo stesso tavolo, per discutere le condizioni della pace. A Versailles i trattati di pace non sono stati affatto tali, e sono stati accuratamente predisposti dai vincitori. I vinti sono stati chiamati unicamente a sottoscrivere forzatamente quel “diktat” umiliante, inflitto principalmente alla Germania, nonostante questa sia uscita, unica fra le potenze centrali, militarmente imbattuta dal conflitto. Ad Est, difatti, il Reich va considerato come indubbiamente vittorioso.

Le truppe degli Hohenzollern sono difatti penetrate profondamente in Russia, e, nei primi mesi del 1918, i Tedeschi controllano ormai l’Ucraina. Scavalcati gli Austriaci, che hanno occupato Odessa, si sono congiunti alle “forze Bianche”, che si battono contro l’Armata Rossa: fra il Mar Nero e il Caspio. Più a Sud, reparti germanici s’installano in Transcaucasia, difendendo cosi l’indipendenza della Georgia.

La Pace di Brest-Litovsk, del marzo 1918 pone dei limiti alla penetrazione tedesca, ma i Sovietici devono rinunciare alla Finlandia, alla Polonia, ai Paesi Baltici, e all’Ucraina. Persino il boccheggiante Impero Ottomano recupererà, fino al maggio del 1920, qualcosa dalla gigantesca svendita dell’Impero Russo: Batum, sul Mar Nero, terminale dell’oleodotto petrolifero proveniente da Baku, sul Mar Caspio.

Tutto l’Est Europeo diventa, di fatto, un protettorato tedesco, e la Germania si trova, ad Est, in posizione strategica di grande vantaggio: può difatti colonizzare territori vasti, ricchi di risorse e scarsamente popolati. Proprio questo fatto costituisce per gli Alleati una prospettiva intollerabile; tale da indurli ad imporre, alla Germania, la rinuncia a tutti i vantaggi ottenuti con il trattato di Brest- Litovsk.

L’Articolo 6 del diktat di Versailles dispone che:

“La Germania riconosce, e si impegna a rispettare come definitiva ed inalienabile, l’indipendenza di tutti quei territori che facevano parte dell’Impero Russo, alla data del 1° agosto 1914.”

La Russia, sconfitta, non può più essere utilizzata direttamente contro la Germania e, allora, viene dato spazio alla rivendicazioni dei popoli slavi; fino ad allora soggetti ai tre imperi scomparsi. Gli Slavi di Polonia, Boemia e Moravia, Slovacchia, Slovenia, e Croazia, vengono coinvolti nella politica di accerchiamento e di stretta sorveglianza della Germania, e del residuo dell’Impero Austro Ungarico. A loro, vengono dati quei vantaggi, che sarebbero toccati, di diritto, alla Russia Zarista; alleata dei vincitori.

Lo Stato Polacco, viene riesumato e potenziato, grazie ad una inaudita combinazione: due stati belligeranti, Russia e Germania, sconfitti entrambe, sono obbligati ad accettare un gravoso trattato di pace. Cosi si potrà applicare il 13° punto della risoluzione Wilson, che vuole la rinascita di uno stato polacco, fornito anche di un accesso al Mar Baltico. Approfittando dell’odio francese ed ebraico per la Germania, la Polonia può, così, ampliarsi a dismisura. Una serie di consultazioni popolari dovrebbe allora svolgersi, per separare Polacchi e Tedeschi, ma ciò non avviene che dove è ampiamente prevedibile, un risultato ampiamente sfavorevole alla Germania.


Ogni possibile attuazione del principio d’autodeterminazione dei popoli, viene perciò esclusa, se dalle consultazioni possono scaturire delle conseguenze strategiche, od economiche, favorevoli al Reich Germanico. Cosi avviene nella Slesia Superiore, dove, un regolare plebiscito svoltosi sotto il controllo internazionale, confermerà la maggioranza tedesca. Gli alleati, incuranti di quel risultato popolare, nel 1921 dividono la regione, assegnandone un terzo del territorio – quello con le miniere di carbone più ricche – alla Polonia.

Danzica, riconosciuta come città tedesca non assimilabile alla Polonia, viene, ciononostante staccata dalla Germania, e le si impone lo status di “Città libera”, che comporta pesanti servitù commerciali nei confronti dello Stato Polacco, nonché il passaggio commerciale della Polonia al mare. Sempre sul territorio strappato alla Germania si snoda il Corridoio, che è stato assegnato alla Polonia quale accesso al Mar Baltico. Con questo sopruso lo Stato tedesco viene spezzato in due, e la Prussia Orientale si trova ad essere isolata dal nucleo principale del Paese.

Mostruosa è poi la soluzione adottata per stabilire un confine fra Polonia e Prussia Orientale, adattandolo al corso del fiume Vistola. Anziché lasciare come linea divisoria il corso stesso del fiume, viene data ai polacchi anche la sponda destra, per una profondità di 45 metri e mezzo, tagliando così, fuori dall’accesso al fiume, quei tedeschi di Prussia che, finora, vivevano e lavoravano sulle sue sponde. Quanto ai confini dell’URSS, la pace di Riga del 1921, attribuisce alla Polonia vasti territori che inglobano popolazioni ucraine, e russe bianche. Tenuto conto delle altre “minoranze”, ovvero di baltici, e Tedeschi, i Polacchi non raggiungono, nel loro nuovo Stato, nemmeno i due terzi della popolazione.


La Cecoslovacchia costituisce un caso ancor più scandaloso: si dovranno difatti inventare un nome, e una nazionalità, per genti che, prive di una propria lingua, sono sopravissute fino ad allora, solo in quanto parte della Germania. Nel loro Stato, esse costituiscono solo il 46% della Popolazione. La Cecoslovacchia ripete, in peggio, il miscuglio etnico dell’Impero Austro Ungarico, con regioni a maggioranza tedesca, magiara, polacca, ucraina, o slovacca. Queste “minoranze”, sopportano di malanimo il dominio vessatorio dei Cechi, in particolare gli Slovacchi, ai quali si è inizialmente promessa, e poi negata, un’autonomia di tipo federativo.

Nel parlamento Ceco, si crea così una situazione assurda: il partito tedesco diventa la coalizione di maggioranza relativa. Quanto alla Jugoslavia, nata dalla dilatazione del Regno di Serbia, essa comprende, nelle proprie frontiere, Croati, Sloveni, Montenegrini, Bulgari, Albanesi, Austriaci di Stiria, Carniola e Carinzia, Ungheresi della Baranya, della Backa e del Banato, e un compatto nucleo di Italiani in Dalmazia. Nel regno Serbo-Croato-Sloveno (SHS) i dominatori serbi, in assoluto i meno civili fra gli Slavi raggiungono a malapena il 45% della popolazione.

Gli Slavi sconfitti, fanno dunque a Versailles un grande balzo in avanti; e il trattato iniquo viene così stigmatizzato da Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica “Ubi arcano Dei” del 22 dicembre 1922:

“ La sostanza ultima di quei 440 articoli è sostanza di guerra e non fattore di pace; Una pace artificiale stabilita sulla carta e che invece di svegliare nobili sentimenti aumenta e legittima lo spirito di vendetta e di rancore”

Questa pace non ha alcuna possibilità di durata, e la politica d’evidente accerchiamento della Germania, si rivelerà velleitaria e provocatoria. Dare vita ad entità statali come Cecoslovacchia e Jugoslavia, costituisce, difatti, una manifesta forzatura della realtà geopolitica ed etnica europea. La supremazia delle stirpi magiare, germaniche, ed italiche, è stata fino ad allora accettata di buon grado; e Praga, Lubiana, Zagabria, e la stessa Budapest sono, alla fine della Prima guerra mondiale, città a grande maggioranza etnica tedesca.

Il piede di parità su cui ora vengono posti gli Stati, è del tutto strumentale, dato che queste nuove Entità sono inadatte al tipo di esistenza che si è voluta escogitare per loro. A questi “ Aborti di Stato ”, nati a spese della Russia e della Germania, mancano completamente le basi storiche unitarie, le radici culturali, i legami razziali ed etnici, ed essi possono durare solo fintantoché Russia e Germania non si siano riprese dalla sconfitta bellica.

I vincitori, ritengono, erroneamente, che la frantumazione dell’Europa Danubiana, e Centro Orientale, sia sufficiente a far conservare loro la supremazia acquisita, e ad impedire indefinitamente la rinascita della Germania. La loro illogica disposizione architettonica degli Stati, è, invece, la causa germinale di una nuova ed ineluttabile guerra; preceduta da discordie intestine insanabili.

Fra gli Stati sconfitti, anche la Bulgaria e l’ Ungheria vengono trattate assai duramente. La Bulgaria si vede togliere lo sbocco all’Egeo, a vantaggio della Grecia, legata agli Inglesi e retta da Venizelos, che fa gli interessi dei petrolieri e di Zaharoff, mentre la Macedonia viene assegnata alla Jugoslavia, sponsorizzata dai Francesi e dai loro industriali. L’Ungheria, viene privata del 71% del suo territorio, e di 3 milioni di abitanti; il 30% degli 8 milioni rimasti. Vengono spartite fra gli Stati vicini, Transilvania, Voivodina, Slovacchia, Bucovina, Rutenia.

Quest’ ultima, senza che si tenga in alcun conto la volontà popolare, viene assegnata alla Cecoslovacchia. Le Imposizioni di Versailles saranno fondamentali, nel generare le profonde tensioni internazionali degli anni ’30; una conflittualità astiosa, che perdurerà, dalla fine del Primo conflitto Mondiale, fino all’inizio del Secondo; specie nel caso delle popolazioni tedesche, di Boemia e Moravia, e del Tirolo meridionale; escluso artificiosamente dal nuovo spazio territoriale Austriaco.

Ingiustificabile anche il divieto, imposto all’Austria, con l’articolo 80 del Trattato di Versailles, di riunirsi alla Madrepatria tedesca, nonostante l’Assemblea Costituente Austriaca, liberamente eletta, abbia manifestato esplicitamente la sua volontà di far parte del Reich germanico. Vivissimi saranno poi gli attriti per Memel, fra la Società delle Nazioni, la Germania, e la Lituania; fra Polonia e Litania per Vilna; che la Lituania si vedrà assegnare, da tedeschi e sovietici, nel 1939.


Altre controversie sorgeranno fra Cechi e Polacchi, fra Italiani e Jugoslavi, fra Macedoni e Bulgari, e fra Jugoslavi ed Albanesi. Ovviamente, i Nuovi Nati di Versailles sono legati, a filo doppio e fin dall’inizio, al carro dei vincitori, e alle loro mire politiche; da una serie di intese militari, che hanno lo scopo di serrare in una morsa, controllata dagli “Occidentali”, ovvero dagli Anglo giudeo Americani, il cuore dell’Europa, in modo che nulla possa più cambiare a loro svantaggio.

Con il Trattato di Versailles, che si occupa della Germania, e con quelli collaterali della periferia parigina: di Saint Germain con l’Austria, del Trianon con l’Ungheria, di Neuilly con la Bulgaria, e di Sevrès con la Turchia, le Potenze “occidentali” mettono in atto tutto quanto è loro possibile, per avere l’Europa alla loro mercè. I Vincitori, non riusciranno però a cogliere, che in parte, il loro obbiettivo principale: l’Eliminazione dello Stato Germanico. Il completo successo, sfuggirà loro per due ragioni: Innanzi tutto, lo smembramento dell’Impero Austro Ungarico risulterà troppo sconvolgente, per dar loro agio di cancellare, velocemente, ogni traccia del pluralismo etnico di fatto, che era il segno distintivo dell’Ecumenismo Imperiale absburgico.


In secondo luogo, la Germania, mai sconfitta militarmente, sul campo di battaglia, non potrà venire occupata manu militari, e non si potrà, quindi, smembrarla e distruggerla definitivamente, come gli “Alleati” avevano in animo di fare.

 

 

 

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IL TRATTATO DI VERSAILLES DEL 1919

E’ STATO SCRITTO E DECISO GIÁ NEL 1913.

 

Ben prima che, per i tragici fatti di Sarajevo del 1914, scoppi la Grande Guerra del 1914-1918, alcune Potenze Europee hanno deciso di scatenare una guerra continentale, ai danni dell’Impero Absburgico e della Germania, per raggiungere i propri propositi: di acquisizione territoriale e di predominio, ai danni di queste due Nazioni. Si tratta, di chiare finalità di rapina e di profitto, che esulano ampiamente dal diritto di autodecisione dei popoli, dal rispetto delle Nazionalità, e dalla tanto decantata uguaglianza fra le Nazioni, e mirano, invece, esclusivamente, a causare il maggior danno possibile al nemico, che, in definitiva è, per queste Potenze, uno solo: l’Impero Austro-Germanico.

Si distinguono, in questo complotto ai danni dell’Austria e della Germania, la Francia e la Russia, sia per quello che pretendono a proprio favore, sia per quello che negano ai loro Alleati minori. Ad assecondarle vi è poi la Gran Bretagna, che vuole mantenere, intatto, il proprio monopolio dei commerci marittimi; da qualche tempo minacciati dai Tedeschi e dagli Austriaci. Difatti, la Reichsverband tedesca, una sorta di Confindustria germanica, è fin dal 1870, diventata assai competitiva e potente.


Il primo cartello carbonifero Germanico, si forma a Dortmund, nel 1879. Nel 1905, dieci anni prima dello scoppio della Guerra Mondiale, in Germania si contano già 62 cartelli metallurgici. C’è un trust della potassa nel 1904, un trust dello zucchero nel 1903, e dieci cartelli nell’industria vetraria. Alla Conferenza di Parigi, i timori a proposito dell’utopia di Wilson, e della sua Lega delle Nazioni, vengono chiaramente espressi, e il giovane ministro della Marina: Winston Churchill, può fare anche del sarcasmo:

“Una Lega delle Nazioni non è il sostituto della supremazia della flotta inglese”.

Il Times, il giornale ebraico degli Astor, l’11 Dicembre 1919, ammette, chiaramente, quali siano stati i veri scopi della Gran Bretagna, nell’ entrare in guerra:

“Una cosa è chiara: questa guerra non è stata vinta per la civiltà, ma per il dominio Inglese dei mari. Perciò, per quanto riguarda questo paese, non può essere messa in discussione, l’eventualità di smussare l’arma che, in questa guerra, ci ha dato la vittoria”.

Va ricordato che, in quel momento, l’imponente flotta tedesca, costituita da 27 navi ed incrociatori da battaglia, 19 incrociatori leggeri, 101 cacciatorpediniere e torpediniere, e 135 sommergibili, si trova internata nel porto britannico di Scapa Flow.

L’Inghilterra vuole che questa flotta venga distrutta, ma la Francia ne pretende una parte, per rinnovare la propria marina, che però dovrebbe, secondo i dettami di Wilson e della sua Lega delle Nazioni, essere proporzionale a quella inglese. Questa idea non va affatto a genio all’Inghilterra. Come la Francia, anche la Gran Bretagna invoca “il pericolo speciale”. Gilbert Murray scrive:

“Noi non possiamo abbandonare la nostra superiorità navale, perché noi siamo un isola, e se fossimo sconfitti in mare, e bloccati, noi tutti saremmo condannati a morire di fame, o alla resa in poche settimane”

Ma ciò avviene solo nel 1918-19, mentre è fin dal novembre 1914, che si sono fatti dei precisi programmi.

“Noi non rimetteremo nel fodero la spada, che non abbiamo tratto fuori alla leggera, finché il Belgio non avrà in pieno tutto quello che esso ha sacrificato, finché la Francia non sarà adeguatamente assicurata, contro la minaccia di aggressione, finché i diritti delle piccole nazioni dell’Europa, non saranno posti su una base tangibile, e finché la dominazione militare della Prussia non sarà completamente e definitivamente distrutta”.


Questo è il discorso tenuto alla Guilhall il 9 novembre 1914. (Lloyd George, The Truth about the Peace Treaties, London, 1938, I, p. 23). A queste dichiarazioni si associa anche il capo del governo francese, Vivianì, il quale aggiunge che la Francia combatterà

“finchè non fossero tornate per sempre in suo possesso le province che le erano state strappate”

Gli scopi degli alleati, espressi al principio della Guerra, possono essere così riassunti:

1) Rivendicazione del diritto internazionale, contro la tirannia della forza, adoperata non come strumento di giustizia, ma di arroganza, di avidità, e di oppressione nazionale.

2) Completo ripristino dell’indipendenza nazionale, e dell’integrità, del Belgio e della Serbia.

3) Disfatta e distruzione del militarismo prussiano, come minaccia alla pace del mondo.

4) Imposizione del « Principio del Diritto Internazionale », su basi tali, da garantire la protezione delle nazioni piccole, e deboli, contro l’aggressività di quelle più grandi.

5) Restituzione, per quanto riguarda la Francia, delle “perdute province dell’Alsazia-Lorena”.


Fin dai primi giorni della Guerra, fra le tre potenze: Gran Bretagna, Francia, e Russia, nascono delle notevoli divergenze sulle finalità reali di questo conflitto, che verranno mimetizzate con la maschera degli utopistici principi Wilsoniani. Wilson, il 18 dicembre 1916, un anno prima che l’esercito americano scenda in campo, determinando così l’esito del conflitto, chiede alle tre Potenze Alleate quali siano i loro reali scopi di guerra. Lui e i suoi consiglieri, sanno ben poco della complessa Storia d’Europa: fatta di intrighi, e scritta da personaggi ambigui, che agiscono all’ombra delle Corti Regali; impregnate di reciproci, atavici rancori, e mosse da motivi eminentemente dinastici.


Il Programma di Wilson è scritto per gli Stati Uniti, che, protetti da due Oceani, privi di vicini pericolosi o potenti, e dotati di tutte le risorse economiche, credono possibile la pace eterna; la desiderano, difatti, non per spirito filantropico, ma per sviluppare al massimo la loro produzione, ed i propri commerci mondiali.

Non è certo, questo, un programma che si adatti alle condizioni storiche e sociali dell’Europa, il cui assetto è il frutto di secoli di contrasti, e di interminabili guerre; e la cui popolazione vive, ammassata, in spazi angusti; di cui si devono sfruttare al massimo le risorse. Gli Europei, devono rifornirsi di ingenti quantità di materie prime, provenienti dalle Colonie, e dato che queste si trovano negli altri Continenti, hanno bisogno di avere una flotta commerciale adeguata.


Ogni Nazione, vigila sulla propria pace e sicurezza, garantendosi, contro un possibile attacco esterno, con il potere marittimo e militare, e con trattati d’ogni genere. La Francia vuole assicurarsi, tramite l’indebolimento politico ed economico della Germania, una protezione contro eventuali ulteriori minacce tedesche.

Wilson parte dal presupposto che, dalla vita delle nazioni, come da quelle degli individui, sia possibile eliminare i contrasti. Gli Europei ritengono, invece, che i conflitti siano comunque inevitabili, e, quindi, vogliono affrontarli con un notevole vantaggio: nelle peggiori condizioni possibili per i propri avversari. Secondo i Francesi, l’Inghilterra non nutre abbastanza rancore verso la Germania; ma, di motivi per essere cauti, gli Inglesi ne hanno parecchi. Tralasciando quelli atavici, dell’origine comune, il motivo più valido per essere equanimi, è il timore che la Germania, ridotta alla disperazione, possa gettarsi nelle braccia spalancate della Russia bolscevica.


Il secondo motivo, è che i mercanti, i petrolieri, e i banchieri ebrei inglesi, che pure hanno voluto la guerra, ora vogliono non solo riprendere gli scambi con i loro confratelli in Germania, ma mirano ad assumere il potere economico nei paesi sconfitti. Costoro, lasciano facilmente da parte ogni rancore superfluo, dato che, nella guerra, non solo non hanno subito perdite, ma si aspettano, ora, di ricavare, da una Pace Romana, profitti ancor più lauti, e un indiscusso potere finanziario.


Vogliono insomma, sotto il loro aureo vessillo: “gli affari sono affari” ridare fiducia ai tedeschi, riabilitarli, per non spingerli troppo a fondo, nella miseria, o troppo oltre nelle recriminazioni; consegnandoli alle istigazioni di pericolose avventure rivoluzionarie.
Il 17 Gennaio 1917 i “Tre” rispondono all’ingenua domanda di Wilson:

” Ci associamo, al suo progetto d’una Lega delle Nazioni, per assicurare la pace e la giustizia del mondo; riconoscendo, negli ideali wilsoniani, tutti i vantaggi che, per la causa dell’umanità e della civiltà, presenta il fissare dei regolamenti internazionali, destinati ad evitare conflitti violenti fra le Nazioni. regolamenti che dovranno comportare le sanzioni necessarie, per assicurarne l’esecuzione, e per evitare, in tal modo, che una sicurezza apparente serva soltanto a facilitare nuove aggressioni”.

E con candida ipocrisia aggiungono

“…non combattiamo per interessi egoistici, ma soprattutto per la salvaguardia dell’indipendenza dei popoli, del diritto e dell’umanità”


Ma il 30 gennaio Clemenceau ha detto:

“La Francia è la immediata vicina della Germania, e in ogni momento potrebbe essere attaccata d’improvviso, come lo è stata in passato…La Francia si rende conto, che la Gran Bretagna ha impegni in tutte le parti del mondo, e non potrebbe venire subito in aiuto della Francia. Se si vuole stabilire la Lega delle Nazioni e la pace nel mondo, non si deve iniziare col porre la Francia in una posizione pericolosa. L’America è protetta da tutta l’estensione dell’Oceano, e la Gran Bretagna dalla sua flotta”

A questo punto, il testo concordato è il seguente:

“Il Consiglio, tenendo conto della situazione geografica e delle circostanze di ciascuno Stato, dovrà formulare i piani della riduzione degli armamenti. Parimenti dovrà sottomettere all’esame di ciascun governo la giusta e ragionevole proporzione degli armamenti, corrispondenti alla quantità delle forze stabilite nel programma di disarmo”.

È la prima soddisfazione della Francia che, tramite il Bourgeois afferma che :

“il diritto e la giustizia dovevano essere la base del regolamento di tutti i conflitti, di tutte le divergenze internazionali” (Bourgeois, Le Pacte de 1919 et la Societè des Nations, Paris 1919, I, p. 367)

Ma più avanti (a pag. 43) scrive, condividendo l’opinione di Ribot, che:

“il diritto senza la forza non è altro che l’umiliazione della giustizia oppressa dalla violenza”.

Le proposte di pace del progetto Wilson, che stabiliscono un criterio equo, per il disarmo della Germania, e dell’Austria, vengono in concreto accantonate, da Francia ed Inghilterra, dato che la Russia è ormai Uscita di scena, a causa della Rivoluzione Ebreo Bolscevica.

I 14 punti di Wilson, presentati alla Conferenza Interalleata di Parigi, del dicembre 1917, cozzano immediatamente con quelli che sono stati, in realtà, i veri scopi della Guerra, mossa agli Imperi Centrali. L’assassinio dell’Arciduca Ferdinando, e della moglie, a Sarajevo, é stata solo una miccia pretestuosa; un mezzo per innescare un conflitto a lungo premeditato. L’immediata partecipazione della Germania, accanto all’Austria Absburgica, non è stata che una ovvia mossa difensiva della Germania, contro le Tre potenze, che, per timore della sua nuova prosperità economica, o per vecchi rancori, tramavano, ormai da tempo, di distruggerla completamente.


Già prima della guerra, nel 1913, a Pietroburgo, si erano svolte delle conversazioni fra il ministro degli Esteri russo, Sazonoff e l’ambasciatore francese Delcasse.

“La partecipazione di quest’ultimo ai colloqui è sufficiente ad indicarne l’ indole” (Fr. Stieve, Iswolski im Weltkrieg, Berlin, 1925, n.225). Come Ministro degli Esteri, dal 1898 al 1905, Delcasse aveva lavorato tenacemente, per assicurare alla Francia le amicizie necessarie al “giorno della rivincita”. Rivincita, per tutto quello che la Francia aveva perduto, in seguito alla guerra del 1870-71; il che significava riavere l’Alsazia-Lorena. Per un rancore nutrito verso i tedeschi, per quasi cinquant’anni, il primo obiettivo era quello di distruggere quell’Impero, nato proprio con quella guerra.

Questa aspirazione era così tanto radicate nella natura di Delcassè, che ancora nel 1919, a Versailles, egli voleva un maggiore smembramento della Germania, e, il giorno in cui alla Camera francese, venne approvato il Trattato di Pace con la Germania, egli si astenne dal voto, perchè quel trattato “manteneva l’unità della Germania” (Henry Leyret, Delcassè parle … in “Revue des Deux Mon des”, 15 sett, 1937, p. 381).


Quando Sazonoff il 14 settembre 1914, riprende le conversazioni con gli ambasciatori, Inglese e Francese, non rivela loro un argomento completamente nuovo.

Dopo aver notato, che è necessario “elaborare un progetto”, Sazonoff espone ai suoi interlocutori le linee generali del nuovo Assetto Europeo, anche se, come notiamo al punto 8, né lui né le altre tre potenze che prendono parte al complotto, prevedono la totale sconfitta, e la conseguente completa disintegrazione dell’Impero Austro-Ungarico. Le intenzioni malevole di Francesi, Inglesi, e Russi, sono rivolte, principalmente, alla Germania di Bismarck.

Va detto che, per quanto partorito dalla fervida mente di Sazonoff, senza alcun precedente impegno degli alleati, il piano indica chiaramente quali siano le idee in circolazione, nei mesi e nei giorni precedenti alle dichiarazioni di Guerra. La Francia dichiara guerra all’Austria l’11 Agosto, la Gran Bretagna il 12, ma già il 3 e il 4 Agosto l’hanno dichiarata alla Germania, che, a sua volta, l’ha dichiarata il 1° agosto alla Russia, e il 2 agosto a Francia e Gran Bretagna.


Il programma di Sazonoff del 1913, mira a soddisfare i desideri dei futuri vincitori; senza tenere in alcun conto la volontà, o le necessità, delle popolazioni coinvolte. E’ quindi, fin dall’inizio, un programma contrario ai principi di Nazionalità e di Autodecisione, quello che Wilson propugnerà, prima in America: l’8 gennaio e il 4 luglio 1918, e poi a Versailles; ancor prima di iniziare i Trattati di Pace con gli sconfitti.

Ecco, Dal Die internationalen Beziehunghen im Zetailter del Imperialismous, VI, p. I, n. 256., il programma nefando dei Tre alleati: Francia, Inghilterra e Russia, concepito, contro Austria e Germania, nel 1913; preso in assai seria considerazione, nel 1914, e divenuto una realtà più che demenziale; nel 1919.

1) L’oggetto principale dei tre alleati deve essere quello di spezzare la potenza tedesca, e la sua pretesa di dominio militare e politico;

2) Le modificazioni territoriali devono essere determinate secondo i principi di Nazionalità.

3) La Russia si annetterà il corso inferiore del Niemen, e la parte orientale della Galizia. Unirà al regno di Polonia la Posnania orientale, la Slesia…. (qui mancano parole) e la parte occidentale della Galizia.

4) La Francia si riprenderà l’Alsazia-Lorena, aggiungendovi a suo piacere una parte della -Prussia Renana e del Palatinato.

5) II Belgio otterrà in…..(mancano alcune parole) un aumento importante di territorio.

6) Il territorio dello Schleswig-Holstein sarà restituito alla Danimarca.

7) Il regno di Hannover sarà ristabilito.

8) L’Austria sarà formata da una monarchia tripartita, composta dell’impero d’Austria, del regno di Boemia e del regno di Ungheria. L’impero d’Austria avrà unicamente le province ereditarie. Il regno di Boemia si estenderà alla Boemia attuale e alla Slovacchia. Il regno di Ungheria dovrà intendersi con la Romania a proposito della Transilvania.

9) La Serbia avrà la Bosnia, l’Erzegovina, la Dalmazia e il nord dell’Albania.

10) La Bulgaria riceverà un compenso dalla Serbia in Macedonia.

11) La Grecia si annetterà l’Albania meridionale, ad eccezione di Valona, destinata all’Italia.

12) L’Inghilterra, la Francia e il Giappone si divideranno le colonie tedesche.

13) La Germania e l’Austria pagheranno una indennità di guerra»


Questo è proprio quanto figurerà anche nel “Trattato di Pace” con la Germania, scritto a Versailles. Intanto Sazonoff incarica gli ambasciatori, a Londra e a Parigi, di informarsi sulle richieste Francesi ed Inglesi. L’ambasciatore Russo a Londra, Benckendorff, dopo aver parlato con dei ministri, e con influenti rappresentanti del Partito Conservatore, riferisce a Pietroburgo le conclusione delle sue indagini.

Il programma inglese comporta, secondo lui: l’acquisto delle colonie tedesche; la neutralizzazione del canale di Kiel; la consegna di tutta la parte migliore della flotta tedesca; la sistemazione della Schelda, con possibile rettifica di confine a favore del Belgio; l’eventuale unione del Lussemburgo al Belgio; l’annessione all’Olanda della Frisia tedesca; le riparazioni di guerra; il crollo della Prussia, e la conseguente rinuncia alla sua egemonia in Germania.
Anzi, lo scopo principale dell’Inghilterra, è proprio il crollo della potenza militare e marittima della Germania, e su ciò, secondo Benckendorff , è d’accordo anche il Re. (Die internationalen Beziehungen, cit., n. 278).


Passando poi a parlare degli alleati, la Francia riavrà l’Alsazia- Lorena e le Colonie, la Russia tutte le province polacche, con la speranza che, per queste province, mantenga le promesse del proclama del Granduca. Oltre alle province polacche, alla Transilvania, alla Bosnia- Erzegovina, e al litorale adriatico, destinate alla Romania, agli Stati slavi e all’Italia, l’Austria perderà anche il Trentino. Tutto questo, nel caso di un intervento dell’Italia e della Romania.

In ogni modo, l’intera compagine inglese è a favore di un « miglioramento della carta europea » su basi etniche, a spese soprattutto dell’Austria. Però « l’intera forza del sentimento nazionale britannico è diretta contro la Germania »
(Die internationalen Beziehungen, cit., n. 329.).


In queste mire inglesi, troviamo molti punti di contatto con gli scopi russi, ma, dato che vengono esposti da Benckendorff, bisogna accoglierli con cautela. Anche l’ambasciatore a Parigi, cerca di ottenere le informazioni richieste dal suo ministro, e, il 13 ottobre, riferisce a Pietroburgo quanto ha appreso dai suoi colloqui con Delcassé. Questi, pur riconoscendo che è ancora presto « per spartirsi le pelle dell’orso», esprime, tuttavia, la sua opinione personale, secondo la quale la Francia « non aspira ad alcun acquisto territoriale in Europa, salvo ben inteso, il ritorno dell’Alsazia e Lorena. Parimenti non aspira a nuovi acquisti territoriali in Africa ». Il suo « scopo principale è la distruzione dell’impero tedesco, e il maggior indebolimento possibile della potenza militare e politica della Prussia”.


Delcassé dichiara che non si opporrà alle richieste inglesi, di un Hannover indipendente, al ritorno alla Danimarca dello Schleswig-Holstein, alle espansioni coloniali inglesi, o alle richieste territoriali russe. Meno categorico, è a proposito dell’Austria, a causa delle simpatie tradizionali francesi verso questo Stato. (Die internationalen Beziehungen, cit., nn. 385, 386). Anche per le condizioni Francesi, come per quelle Inglesi, non si tratta ancora di richieste ufficiali, anche se, questa volta, provengono dallo stesso ministro degli Esteri. L’argomento viene ripreso da Nicola II, in un colloquio che egli ha il 21 novembre 1914, con l’ambasciatore francese Paléologue.


Anzitutto lo Zar ribadisce la necessità della «distruzione del militarismo tedesco, cioè la fine dell’incubo nel quale la Germania ci fa vivere da più di quaranta anni. Bisogna togliere al popolo tedesco ogni possibilità di rivincita. Se ci lasciamo impietosire, ci sarà una nuova guerra a breve scadenza». Poi spiegando una grande Carta d’Europa, Egli indica i mutamenti territoriali a favore della Russia, della Serbia, e della Grecia, che sono già stati indicati da Sazonoff; ed anche per la sorte dell’Austria, rimane fedele all’esposto del suo ministro. Poi, indica che l’Armenia non deve più rimanere sotto i Turchi. È però, ancora incerto; non sa se annetterla alla Russia, o se farne uno Stato autonomo.

Nicola II Approva, in anticipo, le richieste francesi ed inglesi.

“Ma è in Germania che si produrranno i cambiamenti più grandi. Come ho già detto, la Russia si annetterà i territori dell’ antica Polonia; e una parte della Prussia orientale. La Francia riprenderà certamente l’Alsazia-Lorena, e si estenderà, forse, anche sulle province Renane. Il Belgio dovrà ricevere, nella regione di Aquisgrana, un importante aumento di territorio: se lo è ben meritato! Quanto alle colonie tedesche, la Francia e l’Inghilterra se le divideranno, a loro volontà. Desidero infine che lo Schleswig, compresa la zona del canale di Kiel, sia restituito alla Danimarca.
E l’Hannover? Non converrà ricostituirlo? Interponendo un piccolo Stato libero fra la Prussia e l’Olanda, noi consolideremo molto la pace futura. Perchè questo, deve essere il nostro pensiero direttivo.
La nostra opera non sarà giustificata, davanti a Dio e davanti alla storia, se non è dominata da un’idea morale; dalla volontà di assicurare per molto tempo la pace del mondo».


Parlando di «idea morale» lo Zar pare sincero, però non sembra vedere che questa “idea morale” mal si concilia con le sue conquiste a spese della Germania. Per «idea morale», Nicola II intende soprattutto il fatto di assicurare la pace, ma, certo, non prima di aver fatto una guerra di “conquista”.

Paléologue si limita ad ascoltare, senza esporre i fini francesi. Fa un’eccezione per la Palestina e la Siria, dove la Francia possiede « un prezioso patrimonio di ricordi storici, di interessi morali e materiali” e, quindi, chiede l’assenso, subito promesso, alle misure che il suo governo riterrà necessarie per la loro difesa
( M. Paleologue, La Russie des Tsars pendant la grande guerre, Paris, 1921, I, pp. 197-202.).

Qualche mese più tardi, in un colloquio del 3 marzo 1915, lo Zar ritorna sull’argomento e, mentre domanda per la Russia il possesso di Costantinopoli, e degli Stretti, per le richieste francesi dichiara:

«Desidero che la Francia esca da questa guerra il più che sia possibile grande e forte. Io sottoscrivo in anticipo tutto quello che il vostro governo può desiderare. Prendete la riva sinistra del Reno, prendete Magonza, prendete Colonia, andate anche più in là se lo ritenete utile. Io ne sarò felice e fiero per voi » (PALÉOLOGUE, Op. cit., p. 33; POINCARÉ, Au service de la France: Les Tranchées, Paris, 1930, p. 90).


Più che una strategia, si tratta dell’espressione di un bieco livore, e di un odio profondo per i tedeschi, e per i popoli germanici. In un telegramma dell’ 8 marzo 1916, ad Iswolski, Sazonoff riconferma che la Russia « è pronta ad accordare alla Francia e all’Inghilterra piena libertà nel fissare i confini occidentali della Germania»; in cambio, si attende altrettanta libertà nello stabilire quelli tedeschi, ad Est (E. Adamov, Die Europàische Màchte und die Turkei wàhrend des Weltkrieges: Kostantinopel und die Meereugen, Dresden, 1930, II, n. 106.).


Insomma, il Trattato di Pace di Versailles, ovvero le condizioni da imporre ai vinti, dopo la sconfitta della Germania, a fine guerra, è già stato deciso e scritto ben prima della guerra; prima ancora che, per queste decisioni prese a tavolino, dai ministri e dalle Teste coronate di tre Potenze Criminali, muoiano più di 20 milioni di giovani soldati. Quella del Trattato di Versailles non sarà che la tragica sceneggiata finale, imposta ai popoli germanici, da un branco di avvoltoi in marsina: sciacalli e iene altolocate, di varia estrazione e nazionalità nominale, ma per lo più, intimamente ebree.

Il Patto della Lega delle Nazioni? Semplice carta straccia

La resistenza Germanica, ad una simile infamia subita, si fa, dopo il 1920, sempre più evidente. Ora la Francia non può che temere la lentezza nella smobilitazione, e il rifiuto germanico di consegnare la flotta. Non vengono ritirate le truppe, concentrate a ridosso della Polonia; c’è la resistenza degli ambienti militari a deporre le armi; i giornali riferiscono che il maresciallo Hinderburg sta organizzando un esercito di 600 volontari, chiamando il popolo tedesco alla rivolta.

La Rivoluzione bolscevica degli spartachisti ebrei, è stata appena domata, ma si teme che il nuovo esercito, divenuto lo strumento dei patrioti tedeschi, finisca col marciare su Berlino; contro le truppe Alleate di occupazione. Infine, il 19 febbraio, si ha l’attentato a Clemenceau, che resta ferito, e la Conferenza viene sospesa, ritardando la prosecuzione dei lavori. Quando questi riprendono, e finalmente si concludono le malevole rappresentazioni del «Teatro dei Burattini di Versailles», dove le marionette politiche parlano di pace, ma pensano solo a dissanguare la Germania; secondo i progetti dei loro Burattinai.

 

Restano, insoluti, i problemi che questo Complotto Mondiale Ebraico, contro gli Imperi Centrali e la Germania, hanno causato, e che riguardano, ormai, il presente e l’avvenire della maggior parte d’Europa. Anni dopo, Mr. House, con una faccia tosta ed un’ipocrisia davvero degne di lui, potrà affermare:

“nessuno può dire con certezza, se si sarebbe potuto fare meglio in quel momento, in cui si svolgeva il lavoro. Noi, ci trovammo in presenza di una situazione gravida di difficoltà, situazione che non poteva essere affrontata, che con uno spirito pieno d’idealismo, e spoglio di egoismo. Ora, questo spirito mancava quasi completamente, e sarebbe stato troppo domandarlo ad uomini riuniti in un momento simile, e per un simile scopo”
(House, Papiers intimes publieè par, Parigi 1931, IV, p. 530)

A Versailles, i vergognosi Trattati di spoliazione della Germania, non stabilirono affatto la pace, ma una semplice pausa bellica. Quanto alla Lega delle Nazioni, che avrebbe dovuto evitare future aggressioni, non ebbe mai i mezzi materiali, per adempiere al compito di far rispettare, effettivamente, le leggi internazionali. La sua totale inefficacia, era, e rimane, ampiamente garantita dal suo poter far conto solo sulle cosiddette “forze morali”, di contro alle armi, ai veti, e alle intenzioni rapaci, delle Grandi Super Potenze.

 

 

 

IL TRADIMENTO ITALIANO

e il TRATTATO Segreto DI LONDRA.

 

Il Trattato di Londra, o “Patto di Londra”, è uno di quei trattati di cui molti parlano, per sentito dire, ma che pochi conoscono. Firmato dall’Italia il 26 Aprile 1915, esso è un patto classificato come segretissimo, le cui clausole, non sono mai state rese completamente note, nemmeno negli anni successivi alla Guerra. Il patto è stato preceduto da un telegramma riservato speciale, inviato il 21 marzo 1915 dallo statista, di origine ebraica, onorevole Sidney Sonnino; ai regi ambasciatori di Londra, Parigi e Pietrogrado.

« Il movente principale, determinante la nostra entrata in guerra a fianco dell’Intesa, è il desiderio di liberarci dalla intollerabile situazione attuale, di inferiorità nell’Adriatico, di fronte all’Austria, per effetto della grande diversità delle condizioni geografiche delle due sponde, dal punto di vista dell’offesa e della difesa militare; diversità che è stata resa più grave dalle armi e dalle forme della guerra moderna.
Del resto, l’Italia potrebbe probabilmente conseguire, la maggior parte dei suoi desiderata nazionali, con un semplice impegno a mantenere la neutralità; senza esporsi ai terribili rischi e danni di una guerra. Ora, non varrebbe la pena di metterci in guerra, per liberarci dal prepotente predominio austriaco nell’Adriatico, quando dovessimo ricadere, subito dopo, nelle stesse condizioni di inferiorità, e di costante pericolo, di fronte alla Lega dei giovani ed ambiziosi Stati jugoslavi. Per queste ragioni, dobbiamo insistere anche sulla neutralizzazione della costa; da Cattaro inclusivo fino a Voiussa. Alla Croazia, sia che resti unita all’Austria-Ungheria, sia che se ne distacchi, resterà la costa da Volosca fino alla Dalmazia, colle isole più prossime di Veglia, Arbe, Pago, ecc. Come porto principale avrebbe Fiume, oltre altri porti minori nel canale di Morlacca. Alla Serbia e al Montenegro, che probabilmente si fonderanno o si consoceranno presto, resterà la costa dalla Narenta fino al Drin, coi porti importanti di Ragusa e di Cattaro, oltre quelli di Antivari, Dulcigno, S. Giovanni di Medua e la foce della Bojana, i quali tutti possono servir di sbarco a ferrovie trasversali, dando accesso al mare, senza uscire dal proprio territorio, alla Bosnia Erzegovina, diventata probabilmente serba, e a tutto l’hinterland serbo- montenegrino. All’Albania centrale, mussulmana, resterebbe Durazzo. La Grecia manterrebbe l’Epiro, oggi da lei occupato provvisoriamente. Le principali città della Dalmazia sono rimaste prettamente italiane, malgrado sessant’anni di pertinace politica slavizzante dell’Austria, e così pure buona parte delle isole prospettanti le coste. Lo stesso Sazonoff nell’agosto scorso, ammetteva che la Dalmazia « da Zara a Ragusa » (non disse « da Zara a Sebenico ») andasse all’Italia, se questa prendeva parte alla guerra a fianco dell’Intesa. Quanto all’entrata in campagna a metà aprile, ciò non è possibile. Come dissi nelle mie proposte, non possiamo assolutamente prendere impegni per prima della fine di aprile. Difficoltà svariate, opposte insistentemente dall’Inghilterra e dalla Francia, ostacolano le nostre importazioni destinate alla preparazione’ dell’esercito, come le fermate delle navi dell’America recanti cavalli ed altre provviste (vedi ad esempio mio telegramma di ieri n. 944) hanno reso ben arduo il compito di mantenere la stessa data alla fine di aprile. Prego V. E. esprimersi in questi sensi con Sir E. Grey.
Firmato : Sidney Sonnino.

Il testo di questo telegramma, viene pubblicato il 9 settembre 1920 dal quotidiano “Il Resto del Carlino” – e poi anche su “Il Trattato di Rapallo, di L. Federzoni, nel giugno 1921. Il vero e proprio “Trattato di Londra”, lo si conosce perché i Bolscevichi Sovietici, volendo smascherare i capitalisti guerrafondai, lo rendono noto all’indomani della Rivoluzione Sovietica; nel novembre 1917, pubblicandolo sul giornale Izsvestia.


Nella disintegrazione dell’Impero Absburgico, e nello sfascio di quello Germanico, l’Italia, vittoriosa a Vittorio Veneto, ha contribuito con quattro anni di guerra, 5 milioni di soldati al fronte, 600.000 morti, 900.000 mutilati; e con enormi danni economici e sociali. Quella italiana, anche se interessata, sleale e tardiva, è stata una partecipazione determinante, perché, oltre a causare la decisiva disfatta dell’ex alleato austriaco, ha accelerato anche quella della Germania imperiale.

L’Italia, entrando in guerra, è convinta di ricevere i cospicui benefici territoriali pattuiti, invece, a Versailles, deve accorgersi, con estrema amarezza, che le spartizioni, a cui doveva aver parte, sono state già fatte fin dal 1913. L’intervento italiano ha sostenuto anche, indirettamente, la Rivoluzione bolscevica d’Ottobre, seguita poi dal ritiro della Russia dalla Quadruplice Intesa.

Difatti, se l’Italia, nei tre anni precedenti alla Rivoluzione Russa, non impegnasse gli austro-ungarici nelle tre Venezie, tenendoli inchiodati alle Alpi, i Corpi d’Armata degli Imperi centrali, massicciamente utilizzati ad Est, certamente potrebbero sconfiggere agevolmente l’Armata zarista. Dopo la defezione russa, che disimpegna le armate austro- tedesche, ad Est, tocca al solo esercito italiano di sostenerne l’urto offensivo; impegnando gli ex alleati austro-ungarici sul Piave, ed impedendo loro, di unirsi all’offensiva di Ludendorff. L’Italia, trattata a Parigi come una Cenerentola, non avrà quanto pattuito, anche se è stata proprio la sua neutralità iniziale, e poi la sua vittoria a Vittorio Veneto, a decidere, con parecchi mesi d’anticipo, l’esito vittorioso della compagine alleata.


L’ iniziale dichiarazione di neutralità dell’Italia, quando il tradimento della Triplice Alleanza, dopo l’eccidio di Sarajevo, non è stata ancora deciso, ha dato alla Francia, la possibilità di poter usufruire totalmente delle proprie truppe; che, altrimenti avrebbero dovuto difendere la frontiera italo – francese.

Il generale Meraviglia scrive in proposito:

“Fu un inestimabile aiuto materiale e morale, che la Francia doveva, il mese dopo, mettere in valore sul campo della battaglia decisiva; che impegnava sulla Marna, per salvare se stessa e, nello stesso tempo, la causa dell’Intesa”.

Questo fatto sarà confermato poi anche dai francesi. Salandra scrive nel suo libro: “La neutralità italiana” pag 186. che il 30 marzo 1919, stando a fianco del maresciallo Joffre, gli sentì dire a proposito dell’ Italia:


“…La dichiarazione della neutralità italiana, reputata, come era, perfettamente sincera, ci è valsa per la Battaglia della Marna la disponibilità di dieci divisioni, destinate altrimenti a presidiare il confine italiano; ovvero di un settimo di tutte le forze francesi”.


Ancora più chiaramente, sul “Figarò” di Parigi, del 24 maggio 1927 Barrere, a quell’epoca ambasciatore francese a Roma, dice:

“Mi luccicavano gli occhi quando appresi ufficialmente da Salandra la neutralità dell’Italia (1-2 agosto 1914). Il mio Paese (la Francia) aveva schierato alla frontiera italiana più di 350.000 uomini. Con l’annuncio di Salandra, era evidente che l’azione italiana non poteva essere diretta contro la Francia, perché tutta l’artiglieria pesante era stata mandata , nel corso della sua neutralità, verso il confine austriaco. Dopo la dichiarazione di guerra tedesca, io potevo avvisare il mio Governo che le nostre truppe, al confine italiano, potevano recarsi a combattere i tedeschi sulla Marna. E da quel momento la vittoria della Marna fu sicura e lo scacco della strategia tedesca assicurato. Sia la neutralità, sia il successivo intervento italiano, ad Est, divennero uno dei grandi fattori della vittoria degli Alleati”.


La vittoria francese sulla Marna, del 5-9 settembre, è stata dunque una vittoria che appartiene anche all’Italia giudea. Se i Tedeschi avessero sfondato sulla Marna, in pochi giorni avrebbero occupato Parigi. Eppure, queste considerazioni non avranno alcun peso sull’atteggiamento di Clemenceau, di Wilson, e di Lloyd George, i quali, contrari alle rivendicazioni italiane, renderanno acuto ed insolubile il contrasto italo- jugoslavo.


A Parigi, alla Conferenza di Pace di Versailles, l’Italia rischia, del resto, di non essere nemmeno presente, al banchetto degli sciacalli in marsina, che si spartiscono le spoglie di quegli Imperi dell’Europa Centrale, comprese le colonie, che l’Italia, con il suo tradimento opportunistico, ha contribuito, anch’essa, a distruggere. Né avrà alcun valore il Patto di Londra, sottoscritto il 26 aprile 1915 da Inghilterra, Francia, Russia, ed Italia.

È stato con questo specchietto, che l’allodola italiana è stata indotta a tradire l’Austria e la Germania, staccandosi dalla Triplice Alleanza, e aderendo al blocco della Quadruplice Intesa; prestabilito a Londra da un altro Trattato segreto: del 4-5 settembre 1914. Firmando questo patto, del 26 aprile 1915, l’Italia s’impegna ad entrare in guerra contro le Potenze Centrali; entro 30 giorni. Il 24 maggio, infatti, l’Italia entra nel conflitto, non per rivendicare il Diritto Internazionale, o per proteggere le nazioni più deboli dall’arroganza, e dalla rapacità dei grandi imperi coloniali, ma per un miserabile contratto da usurai, che le assicura lauti vantaggi materiali, senza tener conto di alcuna ragione etnica, ma basandosi sui propri interessi territoriali e strategici.

Il possesso della Dalmazia è, difatti un fattore strategico, e dare la Dalmazia e Fiume agli Slavi, è come spalancare loro una porta d’accesso alle coste venete. E’ completamente inutile, avere alle spalle il bastione difensivo delle Alpi, se poi la via del Mare Adriatico resta aperta; a chiunque voglia passarvi. Nel frattempo, salta fuori la notizia , riportata dal giornale “Idea Nazionale” del 12 febbraio 1920, che il 30 settembre 1919, il nuovo governo di Belgrado ha iniziato, con il Governo di Parigi, trattative segrete , mai ufficialmente smentite, per un’alleanza militare, che implica convenzioni commerciali, e accordi doganali.

Ai francesi vengono offerte tutte le basi navali dell’Adriatico; che , secondo il compromesso Lloyd George-Nitti, non sono più soggette a neutralizzazione. Il governo francese risponde che:

“…il progetto è assai rudimentale, ma, tuttavia, offre senza dubbio dei vantaggi alla Francia, in quanto le assicura, in caso di conflitti futuri contro l’Italia, un solido appoggio sulle coste dalmate, e apre orizzonti più vasti all’espansione commerciale francese”.
(Corrispondenza da Berna di Pio Mari, apparsa su Idea Nazinale il 12 febbraio 1920) .


Fiume e la Dalmazia servono un ampio retroterra, comprendente la Croazia, l’Ungheria, la Transilvania e, in buona parte, anche l’Austria e la Cecoslovacchia; quindi non devono passare in mano italiana, a scanso di un monopolio degli italiani, sui commerci che transitano per quegli scali marittimi. Immediatamente, una missione francese viene inviata a Fiume; per agganciare le aziende interessate – comprese 800 aziende italiane – alle materie prime coloniali francesi che, in seguito all’offerta segreta del nuovo governo iugoslavo, presto transiteranno nei porti della Dalmazia.


I negoziati del Patto di Londra, si protraggono per due mesi, a causa degli interessi divergenti della Russia e dell’Italia, rispetto alla Dalmazia, che, nei preliminari del Patto, spetta all’Italia, ma che la Russia vuole, invece, affidare ai Serbi, in coincidenza ad un suo piano di futura espansione nei Balcani; e verso il Mediterraneo.

Forti di questo appoggio, gli Slavi non vogliono cedere sul possesso di Fiume, lasciata dall’Italia alla Croazia. I Croati, fin dal 1915, hanno costituito in Francia ed in Inghilterra i cosiddetti “Comitati jugoslavi”; propugnanti la liberazione delle “Nazionalità oppresse dall’Austria”. Questi comitati, svolgono una brillante azione presso le Cancellerie di Londra, di Parigi e, in seguito, di Washington, per convincere gli Alleati della necessità di creare il futuro Stato indipendente dei Serbi-Croati-Sloveni (S.H.S.); qualora l’Austria-Ungheria venga sconfitta.


Nel nuovo Stato, deve essere compresa l’intera Dalmazia, in contrasto con le aspettative dell’Italia, garantite, invece, dal Patto segreto di Londra. Così, a Versailles, nel 1919, non è possibile raggiungere alcuna intesa con l’Italia; in parte per la ferma posizione filo-slava assunta dagli Stati Uniti, ma anche per la scarsa abilità diplomatica dimostrata dall’Italia, durante la Conferenza della Pace.

Al patto di Londra seguono alcune convenzioni militari firmate il 2, il 4 e il 21 maggio 1915: quattro giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Questi patti, siglati per favorire l’alleanza dell’Italia con la Quadruplice Intesa, e la sua immediata entrata in guerra, concedono all’Italia, a fine conflitto, alcuni possessi territoriali. Le vengono inoltre promessi altri compensi a spese dei tedeschi; oltre ad una parte dell’indennità di guerra, “corrispondente ai suoi sforzi e ai suoi sacrifici”. Invece delle indennità promesse, l’Italia riceverà la possibilità di infilare il collo nel capestro ebraico, assumendosi un enorme debito con gli Stati Uniti; rimborsabile in 60 anni.


Del resto, è proprio il Presidente degli Stati Uniti, Wilson, che a Versailles non vuole riconoscere la validità del Patto di Londra. Gli italiani, per protesta, lasciano Versailles, e gli alleati prendono la palla al balzo dicendo:

“Clemenceau: “Bisogna far sapere ai delegati italiani che se essi si ritirano violano il Patto di Londra e gli alleati non sono più impegnati da esso”.

Wilson: “Bisogna far sapere che è l’Italia, e non la Francia e la Gran Bretagna, che viola il Trattato” .

Clemanceau aggiunge “La politica italiana evidentemente tende a condurre le potenze alleate ed associate ad un punto tale che non possono fare una pace comune, perchè l’Inghilterra e la Francia sono legate dal Trattato di Londra, che il Presidente Wilson non può riconoscere.

Noi dobbiamo far sapere agli italiani in anticipo che non venendo a Versailles hanno rotto il Patto di Londra al quale avevano aderito, e col quale si erano accordati di non fare pace separata. Noi dobbiamo mostrare che se essi rompono il Patto di Londra noi non siamo più impegnati”
(Lloyd George, The Truth about the Peace Treaties, London 1938, II, pag. 859 e seg.)


È per questa “vittoria mutilata”, che le è costata un milione e mezzo di vittime, che l’Italia ottiene qualche zolla di terra in più, rispetto a quelle offertele dall’Austria; all’ inizio, ed anche durante il conflitto. Tutte le rivendicazioni italiane entrano nel dimenticatoio, andando a costituire la base delle pretese che poi emergeranno nel ventennio fascista, e che si concluderanno con l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale; a fianco della Germania hitleriana, e contro le solite tre Grandi Potenze, che, fin dal 1933, hanno deciso di opporsi, con ogni mezzo, alla rinascente potenza Germanica, la quale, come già nel 1913, fa nuovamente vacillare non solo le loro economie, e i loro interessi, ma anche quelli del Colosso Americano.

Le condizioni capestro del Trattato di Versailles, imposte alla Germania dai vincitori, sono la vera causa di avvio alla nascita dei movimenti di reazione, che porteranno all’ascesa del Nazionalsocialismo Hitleriano.

Se a Versailles, l’odio dei Francesi per la Germania, a causa della guerra da loro perduta nel 1870, è stato un pessimo consigliere, ancor peggio agiscono gli ultimi arrivati nel conflitto: gli Stati Uniti, che pretendono ed ottengono, il rimborso delle loro spese di guerra, la libera navigazione nelle acque territoriali europee, e, per le loro merci, l’abbattimento delle barriere doganali; penalizzando, così, non solo gli sconfitti, ma anche i vincitori; loro Alleati.

 

 

 

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L’ULTIMO ANNO DI GUERRA

 

 

Nel 1918 tutta la produzione, l’intera economia e la vita delle Nazioni impegnate nel conflitto, sono protese esclusivamente a fini di guerra. Gli Imperi Centrali, sul finire del 1917 hanno la supremazia militare in atto, ed escono da prestigiose vittorie in Russia, Serbia, Romania ed Italia. La produzione di guerra si è accresciuta a dismisura, e Germania ed Austria sono affamate non solo da 4 anni di guerra, ma anche da una azione interna di aggiotaggio delle risorse alimentari, attuata dagli ebrei. Gli Alleati aspettano l’entrata in guerra degli Americani, con le loro illimitate risorse, mentre i comandi austro-tedeschi hanno l’imperiosa necessità di fare in fretta, e di vincere entro l’estate del 1918; o sarà troppo tardi.

Gli Alleati, certi della vittoria, grazie all’intervento americano, inventano nuovi Stati, successori della Dinastia degli Asburgo e dell’Impero Germanico. Si dà allora ampio credito a dei politicanti Cèchi, giudeo- massoni, come Masaryk, Benes e Kramar, o slavi del sud, come Trumbic, o a dei polacchi che come il musicista Paderewski, possono anche essere degli insigni compositori, ma non sono certo degli uomini di Stato.

La Grecia di Costantino I e Venizelos, scesa in campo negli ultimi minuti del conflitto, si atteggia a vincitrice decisiva dell’Impero Ottomano, chiedendone le spoglie più doviziose; da Smirne fino al Bosforo. Soprattutto, si lanciano, al di là delle linee nemiche, molti slogan di propaganda, per fare arrivare ai sudditi di Carlo d’Asburgo un appello clamoroso alla ribellione; dei popoli “tenuti schiavi” delle Monarchie teutoniche.

Wilson e gli Americani affermano e proclamano, nella loro propaganda di guerra, di non avercela affatto con i tedeschi e gli austriaci, ma di considerarli delle “vittime” di regimi feudali antiquati e dispotici. Dalla fine della Guerra, in una Pace senza vincitori né vinti, nessuno toglierà all’altro un metro quadrato di territorio, e i sudditi dei “Cattivi Imperatori” verranno accolti a braccia aperte, se si libereranno dalle vecchie autocrazie, per entrare, finalmente nel numero delle felici Democrazie occidentali.
Nasceranno la Cecoslovacchia, la Yugoslavia, la Polonia, si elimineranno i fondamenti e la ragion d’essere degli antichi Imperi Centrali. Enormi auto parlanti vomitano sulle trincee nemiche, nelle ore di tregua, non più insulti e minacce, come ai bei tempi, ma queste promesse allettanti, e una montagna di false notizie:

“I vostri capi vi ingannano, a casa vostra si soffre il freddo e la fame, perché volete combattere per gli Asburgo o per il Kaiser?”.

“ La vostra nuova Yugoslavia avrà la Bosnia, l’Erzegovina, la Croazia, la Dalmazia, e, se getterete le armi, questo avverrà subito.”

“C’è già un governo Cèco, con Masaryk e Benes, perchè invece di marciare su Praga e liberarla, combattete ancora per Vienna?”.


La Propaganda Anglo-Americana lavora a pieno ritmo. Vengono stampati milioni di volantini, tradotti in tutte le lingue dell’Impero Asburgico, e zeppi di notizie deprimenti: di fame, pidocchi, e d’insopportabili angherie. Li si fa gettare dagli aerei alleati, nelle trincee, o all’interno del fronte nemico. Tutte le Nazioni, vi si dice, avranno un nuovo governo democratico; al posto di una obsoleta Corte Imperiale.


Nel Gennaio del 1918, Wilson proclama i suoi 14 Punti, e la propaganda passa all’esaltazione ossessiva delle cosiddette “Nazionalità oppresse”: Boemi, Croati, Rumeni, Polacchi. Il Blocco alla odiata Germania rimane invece ferreo ed irremovibile. Gli Americani di Woodrow Wilson che in realtà è il burattino di Edward Mandell House, esigono d’essere qualificati come “associati” e con come “alleati” a Francia, Inghilterra ed Italia, per poter disattendere, con la vittoria ormai imminente, tutti i vari patti segreti stipulati da Francia ed Inghilterra, per attrarre nel conflitto mondiale con lusinghe, e sconvolgenti promesse, i vari e successivi “alleati”.


Wilson, inviando ancora una volta House in Europa, pretende dagli Alleati una piena adesione alla propese tesi per poter trattare con Berlino, ormai costretta ad accettare tutte le richieste, l’immediato armistizio. Il 29 ottobre, sir W. Wisemann comunica ad House che l’Inghilterra non vuol saperne di “libertà dei mari”, e questi replica che l’America è in grado di allestire una flotta assai più potente di quella Inglese, e che potrebbe sempre trattare una pace separata con la Germania.

Gli USA non continueranno certo a battersi per le ambizioni degli Alleati, ma solo, resta implicito, per il proprio esclusivo profitto. Sta di fatto che il Consiglio supremo di Guerra dei Quattro Paesi conclude un memorandum che Wilson trasmette alla Germania il 5 novembre, con una nota di Lansing sulle condizioni dell’armistizio, da firmare presso il Generale francese Foch.

 

 

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Novembre 1918

 

Novembre 1918: la Germania crolla come una bestia schiantata a Terra .L’Impero di Guglielmo II, i Regni, e i Granducati terdeschi volano in pezzi. Berlino passa alla Rivoluzione, e Finisce la Prima Guerra Mondiale. Guglielmo II non muore sul campo di battaglia, come un eroe Wagneriano, ma senza dire parola, sale sul suo treno speciale, e transita oltre la frontiera olandese, per andare in esilio nel Castello d’Amerongen. Non conoscerà più altre sorprese, fino ad un mattino di metà maggio del 1940, quando giungono, stridendo sul vecchio pavè del suo maniero, due motociclisti che portano lo stesso casco d’acciaio dei vecchi soldati tedeschi del 1918, ornato, stavolta dall’aquila con la croce gammata, o svastika.


Questi atletici ragazzi tedeschi, gli portano la vendetta delle armi germaniche; resuscitate. All’inizio di novembre del 1918, in poche settimane, un universo affonda, e tutto crolla attorno ai soldati tedeschi, che pure non hanno ceduto in alcun punto del fronte. Nessuna unità tedesca ha consegnato le armi, quando entra in vigore, come un fulmine a ciel sereno, l’armistizio. Le retrovie tedesche, al contrario, non hanno avuto alcun palpito d’energia, e, dopo il 1917, il Reich è stato minato dalla propaganda disfattista subdola, e sempre più incisiva, dei propagandisti spartachisti, che intendono seguire l’esempio dei bolscevichi russi.

Gli agenti di Lenin lavorano a Berlino, tessendo perfidie, mentre considerevoli fondi di sovversione vengono inviati ai dirigenti spartachisti berlinesi: Liebknecht e Rosa Luxemburg. All’inizio di novembre 1918, scoppiano, nella Germania del Nord, i primi scioperi, e poi le sollevazioni, che, a tutto vantaggio dei nemici Alleati, trasformeranno in piazzeforti rivoluzionarie i più grandi porti del Reich.


Sui navigli della “Kriegs Marine” germanica, a Kiel, viene issata la bandiera rossa; i marinai ribelli hanno sabotato le macchine e le caldaie delle navi. Stessi disordini a Lubecca: razzie negli arsenali, oltraggi agli ufficiali, e la città che cade nelle mani dei rivoluzionari; D’un fiato, gli agitatori spartachisti prendono Brema, Wilhelmshafen, Altona, Amburgo, e poi, delle “Brigate di ferro”, subito allestite, e issate sui treni, viaggiano veloci verso Colonia, Francoforte, Lipsia, Stuttgart. In tutta la Germania, esse si impadroniscono, in 48 ore, dei depositi di armi e munizioni; degli snodi ferroviari, e dei ponti sul Reno.


Berlino esplode a sua volta, straziata da due gruppi rivoluzionari rivali: i Social democratici, e i Socialisti indipendenti, e gli Spartachisti. Il moderato capo dei socialisti tedeschi, Philip Scheidermann, volendo evitare la presa del potere degli estremisti di Liebknecht, proclama la Repubblica Social Democratica. Il Suo regno durerà un solo pomeriggio. In risposta, gli estremisti rossi di Berlino hanno formato, sul modello bolscevico, un “Consiglio dei Commissari del Popolo”. Scheidermann e il suo collega Ebert, presi dal panico, si uniscono alla cricca degli energumeni, e la Germania resta in balia di questi pochi agitatori. Il Potere legale a Berlino si è completamente volatilizzato.


Gli Alleati, tallonati da Wilson, si sono riuniti formalmente il 5 novembre del 1918, e nella loro fregola di capitolare, i nuovi padroni di Berlino si sono affidati ad un politico di nome Erzberger, plenipotenziario del nulla. Costui si è recato dal maresciallo francese Foch, ed ha ottenuto un testo redatto unicamente in francese, che stabilisce delle condizioni draconiane che gli si vogliono far firmare, senza negoziati d’alcun tipo, e senza nemmeno stabilire una normale conversazione. Erzberger firma dunque un Armistizio legalmente nullo, in nome di un Cancelliere del “Governo Rivoluzionario” completamente inesistente: il Reichskanzler Schluss, che nessuno conosce, perchè schluss non è un nome, ma una parola che significa “Punto e basta”.


Il socialista Ebert, creatore improvvisato con Scheidermann, di una Repubblica velocemente requisita, da un “Consiglio dei Commissari del Popolo” completamente illegale, non ha alcun titolo ufficiale; tanto meno, quello di Cancelliere. Così, un fantomatico Punto e a capo, trasformatosi in Cancelliere Schluss, mette fine giuridicamente alla Prima Guerra Mondiale; l’11 novembre del 1918.


La Pace inizia con questo falso storico che è una beffa yddish: un telegramma, in cui si afferma che la Germania e il suo popolo si sottometteranno alle condizioni degli Alleati, in nome di un ignoto cancelliere fantasma. Questa accettazione, priva d’ogni valore legale, si riduce ad una firma anonima, telegrafata da dei “rivoluzionari” totalmente irresponsabili, in mezzo al delirio di un doppio colpo di Stato; socialista e comunista. Ebbene, questa idiozia, che è il trionfo palese dell’illegalità, verrà accettata dagli Alleati come fosse oro colato.


La Rivoluzione marxista che scoppia a Berlino, e in tutta la Germania, corrisponde ad un piano stabilito da lunga data, da Lenin, che ha sempre considerato la Germania come il detonatore esplosivo; indispensabile alla sua Rivoluzione Mondiale. La convenzione d’Armistizio del novembre 1918, obbliga le truppe tedesche ad abbandonare la totalità dei territori occupati, e toglie ai tedeschi tutti gli armamenti e i mezzi di trasporto, lasciando le truppe tedesche e le Province Baltiche, l’Ucraina, la Bielorussia, e la Crimea, in balia dei Soviet Locali.

Tre milioni di soldati tedeschi, annientati dalla fatica, devono andare a piedi, in 15 giorni, dall’Escart alla Mosa, fino alla frontiera germanica; il che è fisicamente quasi impossibile. Nel frattempo, l’intero Reich, provincia per provincia, e città per città, salta in aria, assaltato da bande di comunisti ebrei, correligionari dei Soviet, mentre la borghesia tedesca atterrita, si nasconde nei retrobottega e nelle cantine.


Le operazioni di devastazione fisica e di disfattismo morale della Germania, raggiungono l’acme nel 1918, grazie all’azione di una vasta organizzazione sovversiva, diretta da Parigi, e operante all’interno del Reich. Clemenceau ha spinto al massimo la campagna di demoralizzazione dei cittadini tedeschi, inondando il Reich con migliaia di falsi giornali, e con scritti antidinastici e repubblicani, che hanno lo scopo di far abbandonare ai civili la resistenza e ai soldati le armi; per ottenere una piccola “pace onorevole”.


Il Bombardamento propagandista sul Reich fa dei danni catastrofici, avvelenando lo spirito tedesco e costernando il maresciallo von Hindemburg, che vede, in questa guerra della carta stampata, e dei disfattisti comunisti e socialisti del fronte interno, un’arma formidabile. Clemenceau paga, in Germania tutti quegli elementi della sinistra che possono sostenere, con una Rivoluzione interna, il suo lavoro di devastazione: spartachisti, socialisti, repubblicani.


Come Guiglielmo II ha scatenato Lenin a Pietroburgo, così Clemenceau manda in Germania Joseph Crozier, alias luogotenente Desgrange, e il generale Boucabeille, suo diretto collaboratore. Per denaro, socialisti e spartachisti, pagati anche da Lenin, diventano complici dei francesi, e traditori della Germania in armi. I Francesi fondano, con questa congrega di venduti, il giornale “Der Kampf”, in cui si sostengono le idee repubblicane e socialiste, diffondendole come un veleno corrosivo sul fronte; e all’interno della Germania. Gli effetti sono eclatanti: la rivoluzione tedesca delle retrovie, stimolata da Mosca e sostenuta da Parigi, riesce a spezzare la resistenza militare del Reich.

Gli Spartachisti e i socialisti infettano Berlino, Brema, Amburgo e Monaco, provocando, di fatto, uno sbandamento dei soldati e la sconfitta militare della Germania. A metà novembre, avendo intascato i sussidi di Lenin e di Clemenceau, gli spartachisti di Liebknecht mettono Berlino alla forca. A Sud, il comunista Eisner, vago poeta ebreo nato in Galizia, assilla Monaco e la Baviera. In una settimana, l’intera Germania viene devastata da questi macellai; utili fino al giorno dell’Armistizio. Il Giorno precedente, Clemenceau incarica il colonnello Heischer di congedare questi rivoluzionari, diventati ormai inopportuni. Questa Rivoluzione bolscevica, cessa d’essere utile alla Francia, dato che i tedeschi hanno capitolato al momento voluto, e nella maniera prevista.


Prima ancora dell’11 Novembre 1918 l’Inghilterra ha fatto man bassa delle Colonie Tedesche e del sultanato Turco: ha messo l’etichetta di proprietà sul Petrolio della Mesopotamia, e sul Tanganika; raggiungendo lo scopo per cui è entrata in guerra: l’assoluto dominio dei Mari. Unita all’Europa, ma non inclusa in essa, l’Inghilterra non conosce amicizie o inimicizie eterne; ma solo i propri interessi permanenti.


La vittoria offre al governo di Lloyd Gorge la possibilità di un facile trionfo elettorale. Basta ribadire le menzogne della propaganda alleata, che hanno fatto dei Tedeschi una feroce tribù di cannibali, guidata da un essere abbietto destinato alla forca o al palo: il Kaiser Guglielmo II. Perchè non approfittarne?

Churchill, per ottenere il voto elettorale nella sua circoscrizione, promette anche lui punizioni esemplari per i mostri teutonici: miliardi di lire sterline oro. Terminata la guerra dei giganti, iniziano le baruffe dei pigmei della politica, i calcoli dei bottegai, e le pretese degli usurai della finanza, che vogliono spremere il limone tedesco fino a spezzarne i semi.

La Germania è l’unica colpevole dell’immane conflitto, e le cifre delle riparazioni volteggiano alte, assicurando un trionfo elettorale eclatante: Lloyd Gorge è nuovamente Primo Ministro, e Winston Churchill può, ancora una volta, gestire il Petrolio Persiano dell’Ammiragliato. I Pigmei stanno per decidere le sorti del mondo.

 

 

 

 

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LA GERMANIA ROSSA.

E LA RIVOLUZIONE DI MÜNCHEN.

 

Nel gennaio del 1918, inizia la “Conferenza della Pace”, che stabilirà la redazione dei vari trattati; e, nel frattempo, il Reich è caduto nell’anarchia. La Rivoluzione ebraico bolscevica Russa, preparata, voluta, e finanziata dai Petrolieri e dai Banchieri Ebrei di Londra e di Wall Street: Rockefeller, Deterding, Rothschild, Loew, Morgan, Schifft, e gestita in loco da Lenin, Trotzky, Sverdlov, Zinoviev, Radek, Litvinov, Kamenev, che ha eliminato in questo sanguinoso 1918, l’intera Dinastia Imperiale Russa, ora si appresta a dilagare nel resto dell’Europa; a cominciare dalla Germania ormai chiaramente sconfitta. Diecimila Comitati dei Soviet si sono installati sul territorio del Reich, per contagiarlo con questa follia sanguinaria. Il caso della Baviera è spettacolare.


Monaco, la Città di Ludwig II Wittelsbach, che ha reso possibile a Wagner di restituire al popolo tedesco, tramite la sua musica e i Miti della stirpe germanica, una parte essenziale della propria anima e della propria consapevolezza razziale, è allo sbando. Il disfattismo, ben concertato ed orchestrato dalla stampa ebraica, e sostenuto da politici corrotti, ha dato i suoi frutti avvelenati: La Germania è caduta in quella divisione da cui era uscita 50 anni prima. Gli Alleati vittoriosi, guidati da un manipolo di faccendieri, vogliono imporre, con il vergognoso Trattato di Versailles, delle condizioni di resa e delle “Riparazioni di guerra” che hanno lo scopo, implicito, di annientare la Germania: di rendere schiavo il suo popolo.


L’Impero del Kaiser è stato minato alle fondamenta, ribaltato con un colpo di mano, e la guerra è stata perduta a causa di un armistizio voluto ed architettato sulla pelle dei soldati delle prime linee e della trincea, dagli imboscati delle retrovie, e da personaggi politici che di Germanico hanno solo la cittadinanza. Il 7 novembre, quattro giorni prima dell’Armistizio, il paese esplode, e la capitale, Monaco, viene sollevata da uno stravagante Shylock, appena uscito di galera. Kurt Eisner è un agitatore ebreo, uscito da un ghetto della Galizia, per provocare, con l’oratoria di un ossesso malefico, veemente e nebuloso, una Notte di Valpurga politica.


In un Comizio socialista di massa, questo agitatore apocalittico, sorge dal nulla, e trascina il pubblico comunista alla rivolta. La città cade in mano a questi rivoluzionari improvvisati, che, senza apprezzabili reazioni contrarie, occupano la stazione e gli edifici pubblici. Mentre l’esercito tedesco lotta ancora disperatamente sul fronte, che il generale francese Foch non riesce a sfondare in alcun luogo, questo ebreo della Russia galiziana, appena uscito di galera, prende possesso del Palazzo Reale di Monaco, installandovi una Repubblica che nessun abitante di Monaco, quella stessa mattina, vagheggiava neppure in sogno. Sembra proprio che la Baviera sia destinata a finire fra le grinfie dei bolscevichi.

Il Re, Luigi III, vedendo che tutte le guardie di palazzo sono sparite, se la dà a gambe, e in un’ora tutto il clan dei Wittelsbach svanisce nell’ombra. Eisner nomina, la notte stessa, otto ministri; mentre esercito, polizia, ed amministrazione non fanno assolutamente nulla per contrastarlo. L’affare di Monaco si trasforma rapidamente in una farsa sinistra. Il Capo ebreo galiziano, della Repubblica bavarese, nomina degli ambasciatori, rompe le relazioni con Berlino, e affida la propria sicurezza fisica ad un altro ebreo russo, chiamato Mühsam, e giunto da Kiel con delle guardie rosse. Costui, già la prima notte, tenta di proclamare la Dittatura del Proletariato.

I tedeschi, presi alla sprovvista, sono attoniti, sconvolti e confusi; paralizzati dalla velocità con cui i comunisti ebrei s’impadroniscono dei gangli del potere nazionale. Presto controlleranno Berlino, come già controllano Monaco, la capitale della Baviera. In quarantotto ore, una Società segreta ispirata a Guido von List, a Lanz von Liebenfels, e al nucleo iniziatico della Ariosofia Germanica e volkisch, riunisce, con Rudolf von Sebottendorf a capo, i propri adepti, per dare battaglia. I gruppi pan-germanisti, dopo il crollo del Reich, sono stati soppressi e posti fuori legge, con la sola eccezione della Thule Gesellschaft, che si presenta, all’esterno, come semplice associazione Culturale. Sebottendorf, lancia, nelle sale dell’Hotel Vier Jahreszeisten, un vibrante appello alla lotta ad oltranza, e si appella a quanti sono membri del Germanen Orden Walvater, del Santo Grahal, e ad Hermann Pohl, loro capo, affinché impediscano con ogni mezzo la presa di potere bolscevica sull’intera Germania.

I membri della Thule ammassano armi in rifugi segreti, nei dintorni di Monaco, in vista di una prossima insurrezione contro la Repubblica socialista di Eisner, e si alleano con altre formazioni consimili, come la Lega della Scuola Tedesca, l’Hammersbund; dando vita ad un piccolo esercito organizzato. Gli ordini essoterici pan germanici, dall’Hoher Armanen Orden, all’Ordine dei Nuovi Templari, O.N.T., si preparano allo scontro armato nelle strade di Monaco; in una lotta senza quartiere, che oppone i Cavalieri Ariani della Thule, e del Graal, alle orde dei comunisti ebrei, che si dicono atei, ma che hanno invece, bene a mente, i vantaggi del loro Patto esclusivo con il Dio tribale ed egregorico di Zion: Jahvé.


Nel Gennaio del 1919, Eisner indice un plebiscito e convoca le elezioni, il cui risultato sconfessa completamente il governo rivoluzionario sulla Baviera. Il 21 febbraio 1919, Kurt Eisner viene ucciso dal conte Graf Anton von Arco-Valley, un aristocratico, ex ufficiale della Guerra appena conclusa; e aderente alla società Thule Gesellshaft. La Polizia irrompe nella sede di questa associazione, cercando di addossare ai suoi aderenti la responsabilità dell’assassinio di Eisner. Sebottendorf rifiuta recisamente di collaborare, e minaccia di rispondere con la violenza armata, se la Polizia non smetterà di perseguitare ed infastidire gli associati della Thule.


I soldati che tornano dal fronte portano con sé la certezza del tradimento patito, e la chiara evidenza dell’identità dei suoi mandanti ed esecutori, che vorrebbero fare della Germania un’altra Russia, retta da un analogo regime bolscevico e comunista; ovvero Ebraico. Evidentemente i loro piani erano pronti da tempo, preparati alle loro spalle da un fronte interno, da banchieri, industriali e comunisti ebrei, che hanno manovrato, per la rovina completa della Germania, mentre i veri tedeschi combattevano e morivano nelle trincee del fronte, ignari che il nemico non era solo davanti alla loro linea del fuoco, ma anche, e assai più pericoloso e subdolo, nelle retrovie.

Acquattato nei ministeri, imboscato nei giornali e nelle fabbriche, quel nemico ebreo, sedicente tedesco, ha raccolto e indottrinato una folla di sbandati, che, mossi da burattinai, agitatori, ed illusionisti ben addestrati, vogliono dare una realtà Leninista, concreta, ai vaneggiamenti di Marx e di Engels: a quel Manifesto che è solo un’altra astuzia sionista, per dilaniare dall’interno, con la lotta di classe, le monarchie e gli Imperi tradizionali, dissolvendo l’intera compagine dei popoli Ariani e non ebrei.

A Berlino, dopo aver amabilmente concesso la giornata lavorativa di otto ore, e il sussidio ai disoccupati, con l’evidente intento di mobilitare a proprio favore le masse operaie, Ebert stabilisce le elezioni a suffragio universale, riconoscendo il diritto di voto a tutti i cittadini di venti anni compiuti. Visti gli esiti letali del conflitto, in termini di vite umane, è fin troppo chiaro che questi “giovani votanti”, non possono che essere degli imboscati; uomini che non sono mai stati al fronte, e che non hanno certo partecipato alla guerra di trincea; Oppure, dei disertori.


Le prime elezioni nazionali, si svolgono il 9 gennaio 1919, portando ovviamente alla vittoria, con 163 seggi, i socialdemocratici, che sono, in maggioranza, proprio quegli ebrei che ora approfittano, per salire al potere, del crollo imposto, dall’Armistizio, alle ex classi dirigenti dell’Impero.

La rivoluzione di Novembre ha intanto fatto emergere, oltre a Kurt    Eisner,    gli    altri    capi    ebrei    dei    movimenti socialdemocratici filo bolscevichi: Karl Liebknecht, e Rosa Luxemburg, che vagheggiano da tempo una rivoluzione di tipo russo. Il 30 Dicembre 1918, Liebknecht ha annunciato la fondazione del Partito Comunista tedesco, e, immediatamente, i comunisti hanno iniziato ad organizzare una serie di vaste agitazioni popolari. La Rivolta Spartachista, esplosa a Berlino nel 1919, è guidata proprio dai due comunisti ebrei: Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg.


La fine di Eisner affretta l’azione dei rivoluzionari bolscevichi, e i Coministi di Augsburg, di Fürth, di Würzburg, di Lindau, accorrono per sostenere i “compagni” di Monaco e Müsham: l’ebreo russo che è ora a capo della Repubblica bavarese. Poi, dei terroristi teleguidati da Lenin, ne prendono il posto, per confiscare questa miracolosa Rivoluzione Bavarese e imporre la dittatura dei Soviet: ovvero del Kahal ebraico.

Il 7 Aprile 1919, a Monaco viene proclamata, difatti, con un colpo di stato e con la presa del potere da parte dei bolscevichi, la Repubblica Bavarese dei Soviet. I Tre gestori russi sono: Max Lewien, Lavine, e Towia Axelrod, e sono anch’essi immancabilmente ebrei.

All’era delle ideologie, succede quella della legge marziale, ai discorsi degli imbonitori intellettuali lo schianto sordo dei cranî fracassati a mazzate, e il crepitio secco dei plotoni d’esecuzione. Si massacrano gli ostaggi, ed è sufficiente, per morire, essere ricchi, o portare un titolo nobiliare. Mentre questi orrori hanno luogo, in Baviera, i delegati della Conferenza di Pace, tengono banco a Parigi.


Questa Rivoluzione Bavarese è una vera cuccagna! Tutto ciò che può distruggere la Germania, entusiasma questi avvoltoi internazionali, appollaiati nella Galleria degli Specchi di V ersailles. Mentre il presidente e il consiglio dei Ministri del governo legittimo, fuggono a Bamberg, per scampare all’eccidio programmato dal nuovo regime giudeo-comunista, la Thule Gesellschaft organizza le fazioni anticomuniste di Monaco, e Sebottendorf, con l’aiuto del sacerdote Bernhard Stempfle, progetta una contro rivolta, che rimetta al suo posto il Governo legittimo.


Il 13 Aprile del 1919, si ha il Putsch della Domenica delle Palme; colpo di mano della Thule Gesellschaft, che, con gli altri gruppi antibolscevichi, cerca di prendere il potere a Monaco. Il sangue scorre a fiumi, ma l’insurrezione armata non ha successo, e Monaco sprofonda nell’anarchia e nel Caos; l’esercito rosso ha nel mirino la Thule. I comunisti riprendono il controllo della Città, iniziando un rastrellamento a tappeto; per eliminare i componenti e gli affiliati della Thule.

Il 26 Aprile 1919, mentre Sebottendorf è a Bamberg, per organizzare un’azione contro il Quartier generale bolscevico, attuata dai Freikorps: i corpi franchi di ex combattenti ed ufficiali, approfittando della sua assenza, i comunisti assaltano la sede della Thule, arrestandone la segretaria; la contessa Hella von Westarp. Si impadroniscono anche di un elenco nominativo dei soci, e, con quegli indirizzi, possono arrestare nelle loro case alcuni membri della Società Segreta; compreso il Principe Turn und Taxis, che vanta legami di parentela con tutte le Case regnanti d’Europa.


Il 30 aprile 1919, data della Walpurgisnacht, la notte di Walpurga, che è un giorno sacro del Paganesimo e dell’Antica Religione Germanica ed Europea, con un atto di spregio simbolico, gli ebrei bolscevichi attuano il loro Purim: l’uccisione dei membri della Thule, e di altri ostaggi, fucilati contro un muro del liceo di Liutpold.
Si tratta di un madornale errore di calcolo, perché i Tedeschi non reagiscono come i contadini Russi di Ekaterinemburg. Il giorno dopo, fra i necrologi del Münchener Beobachter, il giornale di Sebottendorf che entro l’anno diverrà l’organo ufficiale della stampa Nazionalsocialista, compaiono i nomi dei 7 affiliati della Thule uccisi barbaramente. L’onta dell’assassinio ricade completamente sull’Esercito comunista. I cittadini di Monaco, come svegliandosi da un lungo sonno letargico, scendono in piazza indignati dall’oltraggio. Monaco non è che un caso; ovunque in Prussia, nell’Hannover, nella Ruhr, in Sassonia, gli uomini di Lenin passano all’azione, riempiendo la Germania di cadaveri.


Il 1° maggio, truppe Bavaresi e Freikorps, forti di 20.000 uomini, fanno irruzione a Monaco, al comando del generale von Oven. stroncando nel sangue la rivoluzione bolscevica. Per la prima volta nella storia, le truppe d’assalto della Ehrhardt Brigade, marciano sotto una bandiera con la svastika, e con lo stesso glifo dipinto sugli elmetti. Entrando in città questi soldati si affiancano agli elementi della Thule, che è riuscita ad organizzare una rivolta cittadina su vasta scala, contro il Governo dei Soviet, che ormai, è evidente a tutti, non è che il Regno del Kahal Ebraico.

Entro il 3 maggio, gli ebrei comunisti sono sconfitti militarmente e politicamente, e si ha una epurazione fisica che respinge la minaccia di un Regime sovietico sulla Germania.

 

 

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ADIEU BERLIN

 

Le folle tedesche sono rabbiose, estenuate dalle privazioni. Migliaia di persone, donne e bambini, muoiono di fame ogni settimana. Gli agenti bolscevichi completano il blocco degli alleati, paralizzando il paese per mezzo di scioperi; specie nella Ruhr, dove il carbone, che potrebbe scaldare la popolazione, è completamente sequestrato. I treni sono fermi, ferme le estrazioni e le spedizioni di combustibile.
I bolscevichi si gettano sulle ultime vestigia dello Stato Germanico, e fanno delle città dei campi di battaglia.


Liebknecht, e il suo stato maggiore leninista hanno preso il controllo dei gruppi armati, e, per dominare il Parlamento, creano una Truppa di protezione Repubblicana, con bracciali rossi e neri.
Ebert è ormai ostaggio dei leninisti, e solo la forza potrebbe annientare questa Rivoluzione straniera, che, dal 9 novembre 1918 tiene le strade do Berlino, manopola la folla, possiede le proprie milizie armate, occupa i posti governativi e annienta i moderati. Pur essendo socialisti; Ebert e Scheidermann sono dei patrioti, ma al governo non possono e non rappresentano più nulla.


Poi un vero colpo di fortuna toglie Ebert dal suo letale isolamento: una linea telefonica segreta, che, dal 1914, collega direttamente la Cancelleria allo Stato Maggiore. Rinchiuso nel suo ufficio, Ebert può contattare il Maresciallo Von Hindemburg, installatosi, dall’1 dicembre del 1918 a Kessel. Questo prodigioso telefono, deciderà della sorte dell’intera Germania.

11.000 uomini, raccolti in 110 centurie formate da Liebknecht e Rosa Luxemburg, costituiscono la minaccia armata dei Volontari del Popolo. Gli spartachisti sentono che stanno guadagnando terreno; ancora qualche giorno e saranno i padroni della Germania, al servizio dei Soviet bolscevichi.

Nel Natale 1918, 800 soldati di Hindemburg tentano un colpo di mano per liberare Berlino, ma falliscono, e sembra ormai che il possesso della città, da parte dei bolscevichi, sia un fatto acquisito. Ma Liebknecht, irresoluto, non passa all’azione e, dà a Gustav Noske l’opportunità di reagire.

Noske non è un soldato, né un borghese, ma un proletario e un patriota, sostenuto da Hindemburg, e pronto ad abbattere ogni ostacolo. Ebert gli offre il Ministero della guerra, ed egli si impegna a ristabilire l’ordine a Berlino. La maggior fortuna della Germania, in questo Natale 1918, non è solo l’apparizione di Noske, ma anche quella di un certo Colonnello Maercker, che, in qualche mese, creerà una nuova forma di combattimento d’elite.


La mobilitazione e il reclutamento di veri soldati, è una corsa contro il tempo, ma Maercher garantisce a questa truppa il giusto compenso: 200 grammi di carne al giorno, e un salario adeguato. Soprattutto si stabilisce un nuovo statuto: il cameratismo ufficiale-soldato diventa altrettanto importante quanto la disciplina. Inoltre, chi si darà allo sciacallaggio o alla razzia, verrà condannato a morte. Hindemburg accetta il nuovo regolamento, che sarà la base della nuova Reichswehr.


Il 9 gennaio 1918, Maercker ha già 4000 volontari, e Noske, dal canto suo, con i suoi Corpi Franchi, dà il 10 gennaio il suoi primo colpo d’ascia; a Spandau. Proprio come hanno sempre fatto i bolscevichi con i propri avversari, lui fa prigionieri tutti i combattenti spartachisti, e li fa fucilare al gran completo. Noske riprende Berlino, e il 15 gennaio del 1919 cattura i grandi capi del movimento: Liebknecht e Rosa Luxemburg. Riserva loro la fine bolscevica che essi stessi hanno dispensato ai loro nemici tedeschi: una sprangata al cranio, e un colpo finale di pistola. La presa di Berlino non è ancora terminata, che Brema instaura una dittatura rossa; poi la cosa si ripete nella Ruhr, e in Sassonia.

Gli Alleati vedono con soddisfazione il contributo dato dai bolscevichi, alla distruzione della Germania, ma, il giorno stesso in cui si apre la Conferenza preparatoria del Trattato di Versailles, i Tedeschi votano, dando la preferenza al Partito Nazionale Tedesco.
Noske ottiene che l’Assemblea si riunisca a Weimar, e non a Berlino, dove gli spartachisti potrebbero tentare un colpo di mano; contro i 421 deputati. Ebert diventa presidente del Reich, e Hindemburg resta a capo dell’Armata. in un Reich che sta lottando per la propria vita, la gente di Lenin trama ovunque i suoi complotti, e i Freikorps eliminano, dalla Germania e dalla Lettonia, le forze bolsceviche, che aizzano gli animi dei proletari contro i governanti, promettendo il paradiso dei rivoluzionari in terra.

 

 

 

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LA CONFERENZA DI PARIGI.

 

Mentre la Germania va a fuoco, inizia il 28 giugno 1919, la Conferenza che si è aperta ufficialmente a Parigi il 18 gennaio, alla firma del Trattato di Versailles. Essa terrà più di 2000 sessioni, in seno a 24 commissioni, e produrrà un dossier con decine di ;milioni di parole.

Nel frattempo, in un clima di rivalsa e vendetta, a causa del Trattato di Versailles, la Germania deve lasciare l’Alsazia- Lorena alla Francia, Eupen e Malmédy al Belgio; mentre dei plebisciti decideranno la sorte dello Schleswig e dell’Alta Slesia. Memel viene assegnata alla Lituania, e buona parte del suolo tedesco, l’Ovest della Prussia, viene consegnato ai Polacchi, creando quindi un Corridoio Polacco fra Germania e Prussia dell’Est.


La Germania perde anche le sue colonie, che vengono spartite fra gli alleati vincitori, e deve consegnare loro la maggior parte delle sue navi, dei treni ed industrie. Essa deve limitare i propri armamenti e sottomettersi all’occupazione Alleata del Rhineland, per ben 15 anni. Il Paese sconfitto viene anche obbligato ad accettare la totale responsabilità per aver causato la guerra, pagandone, di conseguenza il costo totale: dovrà versare agli Alleati l’enorme somma di 10 miliardi in oro. Questo è un vero e proprio oltraggio, e il Trattato viene definito, in Germania la ‘Vergogna di Versailles’.


I Tedeschi non sono più colpevoli di chiunque altro per lo scoppio della Guerra, e si sa già, fin dall’inizio, che non potranno mai pagare tutto ciò che viene loro richiesto; evidentemente li si vuole annientare anche economicamente. I nazionalisti tedeschi sono divisi in due fazioni: una sostiene il ritorno della monarchia e la separazione dalla Baviera, l’altra il Reich della Grande Germania, senza un monarca, ma con un capo deciso: un Führer tedesco, dotato di un progetto politico forte. E’ ancora una volta la Thule Gesellshaft a dare la risposta.


Industriali e aristocratici di Monaco, incontrandosi nelle riunioni della Thule, all’hotel Vier Jahreszeiten, progettano una duplice strategia d’azione. La Thule terrà le fila dei contatti fra le figure socialmente rilevanti, farà scorta di armi, e organizzerà i Freikorps; specialmente la Ehrhardt Brigade; mentre un’altra sua sezione, il Deutsche Arbaiter Partei, o Partito dei Lavoratori Tedeschi, opererà sotto la guida del fabbro Anton Drexler, con l’intento di attrarre i cittadini del ceto medio basso, duramente colpiti dall’inflazione.

Queste due formazioni sono chiamate a far fronte comune contro il comunismo, l’ebraismo internazionale e le sue diramazioni settarie e massoniche. Nel settembre del 1919, con la tessera numero 555, al Partito dei lavoratori aderisce un veterano di guerra, che in breve ne assume il controllo divenendone il presidente: Adolf Hitler. In capo ad un Anno il progetto dela Thule si concretizza nel NSDAP; il Nazional Sozialist Deutsche Arbaiter Partei, o Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi; il Partito che adotta come proprio emblema la Svastika.


I più intimi compagni di Hitler in questo periodo, a Monaco, sono Dietrich Eckart, Alfred Rosemberg e Rudolf Hess. Tutti sono membri della Thule Gesellschaft e del Germanen Orden, ed Eckart aiuta Hitler a mettersi in luce, presentandolo alle persone giuste e utilizzando i suoi ultimi anni di vita per facilitarne l’ascesa al potere di Germania. Alla sua mediazione si devono i finanziamenti che molti industriali europei ed americani, fra cui il più importante è Henry Ford, concedono al nascente Partito Nazionalsocialista.

 

 

Mauro Likar

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MAURO LIKAR I TRUFFATORI DI VERSAILLESultima modifica: 2010-06-17T10:19:00+02:00da likar
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