MAURO LIKAR HITLER A VIENNA

 

 

MAURO LIKAR

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HITLER A VIENNA

 

La Vienna dal 1908 al 1912, periodo in cui il giovane Hitler vi soggiorna, è una città di 2 milioni di abitanti, dei quali, circa la metà è costituita da immigrati che vi si sono stabiliti nell’ultimo ventennio; sulla scia di una lucrosa e frenetica industrializzazione.
Alla svolta del secolo, Vienna è una città socialmente sfavorevole; vi si incontrano ricchezza abbagliante e ripugnante povertà. La Corte della monarchia Asburgica, con il suo fasto rutilante, agisce come una calamita che attrae, da ogni dove, ricchezza e intelligenza, concentrando nella sua capitale, Vienna, Autorità, Politica ed Economia.


Ad una schiera di ufficiali superiori, di burocrati, e di impiegati dello Stato, di artisti, di intellettuali e di scienziati, fa da contrasto l’enorme legione degli operai. Opposta alla ricchezza dell’aristocrazia e dei commercianti, sta la spaventosa miseria dei disoccupati, e, nella penombra e nel fango delle fogne, la massa dei senza tetto.


“Non c’è citta tedesca più adatta per studiarvi il problema sociale, ma è impossibile compiere un simile studio dall’alto verso il basso. Chi non provi su di sé i crampi di questa miseria asfissiante, non può comprenderne la velenosità. Non se ne ricaverebbero che ciarle superficiali, e un sentimentalismo ipocrita; entrambe fatali. Le ciance non toccano il nocciolo del problema, e il pietismo scorre senza lasciare traccia. Non so cosa sia più pernicioso, se l’indifferenza per la miseria sociale, che affligge la maggior parte dei ben nati, e degli arrivati per proprio merito, oppure quella compassione grossolana, e in fondo presuntuosa, di chi, portando il tight, afferma di capire il popolo.

Costoro peccano assai più di quanto possano supporre, con la loro ragione priva di forza istintiva, che legge la ripulsa indignata che segue al loro agire, come ingratitudine popolare. Che una vera attività sociale non abbia nulla da spartire con il loro atteggiamento ipocrita, e soprattutto che essa non possa generare alcuna gratitudine, dato che non distribuisce regalie o grazie, ma ristabilisce diritti, è un fatto che in simili cervellini non entra volentieri.”


Vienna, nel periodo in cui Hitler vi soggiorna, è afflitta dalla disoccupazione di massa, da un carovita che costringe alla fame decine di migliaia di persone, e da speculazioni edilizie che hanno reso proibitivi gli affitti delle abitazioni; anche per chi lavora e percepisce un salario regolare. Il un appartamento di camera e cucina, senz’acqua, nella zona operaia di Favoriten, si abita in 10. Quasi tutte le cantine e le soffitte vengono trasformate in appartamenti, e, di giorno, i letti vuoti vengono affittati ai cosiddetti Bettgeher, che ne possono fruire per otto ore, in determinati periodi del giorno o della notte; ma che devono lasciarli liberi nel tempo restante.


Nel 1910, a Vienna ci sono 80.000 Bettgeher, e, nel gelido inverno viennese, migliaia di persone, che possono fruire dell’appartamento solo di notte, cercano riparo, durante il giorno, in chiese, locali di carità, o bettole. Chiese e conventi distribuiscono pasti caldi ai poveri, e sono assediate dai postulanti affamati. Quando un panettiere regala del pane, si verificano assembramenti e risse. Nell’autunno del 1909, Adolf Hitler, disoccupato e senza casa, frequenta l’ospizio per senza tetto di Meidling, che offre gratuitamente un letto al caldo, docce, e cibo ad un migliaio di indigenti.

Successivamente, egli prende alloggio nel pensionato maschile “Mannerheim”, di Vienna-Brigittenau: ostello finanziato dalla famiglia reale, e sostenuto da offerte di alcune famiglie facoltose.


” Durante la mia lotta per la vita, a Vienna, avevo chiaramente capito che l’attività sociale non deve risolversi in un ridicolo ed insulso esistenzialismo, ma nell’eliminazione e nella distruzione dei mali fondamentali che affliggono la nostra vita economica e culturale; che conducono, o possono portare alla rovina dei singoli. I sorci che avvelenano politicamente il nostro popolo, divorano anche quel poco che, di amor di Patria e di Cultura Nazionale, resta nel cuore e nel ricordo delle masse; se già non vi abbiano provveduto le necessità e la miseria. Le persone che vivono in 10 in un seminterrato, non vivono insieme; soffocano e agonizzano in compagnia.

Avvelenati da una laida vita famigliare, moralmente denutriti, con le testoline piene di pidocchi e gli abiti infestati dai parassiti, i giovanissimi cittadini entrano nella scuola, e sarà già una gran fortuna se imparano a leggere e a scrivere, fra continue punizioni e sgridate. In casa nulla resta intatto; ogni cosa, che si tratti di società, di religione, di morale o dello Stato, viene maledetta e sporcata con le sconcezze e i toni della mentalità più volgare. Quando questi ragazzi hanno 14 anni, e vengono dimessi dalla scuola, è difficile dire cosa sia maggiore in loro: se l’incredibile ignoranza o l’immoralità impertinente.

All’infuori della sporcizia e della vergogna, quei giovani non hanno conosciuto nulla che possa stimolarli a dei sacri entusiasmi. Ma è solo ora che essi entrano nella vera scuola della vita; nella grama esistenza che hanno già conosciuto attraverso il padre, durante l’infanzia. Arrancano in essa, finché, in una qualsiasi occasione sfavorevole, finiscono in un carcere minorile, dove la loro educazione riceve gli ultimi ritocchi. Allora, il buon borghese si accorge che manca a costoro un qualche sentimento nazionale, e se ne duole. Si tratta, ovviamente, dello stesso borghese che può, giorno per giorno, constatare come dal teatro, dal cinematografo, dalla lettura pornografica, e dalla stampa venale, si riversino, a secchiate, sul popolo, i liquami di un veleno dissolvente.

Imparai allora qualcosa a cui non avevo ancora pensato: La questione della Nazionalizzazione di un popolo e, per prima cosa, il
problema della creazione di sani rapporti sociali, come base della possibilità di educazione dei singoli. Solo chi, attraverso l’educazione e la scuola, impara a conoscere la grandezza spirituale, politica e creativa della propria Patria, può acquisire l’intimo orgoglio di essere un membro di un simile popolo. Io non posso lottare solo per ciò che amo, posso amare solo ciò che stimo, e stimare unicamente quello che, perlomeno, conosco.”


Negli Anni 1909, 1910, la situazione del giovane Hitler è mutata, ed egli non è più costretto a guadagnarsi il pane come avventizio, ma lavora per conto suo, come disegnatore e acquerellista; un mestiere gramo, che gli basta appena per vivere, ma che gli permette di non essere stremato dalla stanchezza, di essere padrone del proprio tempo, e di poter studiare e leggere i libri che più lo interessano.


“Il Leggere non è un fine. Ma un mezzo. Esso deve aiutare a colmare e strutturare lo scenario dato ad ognuno dalle sue propensioni e capacità; deve, contemporaneamente, fornire i materiali necessari per realizzare l’azione, e darci una visione generale della vita. E’ necessario che la sostanza della lettura trovi da sé il suo posto nel mosaico della nostra Weltangschauung, completandola in noi.

L’accumulo mentale di un caos di cose lette, stimola solo una sciagurata vanità: l’idea di essere colti, di capire la vita, di possedere delle nozioni. Ad ogni addizione di questo tipo di conoscenza, ci si allontana dalla vita reale, e si può finire in una Clinica per mentecatti, oppure, magari, deputati in Parlamento.
Mai riuscirà all’intellettuale di ricavare, dal Caos del proprio sapere, ciò che gli è necessario nel presente, perché la sua zavorra intellettuale non è sintonizzata sulla sua stessa vita, ma sull’ordine dei libri letti; di come li ha assorbiti: del modo in cui il loro contenuto gli si è ficcato in testa.

Chi possiede la giusta Arte della lettura, presta attenzione, in un libro, solo a ciò che, essendo universalmente valido, va conservato per sempre, dato che serve a qualche scopo preciso. Ciò che si è appreso, trova, allora, immediatamente il suo posto, nella struttura del nostro sapere specifico; esso agirà correggendo o completando ciò che già si conosce, evidenziandone l’esattezza. Solo allora la lettura ha uno scopo e un significato. Un oratore, ad esempio, che non fornisca alla sua ragione i materiali necessari, non sarà in grado di imporre, in un contraddittorio, il proprio punto di vista; anche se esso corrisponde alla verità e alla realtà. In ogni discussione la sua memoria lo pianterà in asso, togliendogli la capacità e gli argomenti per ribattere l’avversario.

Finché si tratti solo dello scacco personale di un oratore, la cosa ha scarsa importanza,; diventa grave se il destino ha fatto, di un simile uomo, saputo, ma fondamentalmente ignorante, il capo di uno stato. Fin dalla prima gioventù mi sono sforzato di leggere secondo il giusto metodo, e sono stato aiutato, fortunatamente, da memoria ed intelligenza.”


Visto in questa luce, il periodo viennese di Hitler è certamente fecondo e prezioso. Convinto che lo Stato danubiano e il Governo degli Asburgo non sia salvabile che a scapito della “germanità”, ed al prezzo di una lenta ma inesorabile slavizzazione dell’elemento etnico tedesco, che allora ammonta a 10 milioni di abitanti.

L’introduzione del suffragio universale segreto, nel 1906, ha ridotto il ruolo e l’importanza dell’elemento tedesco nello stato austro ungarico, commisurandone l’influenza alla sua percentuale proporzionale nella popolazione globale. In questo nuovo sistema democratico, i tedeschi perdono la preminenza qualitativa, sottomettendosi alla maggioranza non tedesca, ovvero alla quantità numerica dei Cechi, dei Polacchi, dei Ruteni, dei Serbi, dei Croati, degli Sloveni, degli Italiani, dei Rumeni e dei Russi. La monarchia sta slavizzando lo Stato, al punto che a Vienna, nel Reichsrat, o Parlamento imperiale, si parlano 10 lingue diverse, e i dibattiti si svolgono senza interpreti, in un Caos verbale facilmente immaginabile. Dopo le elezioni del 1907, il Reichsrat è formato da 233 deputati di lingua tedesca, di fronte a 283 parlamentari non tedeschi. Benché il tedesco sia privilegiato, non esiste una lingua ufficiale dello Stato.


“All’età di 17 anni, la parola Marxismo mi era quasi ignota, mentre socialdemocrazia e socialismo mi parevano concetti onesti e leciti. Anche in questo caso, ci volle un colpo di mano del destino, perché aprissi gli occhi di fronte a quella inaudita frode ai danni del popolo. Ebbi la rivelazione diretta di come,. Sotto l’orpello dell’amore del prossimo e della virtù sociale, si nascondesse una orrenda pestilenza, dalla quale era urgente liberare l’umanità; perché, in caso contrario, il mondo si sarebbe forse sbarazzato degli uomini. Il mio primo incontro con i socialisti avvenne in un Cantiere. Il mio vestito era ancora pulito, il mio linguaggio curato, il mio atteggiamento pieno di ritegno. Cercavo lavoro per non morire di fame.

Fui invitato ad entrare nel Sindacato: rifiutai dicendo che non conoscevo la cosa. 15 giorni dopo non avrei potuto entrarvi neanche se avessi voluto, perché avevo imparato a conoscere i miei compagni, e nulla avrebbe potuto spingermi ad entrare nella loro organizzazione. Costoro rinnegavano ogni cosa: la Nazione, che era un’invenzione del Capitalismo, la Patria, strumento della Borghesia per lo sfruttamento della Classe Operaia; l’autorità della Legge: il mezzo per schiacciare il proletariato; la scuola, istituto creato per addomesticare gli schiavi; la Religione, oppio per istupidire il popolo destinato allo sfruttamento; la Morale, segno di una sciocca remissività da pecore.

Non c’era nulla che non venissee trascinato nel fango. Dapprima mi sforzai di tacere, poi presi a contraddire. Dovetti subito riconoscere che la cosa era inutile, se non avevo una precisa conoscenza dei punti in discussione. Così, iniziai a sondare le sorgenti da cui costoro traevano la loro conclamata saggezza, e lessi un libro dopo l’altro, un opuscolo dopo l’altro. La situazione si fece ardente, finché i capi della parte avversa non mi posero il dilemma: abbandonare subito il cantiere, o volare da una impalcatura.

Essendo solo, scelsi la prima possibilità, e me ne andai. La cosa si ripeté in vari altri cantieri, e allora in me sorse la domanda: Costoro sono degni di appartenere ad un grande popolo? La risposta mi venne dalla Stampa socialista democratica, con la sua bassezza e le sue calunnie destinate alle masse. Solo un pazzo, venuto a conoscenza di questa gigantesca attività inquinante e avvelenatrice, potrebbe maledire la vittima infelice.

Imparai a conoscere quale sia l’importanza del terrore fisico nei confronti del popolo, come della massa. Il terrore nelle fabbriche, nelle assemblee e nelle manifestazioni, avrà sempre successo, se non gli si oppone un identico terrore.

In quel periodo mi riportai in contatto con il mio popolo, imparando a distinguere le vittime dai seduttori delle masse, e a discernere fra il Sindacato, come mezzo di difesa dei diritti del lavoratore, per la conquista di migliori condizioni di vita, e il Sindacato come strumento del Partito Socialista per la lotta di classe.

Quest’ultimo viene usato per distruggere, con ripetuti colpi d’ariete, il corpo economico della Nazione. L’astuzia politica dei socialisti e dei sindacalisti ha compreso che non è opportuno eliminare le piaghe sociali e culturali delle masse, perché, in questo caso, si corre ilo pericolo di non potersene più servire come cieca truppa d’assalto.

Mi feci un quadro sempre più chiaro della volontà profonda del socialismo: era una dottrina fatta d’Odio e di egoismo, che secondo leggi matematiche, porta alla vittoria, ma distrugge l’umanità. Ugualmente, imparai a capire il rapporto che intercorre fra questa dottrina distruttiva e l’essenza di un popolo che fino ad allora mi era rimasto sconosciuto: gli Ebrei. Solo la conoscenza del giudaismo offre la chiave per capire le finalità nascoste, cioè vere, del socialismo.

A chi conosca questo popolo, cade dagli occhi il velo delle false raffigurazioni, dello scopo e del significato di quel partito; e, del vapore e della nebbia delle frasi sociali, si leva, ghignante, la smorfia giudaica del Marxismo.

 

MAURO LIKAR

MAURO LIKAR HITLER A VIENNAultima modifica: 2010-06-24T09:34:17+02:00da likar
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